Rieccoci all’appuntamento mensile del “cosa ho consumato nell’arco del mese”. Per quanto riguarda i libri, esattamente come nel mese scorso, ne mostro 32 (che espresso in potenze di due è sempre 2⁵, arrivando quindi insieme a 2⁶=64, altro numero caro agli informatici) – e, esattamente come per lo scorso mese, ho troncato a quel numero anche se in realtà ne ho letti anche altri, che riporterò nel WILL del mese successivo.

Ho quindi superato (e di un bel po’) i 52 libri consumati, che era una soglia simbolica che avevo fissato prevedendo una media di un libro a settimana (e invece sto viaggiando ad una velocità > 1 libro/giorno):

Qualcuno potrebbe dunque considerarmi un book hacker, chiedermi consigli per leggere ad un tale ritmo, pur non diminuendo la capacità di comprensione (produco una buona dose di appunti, spesso con diversi spunti, note, approfondimenti, collegamenti a diverse altre risorse, riflessioni che portano a perdersi nell’oblio tra un viaggio in un rabbit hole e l’altro). Il più grande book hacking è ascoltare molti titoli come audiolibri, il che consente diversi vantaggi, ma al contempo anche svantaggi: premesso che serve comunque una certa capacità di concentrazione (altrimenti ci si perde nei propri pensieri dopo neppure mezzo minuto) e che non tutti i libri sono ascoltabili “alla leggera”, a velocità aumentata mentre si stanno svolgendo altre azioni che richiedono più o meno presenza mentale, ma anche proprio presenza fisica. Spiegandomi meglio: se ascolto un saggio bello “denso” di informazioni e collegamenti su una materia scientifica, non faccio in tempo a stirare un indumento o a lavare un piatto che già devo fermare e prendere nota di quanto ho ascoltato! Inoltre, sempre restando sui saggi (“non-fiction“) restano due problemi non trascurabili: la difficoltà nel capire parole straniere (inclusi nomi e cognomi di persone citate, ad esempio di studiosi “poco popolari” o di personaggi storici “minori”) che porta al procedere “a dentoni” (cit.) cercando su motori di ricerca (in quel caso, può toccare riascoltare a velocità rallentata più volte la pronuncia del narratore che ce la mette tutta per leggere male un certo cognome straniero), ma soprattutto l’impossibilità o l’estrema difficoltà nel leggere schemi/disegni che l’autore aveva inserito per sintetizzare e spiegare meglio alcuni concetti (è stato ad esempio il caso del famoso libro di Eric Berne, ascoltato lo scorso mese, in cui il narratore dell’audiolibro cercava di leggere gli schemi nelle combinazioni dei soggetti coinvolti nelle diverse interazioni/transazioni all’interno dei diversi “giochi”). Del resto, è anche vero che la maggior parte dei titoli presenti come audiolibri consiste in romanzi, oppure in saggistica “semplice”, solo che io preferisco i “non romanzi” – mi sono comunque imposto di leggere quasi 1/3 di romanzi rispetto al totale, anche se sommando questi due WILL esce fuori 17/64 che è poco più di 1/4, quindi dovrei leggerne altri (no, l’opzione “leggi meno saggistica” cade come seconda o terza opzione tra quelle elencate dal notaio di “Pippo Chennedy Show”).
Delle differenza tra lettura di libri e ascolto di audiolibri ne hanno parlato in tanti, da tanti punti di vista diversi; questa settimana è uscito anche il video di Yasmina Pani “Leggere un libro e ascoltare un audiolibro sono la stessa cosa?“, lei ad esempio enfatizza molto anche il discorso stilistico proprio a livello visivo e di punteggiatura, aspetti che per me, soprattutto per il tipo di contenuti di cui fruisco maggiormente (come ripetuto: saggi, molto più che romanzi) sono marginali; è una componente soggettiva, immagino che per lei (una linguista) la visione della grammatica da vicino (cit. adatt.) abbia un certo peso, proprio come tra me (musicista di lungo corso) e un ascoltatore casual cambi l’attenzione verso alcuni dettagli. E rimarco inoltre l’importanza di svolgere solo un’attività (a carico cognitivo o fisico elevato) per volta: chiaro che se ascolto alcuni passaggi scritti da Taleb (soprattutto se non ho dimestichezza con argomenti matematici o di pensiero critico) mentre sto pompando svariati chilogrammi di ghisa, mentre sto correndo in salita o mentre sto correggendo una serie di formule annidate in un foglio di calcolo… farò male l’una e l’altra cosa; ai pochi ignoranti a cui non fosse ancora chiaro quanto il “multitasking” sia una grande stronzata quando si tratta di compiti realmente impegnativi (che non siano combo come “mescolare il sugo e parlare di pettegolezzi con un amico al telefono”), consiglio di cronometrare e notare gli errori in due casi distinti: nel primo, contare alla rovescia dal numero delle lettere dell’alfabeto “esteso” (26, che sono le 21 “italiane standard” + le 5 “straniere”) fino a 1 (26, 25, 24, …, 1), seguito dall’elencare le lettere dell’alfabeto in ordine (A, B, C, …, Z) e poi invece svolgere le due attività combinate, alternando un numero e una lettera (26, A, 25, B, 24, C, …, 1, Z), vediamo se è uguale… poi aggiungete il bonus di leggere le istruzioni che ho appena scritto mentre state ascoltando un audiolibro sulla termodinamica! 😀 A questo, c’è anche da aggiungere l’importanza del rilassarsi e di svolgere attività con consapevolezza, ad esempio non è detto sia una gran cosa riempire ogni istante con l’ascolto di audiolibri, podcast e simili, compreso quando si va a fare due passi, che possa essere camminata meditata in modalità “mindfulness” attenti al proprio corpo e al mondo circostante o semplicemente per godersi il piacere da viveur anche passeggiando in città, assaporare la joie de vivre come un flâneur d’antan, come un Thoreau, un Baudelaire, un Luigi Guastardo della Radica (nota di colore: ho letto il saggio “Walking” di Henry David Thoreau, sull’argomento, mentre fisicamente camminavo nella natura, distogliendo di tanto in tanto lo sguardo per non pestare ciò che ho abbondantemente menzionato nello scorso articolo: Spalate merda! – del resto, ho anche letto “Flow” di Mihaly Csikszentmihalyi mentre ero in uno stato di flow, letto “Loneliness” di Cacioppo & Patrick mentre ero da solo, ma… non m’è andata altrettanto bene leggendo “Racconti scritti da donne nude” di Stefano Rapone).
