Spalate merda!

Ciao. Chi è rimasto qui dopo aver letto il titolo, probabilmente si aspetterà una trattazione scatologica sulla scala di Bristol, oppure vorrà farsi due risate facili richiamate da uno degli argomenti che spesso fa scompisciare grandi e piccini, oppure è semplicemente attirato in maniera morbosa nella speranza di veder trattate coprofilia/coprofagia (in tal caso, mi spiace, nessuna foto di scat whore, qui – da non confondere con lo scatman ski-bi dibby dib yo da dub dub Yo da dub dub… ora usciamo dalla Skibidi-toilet con un salto skibidiboppy va be’ forza brainrot!). E quindi m’ha solo preso un attacco di coprolalia? Nient’affatto, semplicemente chiamo le cose col loro nome, “scusate perchè le cose van dette….negli escrementi!” (cit. dal finale della traccia audio di “Fossi figo”, qui girato da Elio e le Storie Tese con Gianni Morandi – tra l’altro gli irriverenti EelST sulla popo’ ci hanno scritto diversi brani, tra cui “L’astronauta pasticcione”, “Nubi di ieri sul nostro domani odierno (Abitudinario)”, “Cateto”, “Shpalman”, ecc…).
Vi sto quindi suggerendo qualcosa come “Eat shit! Millions of flies can’t be wrong“? Nemmeno. A volte si tratta di senso figurato, a volte invece di merda fisicamente merda, nel caso specifico di ruminanti (non sul passato). Ma procediamo con ordine.

Quella volta in cui ho allegramente spalato quintali di merda

Ci ho pensato per qualche mese, prima di condividere questo articolo: mi “sbottono” sulle esperienze che ho vissuto solo se ritengo che il loro racconto possa essere utile a qualcuno. Tra le tante, lunghe ed interessanti esperienze nella mia vita che generalmente consiglio, ci sono gli anni trascorsi da scout (poi da maggiorenne ho scelto di indossare un’altra uniforme – del resto, il movimento scout stesso è stato fondato da un generale britannico, tale Ten. Gen. Robert Stephenson Smyth Baden-Powell, 1st Baron Baden-Powell). Se vissuta col cervello acceso e andando oltre al semplice stare insieme tra più o meno coetanei, la vita scout insegna molto, da un punto di vista di quello che oggi chiameremmo anglofonicamente “mindset“, ma anche dal punto di vista naturalistico, considerato che esistono bambini di città convinti che il latte “cresca” direttamente in Tetrapak dagli alberi (e roba ancora più assurda), per non parlare dei tantissimi adulti americani che credono che il latte al cioccolato derivi semplicemente com’è da mucche marroni. Tra le tantissime avventure vissute, ricordo un episodio che mi è rimasto abbastanza impresso, condiviso con pochi altri sodali, nella parte finale di un cammino, quello da “esploratore”, in cui armati di mappa e bussola dovevamo dirigerci verso un obiettivo, in cui avremmo trovato un simpatico signore che ci avrebbe fornito ospitalità per la notte. Erano altri tempi (ad esempio: non esistevano “smartphone”) e, poiché minorenni, eravamo comunque di tanto in tanto controllati a distanza da fiduciari dei capi responsabili, che ad esempio di nascosto verificavano il nostro passaggio attraverso alcuni “checkpoint” – similmente a come sarebbe avvenuto anni dopo durante l’addestramento da ufficiale, ma da quella vita ho ben altri aneddoti. Per farla breve: il signore incaricato di darci ospitalità ovviamente non avrebbe fornito vitto e alloggio gratis, ma in cambio di una mano nel suo lavoro; non era evidentemente un lavoro d’ufficio, lì nella campagna parecchio distante dal paesino più vicino, non era un consulente per una big tech in lavoro remoto, ma un contadino ed allevatore. Il nostro lavoro per quella giornata ci fu immediatamente chiaro non tanto agli occhi, quanto al naso: eravamo davanti ad una maleodorante montagna realizzata accumulando quello che i suoi animali avevano scartato liberandosi l’intestino nell’arco di mesi.

Purtroppo per noi, gli animali che avevano generato quell’imponente massa non erano simili ad un orso bruno marsicano (per chi non le avesse mai annusate: data la sua dieta, quell’orso produce feci dalle note floreali – non sono un sommelier di cacche, a differenza di alcuni neogenitori ai quali va tutta la mia stima, ma posso confermare per esperienza diretta che quella materia specifica non è sgradevole all’olfatto, non chiedetemene il contesto). Ci rimboccammo le maniche (proprio fisicamente ci tirammo su le maniche della camicia scout – e i meno sprovveduti di noi se la tolsero del tutto, pur non sapendo cosa sarebbe avvenuto poco dopo), prendemmo una pala ciascuno e iniziammo a caricare sul camion il prezioso carico; il termine prezioso non è ironico, il signore ci disse subito quanto gli avrebbe fruttato un quintale di cacca di pecora e fu un dato che trovai molto interessante: 1kg di quegli escrementi costava più di 1kg di pane all’epoca! “Dal letame nascono fiori”, cantava il Faber, ma la vendita di letame può anche dare il pane (da non confondere con cosa dava il pane a John Holmes, come cantato dai prima citati EelST). Erano tempi in cui beni e servizi si prezzavano in “mila lire”, raramente si sentiva il “lire” senza mila (minuscolo, non Mila il personaggio di un cartone animato / anime all’epoca molto in voga) o milioni o miliardi, perché con meno di mille lire (graficamente: “£ 1.000”) potevi comprare solo qualcosa come un Fior di Fragola, tanto che il resto il tabaccaio magari te lo elargiva in Goleador (del valore di 100 lire l’uno). Quando Nietzsche diceva che di tutto conosciamo il prezzo, ma di nulla il valore, non so se si riferisse al concime organico.

