Perché e come scrivere un libro

Chi mi conosce da un po’ avrà notato la quantità di libri (in gran parte saggi) che consumo mediamente in un anno (col picco di 1,25libri/giorno raggiunto in tre mesi quest’anno), lo stesso avviene con corsi universitari/professionali e materiale informativo d’ogni tipo, decisamente troppo (v. Bulimia informativa. Forse seriamente un disturbo.). Poi un mio amico, Mr. RIP, lo scorso anno ha parlato di me in live e ha quindi collegato l’autore di questo blog al (co)autore di un libro (libro cartaceo che aveva più volte mostrato in live, in passato, senza collegarlo a chi sta scrivendo l’articolo che state leggendo in questo istante).

Quindi: sì, l’autore di questo blog ha un nome. Piacere, Arturo Cobalto. Inutile che mi cerchiate sui socialmerda, vi risparmio il tempo da perdere per non troverete nulla (neppure su Linkedin, che è diventato peggio del Facebook della prima ora); chi vuole comunicare con me, può scrivermi per e-mail o (se pertinente allo specifico articolo) commentare sotto un mio post sul presente blog.

Non amo parlare molto in dettaglio di ciò che ho fatto, innanzitutto per motivi di riservatezza (non sono uno di quelli che pubblica persino dirette mentre è in giro, addirittura inquadrando in tempo reale i propri figli minorenni (quella piaga sociale che prende il nome di sharenting) e passanti ignari di finire condivisi in tempo reale da qualche imbecille incurante della riservatezza altrui), ma anche perché la malatissima cultura italo-cattolica che purtroppo mi si è appiccicata dalle “scuole materne” (o asilo o dell’infanzia o Kindergarten o come volete rinominarle) ha creato in me un grandissimo senso di imbarazzo, quasi vergogna, per ciò che sono riuscito a fare – ben inteso che io creda fermamente che “chi si vanta da solo non val un fagiuolo”, che “Ego is the enemy” come scrive Ryan Holiday (da non confondere con “La vita è il nemico”, cit. Richard Benson) e che siamo tutti un insieme di particelle in un interessere (in senso buddhista) molto più grande, ma tra il non flexare e il sentire quasi il bisogno di scusarsi per essere stati in grado di far qualcosa, magari anche bene, ce ne passa. Se è riuscito difficile la lunga frase precedente, piena di diramazioni, è perché siamo ormai abituati al modo di scrivere di certi “letterati” contemporanei che abusano di paratassi. Scrivendo così. Peggio di ChatGPT. Neppure soggetto e predicato. Punto. Io invece continuo a rivolgermi ad un pubblico che abbia circa le capacità intellettive e la curiosità di cui disponevo ai tempi della quinta elementare, salvo ovviamente nei casi in cui mi rivolgo ad un pubblico di bambini.

Ci sarà modo di scrivere qualcosa in più in merito alle mie decisioni nel percorso di vita (esclusivamente nell’ottica di poter essere utile a qualche giovane), ma non è questo il momento, ho già divagato abbastanza.

Perché scrivere un libro

Esistono diversi motivi per cui qualcuno decide di lanciarsi in quest’attività, solitamente time-consuming (salvo delegarla a un ghost-writer magari affittato in qualche nazione in via di sviluppo, tramite note piattaforme online oppure… farselo scrivere da un LLM come ChatGPT).

C’è chi lo fa per monetizzare, capitalizzando una sua fan base: è il caso, proprio da Market(t)ing 101, di influencer che hanno un certo sèguito e quindi decidono di scrivere qualcosa in linea con gli interessi della propria comunità (soprattutto quando il target è abbastanza specifico e omogeneo), ma molto più spesso (soprattutto quando ci si rivolge a un pubblico generalista, come accade per gamer, commentatori d’attualità, vlogger generici e intrattenitori d’ogni sorta, potenziati dal personaggismo) finiscono col propinare loro una qualunque monnezza (massimo rendimento, minimo sforzo), ‘ché tanto un vero fan(atico) paga a caro prezzo ed osanna come una reliquia un qualunque prodotto di merchandise.