Giusto per concludere, quindi, la maggior parte di questi libri li ho ascoltati esattamente con lo stesso grado di attenzione che avrei dedicato loro se le mie saccadi avessero scansionato le relative pagine (stampate o visualizzate con e-ink), con la differenza che in questo modo ho potuto riposare gli occhi, che passano decisamente troppo tempo focalizzati su schermi o su oggetti a troppo breve distanza. Non reputo “meno letto” un libro ascoltato in concentrazione proprio come non reputo “meno letto” un libro (cartaceo o in formato elettronico) che ho letto in treno o mentre camminavo (dov’era sicuro farlo). Chi la pensa diversamente, può chiederlo ai fiumi di appunti che ho prodotto in ogni caso, a prescindere dalla modalità di fruizione.
Un’importante premessa sui libri – che ho letto e leggerò
Importante premessa, che normalmente riterrei superflua, ma che ritengo quasi doverosa per fugare pericolosi dubbi. Sempre più spesso noto di essere tra i pochi “originali” a pensare che non ci si dovrebbe limitare così, a priori: se leggo un libro di un autore, non necessariamente ne apprezzo il contenuto (in toto o in parte), men che meno ritengo necessario amare completamente tutti gli aspetti (conosciuti) dell’autore stesso. Ho letto, molti anni fa, il “Mein Kampf” di Adolf Hitler (che non mi rende “simpatizzante” e che non mi ha impedito, questo mese, di aver letto e visto qualcosa che ne è esattamente l’opposto, lo vedrete scorrendo questo articolo); l’ho letto trattandolo alla stregua di un documento storico, né più né meno di come ho letto e visto decine di libri e film sulla storia del nazismo, ho visitato campi di sterminio (spenti, tra l’altro in molti casi completamente ricostruiti perché erano stati distrutti) – e sì, sono probabilmente controcorrente, ma ritengo che censurare/evitare/”cancelculturare” qualcosa sia sbagliato e controproducente (salvo per alcuni specifici casi, come ad esempio avere a che fare con lettori particolarmente suggestionabili e/o “influenzabili”… ma in tal caso direi piuttosto di non lasciarli soli, ma di mostrare loro questi contenuti, solo che magari guidati), anche se siamo nell’era in cui folte schiere di “utili idioti” raccomandano di riscrivere miti e fiabe per “proteggere i bambini” che sicuramente se non si parla di violenza e di morte, magicamente queste scompaiono nella vita vera… imbecilli che non capiscono che così si stanno tirando su delle persone ignoranti e fragili a cui si tolgono strumenti per interpretare e rispondere alla realtà, molto peggio che in Arkangel (Black Mirror, 4×02).
Capisco però che alcune persone preferiscono non rischiare di essere influenzate, alcuni temi possono “triggerare” (come suol dire da un po’, in quest’epoca in cui bisogna flexare il proprio sentirsi offesi), ma c’è anche il discorso di costo/opportunità: se in lista di libri da leggere ho 404 libri (non è un numero meme a caso, è davvero il numero di titoli nella mia lista “da leggere”), perdere tempo ed energie per leggere libri noiosi (soggettivamente) o idioti (oggettivamente) non è una mossa intelligente, a meno di essere masochisti. Personalmente, alloco una certa “quota trash”, che è il motivo per cui ad esempio ho letto un paio di libri di una femminista misandrica (ero sinceramente curioso di capire come mai questo idolo delle ritardate fosse tanto osannata), ma anche libri di fuffaroli e così via. In altri casi, non li leggo in “quota trash”, ma come “letture particolari” (potremmo dire in maniera inflazionata: “fuori dalla zona di comfort” o “fuori dalla propria bolla”), il che spiega come mai nella mia lista di libri letti (di cui questo è solo un estratto parziale, dal 2021) possono comparire titoli controversi, inaspettati, moderati e di “estremisti”, scritti da autori che possono essere capi spirituali oppure atei anticlericali, “nostalgici” o “kompagni”, miliardari o anticapitalisti, conservatori o progressisti, scienziati o fuffaroli mistici, ecc… allo stesso modo in cui, anche di persona (e in diversi continenti) ho parlato con persone di diverse opinioni e diversi modi di vivere (probabilmente ne scriverò, un giorno).
Quindi, ad esempio, non mi vergogno di dire che ho trovato interessanti alcuni spunti nel libro “Industrial Society and Its Future” noto come “il manifesto” di Theodore Kaczynski (soprannominato “Unabomber”), ma questo non vuol dire assolutamente che io condivida i suoi modi, né che io sia d’accordo con tutto quanto abbia scritto lì dentro! Del resto, per quanto fosse un terrorista solitario “domestico” (come lo si definisce negli USA, nel senso di “nazionale”), non era assolutamente stupido (anzi, era un discreto genio matematico, era un giovanissimo professore universitario di matematica prima di ritirarsi a vivere in un modo che molti definirebbero discutibile). Sono però consapevole del modo di pensare comune, estremamente superficiale, quindi magari evito di farmi trovare in giro con una copia de “Il capitale” di Marx (Karl, non Groucho) se giro nel centro commerciale di Piacenza dove questo 21 febbraio hanno inaugurato la sede di “Forza Nuova” (per inciso, “buffo” che una certa “visione” verso una certa popolazione specifica sembra essere recentemente condivisa da movimenti che si trovano all’opposto, confermando il modello di spettro politico a ferro di cavallo in cui le estremità arrivano però quasi a toccarsi… ma la chiudo qui, intelligenti pauca); come evito di portare in uno zaino un volume della monumentale biografia di Mussolini scritta da Renzo De Felice se entro a bere un “buon” bicchiere di vino cartonato in un centro sociale: hai voglia a spiegare che, a differenza della maggior parte delle persone, posso tranquillamente passare dalla lettura del “Manifesto del partito comunista” a critiche ad opera di Friedrich von Hayek e Milton Friedman, fino a “Arcipelago Gulag” di Aleksandr Solženicyn (libro che, a proposito, consiglio).
Continuare a leggere ed ascoltare sempre e soltanto ciò che sosteniamo, soprattutto se su base di forte connotazione ideologica e/o identitaria (v. “The identity trap” di Yascha Mounk), è proprio uno dei modi più efficaci per restare chiusi a riccio nel proprio approccio di difesa da soldatino (v. “The scout mindset” di Julia Galef) e non crescere mai. Se decido di abbracciare una certa visione, voglio cercare di “falsificarla” (nel senso di Popper), non prenderla per assioma/dogma sulla base del fatto che penso sia la migliore solo perché mi hanno inculcato quel concetto (perché magari da piccolo in famiglia, a scuola oppure negli ambienti frequentati da giovanissimo, era intento a capire il funzionamento del mondo, “quand’ecco che un piccolo amico s’avvicina: mi presento […] e come avrai intuìto adesso ti inculco! …un concetto”, cit. di estrema nicchia per i fan di Enrico Ruggeri).