Tornando ai piccoli stronzi (mi riferisco alle palline generate dagli ovini, in senso fisico, ma a breve parlerò di uno che lo stronzo lo ha fatto davvero, in senso metaforico – potrei cantargli “Du bist ein Arschloch / Warst immer ein Arschloch / Du bleibst ein Arschloch / Keiner mag dich!” dal ritornello di un noto brano di una rockband altoatesina, anche se in tedesco, come in inglese, in francese (non “bius de chiùl” come dice Martellone in tournée, ma “trou du cul“) e in turco (göt deliği), è curioso osservare come la persona sgradevole non venga identificata dal “prodotto” (lo “stronzo”, in lingua italiana), ma dal buco “produttore” da cui fuoriesce come un “dirigibile marrone senza elica e timone”, cit. EelST, una specie di sineddoche peggiorativa, come se quella fosse una parte meno nobile delle altri, ma io non ci sto con questo classismo nel “congresso delle parti molli!” (ancora EelST); qui ci starebbe un momento “Super Quark” di divulgazione (Piero perdonami per l’inappropriato paragone), andando a vedere che ad esempio in norvegese tendono a esagerare, chiamando una persona che si comporta male come “Drittsekk“, letteralmente proprio un “sacco (sekk) di merda”, ma ci tengo piuttosto a ricordare cosa mi disse tantissimi anni fa un saggio uomo in Irlanda, quando da curioso minorenne gli chiesi come mai molti turisti parlavano male la lingua del posto eppure conoscevano benissimo tante parolacce: “Bad words are for bad people“).

Cosa stavo scrivendo prima di queste divagazioni da moderno James Joyce scurrile (tra l’altro anche Joyce irlandese)? Ah sì: io ed alcuni trovammo più veloce spalare direttamente da sopra, mi son sempre chiesto se calpestare una merda porti fortuna come dicono, io ero in piedi sopra un’intera montagna, calpestandone diversi quintali, ma non credo che la fortuna segua un discorso quantitativo. Mentre allegramente trasferivamo, di buona lena, quelle perle marroni sull’automezzo, accadde qualcosa di inaspettato: sarà stato il caldo, l’eccesso di energia giovanile, l’alienazione di quel ripetuto movimento meccanico delle braccia con slancio di polso (nessun doppio senso), l’inalazione prolungata del miasma originato da quel materiale su cui eravamo tronfiamente al di sopra (spero non fossimo superiori al guano solo in senso fisico), ma fatto sta che uno dei miei “colleghi di spalata”, indossando una smorfia mista tra pazza disperazione e sadico sorriso, iniziò a sollevare verso di noi quelle poco simpatiche praline semidure. Al che, io e gli altri, in barba al “porgi l’altra guancia” (anche perché le guance erano state ormai entrambe lordate), gli abbiamo risposto fornendogli lo stesso materiale, innescando una scena che qualcuno avrebbe potuto immortalare in un video virale, ma (fortunatamente) all’epoca non esistevano né smartphone, né piattaforme di condivisione video. E comunque lo spettacolo indecoroso sarebbe stato probabilmente censurato da algoritmi ed utenti schifati di vedere esseri umani moderni lanciarsi addosso svariati chilogrammi di pupù. Quell’incosciente momento di goliardia terminò dopo poco, tra le matte risate generali; vorrei poter dire “terminò con un rappacificante abbraccio” tra giovani maschi, ma non avvenne e non fu di certo una specie di ombra di omofobia a trattenerci, bensì il terribile tanfo, che se ne andò soltanto un paio di giorni dopo, a seguito di svariate docce tornati poi al campo scout – la doccia consisteva semplicemente nel versarsi addosso taniche di fredda acqua di fonte/ruscello strofinandosi con vigore il sapone, ma non importa quanto forte ci si strofinasse: parafrasando un “poeta” del panorama musicale moderno, “non va più via, l’odore di sterco, che hai addossooo”.

C’è un motivo per cui ho poc’anzi specificato che eravamo maschi: noi “spalatori di merda” eravamo rigorosamente di sesso maschile; al rientro al campo, infatti, le ragazze (che comprensibilmente ci tennero a distanza per un paio di giorni) ci dissero che a loro toccò una sorte ben diversa, destinate ad un piacevole pomeriggio a far chiacchiere mentre giocavano a carte con gli anziani di un ospizio non molto distante da lì. Come avrei notato crescendo, “la parità tra sessi” nel mondo occidentale viene reclamata solo quando non ci sono di mezzo lavori pesanti e/o sgradevoli, ma per carità: anche sorseggiare tè e mangiare biscotti tra una partita di carte ed un’altra con degli amorevoli anziani, in una struttura comoda e pulita, era uno sporco lavoro che qualcuno doveva pur fare. A distanza di tanti anni, ancora ricordo quella fetida esperienza, che annovero comunque, in un certo qual senso, tra i tanti episodi “formativi” in giovane età.