C’è chi si lancia nel tentativo d’arricchirsi (con dubbie tecniche di “pubblicazione libretti su Amazon”) o di crearsi una “fama” che magari torna utile per far colpo con gli altri e anche nel proprio CV: “Scrittore/autore”, non occorre che la qualità vada oltre quella di uno dei tanti libri-scherzo con le pagine bianche, si può persino provare a selezionare un sottosettore di estrema nicchia, piccolo abbastanza per poter affermare “un mio libro è stato best-seller per una settimana” (almeno è meno nocivo del cherry picking nella pesca dati a strascico e del p-hacking nella ricerca).

Posso esserci diversi motivi spingitori (cit. Vulvia (Corrado Guzzanti)) di scrittori, alcuni anche meno comprensibili alla nostra piena consapevolezza (magari qualche “Elefante nel cervello”, direbbe Robin Hanson), ma nel mio caso il motivo era semplice: come ha anche detto il biologo divulgatore Giacomo Moro Mauretto (di cui ho molto apprezzato l’approccio di sistema in un suo libro di cui avevo scritto: Se pianto un albero posso mangiare una bistecca?), a volte si scrive un libro anche solo per se stessi, è un lungo viaggio (consiglio di ascoltare direttamente le sue parole: Entropy for Life – Giacomo Moro Mauretto).
Sì, perché scrivere (bene) un saggio implica rivedere quello che si conosceva in merito agli argomenti trattati, far luce e (si spera) molta chiarezza, attivare il cervello nel filtrare e distillare le informazioni, obbligarsi a semplificare (stando attenti a non perdere troppo dettaglio e a non distorcere la descrizione della realtà quando si cerca di rimuovere complessità, come può avvenire interpolando una sinusoide campionata male al punto di approssimarla a una retta), aggiornarsi, imporsi delle abitudini temporali di scrittura (come Stephen King suggerisce nel suo “On writing”) e tanto, tanto altro. Quello che ne esce è sì un prodotto potenzialmente utile agli altri, ma che migliora (sempre se scritto con criterio) l’autore stesso.
Come dice il filosofo divulgatore Rick DuFer (link diretto al suo pensiero in merito), scrivere è anche una forma di meditazione – al contempo, c’è anche il vantaggio di ruscire a star lontani da scrolling compulsivo e overthinking, semplicemente perché impegnàti a far altro.

Come scrivere un libro

Questa non vuole essere una guida pratica universale e soprattutto il modo di scrivere un libro dipende anche (se non soprattutto) dal modo in cui è stato ideato, dalle sue motivazioni e dal contesto. Valgono ovviamente le solite considerazioni (spesso di semplice buonsenso) che potrà fornire chiunque abbia scritto libri decenti, in merito alla struttura, alla lunghezza, al registro linguistico e a tanti altri fattori che devono ovviamente tener conto, oltre che delle capacità dell’autore, soprattutto del pubblico di riferimento: età, livello di istruzione, contesto educativo/sociale e, dipende dai casi, alcune caratteristiche specifiche. Parlerò dell’esperienza specifica, sperando – come spero quasi ogni volta che scrivo un articolo – che possa essere di interesse e magari d’ispirazione per emulazione o per miglioramento in altri àmbiti.

Come sicuramente saprà chiunque abbia svolto un corso di comunicazione (l’ultima volta che ho rivisto questa roba è stato durante un master universitario obbligatorio quando ancora indossavo un’uniforme in Italia), si dovrebbe comunicare subito il “WIIFM” (“What’s in it for me“, cosa c’è di interessante che posso trovare in questo discorso/presentazione/libro/video/contenuto… un po’ come fosse un trailer di un film) e il perché si è “titolati” a parlarne. In questo caso specifico, i due autori (lo scrivente – appunto, Arturo – insieme ad un mio amico ed ex-collega, Fulvio) sono due ingegneri ex-ufficiali di forze armate, con esperienze in diversi contesti interforze (in particolare, con fortissima conoscenza ed esperienza nel campo della sicurezza informatica, sebbene con diverse “diramazioni”, che non specificherò ulteriormente), con diversi interessi in tanti campi diversi, con diverse basi comuni ma ognuno con “punti di forza” specifici: ad esempio, sebbene entrambi siamo appassionati di lettura e studio continuo, uno è molto più forte nel campo letterario/umanistico, l’altro ha approfondito in dettaglio i diversi aspetti di psicologia cognitiva, sociale e dell’età evolutiva. Quindi come siamo finiti a scrivere un libro?