Se, dopo aver “ascoltato altre campane” (ma sul serio, non partendo già prevenuti e pronti a denigrare già prima che l’altro prenda fiato per la prima sillaba) sono ancora della mia idea, ci avrò guadagnato comunque (sarò più convinto della forza della mia posizione specifica rispetto ad altre possibili, come anche avrò potuto notare sfumature e modi diversi di interpretare le cose). Inoltre, importante scomporre il proprio “credo monoblocco” in tante componenti da analizzare una per volta: è possibile mantenere il core della propria fede pur essendo critici sull’operato specifico o su alcuni singoli valori, come ad esempio essere progressisti ma riconoscere alcuni valori “della tradizione” o al contrario essere conservatori e aprirsi ad alcuni dei nuovi modi di vedere le cose e di vivere; abbracciare in toto un’ideologia o una religione senza aver davvero scavato in profondità ed analizzato le fondamenta (proprie e delle alternative) è un atteggiamento da deficienti – da persone con una grave deficienza di spirito critico, che è un po’ come la vagina per i ragazzini (maschi) di 14 anni: in tantissimi ne parlano e ne scrivono ovunque, ma pochissimi ne sono pratici. Come in molti più saggi di me, occidentali ed orientali, hanno ben espresso: compito di un buon essere umano è anche quello di liberarsi di tutte le cazzate che, consapevolmente o meno, ha interiorizzato; ovviamente è un lavoro che richiede tempo e molto impegno, per chi vuole farlo. Tutti gli altri possono continuare a scrollare socialmerda (mi raccomando, rigorosamente della propria bolla e ridicolizzando/disumanizzando chiunque non la pensi esattamente come il proprio gruppo di appartenenza, in maniera integrale, compatta e convinta) e a sentirsi “dalla parte buona e giusta della storia”.
LIBRI
L’Aleph, Jorge Luis Borges, Racconti/Letteratura fantastica, 1945
In passato, avevo letto solo qualche estratto, del resto l’avevo anche menzionato durante il corso di pensiero critico (che non smarketterò qui). L’autore è sempre una garanzia di pensiero articolato, ma non “fuffoso”: tantissimi spunti immediati su consapevolezza, coscienza, caso (ad esempio: lo stupirsi che qualcuno come Omero abbia scritto grandi opere, quando invece rientra assolutamente tra gli eventi probabili, il fatto che tali opere siano state scritte, ci si dovrebbe stupire del contrario – concetto espresso decenni dopo da Nicholas Nassim Taleb, in “Giocati dal caso”, e reso popolare dai Simpsons con le scimmie del Sig. Burns che battono a macchina da scrivere). C’è questo, ma anche coraggio/codardia, peccato, aspirazione umana alla pienezza delle esperienze di cui è capace, continuando le proprie opere poggiati su quei due bastoni che sono il lavoro e la solitudine. Davvero un bel libro.
Solo bagaglio a mano, Gabriele Romagnoli, Saggio/Viaggio/Filosofia di vita, 2015
Titolo che ho trovato per puro caso, vagando tra i tantissimi presenti in cataloghi – nonostante la mia piena intenzionalità, lascio sempre un po’ di spazio a “serendipità”, all’input quasi casuale. In questo caso, niente di rilevante (per me), una visione romantica e banale del viaggio, del minimalismo e della routine lavorativa, come già letto in tantissimi libri (es.: da Gianluca Gotto, Francecsco Narmenni e tanti altri). Libro tranquillamente “saltabile“.
Il coraggio vince, Roberto Vannacci, Autobiografia, 2024
Titolo che m’ha subito ricordato la famosa frase di Winston Churchill del 1931: “Courage is rightly esteemed the first of human qualities, because, as has been said, it is the quality which guarantees all others“. Ho letto questo libro anche cercando di immaginare un lettore che non abbia vissuto esperienze da militare, perché nel caso invece uno abbia vissuto esperienze simili a quelle accennate dall’autore è ovviamente un rievocare talune sensazioni vissute in prima persona e che sono difficilmente spiegabili. Questo è un racconto autobiografico (che ho preso in considerazione solo perché ero curioso di cosa avesse scritto un ex collega – ci sono tante biografie decisamente molto più interessanti che si possono leggere al posto di questa) che si mantiene su due livelli: la vita attuale del politico e frammenti del suo passato, partendo da quando a 5 anni la madre gli diceva che l’avrebbe portato in caserma (il padre era un ufficiale dell’esercito, come anche il nonno in marina militare) come premio, se avesse fatto il bravo; qui è facile notare l’importanza degli esempi e del contesto in cui si nasce e cresce, la fortuna di venire su in una famiglia in cui ci sono alcuni valori come la difesa delle libere istituzioni (come avviene anche per i figli di altri servitori dello stato, come di chi ha perso la vita combattendo la mafia – nota la frase del Gen. Carlo Alberto Dalla Chiesa: “Certe cose non si fanno per coraggio, si fanno solo per guardare più serenamente negli occhi i propri figli e i figli dei nostri figli”, dove si può notare un diverso modo di interpretare il coraggio). Più volte vengono ribadite l’importanza dello studio, in particolare quello scientifico (come del resto enfatizzato tante volte dal compianto Piero Angela, nel libro “Dieci cose che ho imparato”, che ho letto lo scorso mese – v. WILL (What I Love Learning) – 2026.01), dell’impegno, del merito (ma quello vero, non la fuffa ripetuta a caso dal governo attuale); si scaglia in maniera diretta verso i piangina ecoansiosi e i fuffaroli, consigliando loro di studiare per provare a risolvere i problemi. Parla della crescita che dovrebbe basarsi sulla scoperta, non sulla conferma (v. “The scout Mindset” di Julia Galef e altri libri di pensiero critico), dell’importanza di una conoscenza ampia (v. “Range” di David Epstein), di come la famiglia e la ricchezza siano concetti spesso trattati in maniera moralmente discutibile (per la famiglia, mi vengono in mente i lavori di Zygmunt Bauman; per il concetto di ricchezza vista come “immorale” a priori, ci sono tanti autori che potrei citare, ma in particolare mi faccio sempre grasse risate con i (catto)comunisti e la loro visione economica lontana dalla realtà umana e fisica, rimando alle tante perculate ad opera di Riccardo “Wesa” Vessa, un bolognese umanista “rinnegato”). Tanti spunti utili che mi farebbero consigliare questo libro, benché ci siano alcuni punti su cui non sono d’accordo, non tanto per l’affermazione “Il lavoro di un militare, perché di lavoro si tratta” (e no, generale, il militare è innanzitutto uno status, con relativi differenti (più) doveri e (meno) diritti), quanto per il (fortunatamente molto limitato nello spazio del racconto totale) chiaro “posizionamento”/”branding” che lo porta ad esempio ad alcune dichiarazioni borderline quando cita l’omosessualità, ma nulla di “sconvolgente”, al massimo “superficiale” su quell’argomento (come scritto: immagino bene la motivazione, che strizza l’occhio a una parte del suo potenziale elettorato di “conservatori” – nota: poco dopo aver letto questo libro, è arrivata la notizia che l’europarlamentare Vannacci ha fondato un suo partito… ogni volta mi chiedo come sia possibile che un politico cambi/fondi partiti durante il proprio mandato, giacché uno viene votato anche (quando non soprattutto) per la sua appartenenza ad un certo partito). Consigliato a chi vuol farsi un’idea di come possa vedere alcune questioni chi ha speso tanti anni di vita al servizio dell’Italia come ufficiale (non rappresentativo, ça va sans dire, di tutta la categoria), di come studio, addestramento e operazioni (soprattutto in alcuni contesti all’estero) possano portare ad un approccio pragmatico.
