WILL (What I Love Learning) – 2026.05

Niente preamboli, già accumulato troppo ritardo nel riportare i principali contenuti di cui ho fruito nei mesi di quest’anno, quindi iniziamo.

LIBRI

Repubblica, Platone, dialogo, IV sec. a.C.

Ovviamente rilettura, ma dopo tantissimi anni a cambiare non è il libro, ma il lettore. Interessante come qui, tra Socrate e gli altri, emerga come in futuro si auspica non più una divisione netta dei ruoli tra uomini e donne, nel senso che ad esempio anche la donna deve partecipare al combattimento (invecchiato piuttosto male, giacché – con poche eccezioni – nel mondo occidentale le donne dispongono di più diritti e meno doveri, tra cui appunto quello della difesa in armi, lasciata come attività facoltativa). Degno di nota il desiderio (che oggi forse riassumeremmo come “eugenetica”) che le persone “migliori” vengano spinte a procreare – il contrario di quanto viene invece descritto sagacemente da “Idiocracy” (film invecchiato benissimo, purtroppo). Un simile libro oggi verrebbe immediatamente mandato al rogo: si osa dire che esiste una finestra temporale per la procreazione, stimata in 20 anni per la donna e 30 per l’uomo (vogliamo mica ammettere che la natura ci crea, donne in particolare, con un orologio biologico?). Per non parlare poi delle volte in cui specifica come la propria razza sia migliore rispetto a quella degli altri. Eppure, nonostante tutto (e rapportandolo al contesto), ritrovo quest’opera molto più attuale e di molto più buonsenso di tante stronzate petalose con cui cercano di rimbecillire le nuove generazioni: non sono qui a ribadire che letteralmente dovremmo seguire il consiglio di portare i figli in battaglia affiché guardino per imparare e per essere utili (per quanto il movimento scout sia nato ad esempio proprio anche con tale spirito di supporto paramilitare), ma di certo ci sono spunti utili su cui riflettere. Breve lettura consigliata.

Simposio, Platone, dialogo, IV sec. a.C.

Spero di non rovinare anche quest’altro celebre classico riletto, con la mia brutale opinione. Detta in maniera estremamente brutta, l’opera affronta temi amorosi, in un modo che oggi troveremmo irricevibile: non solo perché non si può più affermare (pena incredibile shitstorm) che siamo delle mezze mele che hanno bisogno di un’altra per completarsi (sia mai, siamo tutti “forti e indipendenti”, in un tasso preoccupantemente crescente di solitudine), che “le creature che generano sono più belle” e tanto altro, mentre un regazzino non si dà pace perché un vecchio in posizione predominante non lo vuole ingroppare (non so se questo ed altri temi siano affrontati dal “#metoo“). Interessante lettura per rileggere “come eravamo” (senza la voce di Nevio Nipoti).

Apologia di Socrate, Platone, dialogo, IV sec. a.C.

Contro la società dell’angoscia, Byung-Chul Han, sociologia, 2024

Da angoscia sulla pandemia alla pandemia dell’angoscia, angoscia nemica di fiducia, libertà e democrazia. L’autore, noto per tanti libri brevi quanto intensi (anche se, a mio modesto parere, dopo un po’ tendono a suonare un po’ simili, non che sia una caratteristica negativa), mostra i difetti e i pericoli della moda della positività, ad esempio la psicologia positiva nel neoliberismo, in una società dei like in cui manca la profondità. Si dà spazio alla speranza nella conoscenza e nell’azione, dove speranza non è solo rallegrarsi dell’attesa di qualcosa di bello, né solo ottimismo, ma un orientamento dello spirito. Una lettura che non ho trovato troppo impegnativa (ma in senso buono, nel senso di accessibilità del pensiero dell’autore che non sente l’esigenza di adoperare linguaggi complessi, pur menzionando, tra gli altri, Heiddeger ed Hegel), consigliata.