Dalla merda all’acqua e all’aria

Il concetto di “spalare merda” in senso figurato, inteso come svolgere un lavoro faticoso o ingrato, spesso associato a situazioni sgradevoli, problematiche quando non pericolose, mi ha accompagnato poi per anni, una volta intrapresa la carriera da ufficiale. E tra l’altro, anche lì, ci son state diverse occasioni in cui il riferimento alle deiezioni non era poi così lontano dal concetto fisico; tra le attività che di certo non elenco nel mio lungo e variegato curriculum, compare infatti anche spalare escrementi di cavallo (di guardia alle attività di equitazione in accademia), pulire latrine (e non solo durante gli anni da allievo, visto che – a differenza di quanto avveniva in passato – in diversi contesti gli ufficiali sono responsabili di pulire a turno i propri servizi igienici) e così via.

Anzi, per chi non si è ancora schifato della mia esperienza da scout: durante uno dei campi di addestramento da allievi ufficiali con noti battaglioni e reggimenti italiani che le forze speciali di tutto il mondo ci invidiano, uno degli insegnamenti di base fu il mascheramento, ovverosia quella pratica che consiste nel “dipingersi la faccia” (e le parti del corpo visibili/scoperte, come collo, mani e così via, a seconda del vestiario da combattimento indossato). Lo scopo non è emulare i Kiss sul palco, quanto quello di mimetizzarsi con l’ambiente circostante (si parla in tal caso solo a livello visivo, in quanto una camera termica/IR rileva facilmente un essere umano, ma non divagherò su un tema così complesso). In dotazione, solitamente vengono forniti dei tubetti con dei colori (solitamente nelle tonalità del verde e marrone, ma varia ovviamente in base alla zona di operazioni, come varia la texture della mimetica, che può essere desertica, artica, ecc…), non molto diversi da quelli che alcuni bambini usano per dipingersi il viso a carnevale o artisti nel body painting. Può però accadere di trovarsi in situazioni in cui il materiale tecnico non sia disponibile, quindi occorre addestrarsi anche a mascherarsi con elementi naturali di fortuna, che come si può facilmente immaginare comprendono, oltre a sughero bruciato, anche la terra, per certi versi anche meglio perché proprio del colore specifico che ci aiuta a “nasconderci” in quel contesto.

Come quasi in ogni compagnia (inteso proprio in senso stretto, di compagnia nella definizione militare), anche nella mia c’era un personaggio particolare, un collega che iniziò ad esprimere rimostranze verso i sottufficiali (in quella fase, sergenti e marescialli erano nostri “superiori”, in quanto eravamo ancora allievi prima della promozione/nomina a sottotenenti). Il motivo riguardava una presunta “pelle delicata” del mio collega e che quindi avrebbe voluto utilizzare esclusivamente i prodotti specifici, non il fango dell’isolotto sperduto su cui ci stavamo addestrando. Il sottufficiale istruttore, uomo di molti muscoli ma di poche parole, dopo aver provato con le buone a persuadere il mio collega assicurandolo che ci saremmo ripuliti la faccia poco dopo, gli risponde semplicemente: “Va bene, non ti sporcherai la faccia con questo fango” e, dirigendosi come niente fosse in un vicino angolo dove gli animali depositavano con eleganza i loro escrementi (e sì, questo che stai leggendo è proprio un post(o) demmerda :D), preleva lesto una manciata di “terra” umida e probabilmente ancora tiepida, per compiere quello che anni dopo Elio e le Storie Tese canteranno nel brano “Shpalman”: spalma la merda in faccia al collega, preso allo sprovvista, che passò le successive ore a dire frasi che eviterò qui di scrivere (ho rivisto il mio collega R. diversi anni dopo, l’ho trovato un comandante molto più calmo e pacato di quello che era l’allievo a quei tempi, chissà se le applicazioni di fango hanno avuto effetto terapeutico).

Anche quell’esperienza (parlo del campo di addestramento, non del fango nello specifico) mi ha insegnato tanto, del resto non sono facili da dimenticare quelle interminabili giornate, lunghissime come può essere lungo un percorso di 50m percorso col “passo del gattino” (niente kawaii/neko, ma una lentissima e silenziosissima avanzata su avambracci e punta di piedi, trascinandosi dietro fucile e pesante zaino). Non sono facilmente dimenticabili neppure le notti in una tenda ghiacciata in cui dormi abbracciato stretto al tuo freddo AR 70/90 nel tuo sacco a pelo: non per emulare la scena “Questo è il mio fucile!” (da Full Metal Jacket), ma perché quei bontemponi degli istruttori di notte cercavano di sottrartelo per poi fartela pagare (a te a tutta la compagnia) a suon di punizioni di “condizionamento fisico” (piegamenti, corsa, mantenimento di una certa posizione scomoda e tutto ciò che sadicamente gli poteva venire in mente); quella stessa arma te la porti a tracolla anche quando “vai in bagno” (dietro un albero), ovunque. In quei periodi, in cui l’unica consolazione giornaliera deriva dai “generi di conforto” (pochi grammi di cioccolata di scarsa qualità, a volte anche “marmorizzata” dal non esser stata perfettamente stoccata, e liquorino “Cordiale” nella “Razione K” – razione da combattimento i cui biscotti salati e dolci sono identici (hanno solo una diversa confezione), confezione che genera un “mercato” di scambi, soprattutto per il latte condensato in tubetto che alla fine nessuno scioglie come previsto: lo si porta nel taschino e, nei momenti di sconforto, lo si ciuccia direttamente dal tubetto :D); impari ad apprezzare davvero tantissimo quel che dai per scontato, come un semplice bicchiere d’acqua: “Ed ho imparato a bere sempre un sorso in più, di quanto ne avessi realmente bisogno: un giorno potrei avere sete”, canta Carmen Consoli.