La mia vita in bicicletta, Margherita Hack, Autobiografia, 2011
Il racconto di una vita iniziata oltre 100 anni fa, nel primo dopoguerra; la vita di una delle mie fonti d’ispirazione quand’ero piccolo: c’è chi era affascinato da “Miss Italia”, modelle, “veline” e vallette televisive varie (all’epoca, non esistevano ancora quelle robe vomitevoli chiamate influenzerz sui socialmerda), ma io preferivo leggere Rita Levi Montalcini e, appunto, Margherita Hack, che insieme a Piero Angela, Stephen Hawking e tanti altri, ha contribuito a farmi appassionare alla scienza). Ciò che “mi fa strano” è l’effetto di leggere alcune sue descrizioni e non trovarle troppo lontane, ma solo perché ho vissuto anch’io un’infanzia in cui la “normalità” era ancora giocare per strada con altri bambini, spesso accontentandosi di molto poco, senza adulti sempre intorno, né dispositivi elettronici (la loro diffusione è probabilmente il più grande spartiacque nel modo di vivere da parti di adulti, ma soprattutto dei bambini). L’autrice (ormai deceduta da oltre 10 anni) è stata cresciuta da genitori non laureati che però davano grande importanza sia alla cultura in generale (racconta una casa in cui non mancavano libri di diversi argomenti) sia all’istruzione formale; genitori che non le imponevano il loro pensiero: antifascisti (nota: nell’unica epoca in cui in Italia aveva senso definirsi tali, non per spararsi delle pose da anime belle per raccogliere facili e vuoti applausi, ma per opporsi a un regime, perdendo anche il posto di lavoro, come appunto è accaduto al padre di Margherita), non hanno impedito alla figlia di partecipare alle adunate fasciste. Nel libro, a tal proposito, vengono riportati con grande coraggio dall’autrice i suoi legami e le sue partecipazioni, un atto che le fa tantissimo onore: non solo perché non segue la moda balorda della cancel culture, ma perché solo ammettendo il proprio passato è possibile analizzarlo e crescere; lei non ha dichiarato, come centinaia di migliaia di imbecilli opportunisti, di essere sempre stata antiafascista (“In Italia sino al 25 luglio c’erano 45 milioni di fascisti; dal giorno dopo, 45 milioni di antifascisti. Ma non mi risulta che l’Italia abbia 90 milioni di abitanti”, frase attribuita a Churchill e ripresa in un recente saggio di Gianni Oliva; rimando anche ai film “Il federale” del 1961 e soprattutto a “L’arte di arrangiarsi” del 1954, dove il grande Alberto Sordi incarna alla perfezione lo spirito dell’italiota opportunista). Solo leggendo è possibile capire come alcune situazioni si siano verificate ed estese, con le sue importanti considerazioni di come abbia poi maturato differenti scelti. Sempre in tema di scelte, bella anche la parte in cui racconta come e perché si è iscritta prima in una certa facoltà e poi abbia scelto infine fisica; tra l’altro, ancora una volta, la grande correttezza dell’autrice del ricordare che non sempre e dappertutto la donna viveva condizioni di inferiorità nell’istruzione (a differenza di quanto distorto dall’inutile prefazione di un tale che evito anche di citare, uno dei tanti frequentatori del DAMS di Bofogna), considerato che in alcuni corsi scientifici e matematici non erano una minoranza. La parte finale parla poi della sua visione per la salute, l’ambiente e il progresso, con l’importante allarme (tra i tanti) sui bambini di oggi che in città vedono solo poche decine di stelle, quando va bene… e cosa questo comporta (un tema di cui ho scritto più volte). Sarei curioso di sapere cosa possa pensare della lettura di un simile libro un lettore giovanissimo, dato che lo consiglierei soprattutto a studenti delle scuole medie.
Il mondo di Sofia, Jostein Gaarder, Storia della filosofia/Romanzo, 1991
Ho letto questo libro dopo che l’ho sentito menzionare da Mr. RIP. Sarò diretto nel mio parere: libro mediocre, evitabilissimo, sulla storia della filosofia. Con una costruzione romanzata che mi lascia più che perplesso (evito di scrivere alcune mie considerazioni molto personali, su passaggi che mi hanno proprio fatto schifo), per non parlare della visione quantomeno utopica sui caschi blu dell’ONU da parte dell’autore (tra parentesi, autore che non solo in questo scritto dimostra incredibili parzialità e imbecillità mancanza di pensiero critico, dileggiando la scienza in favore di una (sempre più inutile) filosofia, ma che ha espresso anche posizioni molto discusse, in passato, chi vuole le può cercare su Internet, esula dal commento su questo libro). Una volta terminata la noiosissima lettura di questo romanzo divulgativo (?) scritto da uno che probabilmente si crede un’anima bella, ho ascoltato il parere di uno “youtuber” filosofo, tale Riccardo Dal Ferro (in arte, Rick DuFer), in Cosa ne penso de “Il mondo di Sofia”: contro la safe-way nell’incontro con la filosofia… ed infatti ha confermato la mia idea soprattutto su alcuni passaggi quantomeno “poco opportuni”, come la forte carica ideologica in alcuni passaggi (apice raggiunto sul marxismo, a dir poco agghiacciante). Degno di nota anche il suo definire Hegel “principalmente un critico”, mentre io sarei del parere di Taleb e Odifreddi: quel filosofo era principalmente un cazzaro, la quintessenza dell’inutile (quando non dannosa) fuffa umanistica. Libro assolutamente sconsigliato ai minori di 180 anni, ma soprattutto tenete alla larga i giovani sotto i 21 anni, in particolare se tenete al loro sviluppo di pensiero critico – piuttosto, regalate loro uno dei due libri di Piero Angela che ho citato in WILL (What I Love Learning) – 2026.01 oppure il magnifico “Il mondo infestato dai demoni” di Carl Sagan; questo mondo non ha bisogno di altri “utili idioti”, ma di persone di scienza o almeno dotate di capacità di ragionare in maniera sensata.