Cavalcare la propria tigre, Giorgio Nardone, psicologia, 2003

L’autore è (o almeno dovrebbe) piuttosto noto a chi ha studiato psicologia come si deve, cofondatore – insieme a Paul Watzlawick – del Centro di Terapia Strategica di Arezzo, influenzato dalla Scuola di Palo Alto. Premetto che sono un po’ di parte in quanto la terapia breve strategica è una delle mie preferite, pur riconoscendone le limitazioni. Prendendo come riferimento la saggezza orientale e le decine di stratagemmi affinati nei secoli (così temuti che Mao distrusse quei libri e impose solo il suo famoso libretto rosso), il libro mostra diverse tecniche, applicandole a casi reali. Non si tratta di scenari ipotetici, ma di casi pratici, tanto che viene citato ad esempio Oliver Sacks con i suoi casi clinici veri (come quello in cui viene data una pallina da tennis ad una donna che non voleva/poteva più deambulare, come strategia “distraente” che la fa camminare, per poi ribloccarsi quando viene fatto notare). Anche nei casi in cui il libro in sé non è di aiuto immediato (ovviamente non sostituisce una terapia vera e propria), resta un’opera interessante per solcare la psiche.

Scelte e sfide, Filippo Ongaro, salute/crescita personale, 2021

In un’epoca in cui molti sono anestetizzati da distrazioni moderne, sordi a qualunque profondità (e anche a loro stessi), dominati dal proprio ego (così presi dall’apparire dal dimenticarsi di essere), un libro come questo (basato su metodo scientifico moderno, ma comunque dando retta a parte di saggezza degli antichi) è di particolare importanza. Sono affrontate le diverse fasi della vita, infanzia inclusa, supportate da ampi esercizi di riflessione, con domande assolutamente pratiche. Non vengono fornite risposte e ricette pronte (come avviene, per quanto mi riguarda, in questo sito), ma tantissimi spunti per analizzarsi e trovare da soli le risposte. Consiglato, a patto di riflettere davvero quando vengono poste le domande.

Il bisogno del pensare, Vito Mancuso, spiritualità/crescita personale, 2017

Un teologo che rilette (e fa riflettere) sulla sorgente del nostro pensare, visto che – nonostante millenni di evoluzione – ancora adesso siamo cacciatori e raccoglitori (di denaro, di beni), le basi biologico-evoluzionistiche restano le stesse. Si valutano gli “ingredienti” del pensare, le sue forme, il “retto uso” della ragione (qui onestamente non m’è piaciuto molto l’onanismo etimologico, non di “retto” ma delle parole che iniziano con un certo suono, proprio nun lu reggae più, cit. – insieme al cherry picking degli scienziati credenti), il pensare “qui e ora” e con fiducia, il sapere e l’agire. Da uomo di scienza, non ho molto apprezzato tutta la parte religioso-creazionistica (il che non vuol dire che io non riconosca l’importanza della spiritualità), ma il libro offre diversi spunti interessanti, quindi tutto sommato consigliato.

CORSI

The Hunt – Job-Searching and Career-Building with Purpose, Yale University

Ero un po’ titubante se cliccare su enroll su questo corso, ma appena ho visto le citazioni a “Wait but why” mi son iscritto immediatamente. L’obiettivo del corso non è tanto la “banale” ricerca di lavoro (spero di non offendere nessuno, so che per qualcuno la ricerca di un lavoro decente in condizioni dignitose può anche essere un’impresa, anche se va visto caso per caso, perché ho conosciuto troppe persone che pretendevano la risoluzione di un sistema d’equazioni che prevedeva stipendi del Lussemburgo, senza allontanarsi dalla sottana di mammà, senza sviluppare competenze e così via), quanto l’acquisizione (o la creazione) ed il mantenimento di una posizione lavorativa all’interno di un miglioramento complessivo della qualità della vita – non a caso, Yale è l’università famosa su Coursera per il suo famoso La scienza dello stare bene.