“Razione K” (3 “pasti” per ogni busta) – ho preferito coprire il NUC e le altre info (su Internet potrebbero essere rintracciate, ma non sarò di certo io a favorirne la diffusione). Indimenticabili i salsicciotti “in liquido di governo” e quei ravioli al sugo che, data la fame, sembrano persino commestibili!

E “pivotando” su questo nobilissimo elemento (l’acqua), ricordo anche l’enorme mole d’acqua buttata giù prima dell’addestramento avanzato antincendio/CBRN, in cui i liquidi trangugiati non finiscono neppure per una goccia espulsi dalle vie urinarie, ma sudati, indossando pesante equipaggiamento. Dopo aver passato del tempo al completo buio, respirando in una maschera antigas e in respiratori con pesanti bombole di ossigeno, spargendo acqua/schiuma da una grossa manichetta a contatto di spalla con un collega, in spazi angusti pieni di ostacoli, vedi come lo apprezzi l’ossigeno “non in bombola”, anche un singolo respiro all’aria aperta. Direi che è un’esperienza che consiglio (a giovani persone in salute) per diversi motivi, forse anche in maniera complementare alla meditazione incentrata sul respiro, oltre che per mettersi nei panni dei soccorritori e degli operatori in contesti critici, per ricordarci di ringraziare vigili del fuoco, forze armate, forze dell’ordine, operatori speciali (come lo furono i mai troppo ricordati liquidatori del disastro di Černobyl) per il loro prezioso servizio. L’aria è qualcosa di cui siamo raramente grati, me ne sono accorto anche quando, al contrario, di acqua ce n’era troppa, in uno degli addestramenti più “simpatici” che ho dovuto superare sempre a quei tempi, quello in cui viene simulato l’allagamento di una sezione di ambiente operativo, con tutti quegli strumenti buffi per bloccare/ridurre il flusso in entrata e provare a gettarla fuori tramite pompe/estrattori, in una lotta contro il tempo in cui maledici le equazioni fisiche legate alla pressione dei liquidi (un conto è studiarle, un altro è “viverle addosso”). Almeno in quei casi finiva con doccia tiepida e divisa asciutta, non come quando i sadici istruttori ci fecero sbarcare di notte a diversi metri dalla riva (un saluto ai miei anfibi distrutti dall’acqua di mare che non ho potuto sciacquare per bene), in cui i calzettoni di ricambio erano comunque più umidi del dovuto e alla lunga non hanno fatto benissimo.

Certo che almeno avrei evitato il sadismo di un sottufficiale (dopo anni, m’è sorto il “leggerissimo dubbio” fantozziano che alcuni fossero dei frustrati che godevano vendicandosi su allievi e giovanissimi ufficiali… ognuno gode nei modi che può permettersi, io ho sempre preferito altre attività, più edificanti e piacevoli) che ci fece svolgere un test scritto mentre indossavamo scomode maschere M90, col filtro avvitato di fronte, non di lato – e ovviamente i fogli del test erano stampati a caratteri piccoli, portandoti a prendere sonore musate sul banco nel tentativo di leggere meglio (alcuni istruttori si divertono con poco). Poi indossando quelle maschere c’era anche l’addestramento fisico e il cambiare filtri a mo’ di giocolieri (e, per sicurezza, di default, quelle maschere “non tirano aria”, nel senso che senza il filtro montato o qualcosa che vada a premere la valvola, provare a respirare genera tenuta stagna, non entra fisicamente nulla… altro che le lamentele delle mascherine durante il CoViD-19…).

Force protection con maschera CBRN M90 (i colori sul filtro ne indicano la tipologia di difesa)
Foto dal 7º Reggimento difesa CBRN “Cremona”, fonte: Analisi Difesa

Non si tratta comunque solo di apprezzare l’aria pulita, l’acqua (pulita, non “potabilizzata” da apposite polverine da campo – anch’esse nella Razione K), un pasto caldo (non una scatoletta scaldata dal mini-fornellino pieghevole a compressa combustibile), quanto anche di vivere davvero gli effetti della preparazione, dal “Si vis pacem, para bellum” a tutti i vari concetti dei piani che possono essere di “scarsa utilità”, ma allo stesso tempo con l’importanza fondamentale della pianificazione e dell’addestramento.