Costruire il nemico, Umberto Eco, Società/Sociologia/Saggistica, 2011
In tema di pensiero critico, fortunatamente il colto Eco ci ha dimostrato (più d’una volta) che è possibile ragionare in maniera sensata e pragmatica pur essendo umanisti (molto più raro di quanto avviene con persone di scienza, ma possibile). Importanti considerazioni, sulla base di ampie considerazioni storiche, sul ruolo del nemico, reale o immaginario. Il libro non è lunghissimo, quindi rimando direttamente alla sua lettura, mi limito a evidenziare la sua importanza, opera da leggere, col cervello acceso.
Il fascismo degli antifascisti, Pier Paolo Pasolini, Società/Sociologia/Politica, 2018
Collegato sia al libro precedente, sia a quanto ho scritto in merito all’autobiografia di Margherita Hack, questa raccolta di scritti di Pasolini analizza la società (in particolare, quella italiana) sotto diversi aspetti (Pier Paolo uno di noi: anche lui voleva vedere il mondo attraverso diverse lenti). Ad un lettore estremamente superficiale, potrà sembrare un elenco di frasi derivanti da critica qualunquista alla società dei consumi e alla modernità che sta facendo perdere la capacità di riflettere, ma se si hanno dei neuroni collegati si potrà cogliere la profondità dei suoi scritti, oltre a vedere chiaramente esempi nella realtà attuale, dato che (come lui stesso scrive): c’è oggi un antifascismo facile, del tutto comodo e con tutto riposo, basato sulla lotta a un fascismo morto che non esiste più e che non verificherà più, ad un fascismo (quello vero) che non trasformava le persone che, tolta la divisa, tornavano i contadini di un tanti decenni prima – “difende” Almirante (definendolo comunque ridicolo) e attacca i democristiani (piccola nota: quando scagliarsi contro la DC non era una posa come lo è diventato dopo “Mani pulite”). Degno di nota il suo consiglio, soprattutto verso le anime belle, di non evitare i neofascisti, ma al contrario di parlarci (non andarli a menare all’estero…), perché solo così è possibile capirli e anche prevenire la loro radicalizzazione (possono essere “salvati/recuperati”, incanalando in maniera più opportuna il loro sentimento contro il sistema, nella disperata ricerca di qualcosa che colmi il vuoto culturare e di potere, abbracciando quindi la parte della destra più ignorante che si esprime con la violenza); inoltre, Pasolini evidenzia (se mai ce ne fosse il bisogno) che non solo non ha senso scrivere “viva la repubblica antifascista”, ma che tra fascisti e antifascisti la matrice culturale (anti-sistema) è la stessa, è evidente l’omologazione tra gli estremisti delle due fazioni che si differenziano solo per le vuote parole nei comizi. Non mancano, in mezzo alle sue tante analisi, alcune perle che si potrebbero estrapolare come aforismi, ad esempio: nel rimpiangere quella che Chilanti chiamava “l’età del pane”, scrive “il superfluo rende superflui”. La parte finale riporta un suo articolo sulla scomparsa delle lucciole, simile alla “scomparsa” delle stelle denunciata da Margherita Hack (“Darei l’intera Montedison, per una lucciola”). Libro attuale, consigliato.
Prima le cose importanti, Stephen Covey, Gestione del tempo/Efficacia personale, 1994
Qualcuno potrebbe guardare con diffidenza a questo libro, sia perché l’autore potrebbe essere declassato a “fuffaguru”, sia perché ormai c’è l’ossessione per la modernità verso l’ultimo strumento e l’ultima n-esima inutile variante delle tecniche fondamentali di gestione del tempo, ben rappresentata da tutti quei video su Youtube e altre piattaforme, con “la migliore tecnica di gestione del tempo per il 26 27 28 febbraio che è proprio una cosa innovativa che guarda non puoi immaginare come questo pomodoro di 33,33 minuti con annessa pausa di 6,66 secondi mentre urli “Shamalayaaaan!” (cit. Maccio su cognome regista che, grazie a Movieplayer.it, ne è al corrente) ti cambia la vita!”.
In questo libro, si identificano tre generazioni di gestione del tempo: la prima con promemoria e liste; la seconda con calendari e agende; la terza che invece parte dal determinare priorità e controllare, utilizzando eventualmente schemi più avanzati. Mi ha ricordato “Getting things done” di David Allen. Proprio perché è un testo più vecchio, è maggiormente da apprezzare il fatto che non sia “superato” (o almeno: io non lo considero tale, come molti libri che parlano di concetti base, di valori, e non di tutorial di strumenti che cambiano interfaccia ogni mese). Come per GTD, anche qui termina con un’utile appendice per validi spunti che aiutano anche a “sbloccare” eventuali situazioni. Un libro da mettere in pratica, più che da studiare.
Passione, Paolo Crepet, Psicologia/Creatività, 2018
“Passione ce vole, passione ce vole“, una passione che in passato (in parte anche oggi) era contrapposta alla ragione. Giovani studenti che chiedono chi gliela fa fare, a chi ha soldi e fama, a perdere tempo con loro, per loro è inconcepibile essere spinti da altre motivazioni (per non fare troppo il boomer, non è che prima della trap nessuno pensava alla spinta del denaro e della fama, sono decenni che bambini delle elementari in diverse parti del mondo sognano di divenire uno scienzade un calciatore con più milioni e modelle che neuroni).
Il problema è che molti giovani hanno cattivi maestri che non solo non hanno passione, ma che non la alimentano o addirittura le spengono.
Crepet, da diversi incontri con ragazzi, ha notato che per molti di loro, oggi, è inconcepibile che una passione “smuova”, che porti a tormentarsi per una ragazza, restare insonni e decidere di andare a prendere il primo treno alle 5 di mattina per andare a trovarla; sono abituati a non avere la minima fatica, non dover effettuare il minimo sforzo, tra e-commerce, social e altro; se pensano a una ragazza, le mandano un messaggino istantaneo come un: “ti desiderio, cosa ti farei, ma ora ho sonno, buonanotte”. Siamo al tempo delle emozioni quiete, gli stessi adulti sono contenti così, che i giovani siano calmi e tranquilli. “Sei quello che fai. Se fai un lavoro noioso, stupido e monotono, è probabile che finirai per essere noioso, stupido e monotono”. (da “L’abolizione del lavoro”, Bob Black).
In quest’epoca in cui regnano apatia, pigrizia, pedagogia della paura, rifugio in psicofarmaci, voltagabbana e tutto ciò che è la morte della passione, sempre più vista come indesiderabile, questo libro è assolutamente consigliato, soprattutto per giovani e per chi ha a che fare con loro.