Come per tanti corsi, il valore è tanto più grando quanto più alcuni concetti sono visti per la prima volta, ma considerando che qui s’è già parlato di ikigai, di Designing Your Life: Build a Life that Works for You (with interactive mind map!) (più volte), dei concetti di sfera di controllo, influenza e preoccupazione e così via, il valore aggiunto è nel mettere insieme diversi pezzi, compresi anche gli spunti del prima citato “Wait but why”, ma anche di “classici” come “A man’s search for meaning” di Viktor Frankl e tante altre opere, inclusi articoli di giornali come Harvard Business Review. Diversi framework e strumenti presentati, con un focus sui proprio obiettivi e valori, sul cosa si cerca ma anche cosa si vuol dare agli altri (in un certo senso, il lavoro è una transazione non solo di tempo e competenze date in cambio di danaro e benefit vari, ma anche di “utilità”, mentre cambiamo in un mondo che cambia). Utile anche lo specchietto riepilogativo finale, in cui si rimarca l’importanza di perseverare (non solo ai fini della ricerca e della carriera), di non pensare che passione ed esperienza siano sufficienti, ma anche l’importanza di agire (riflettere soltanto, senza azione, non permette di iniziare nuovi percorsi), di cogliere l’attimo, di “cercare persone” oltre a cercare lavoro, di cercare significato ogni giorno.

Molto ben fatti anche i peer-graded assignment (anche se da un po’ di tempo i propri “peer” che revisionano sono stati sostituiti dall’AI, il che è un po’ triste – leggere “i fatti degli altri” nei loro compiti può fornire a volte spunti interessanti ed espandere il proprio punto di vista, specie se si tratta di altri corsisti in diverse situazioni e zone del mondo – ma ha l’enorme vantaggio di correggere in quasi tempo reale, senza dover attendere giorni a pregare la gente, come mi è acaduto diverse volte in passato): le tracce chiedono di applicare al proprio caso reale (o simulato) la teoria appena imparata spingendo a riflettere, davvero molto utile.

FILM

Quell’oscuro oggetto del desiderio, Luis Buñuel, drammatico, Francia/Spagna, 1977

Il tema del facoltoso uomo di mezza età che si fa rigirare da una diciottenne che si diverte a tormentarlo non è così innovativo, né nel cinema, né in altri campi artistici. Eppure il regista spagnolo-messicano riesce a imprimere in questa sua ultima opera una tale intensità che ci si dimentica di quanto la trama di base sia “solita”: difficile non restare incollati per tutta la durata della pellicola, periodo in cui si percepiscono il desiderio, l’angoscia, la rabbia e tutte le altre emozioni dell’uomo nei confronti della sadica e capricciosa ragazza approfittatrice (degno di nota l’espediente di Buñuel di alternare due attrici anche abbastanza diverse, per la protagonista, contribuendo a renderla ancora più “strana” e volubile). A proposito di attori, segnalo anche la presenza di Milena Vukotic (che purtroppo molti italiani conoscono solo per la saga di Fantozzi, dal terzo film in poi). Film intenso e a tratti “brutale”, consigliato (ma, come diremmo prima di un film in TV: “per le tematiche trattate, solo ad un pubblico adulto”).

Viridiana, Luis Buñuel, drammatico, Messico/Spagna, 1961

Dal romanzo “Halma” di Benito Pérez Galdós, questo maestro del surrealismo riesce a dipingere bene tantissime espressioni umane (ma anche “animalesche”), cogliendone l’essenza anche in brevi inquadrature e corti passaggi. Memorabile la scena (spero di non far spoiler) in cui si mostra (come purtroppo accade non così di rado) che a far bene e ad aiutare in maniera disinteressata si rischia di rimetterci anche troppo, se non si è un minimo accorti e se si concede fiducia a chi non la merita. Benché “meno incisivo” del film che ho descritto precedentemente, resta un bel film, non solo per i cultori del buon cinema d’autore.