Tentando un’analogia col triangolo del fuoco (nessun riferimento magico/esoterico, si tratta di chimica-fisica), gli autori e le conoscenze possono rappresentare combustibile e comburente, ma… l’innesco? Bene, dopo diverso tempo in cui ci condividevamo in maniera spesso ironica e sarcastica, ma a volte anche molto preoccupata, le diverse aberrazioni che vedevamo su Internet (in particolare in merito alle piattaforme social, ma non solo), a uno dei due è scattata l’associazione delle divinità (qui si potrebbe aprire una lunga questione sul “greco-romane”, ma non lo farò) con i comportamenti che si osservano di continuo su Internet; l’altro ha colto immediatamente l’incredibile potenzialità di un simile accostamento e visualizzato in tempo reale la possibile struttura, quindi da questa scintilla… l’incendio è subito divampato! Io e Fulvio ci siamo quindi visti di persona e, tra un morso e l’altro a ottimi cibo e bevande locali (sì, contrariamente ai luoghi comuni, si mangia molto bene anche centro-nord Europa, se uno sa cosa/dove cercare), abbiamo brainstormato tirato giù l’elenco delle divinità adatte allo scopo, identificandone anche il numero… che abbiamo poi fissato a 12 (ognuno ci veda il significato che desidera; chi ha letto i miei articoli sulla musica di recente, potrà pensare ai 12 semitoni di un’ottava).

L’idea fondamentale del libro non era solo quella di intrattenere o di cercare di fornire nozioni (comunque abbinate in maniera originale ed organica), ma di aumentare la consapevolezza nell’utilizzo di tecnologie di uso quotidiano e di fornire pratiche soluzioni immediatamente implementabili nella vita di tutti i giorni. Da quell’incontro, sono seguite centinaia di pagine, tutte interamente scritte “alla vecchia maniera”, zero LLM (potremmo apporre un’eventuale bollino “AI free” all’intero contenuto, ma non tanto per una luddista questione di principio: ho davvero provato qualche chatbot in diverse fasi, ma i risultati sono stati davvero deludenti, a dir poco mediocri – almeno per i miei standard).

La struttura è schematica e semplice, come ci si può aspettare da due ingegneri 🙂 Una divinità per ogni capitolo, con la pratica suddivisione in tre parti per capitolo: storia della divinità (rimarcando aspetti spesso poco noti e soprattutto un’analisi psicologica-sociologica, oltre che storica, del mito), gli effetti di quella divinità nel mondo contemporaneo (principalmente online, ma che si ripercuotono “nella vita vera”) e le possibili soluzioni per difendersi da quella divinità, mitigando gli effetti. Il tutto, con un linguaggio accessibile anche a chi non è pratico di nuove tecnologie; come suggeriva Piero Angela in merito alla sua divulgazione, ci siamo rivolti idealmente “ad un ragazzo sveglio di 15 anni” (consiglio la lettura de “La meraviglia del tutto”, che trovate recensito nel WILL (What I Love Learning) – 2026.01). Ammetto che l’idea in partenza era di provare a rivolgersi ad un pubblico anche più giovane, ma ci siamo subito resi conto che avremmo dovuto limitare parecchio sia il tipo di temi trattati, sia ovviamente la profondità (non tanto tecnologica, quanto psicologica).