La falla nello spazio, Philip K. Dick, Romanzo/Fantascienza, 1966
Il mio infinito, Margherita Hack, Astronomia/Storia della scienza, 2011
Speravo in realtà (dato l’aggettivo possessivo “mio”, nel titolo) che fosse un libro “più personale”, in cui poter entrare in contatto con i pensieri personali dell’autrice in merito a ciò che non è ancora noto, un po’ come è stato per “Le mie risposte alle grandi domande” di Stephen Hawking (di cui ho parlato nel WILL (What I Love Learning) – 2026.01). Poco male, alla fine è stato comunque un ripasso dei principali temi cosmologici, solo il finale ha parzialmente soddisfatto la mia curiosità, dandomi modo di rivivere il suo pensiero notoriamente anticlericale (a ragione), ponendo la solita domanda che ho posto io stesso tante volte a creduloni vari (soprattutto di stronzate astrologiche): meglio immaginare esseri (appunto immaginari) ed energie misteriose che comandano tutto… oppure meglio immaginare una materia eterna che si autogenera? La seconda ipotersi è meno rassicurante, ma è meno affascinante? Non il miglior libro di divulgazione sulla materia, né il miglior libro di Margherita Hack (secondo me), ma merita comunque una lettura, in particolar modo se non si studia astronomia dai tempi della scuola (ammesso che si studi ancora, nella scuola italiana odierna in cui si studiano il latino e la bibbia, bioparco!).
Project Hail Mary, Andy Weir, Romanzo/Fantascienza, 2021
Humanless – L’algoritmo egoista, Massimo Chiriatti, Intelligenza artificiale/Società, 2019
Capitato un po’ per caso, scorrendo tanti titoli di libri, più che altro perché avevo già letto qualche breve articolo di quest’autore. In maniera totalmente onesta (e non vuole essere assolutamente un giudizio per Massimo Chiriatti), non ho trovato nuovi grandi spunti, rispetto ai tanti libri (teorici e tecnico-pratici) che ho macinato sull’argomento. Considerazioni sul lavoro che cambia, sugli smart-contract, sulla guida autonoma mal tollerata nonostante comporti decisamente meno morti rispetto alla situazione attuale, il concetto di umani come vettore per la tecnologia, oltre a diverse considerazioni che sono invecchiate male, alla luce dello sviluppo e diffusione di ChatGPT e chatbot/applicazioni LLM. Libro che forse può essere utile a chi è completamente a digiuno su queste tematiche, in generale non lo consiglierei, meglio andare direttamente a leggere i due libri di Nick Bostrom (di cui ho scritto in passato), ma anche considerazioni su lavoro (e ozio) da parte di Bertrand Russell, oltre che scritti specifici su algoritmi e intelligenza artificiale, magari “Il capitalismo della sorveglianza” di Shoshana Zuboff e “Weapons of Math Destruction” di Cathy O’Neil.
Volontà – istruzioni per l’uso, Kenichiro Mogi, Sviluppo personale/Psicologia, 2025
Scoperto questo (e un altro) libro scorrendo un po’ di titoli dal vasto (e spesso altamente fuffoso) settore dell'”auto-efficacia”, per poi vedere anche che l’autore (un visiting professor all’istituto tecnologico di Tokyo, ricercatore senior in Sony, laureato in scienze e poi in legge, autore di una tesi di dottorato dal titolo “Mathematical Model of Muscle Contraction”, …) è un prolifico scrittore; ringrazio queste persone per ispirarmi. Tornando invece al libro: il vantaggio competitivo non nè più dato da qualifiche (es.: “Medico”, “Avvocato”) ormai inflazionate o da un titolo di studio o dalla capacità di ricordare cose o risolvere problemi semplici ormai superati da un’AI che batte gli umani ormai anche a go (cfr.: “Deep Thinking”, Garry Kasparov). Il “fossato”, quella separazione tra una persona mediocre e una “di successo” (qualunque sia per quella persona il concetto di sucesso) è molto più spesso dato dalla capacità decisionale (il fossato è ciò che Randy Pausch avrebbe chiamato “i muri che sono fatti per fermare gli altri” che non hanno abbastanza forza di volontà). Servono impegno e tempo, non si possono forzare tempi della natura nel cervello, come non si può per far crescere una pianta al di sotto di un certo tempo anche con moderne tecniche di coltivazione. Ken Mogi (come anche tanti altri) rimprovera il sistema che ci fa focalizzare sui voti, perché dobbiamo sgomitare con i nostri vicini da superare; inoltre, si presta troppa importanza a influenzerz che sono famosi perché famosi, anziché guardare quelli che invece fanno cose (ne ho scritto anche io in merito, in Le meta-cose: un caso studio recente (in corso)). Viviamo in un’epoca paradossale, come detto ne “La tirannia del tempo” di Judy Wajcman: tutti continuano a dire che oggi vale solo meritocrazia che, concenttualmente, sembra vero rispetto a secoli fa, ma allo stesso tempo continua a valere frammentazione società in cui chi nasce in alcuni contesti non può puntare a competere allo stesso livello con chi nasce in migliori condizioni, in alcuni casi non si può neppure arrivare a provare per una buona università privata (nota importante: questo libro prende come riferimento il Giappone, la situazione potrebbe essere migliore o peggiore in altre nazioni). Ken (nonostante “le sue due lauree”, cit., il PhD e l’essere un “visiting professor”) raccomanda di non ossessionarsi con l’università: Il sistema scolastico non solo non trova e non fa crescere doti intellettive, ma spesso le distrugge; on tutti sono fatti per università, non è metro di giudizio universale, inoltre le classifiche delle migliori università sono spesso fuffa in cui si paga una società di consulenza che massimi le metriche secondo la legge di Goodhart (v. “Weapons of Math Destruction”, Cathy O’Neil), ma allo stesso temo non bisogna dar troppo retta agli influenzerz che continuano a ripetere la bufala che l’università non serva a nulla e a nessuno: oltre a essere falso quando si guardano i dati di soddisfazione e stipendi di laureati rispetto ai non laureati, c’è il grandissimo rischio (più che altro certezza) che la stragrande maggioranza dei “seguitori” di questi influenzerz non diventeranno imprenditori, ma continueranno a non fare nulla, spinti da influencer idioti che dicono “stai bene così come sei, goditi la gioventù”, poi però lamentandosi che stavano meglio le generazioni precedenti. Il libro parla di libero arbitrio (che ci si poteva aspettarre, parlando di “volontà”), ma soprattutto di come migliorare il processo decisionale (e a noi, che amiamo il pensiero critico, questa roba piace). Consigliato, soprattutto ai giovani.