Il fascino discreto della borghesia, Luis Buñuel, commedia/grottesco/satirico/fantastico, Francia/Italia/Spagna, 1972

Terzo film che ho visto dello stesso regista. A differenza dei precedenti, qui non c’è il dramma, si tratta di un quadretto che prende in giro una certa borghesia (ora potremmo forse dire frequentatori dei salotti della società bene), con certi manierismi e un modo di pensare elementare ma mascherato da sovrastrutture, che però poi cadono anche abbastanza facilmente. Sia nello spostarsi da un luogo al successivo, sia nel permanere in tali luoghi e nelle interazioni sociali (tra loro stessi e con altri non appartenenti alla loro condizione), Buñuel mette in risalto non solo i vizi espressi in modo a volte anche animalesco, ma l’ipocrisia, le paure, l’incapacità di una classe sociale di parassiti e di inutili privilegiati che, nonostante vantaggi e possibilità, sembra non essere neppure in grado di godersi la vita.

Bella di giorno, Luis Buñuel, drammatico, Francia/Italia, 1967

Soggetto tratto dal romanzo di Joseph Kessel del 1929, una trama per certi versi non molto originale: una giovane moglie, fredda col marito, decide di provare a esplorare la sua sessualità, per cercare di capirsi e di risolvere la sua frigidità, prostituendosi in una casa d’appuntamenti parigina. L’interpretazione di Catherine Deneuve non m’è particolarmente piaciuta, ma va tenuto conto degli stili dell’epoca quando ci si rivolgeva al pubblico generalista per simili pellicole (che, come in questo caso, spesso venivano anche censurate), nonostante di certo non spinto come un “Eyes Wide Shut” (fa quasi impressione pensare che la distanza temporale tra i due film sia di pochissimi decenni). Non lo reputo una delle migliori opere del regista, seppure sia probabilmente quella che abbia più di tutte contribuito alla sua popolarità verso il grande pubblico. Raccomando la visione solo agli appassionati del cinema d’epoca.

Christine, John Carpenter, thriller/orrore/fantastico, USA, 1983

Film tratto dall’omologo romanzo di Phil Norimberga Stephen King che, a prescindere dalla trama dell’automobile maledetta e del protagonista che ne è stregato, offre uno spaccato della realtà degli USA dei primi anni ’80. Non uno dei capolavori imprescindibili, ma un film dell’orrore (molto leggero, non credo che Franco Battiato annovererebbe il regista tra “gli idioti dell’orrore”) per passare un paio d’ore di una serata o di un pigro pomeriggio.

Due spicci [S], Zerocalcare, animazione commedia/drammatico, Italia, 2026

Un’incredibile banalità, un’opera che prova a essere “simpa” con continui riferimenti pop/mainstream (spesso rivisti in chiave banale anch’essi), ma che mi è risultata estremamente noiosa, al punto che ho faticato a finirla, nonostante l’aumentata velocità. La prima serie animata del fumettista poteva anche avere un suo perché, un po’ per la novità del mezzo e un po’ per il rivolgersi alla generazione di ragazzini (di tutte le età) che mogga disagio (molto più percepito che reale), per la quale flexare il sentirsi delle povere e incomprese vittime del mondo è quasi un obbligo morale; posso ben capire il mood perché ricordo bene il dilagare di espressioni e pose ai tempi dei profili glitterati di Myspace, delle trasmissioni TV italiane (soprattutto sulle reti private, a cui si sono poi adeguati i canali pubblici) anni ’90, ma anche le più recenti espressioni di “culture” come gli “emo” fino ad arrivare a quella monnezza contemporanea che è la “trap”. Come anche capisco perché “faccia presa”, a livello psicologico e sociologico, in quest’epoca in cui il vittimismo è una virtù e si sente il bisogno di far parte di un “gruppo di buoni e vessati” perché la vita oggi è “molto più dura” che in passato (ho già scritto in merito a questa falsa percezione, in Qual è il miglior periodo in cui vivere? e La (s)fiducia nel futuro); ma tranquillo, Miche’, durante gli anni di piombo e ai tempi del muro se stava ‘na crema, popo ‘na favola con l’inflazione a doppia cifra (oltre il 20% nel 1980), tutto era facile, soprattutto da Roma in giù. Solo che generalmente si preferiva rimboccarsi le maniche, anche perché non c’era l’opzione di farsi anestetizzare da socialmerda, Netflix e simili.