Dalla merda fisica a quella figurata

Lo “spalare merda” può riferirsi, per estensione, a compiti che richiedono un grande sforzo, spesso sgradevoli oltre che faticosi, senza ricevere in cambio un riconoscimento adeguato, oppure a situazioni in cui si è costretti a confrontarsi con problemi particolarmente spiacevoli e in situazioni a dir poco “disagiate” (come tra l’altro essere spediti in “sede disagiata”, appunto, con scarso preavviso e senza che ti comunichino per quanto tempo).

A scanso di equivoci: questo non ha nulla a che vedere col subire costrizioni e angherie psicofisiche, come ad esempio avviene con minorenni sfruttati per estrarre materiali rari dalle miniere in condizioni tossiche (strictu sensu, non col modo di dire abusato oggi per persone, relazioni e contesti sociali fisici e online) e di sicurezza precarie, né di bambini che cuciono e tingono i vestiti del fast-fashion tanto amato da molti (invito a vedere almeno un paio di documentari/reportage in merito, ne ho già scritto in passato). Qui diamo per scontato un certo grado di benessere e di libertà, ma “spalare merda senza possibilità di scelta” è la condizione quotidiana (e per tutta la vita) a cui son praticamente condannati alcuni indiani della casta più bassa, come chi lavora nelle pericolose fogne senza possibilità di poter cambiare (la questione dei gabinetti, in India e non solo, è un tema serissimo, ci torno tra poche righe). Cerchiamo di tenere a mente queste situazioni per rimettere il mondo in prospettiva, tra una pigra lamentela da iper-viziati del primo mondo e una denunzia social per micro-aggressione perché un cliente ha osato guardarci un microsecondo più del dovuto mentre pagava il conto alla cassa.

Uno dei tanti insegnamenti imparati durante il periodo scout è quello di aiutare gli altri senza aspettarsi nulla in cambio: contribuisci a pulire l’ambiente per “lasciare il mondo un po’ migliore di come l’hai trovato” (cit. dal fondatore Robert Baden-Powell) e vieni deriso da idioti che pensano che passare la domenica mattina in uniforme scout a raccogliere spazzatura in bosco/città sia qualcosa da sfigati? Fregatene, impara il “Coraggio di non piacere agli altri” (come s’intitola un bel libro di Ichiro Kishimi e Fumitake Koga sulla psicologia adleriana), lo fai perché credi nei valori associativi che hai interiorizzato, non per ricevere un applauso da parte di incivili che gettano rifiuti per terra o da parte di quella folta schiera di fancazzisti dipendenti di comune, provincia, regione, forestale o aziende appaltate, pagàti coi soldi dei contribuenti per imboscarsi senza lavorare. Dai una mano ad una persona con disabilità mentale e quello anziché ringraziarti cerca anche di menarti (importante: il principio alla base, come insegnato anche nei vari corsi di primo intervento, è l’auto-protezione, operare solo in situazioni in cui si è ragionevolmente sicuri di non farsi del male)? Non importa, la più grande soddisfazione, quando non ricambia neppure con un sorriso, è sapere di aver contribuito, anche se solo per poco, ad alleviare la sua sofferenza, come farebbe un piccolo Bodhisattva (e cito concetti buddhisti a riprova del fatto che alcuni valori vanno aldilà di una singola confessione religiosa, appartenenza politica o qualsivoglia tifoseria).

Esistono tante professioni che alcuni possono definire “ingrate” (e qualche testadecazzo può persino denigrare, come fa chi, comodamente seduto nella sua automobile con aria condizionata, quasi irride l’operatore della nettezza urbana sotto la pioggia, l’asfaltista sotto il sole cocente di mezzogiorno ad agosto per riparare la strada in situazioni d’emergenza ricevendo magari anche sguardi bestemmianti dagli automobilisti incolonnati, l’operatore che spala la neve, al gelo, a bordo strada o sul marciapiede e così via). Ci sono poi tutti i manutentori in posti scomodi e/o pericolosi, dagli abissi, alle piattaforme negli oceani, fino a su in alto sui tralicci dell’alta tensione, per non parlare di operatori sanitari e nel settore di cura/assistenza celebrati e poi dimenticati appena terminata la fase critica della scorsa pandemia (se non addirittura aggrediti da trogloditi, in ospedali, cliniche, case di cura, farmacie e luoghi dove in teoria si dovrebbe trovare la salute, non perderla). Non è una gara a chi “spala più merda”, ma in senso stretto legato al tema ci sono i manutentori delle reti fognarie, persone a cui va la mia sincera gratitudine ogni volta in cui tiro lo scarico: pochi sanno che, sin dai tempi della cloaca maxima, le fognature sono un’importante indice di civiltà (ben più del possesso di gingilli appariscenti), non a caso uno dei progetti filantropici più importanti in cui è coinvolta la fondazione Bill e Melinda Gates (centinaia di milioni di dollari spesi in anni) riguarda sostanzialmente cessi – e sì, c’è chi si dedica a ricerca e sviluppo per cercare di migliorare le cose, anziché andare a frignare in studi televisivi, sui social o starnazzando per strada.

Bill Gates brandishes poo to showcase reinvented toilet tech, 2018

Chiedo scusa per non aver elencato tutte le possibili professioni che condividono analoga sorte, sono davvero tante – e in gran parte ce ne ricordiamo solo quando qualcosa non va, come quando si ostruisce uno scarico (e spesso per colpa nostra che ad esempio versiamo olio nel lavandino – sul serio: non fatelo! raccoglietelo man mano in bottiglie e portatelo al più vicino centro di raccolta). E, ancora peggio, tanto più un servizio funziona, tanto più questi operatori sono “trasparenti”.