La mente, Paolo Legrenzi, Psicologia cognitiva, 2016
L’autore, con esperieze da professore ordinario e visting professor di psicologia in diverse nazioni, spiega concetti alla base di psicologia cognitiva nell’analisi della nostra stessa mente (in generale, ovviamente) con uno dei migliori modi possibili: immaginare che a descriverci sia un alieno che ci vede per la prima volta. Identifica diversi livelli, da quello più elementare (capacità di costruirre modelli, pianificare e agire… capacità che bene o male sono ora appannaggio anche dei robot) a salire verso abilità cognitive che si manifestano (in media) solo dopo i 4 anni di età (come la “teoria della mente” che riesce a farci mettere nei panni altrui). Questo viaggio, con esempi di studi con adulti e bambini, viene affiancato da ipotesi sull’evoluzione partendo da reperti storici, in interazioni tra abitanti dello stesso luogo e nell’interazione tra diverse culture, insieme a riflessioni su movimenti controversi (tra cui relativismo culturale) e false credenze, parlando anche dell’evoluzione della stessa psicologia, che sta finalmente passando da un generico e astratto “senso comune” all’analisi di dati avvalendosi della statistica (qui sarebbe importantissimo anche sottolineare che non basta saper identificare le cifre da 0 a 9 per poter dire di essere “scienziati dei dati” in queste “scienze molli”, ma questa è un’altra storia). Interessante, soprattutto per chi non ha familiarità con teoria della mente e con meta-cognizione.
Neuro-mania: Il cervello non spiega chi siamo, Paolo Legrenzi, Psicologia cognitiva/Neuroscienze, 2009
Libro che avrei voluto scrivere io, benché le mie competenze non siano paragonabili a quelle dell’autore. Trattasi di uno scritto che riguarda, in parte, alcune osservazione che avevo espresso in Le meta-cose: un caso studio recente (in corso), vivendo in un’epoca (che Tom Nichols ben dipinge nel suo “The Death of Expertise”) in cui da un lato c’è una grande diffidenza verso i “veri esperti” (per carità, un minimo di diffidenza per evitare bias di autorità ci sta sempre, ma senza scadere nell’opposto!), eppure dall’altro c’è gente che crede ai nuovi fuffaguru che divulgano stronzate spacciandole per “scientifiche”, che siano PNLlari, “esperti di comunicazione”, maestri di energiavitalecryptoquanticabiohackerata o gentaglia di qualunque tipo che non è poi molto lontana da Wanna Marchi in quanto a scientificità (la scienza che invece ti dice che più di una certa quantità di sale da cucina non può essere disciolta in una certa quantità d’acqua). Paolo Legrenzi attraversa le diverse “cantonate” (per certi versi un “male necessario” per il progresso scientifico) di frenologia, studio di bernoccoli (Gall, ma anche Lombroso) e tutto il resto, fortunatamente ormai solo un ricordo (mi piace pensare che sia così, ma anche di recente ho visto, in alcune nazioni, diverse lunghe code di persone che attendevano pazientemente di essere spennati economicamente e moralmente, in fila davanti allo “studio” di cartomanti e cazzari vari). Giovanni Jervis studiava il mito dell’anti-psichiatria (e sfiducia verso la scienza), ma il pendolo ora sembra andare in direzione opposta, in ricerca estrema di neuro-cose, tra cui spiccano neuromarketing, neuroeconomia, neurodesign, neuroetica, neuroestetica, neuropolitica, neuroteologia e altre baggianate in base alla moda del momento (il libro è stato pubblicato 17 anni fa, probabilmente ora avrebbe evidenziato anche l’isteria sull’intelligenza artificiale, che può potenziare altre neuro-branche). Libro consigliato e che definirei quasi un perfetto esempio di come approcciare, in maniera seria e con sano scetticismo, tutte le mode pseudoscientifiche del momento, con un sempre più necessario ritorno alle basi, ai first principles, alle fondamenta della scienza.
Il talento del cervello, Michela Matteoli, Neuroscienze, 2022
Libro della biologa e neuroscienziata Michela Matteoli, che esplora le potenzialità del cervello umano. Non lo definirei il miglior libro di base possibile sull’argomento: la struttura e le diramazioni che vedo dalla mia conseguente mappa concettuale mi mostrano un grave problema in merito alla completezza, ma per il resto nulla da eccepire sullo stile divulgativo (e ovviamente sulla correttezza di quanto divulgato). Belle lezioni di neuroscienze in un linguaggio accessibile a quello che Piero Angela definirebbe uno studente 15enne sveglio e curioso. Non solo cervello, ma il ruolo importante “del resto del corpo” (cit. da Drammi Medicali), dal sistema immunitario al numero impressionante di batteri intestinali che portiamo a spasso. Immancabile, fortuntamante, la parte in cui si spiega come cercare di rallentare il declino cognitivo, rimarcando l’importanza di pilastri come alimentazione, riposo, socialità, apprendimento, movimento, tutti argomenti che ho trattato diverse volte, anche recentemente in Accettare l’oblio. Unico disappunto proprio sull’ultimo capitolo, quando si parla del “sesso del cervello”, perché per correttezza e onestà intellettuale andrebbero riportate tutte le differenze, non solo quelle che fanno comodo in un mondo in cui “scienza e medicina di genere” vuol sempre e solo dire mostrare che le femmine sono comunque soltanto superiori (quando conviene, altrimenti sono quelle che hanno più bisogno di cure) o che non esistono differenze sostanziali (rimanderei ad esempio al corso dell’Università di Ginevra sulla parte biologica e neuoscientifica dell’autismo (che è presente in un rapporto stimato in almeno 4:1, preponderante sui maschi… tra l’altro sembra, per concidenza, lo stesso rapporto maschi:femmine dei suicidi), non a caso si parla di “cervello estremamente maschile”. A parte l’ultimo capitolo, che rivedrei completamente, il resto del libro è consigliato a chi non è pratico di neuroscienze, altrimenti è solo ripetizione.
Credere, Paolo Legrenzi, Psicologia/Sociologia, 2008
Il cuore dell’insegnamento del Buddha, Thich Nhat Hanh, Buddhismo/Mindfulness, 1997
Dell’autore, noto monaco vietnamita fondatore del Plum Village, ho letto diversi libri, questo tuttavia è decisamente più “tecnico”, in quanto è molto più vicino allo studio della dottrina e della filosofia nella religione buddhista. Inutile fare qui un riassuntazzo brutto, ci saranno sicuramente degli schemi presenti da qualche parte “nel web”, quindi mi limiterò a darne un modesto umile giudizio, da non religioso. Penso che il libro possa essere letto sia all’inizio dello studio del buddhismo, sia in seguito, dopo aver letto/ascoltato opere divulgative (tra cui ad esempio le registrazioni di Lama Michel Rinpoche, come le sue ispirazioni mattutine) e aver familiarizzato con i diversi concetti delle quattro nobili verità, il nobile ottuplice sentiero, i concetti alla base di dolore e sofferenza, l’inter-essere e così via. Richiede decisamente più impegno rispetto ai suoi libri più famosi, direi anche di molto meno facile applicazione, ma lo riterrei un testo fondamentale per capire i fondamentali di questa religione che ha comunque attraversato (come tante altre religioni) diverse diramazioni ed interpretazioni. Consigliato a chi vuole conoscere princìpi fondamentali alla base di culture diverse da quella mainstream occidentale e, in generale, aprire la propria mente.