A meno di essere consumatori seriali di banalità, di voler rafforzare la propria appartenenza al fan-club delle animebbelle (che poi son gli stessi che si esprimono in maniera molto poco compassionevole e caritatevole in merito ad alcune scene, nei commenti sotto i video di recensioni a questa serie) o studiosi dello Zeitgeist da parte “dei giovani” (per motivi personali o professionali), per me resta un’opera sconsigliata, assolutamente “perdibile”, risparmiatevi ‘sti ‘du spicci del vostro tempo.

La vita va così, Riccardo Milani, biografico/drammatico/commedia, Italia, 2025

Visto a velocità raddoppiata perché l’ho trovato estremamente lento (cinefili cinofili, non sguinzagliatemi i vostri cani). Ricordavo vagamente la storia per un’intervista di Report al protagonista della storia vera, che tra l’altro ricorda un po’ il classico cliché del sardo che vuole morire nella propria casa e che quindi è restio a venderla (qualcuno ricorderà Vittorio Gassman ne “Il successo”, 1963, che cerca di speculare da insider trader recandosi proprio in Sardegna a trattare con un anziano per l’esproprio della sua abitazione – una scena in cui si parla anche delle abitudini della figlia, ma non sono qui a far spoiler di un film mentre parlo di un altro). Questo film recente m’ha parecchio deluso, mi è sembrato rivolto ad un pubblico che è una via di mezzo tra quello delle noiose moderne commedie italiane e quello di chi tifa per i più buoni vedendo “i cattivi” come dei villain monodimensionali, delle caricature di Lord Micidial (della serie “Mario” di Maccio Capatonda) o – dello stesso attore Rupert Sciamenna (Franco Mari, R.I.P.) – il classico costruttore senza scrupoli e senza morale dipinto nel video del brano “Parco Sempione” di Elio e le Storie Tese e che compare all’inizio del film “Italiano medio” dello stesso attore abruzzese. In tutta onestà, non sono andato ad indagare quanto ci sia di fedelmente rappresentato e quanto sia romanzato, ma il quadro con cui è tratteggiato l’insieme di cittadini e istituzioni territoriali non ne esce benissimo. Il risultato finale, però, a mio modesto parere, ne esce una specie di parodia di un possibile film con Silvio Orlando diretto da Paolo Virzì, ma senza quella tipica atmosfera da cineforum e salotto bene, perché stemperato dalla produzione nota per alcuni cinepanettoni e simili. Sconsigliato.

L’amico di famiglia, Paolo Sorrentino, drammatico, Italia, 2006

Ad un primo impatto, può sembrare uno di quei tanti film in cui il protagonista è un essere viscido e meschino, ma la profondità che il regista riesce a dare al personaggio e il modo in cui sottolinea la povertà d’animo prima ancora che economica di chi cerca di vivere al di sopra delle proprie possibilità (consiglio, a tal riguardo, la visione di alcuni servizi di programmi della TV pubblica italiana in cui venivano intervistate persone, non specifico di quale regione in particolare, che sperperavano cifre importanti non per gli studi delle figlie, ma per la speranza di vederle avviate verso una professione simile a quella tizia che, intervistata recentemente, disse ridendo di aver picchiato più volte i propri fidanzati perché “le prende la sudamericana”). Un’opera che scava nello squallore e nella bassezza, meritevole d’una visione.