Il metodo utilizzato, riassunto all’osso, è stato semplicemente: pensiero divergente su ogni possibile aspetto tecnico-psicologico-sociale in merito ai diversi contesti rappresentati dalle divinità, studio e rielaborazione di fonti letterarie, giornalistiche, istituzionali e soprattutto scientifiche (con tanta, davvero tantissima, letteratura scientifica a supporto – siamo entrambi “fissati” con dati e rigore scientifico), “assemblaggio” in maniera organica e… mutua revisione: non volevamo uscisse fuori uno di quei libri in cui ogni autore tratta in maniera autonoma e disgiunta un capitolo. Quindi c’è un po’ di ognuno degli autori in ogni paragrafo. Per rendere il libro più interessante e (si spera) utile, siamo andati oltre: disseminati abbastanza di frequente nel libro, si trovano tantissimi riferimenti a cultura sia “aulica” sia pop; si può trovare una citazione di Boris alternata ad una della bibbia, una frase di Fabrizio De André seguita da una dei Nanowar of Steel, una menzione ad “Inside Out” ed una a “Scopone scientifico”, si accenna a Catullo come si accenna anche a Maccio Capatonda. L’idea in questo caso non è uno sfoggio della sterminata cultura (de che?) che siamo in grado di mettere insieme in due folli consumatori di “roba seria e trash”, antica e contemporanea, né quella di limitarsi a mostrare che alcune situazioni sono state ben rappresentate/descritte da diverse opere (fornendo comunque collegamenti a volte insoliti e inaspettati): l’obiettivo è anche quello di invogliare i lettori a curiosare; come avrebbe detto l’irriverente Bill Hicks (in ben altro contesto, comunque trattato nel libro): stiamo solo piantando semi, magari un giorno metteranno radici. Tengo particolarmente a rimarcare questo aspetto: il libro funziona in entrambe le direzioni, mostrando un po’ di riferimenti passati ai giovanissimi e al contempo “aggiornando” i meno giovani in merito agli ultimi trend (senza il rischio di apparire cringe mostrandosi in qualche challenge o meme dilagante tra ragazzini – nessun riferimento al sindaco di una nota capitale italiana). Abbiamo comunque frenato di molto le varie divagazioni e imposto comunque un filtro al trash e al nonsense, ma resta valido il principio espresso dal fondatore scout, Gen. Robert Boden-Powell: “Tutto col gioco, niente per gioco”; è possibile restare leggeri e un po’ ironici (con molta moderazione) anche nella trattazione di temi seri – ci siamo tuttavia astenuti dallo scadere verso il cinismo, soprattutto abbiamo cercato di adottare una mentalità molto “zen”, “non giudicante”, perché il nostro obiettivo non è puntare il dito verso chi cade in certe trappole, ma al contrario cercare di tirar fuori chi trova difficile uscirne o addirittura non si rende conto d’esserci scivolato dentro. Gran parte dell’impegno (e del tempo) è stato paradossalmente non nel costruire, ma nel filtrare e rifinire – al contrario di molti autori americani che montano centinaia di pagine ripetitive su argomenti che si possono riassumere in mezza pagina, qui la densità nel contenuto informativo è altissima, difficile da comprimere ulteriormente senza perdere qualcosa… e tanto è stato lasciato fuori. Per questo motivo, abbiamo lasciato un numero elevatissimo di note e anche di ulteriori libri (che avevamo consultato e che speriamo di aver menzionato, non vogliamo appropriarci del lavoro di nessuno!) che il lettore curioso può andare a cercare per approfondire – avrei voluto aggiungere ulteriori risorse consigliate, ma avremmo finito con lo spaventare i lettori.