Chi legge questo sito è, in buona parte, qualcuno che “lavora nel digitale” (o uno studente che prevede di lavorare in settori informatici (come quelli che ho elencato in Lo spippolatore folle, ovverosia “l’informatico”) o comunque d’ufficio), quindi in tal caso “spalare merda” diventa un concetto più astratto dal “layer fisico”, ma magari altrettanto scomodo ed ingrato. Talvolta sono mansioni che costituiscono il grosso dell’attività lavorativa, a volte sono solo sporadiche occorrenze. Tra le persone (che spero vengano sempre più assistite da sistemi tecnologici d’automazione) che svolgono attività noiose, logoranti e spesso prive di gratiicazione non posso non pensare ai moderatori di contenuti online (almeno centinaia di operatori in tal senso hanno ricevuto diagnosi di disturbo da stress post-traumatico, come ad esempio questi lavoratori per Facebook che in Kenya visionavano contenuti che definire “estremi” è un eufemismo: immagini e video di torture, abusi su minori, amputazioni, omicidi, stragi, maltrattamento su animali e in generale qualunque cosa faccia riconsiderare il nostro pensiero di “contenuto violento” quando segnaliamo che qualcuno ha scritto qualcosa di gravemente “grassofobico” come affermare che un indice di massa corporea elevato può presentare rischi maggiori per la salute). Meno pesanti, ma numericamente molto più diffusi, tutti gli operatori dei call-center, in particolar modo l'”help desk 1° livello” (questo video tratto da “IT Crowd” ben riassume una telefonata tipo), chi si occupa a vario titolo (e in diversa percentuale del proprio tempo lavorativo) di data entry e di compliance, come gli auditor interni (che, tra la spunta di una checklist e l’altra, spesso riceve antipatie dai propri colleghi e dai propri superiori).

Di merda ne ho spalata tanta, contribuendo a garantire la sicurezza nazionale (anche in contesti internazionali), spesso tappandomi il naso e andando avanti, inarrestabile come Mosconi durante la conduzione del TG e con lo stesso stato d’animo, ma senza poterlo esternare troppo – quando andava bene, potevo al massimo appellarmi allo ius murmurandi (“diritto di mugugno”), del resto “Usi obbedir tacendo e tacendo morir”. Quello che m’è rimasto è, oltre ad un’enorme tolleranza verso fastidi di diversa natura, l’aver imparato ad apprezzare alcune attività, persino quelle che più mi creavano sofferenza e/o una “sana” paura (e qui siamo ben oltre il concetto di “uscire dalla zona di comfort”). L’aver poi lasciato l’ambiente in cui mi trovavo prima ha avuto uno stranissimo effetto di “leggerezza”, come se mi fossi allenato in condizioni estreme come Goku e Vegeta, per poi tornare a gravità terrestre e togliermi di dosso pesantissime zavorre che mi limitavano anche nei movimenti – questo spiega in parte come io riesca ora a leggere tranquillamente anche più di un libro a giorno, se mi va (v. il WILL (What I Love Learning) – 2026.01 e similmente quello di febbraio 2026 che dovrebbe uscire un paio di giorni dopo il presente articolo).

Consiglio a chi si trova a svolgere alcune attività poco piacevoli di:

  • restare nel qui e ora: come Thich Nhat Hanh ed altri hanno insegnato, non cercate di andare con la mentre altrove, mentre svolgete compiti duri e fastidiosi come lavare piatti nell’acqua fredda all’esterno di un tempio d’inverno, ma anche semplicemente mentre stirate o svolgete attività burocratiche, compiti e faccende di diversa natura, non cercate di risolvere tutto il più frettolosamente possibile come fosse una pillola amarissima da buttare giù di corsa per andare poi a svolgere altro;
  • considerare l’utilità per gli altri: mi rendo conto che a volte può essere difficile vedere l’utilità in compiti noiosi come il redigere la dichiarazione delle tasse, ma ad esempio in tal caso è utile per aiutare la collettività a individuare correttamente e velocemente l’importo fiscale che ci spetta come contributo per beni e servizi forniti dalla comunità a cui siamo chiamati a partecipare a doppio filo, dare e avere, considerando che alcuni individui o gruppi possono aver più bisogno di noi, senza scomodare il concetto marxista del “Jeder nach seinen Fähigkeiten, jedem nach seinen Bedürfnissen” (da ciascuno secondo le sue capacità, a ciascuno secondo i suoi bisogni), ma semplicemente ricordandoci che (in un equo “contratto sociale”, come direbbe Jean-Jacques Rousseau) uno stato dovrebbe assistere i soggetti più deboli (quelli davvero impossibilitati, non i fancazzisti – che non chiamerò “refrattari al lavoro” perché altrimenti mi si potrebbe accusare di “visioni nostalgiche” di un certo periodo storico buio, illuminato non della ragione, ma dal fuoco di forni crematori); quando al lavoro o altrove vi trovate a testa bassa a svolgere un compito, magari persino in apnea (come quella da e-mail), prendete un attimo per un respiro consapevole e ricordatevi dei tre operai uno accanto all’altro a svolgere lo stesso identico lavoro, uno dicendo “spacco pietre per potermi comprare il pane”, l’altro “sto spaccando pietre per poi metterle insieme a tirar su un muro” e l’altro ancora “sto spaccando queste pietre che poi andranno a formare questa bellissima cattedrale!” – attenzione però all’opposto alla trappola del lavaggio del cervello col pensiero positivo a tutti i costi o, persino peggio, dell’illusione della “azienda come famiglia” per cui sacrificarsi anche molto, perché io qui sto parlando del gradino della piramide di Maslow noto come “bisogno di contributo” in maniera sana;
  • considerare l’utilità per noi stessi: tutto, prima o poi, torna utile, in modi e in tempi che ora magari neppure immaginiamo. Una delle mie più grandi soddisfazioni è aiutare gli altri a “vedere la foresta” quando loro sono bloccati senza mappa tra gli alberi, dare una mano a “collegare i diversi punti” (ho già citato, “qualche volta”, il libro “Range” di David Epstein, in cui si mostra quanti “geni”, a prima vista “super-specialistici”, siano in realtà tendenti ad essere interessati a tantissimi settori che spesso collegano in maniera mai pensata prima – v. anche Umano Universale: 1. Perché). Fondamentale mantenere la propria mente attiva in quei frangenti: chi svolge un lavoro monotono, può cercare di automatizzarlo e renderlo più efficiente (v. la gag di IT Crowd prima citata, ma sul serio in tanti anni ho reso più efficienti tantissime attività noiose e ripetitive, poi passando la procedura o lo script a chi se ne occupava, diminuendo il tempo, le imprecazioni e gli errori) e magari comunicarlo anche agli altri (torna il discorso di cercare di ridurre sofferenza), oppure trarne benefici di second’ordine (fai “data entry” e ti sembra di essere meno valorizzato delle scimmie del Sig. Burns? considera che è un’opportunità per migliorare le proprie capacità di dattilografia, che può tornare utile in altre attività in cui si digita tanto al computer; sei impiegato al call center o all’help desk tutto il giorno? approfitta per imparare a capire le persone anche solo dal modo in cui salutano, a sviluppare maggiore empatia, anche a sperimentare (con criterio e nei limiti previsti, est modus in rebus!) come un diverso approccio può cambiare la risposta dall’altra parte);
  • approfittare per capire bene cosa ci piace e cosa no: per qualcuno, il lavoro da bibliotecaro può essere la massima fonte di gioia e procurargli immensi momenti di “flow”, per altri può essere un supplizio; lavorare all’aperto in cantiere può essere, per alcuni, preferibile rispetto a revisionare ogni giorno pile di scartoffie burocratiche; cercare quindi di analizzare esattamente cosa ci piace delle diverse attività lavorative/personali e cosa invece ci “scarica energia”, consiglio di svolgere gli esercizi presenti in “Designing your life” di Bill Burnett, Dave Evans, che tornano utili soprattutto se quindi si cercano altre opportunità;
  • valutare quanto convenga spalare più del dovuto: non è incitamento al quiet quitting (o forse sì? :D), per le valutazioni di stampo “straordinario” (in senso lavorativo) rimando alla lettura di La scalata verso i piani alti.

Tu che hai letto tutto l’articolo (se senza pause né distrazioni: complimenti per la non comune capacità di concentrazione!): se ti va di condividere nei commenti la tua esperienza di episodi di “spalamento” (fisico o figurato), il tuo racconto può magari essere utile agli altri (importante: per favore, niente dati sensibili o allusioni esplicite a persone o organizzazioni); se invece ti senti bloccato in un percorso di vita (lavorativa e non) in cui senti che stai soltanto spalando escrementi senza vedere un senso né una via d’uscita, puoi contattarmi per una chiacchierata (v. Coaching (vita e carriera)).

Buona allegra spalata di merda a tutti! 🙂

Immagine realizzata da me tramite sistemi di intelligenza artificiale generativa – rende in maniera abbastanza accurata l’esperienza che ho vissuto

Libri e risorse consigliate

  • “No Mud, No Lotus: The Art of Transforming Suffering”, Thich Nhat Hanh, 2014
  • “Flow”, Mihaly Csikszentmihalyi, 1990
  • “The Happiness Trap”, Russ Harris, 2007
  • “Designing your life Bill Burnett”, Dave Evans 2016
  • “Range: Why Generalists Triumph in a Specialized World”, David Epstein, 2019
  • “Courage to be Disliked”, Fumitake Kogam, Ichiro Kishimi, 2013
  • “Man’s Search for Meaning”, Viktor Frankl, 1946
  • “The burn-out society”, Byung-Chul Han, 2010
  • “Be useful: seven tools for life”, Arnold Schwarzenegger, 2023
  • “In Praise of Idleness”, Bertrand Russell, 1935
  • “On the Social Contract; or, Principles of Political Right”, Jean Jacques Rousseau, 1762
  • La scienza dello stare bene

2 commenti

  1. Ricordo con fiero orgoglio la settimana di chiusura natalizia nella quale, in una delle 14 aziende per la quale ho lavorato nei miei 16 anni di lavoro, ho riorganizzato totalmente il modo in cui venivano archiviati i campioni degli stampi plastici.