Pearl, Ti West, orrore/thriller/drammatico, USA, 2022

Leggermente più “pesante” del precedente in alcuni dettagli, per quanto il regista riesca a renderlo a tratti buffo e quindi nel complesso surreale, con le espressioni e i modi della protagonista (interpretata dalla modella Mia Goth) che riesce a rendere benissimo il personaggio inquietante. Sono abbastanza sorpreso che sia ancora possibile rappresentare che, nella finzione come purtroppo anche nella realtà, chi perpetra violenza, anche con una certa dose di accanimento, possa essere qualcuno diverso da un uomo. Film che merita la visione, soprattutto per appassionati di una certa fotografia insolita – visto che i direttori di fotografia vengono raramente valorizzati ed elogiati da parte del pubblico (e molti neppure conoscevano l’esistenza di questa figura professionale, prima del personaggio di Duccio Patané), esprimo il mio apprezzamento per il lavoro di Eliot Rockett.

MUSICA

Fin del mundo, Post-Rock/Indie/Shoegaze, Argentina, 2019-.

Sì, se trovate le band indie un po’ tutte uguali non è solo una vostra impressione. Trovo un po’ sprecate le due chitarre, si potrebbero cercare fraseggi un po’ più interessanti, mentre il mio apprezzamento va principalmente alla batterista, anche se lo percepisco che si trattiene un bel po’ e vorrebbe/potrebbe esprimersi molto di più – bassista invece abbastanza “canonica”, come ci si aspetterebbe in questo genere musicale (non pretendo un walking bass, terzine di Steve Harris e assoli di John Myung, ma neppure questo noiosissimo continuo rimarcare la tonica). Nulla di eccezionale, ma potrebbero trovare il loro spazio durante momenti di scazzo seriale serale o durante una guida notturna.

Les Filles de Illighadad, Desert blues/Tende, Niger, 2014-.

Brani che potrei definire “ipnotici”, decisamente troppo ripetitivi per i miei gusti, ma cionondimeno – se ascoltati con moderazione – interessanti, a loro modo. Potrei collocare queste canzoni nella parte estrema dello spettro musicale rispetto a un concerto di Allan Holdsworth, ma esplorare qualcosa di completamente diverso (per dirla come i Monthy Python) può far bene a spezzare la propria catena di ascolti.

Postcards, Dream Pop/Shoegaze/Noise Rock, Libano, 2014-.

Aridaje de indie-like, questo mi sento di definirlo “abbastanza di nicchia” (il video sotto ha 2.000 visualizzazioni e 2.000 circa sono gli iscritti al loro canale Youtube); probabilmente, l’essere libanesi e non suonare in una metropoli americana influisce sulla popolarità, nonostante cantino in inglese e i loro video siano su Internet. Con tutto il rispetto, potrebbero sembrare “dimenticabili” nel mare magnum del dream pop e noise rock, che di certo non è più così di moda rispetto a vent’anni fa, ma gli riconosco tuttavia delle potenzialità, che magari verranno espresse. Dovessi trovare loro una collocazione per l’ascolto, forse opterei per un momento di flow durante il disegno.

Bloodywood, Indian Fusion / Nu Metal / Folk Metal, India, 2016-.

Non ricordo neppure più da quanti anni non ascoltavo (giuro: generi suonati molto poco o niente, non giudicatemi) crossover e nu-metal (per dare un’idea: erano i tempi in cui MTV andava ancora forte), ma mi sembra il gruppo adatto a chiudere il WILL di questo mese. Se qualcuno si fosse mai chiesto: cosa accadrebbe se il male si formerebbe dopo una fusione da roba tipo Panjabi MC con Slipknot, Korn o System of a Down? Questo:


Buon ascolto, visione, lettura, studio… alla prossima!

Immagine realizzata da me tramite sistemi di intelligenza generale generativa

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