Copertina e illustrazioni: per quanto si possa continuare a dire di “non giudicare un libro dalla copertina”, è tristemente vero (soprattutto nell’era di Instagram, se non addirittura dei filmati TikTok e persino dei video lunghi su Youtube) che la maggior parte delle persone degna il mondo esterno di un solo sguardo, al massimo (secondo capacità di attenzione) una manciata di secondi, prima di “scrollare” verso l’oggetto successivo, non importa che sia la foto di un piatto sul menù di un ristorante o di un enorme quadro (da andare a vedere al museo giusto il tempo di un selfie). Quindi ci siamo chiesti come realizzare copertina e illustrazioni, mentre terminavamo la stesura del libro. Avremmo potuto delegare la parte grafica a qualche autore noto (comportando tra l’altro un dispendio economico non indifferente) o provare a cercare qualcuno a basso tramite note piattaforme, oppure far generare in pochi minuti i disegni ad uno dei tanti sistemi di intelligenza artificiale generativa (quelli che utilizzo sovente a corredo dei miei articoli su questo blog, ma che molto spesso lasciano dettagli che non mi piacciono), ma… perché non sfruttare capacità “in house“? Armato di tavoletta grafica, ho quindi rappresentato ognuno dei dodici capitoli, solo con tratto a “matita” (digitale), oltre alla copertina a colori. Non saranno paragonabili alle copertine di Alex Ross o alle illustrazioni di Arthur Rackham, ma penso che aiutino a rendere l’idea. Oltre ad essere stata una mossa frugale (e ad avermi regalato tante ore di “flow”), spero in tal modo di contribuire a dare il buon esempio, ispirando altri a disegnare e a non vergognarsi dei propri lavori.

Una volta terminato di scrivere un libro, che si fa? Per pubblicarlo, esistono principalmente due metodi: avvalersi di un editore oppure andare in autopubblicazione. Abbiamo scelto la seconda strada per diversi motivi: innanzitutto una questione di totale libertà espressiva, dato che una casa editrice ha delle regole, un filtro a maglie strette su cosa può essere scritto e come. Inoltre, c’è la questione economica (su cui tornerò tra pochissimo): una casa editrice può chiedere un certo prezzo per la pubblicazione e per la (decisamente non efficiente) logistica, tra distribuzione, stoccaggio, eventuale disposizione in vetrina in negozi e così via – oltre ovviamente alla parte di market(t)ing (ne scrivo un po’ di più tra poco). Quindi abbiamo optato per l’autopubblicazione, tramite una nota multinazionale che stampa alla bisogna (“print on demand“) e che quindi consente anche di apportare un minimo di modifiche in caso di refusi (che purtroppo possono essere più frequenti quando si lavora a quattro mani su un documento condiviso).

E quindi arriva la questione economica: dato che questo non è un video Youtube con crescente musica epica per la suspence sul cliff-hanger, lo scrivo subito: il rischio di finire in perdita, se non si ha un audience di partenza, è molto elevato – ed è quello che è successo, come del resto mi aspettavo. Detta in altri termini: non solo si può considerare una perdita economica considerata la paga media oraria dei due autori (quindi se avessero dedicato il tempo di scrittura libro a svolgere la loro principale attività lavorativa), ma anche se si considera il confronto con una qualunque attività “umile” a bassissima remunerazione oraria. E vado persino oltre: in perdita in termini assoluti, anche se quel tempo fosse stato piuttosto speso a fissare le nuvole, semplicemente perché abbiamo anche regalato diverse copie (in particolare, ad amici che genitori di bambini tra 0 e 12 anni, ma non solo). Il prezzo che abbiamo fissato è decisamente accessibile a chiunque (e comunque non avevamo chissà quanto altro margine, tolti i soldi che si prende Amazon per pubblicazione, stampa e consegna – se cartaceo). In alternativa, avremmo potuto considerare l’idea di renderlo accessibile gratuitamente a tutti, ma non sarebbe stato molto corretto in linea di principio, anche se viviamo in un’era in cui scrocconi d’ogni sorta pretendono di volere tutto gratis, subito e meglio (onestamente, trovo a dir poco ripugnanti certi commenti lamentosi di balordi che avanzano pretese assurde sotto video di Youtuber: come osano questi creatori di contenuti chiedere abbonamenti o permettersi di smarkettare uno sponsor? Vogliono mica pretendere di portare il pane a casa dopo aver profuso ore di impegno!). Inoltre, purtroppo, tantissime persone tendono a svalutare quando qualcosa è disponibile gratuitamente.