    Ero in azienda da poco più di un mese con il ruolo di controllo qualità operativo in produzione.
    L’azienda si occupava di stampaggio plastico e io non avevo nessuna esperienza nello stampaggio plastico e nemmeno come controllo qualità.

    Quasi sicuramente sono stato chiamato alle armi a colloquio per una svista dell’agenzia di lavoro che, leggendo “controllo qualità” nel CV riferendomi all’attività che svolgevo in aziende metalmeccaniche a fine lavorazione, mi ha inviato a colloquio in azienda.

    Per cercare di farla breve ero stato assunto in una azienda di un settore a me praticamente sconosciuto, in un ruolo che non avevo mai ricoperto e con lo stesso stipendio del mio primo lavoro (di 10 anni prima).

    In tutto questo io, vuoi per necessità virtù vuoi per sfida, ero carico e speranzoso come non lo sono stato mai.

    Avendo letto più e più libri sulla lean production, il metodo kaizen e tutto quel filone (pur avendo sempre e solo ricoperto ruoli da operatore finale in produzione o operaio specializzato o simili) volevo partire col piede giusto e mettermi a disposizione per cercare di migliorare il posto di lavoro.

    Fin dai primi giorni osservavo, come un bimbo curioso di 3/4 anni, l’operatività di chi lavorava in azienda da diverso tempo e, pur essendo totalmente un novellino del settore, notavo che gli attrezzisti (operatori specializzati che preparavano le macchine di stampaggio plastico al cambio di produzione/prodotto) impiegassero tanto tantissimo tempo nel cercare tra scatoloni anonimi e accatastati, senza un senso apparente, i campioni del prodotto finito che doveva essere fabbricato da lì a poco con il nuovo stampo.

    In quanto curioso e logisticamente posizionato proprio a fianco di questi scaffali confusi contenenti scatole diverse di forma, colore e materiale, trovavo inaccettabile il dover perdere fino a 40 minuti per trovare un oggetto che dovrebbe essere basilare e fondamentale per ogni nuova produzione.

    Considerando che ogni giorno c’erano almeno 4/5 cambi stampo è facile fare un calcolo rapido e vedere come si andavano a sprecare almeno 2 ore abbondanti di lavoro alla ricerca del campione perduto.

    Visto tutto questo mi sono proposto, o auto condannato(?), al titolare di riorganizzare e riordinare completamente l’area campioni sistemando al meglio gli scaffali e tutto in un modo sensato.
    L’area è passata da avere 3 scaffali messi in modo inguardabile e scomodo anche solo per entrare nell’area con scatole di cartone, metallo, plastica e colori diversi a una arra con gli stessi 3 scaffali organizzati in modo diverso (a forma di Ferro di cavallo) per agevolare l’entrata delle persone e scatole tutte uguali in plastica impilabili (più facili a partire e pulire eventualmente) con etichette poste in testata e numerate in un range (esempio stampi da 1 – 26, 27 – 52 e così via). Prima erano classificate alcune per nome fornitore, alcune per linea prodotto, alcune per anno in cui è stato prodotto lo stampo.

    Un vero lavoro di merda fatto in una settimana in cui ho ingoiato chili di polvere polvere, ho riesumato campioni “stampato” da troppo tempo per essere ritenuto ancora valido perché i materiali usati non erano più gli stessi o avevano cambiato colore per degrado e mal conservazione, ho rischiato il tetano e i Kitemmort delle persone alle quali chiedevo di fornirmi le scatole nuove di plastica.

    Nonostante tutto ero davvero felice di vedere piano piano, giorno dopo giorno, dare una forma e un senso organizzato all’area.

    A lavoro finito gli attrezzisti non impiegavano più di 1 minuto e mezzo a cercare e trovare il campione necessario data l’organizzazione con la numerazione per stampo (dato che era espressamente indicato già negli ordini di lavoro da sempre).

    Credo di aver fatto un altro mezzo post nel commento, perdonami 🙂

    • Ciao Kridian,
      grazie per aver condiviso momenti di “riordino”, una delle attività tanto importanti quanto sottovalutate. Nel tuo caso, nel mondo “fisico” – ma lo stesso avviene anche con i bit (come negli archivi digitali, “ristrutturazione” di architetture/repository e tanto altro). Spero che, se non a livello di gratificazione salariale/carrieristica, almeno ci sia stata riconoscenza ed espressione di gratitudine da parte dei colleghi (oltre ai citati “Kitemmort” ricevuti; immagino chi lavora in quell’azienda “che non è né di Bolzano né di Bellinzona”, cit.). Se ti consola, non solo ho svolto più volte qualcosa di analogo (ricevendo imprecazioni che farebbero rivoltare Mosconi), ma ho anche passato tantissime serate a sistemare casseforti e distruggere fisicamente quintali (e non è un’esagerazione, per nulla) di documenti particolari (non specifico oltre) che i miei predecessori avevano lasciato per incuria e pigrizia; poi puntualmente venivo trasferito in un nuovo comando/ente e ripetevo lo stesso lavoro nel “tempo libero”; a volte, lo facciamo anche solo per stare in pace con noi stessi.
      Comunque cambiare 14 aziende su 16 anni di lavoro non è “job hopping”, è proprio un altro lavoro in parallelo! 😀

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