La democrazia non esiste, Piergiorgio Odifreddi, Politica/Società, 2018
Ci si potrebbe chiedere come mai un professore di matematica (logica) decida di scrivere in merito alla democrazia. Il motivo è semplice: risulta interessante, per un logico, capire i meccanismi alla base delle diverse forme di governo, dalla progettazione all’implementazione. Questo passa ovviamente anche dall’eventuale sistema di voto, con le diverse implicazioni. Libro interessante, meno irriverente di quanto sperassi, utile come palestra di pensiero (oltre alle nozioni storico-politiche assorbite) anche per chi, come me, segue i suoi interventi (discutibili, ma raramente banali) da diversi anni.
Le dimensioni del vuoto, Paolo Crepet, Suicidio/Psicologia, 2024 (nuova edizione)
Edizione aggiornata, a seguito dell’impatto dei socialmerda e di altri cambiamenti nella società (compreso ovviamente quanto si è potuto osservare in risposta alle misure prese durante la pandemia da CoViD-19). Si parte da considerazioni attuali sui tempi e i modi che sono divenuti la norma durante la cena in famiglia, l’atarassia in una società che è sempre più diventata moltitudine di solitudini (ogni volta, lo raffiguro velocemente nella mente con i quadri di Edward Hopper, come “Nighthawks“, ma anche Automat e Morning Sun). Mentre da un lato si spinge anziani a vivere anche più di quanto vorrebbero (non ci si riferisco al negar loro l’eutanasia ad esempio nel caso di grande sofferenza, quanto piuttosto al somministrare cure che alcuni di loro vedono come accanimento terapeutico), dall’altro i politici e la società praticano al limite sciacallaggio mediatico o voyeurismo (mi verrebbe causticamente da osservare che probabilmente è perché è un problema a grande prevalenza (circa 80%) maschile, altrimenti forse ci sarebbe un po’ più di attenzione, ma la chiudo qui: chi vuole osservare i dati reali senza manipolazioni dei media può continuare su Vittime di genere). Il libro parla dell’angoscia di vivere, della paura di crescere, partendo dalla cognizione di morte nel bambino e dalla sua interpretazione crescendo. Vengono esposte le diverse teorie interpretative di condotte suicidarie adolescenziali (ricordando che la psicologia è una scienza molle che va avanti con “scuole di pensiero”), per passare poi a diverse casistiche (e anche casi presentati, come lo psichiatra ci ha abituato in altri libri), per poi riflettere lungamente sul ruolo della scuola. Decisamente un libro consigliato, non solo a chi è genitore o educatore, è comunque una tematica interessante (da un punto di vista non morboso), che affiancherei alla lettura di “A Very Human Ending: How Suicide Haunts Our Species” di Jesse Bering. Spero che la tematica verrà un giorno seriamente analizzata come si deve, anche se ovviamente non fa rumore come altri casi di cronaca in fenomeni che si verificano con due ordini di grandezza in meno, ma che servono a polarizzare la massa di italioti utili idioti, dirottando al contempo denaro pubblico.
Non siamo capaci di ascoltarli, Paolo Crepet, Pedagogia/Psicologia dell’età evolutiva, 2015
Noi. Voi., Paolo Crepet, Pedagogia/Psicologia dell’età evolutiva, 2015
I figli non crescono più, Paolo Crepet, Pedagogia/Psicologia dell’età evolutiva, 2015
La banalità del male. Eichmann a Gerusalemme, Hannah Arendt, Storia/Crimine/Filosofia, 1963
Il contratto sociale, Jean-Jacques Rousseau, Politica/Società/Filosofia, 1762
Il buio oltre la siepe, Harper Lee, Romanzo, 1960
La strada, Cormac McCarthy, Romanzo/Post-apocalittico, 2006
Dopo molti l’estate muore il cigno, Aldous Huxley, Romanzo/Fantascienza, 1939
Scorrete lacrime, disse il poliziotto, Philip K. Dick, Romanzo/Fantascienza, 1974
La disobbedienza civile, Henry David Thoreau, Politica/Società/Giustizia/Etica/Diritti individuali, 1849
In difesa del capitano John Brown, Henry David Thoreau, Biografia/Politica/Società/Giustizia/Etica/Diritti individuali, 1859
CORSI
Advanced Data Analysis with Generative AI, Microsoft
Data Visualization and Reporting with Generative AI, Microsoft
Coding and Automation for Data Analysis with Generative AI, Microsoft
Scenario and Root Cause Analysis with Generative AI, Microsoft
FILM E SERIE
- Manchester by the sea
- A single man
- Buen Camino
- Gigolò per caso [S]
- Drive
- Nightcrawler
- The King of Staten Island
- American Psycho
- Radio (2nd)
- A ghost story
- Il lungo addio di Robert Altman
- Tetris
- One Life, Anthony Hopkins
- The post
- Spotlight
- Voglia di ricominciare
- Letters From Iwo Jima
- Burning
- Shutter Island
- Il nibbio
- Melancholia
- Io, io, io… e gli altri
- The Last American Virgin
- Non guardarmi non ti sento (rivisto)
- La verità negata
- Miracolo nella 34esima strada
- Mr Brooks
- Tutti gli uomini del presidente
- Presunto innocente
- Quel pomeriggio di un giorno da cani
- Il prezzo di Hollywood (rivisto)
- Alta fedeltà
MUSICA
Raye, R&B/soul/pop, Gran Bretagna, 2014
Tramite l’ascolto di Rick DuFer, ho scoperto questa cantante dalle incontrovertibili doti canore. Fortunatamente, a lato di un mondo discografico mainstream saturato dalla presenza di piattume musicale simboleggiato da Taylor Swift (la cui fan più magra pesa due e quaranta, sostiene Tony Pitony), c’è spazio per chi produce canzoni cantate come si deve.
Kupfergold, Folk Rock, Germania, 2018
Oltre a restare in contatto con stile tradizionale, questo genere è sempre un buon rimedio per far tornare il buonumore o rilassarsi. Solitamente preferisco sonorità più metal, magari sempre con video in ambientazioni “costumate buffe” (come il video dei Feuerschwanz “Metnotstand im Märchenland“), ma ogni tanto ci sta ascoltare qualcosa di più leggero.