Come pubblicizzarlo? E qui arriva il tasto dolente: collegato probabilmente all’aspetto personale che ho mostrato a inizio articolo, non mi piace molto mostrare i miei lavori, neppure quando so per certo di aver prodotto qualcosa di molto apprezzato – ho avuto una certa esperienza, in passato, pubblicando fotografie di diversi generi, alcune apprezzate al punto di esser finite come “foto del giorno” su famose piattaforme fotografiche e di esser stato contattato da musicisti, editori di giornali ed altri soggetti che mi hanno chiesto il permesso di pubblicarle sulle loro copertine (anche se il miglior “complimento” è stato vedere enormi ingrandimenti delle mie foto a casa di amici che avevo fotografato con le loro “dolci metà”, persino preferite rispetto al servizio fotografico matrimoniale che avevano strapagato). Tornando quindi al libro: una volta pubblicato, un libro va “comunicato”, altrimenti resta lì perso nel mare magnum di libri di ogni tipo (avevo mostrato, già 3 anni fa nell’articolo Le meta-cose: un caso studio recente (in corso), la vergognosa situazione di monnezza pubblicata). Anche qui, per renderlo “evidente”, esistono diversi modo: ci sono le “campagne ads” sui social, c’è il non-caro e vecchio spam (su ogni tipo di forum, piattaforma di condivisione della qualunque, e-mail, commenti ovunque), c’è la proposta da sponsor verso influencer, che si possono anche magari semplicemente omaggiare del libro chiedendo in cambio una recensione onesta (ma i “booktuber”/”booktoker” che rispondono agli sconosciuti sono pochi, molto meno quelli che trovano il tempo di leggere un libro sconosciuto rispetto alle centinaia che hanno accumulato, figuriamoci se poi è un libro che “demonizza” i socialmerda dove loro stessi sono presenti). Tra i tanti modi, alla fine abbiamo optato per il passaparola tramite amici, che ovviamente non funziona perché comunque, come tristemente noto (ne ho scritto più volte, ad esempio anche in Umano Universale: 1. Perché), ormai non legge quasi più nessuno. Chi ha tempo e voglia di leggere circa 300 pagine (ma fossero anche 50) potenzialmente benefiche, quando si può passare quel tempo scorrendo video di gattini, urla, balletti, borsette, goal e scorregge varie? L’unico a far qualcosa per avvisare dell’uscita del libro (recentemente anche tradotto in lingua inglese, che non è stata solo traduzione ma anche revisione perché ad esempio sono stati rimossi quasi del tutto i riferimenti italiani e inseriti altri riferimenti internazionali) è stato l’altro autore, Fulvio, che è presente su alcuni social (come Linkedin e altri). Un’altra possibilità sarebbe anche provare ad andare a parlare nelle scuole, ma dall’estero non è comodissimo (a meno di provare a sfruttare videochiamate); soprattutto, non si sa mai che qualche studente abbia i genitori influencer o siano loro stessi influencer e se la possano prendere per qualche criticità che abbiamo evidenziato (per non parlare ad esempio del tema delle onlyfanser che magari può triggerare qualche nazifemminista; di scommettitori e compratori compulsivi che potrebbero rispondere di farci i fatti nostri e così via).

Sul contenuto, invece, ci sarebbe da scriverci un libro… ah già: l’abbiamo scritto! 😀

Possibile acquistarlo (digitale o cartaceo) su Amazon: https://www.amazon.it/Epic-Fail-divinita-caccia-like/dp/B0F496QJHS (link senza alcuna affiliazione perché… non è una gara a chi è più puro (cit.), sono solo pigro).
Versione inglese: https://www.amazon.com/Epic-Fail-Deities-Chasing-Likes-ebook/dp/B0HFJDHVVQ

Graditi commenti, osservazioni e… sono a disposizione per eventuali domande. Buona lettura!

Speriamo d’aver fatto cosa buona, utile e gradita. Buona lettura!

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