Questo articolo è il primo della trilogia dell’umano universale (1. Perché | 2. Come | 3. Cosa)
Viviamo in un’epoca piena di tantissimi paradossi. Nei paesi sviluppati, salvo rare eccezioni, abbiamo accesso rapido, con pochissimo sforzo e praticamente gratuito (o a prezzi risibili) ad una quantità di informazioni mai neppure lontanamente immaginata fino a pochi decenni fa (ne ho parlato in MOOC: the cheap (or even free!) yet powerful and stimulating way to learn). Eppure, si legge e si capisce sempre meno (soprattutto in Italia, non ci sono punteggi lusinghieri in merito all’analfabetismo funzionale). Importante: ai fini del presente articolo, per “leggere” si intende, per estensione, la fruizione di un contenuto in qualunque “forma lunga”, quindi ad esempio anche la visione di un documentario o di un bel film (ma non di shorts/reels/tiktok/videoclip, nè di brevi episodi di serie), l’ascolto di un audiolibro (non di un messaggio vocale) e così via. Riporto in calce gli studi e gli articoli per un approfondimento, ma in brevissimo:
- giovani e adulti hanno ridotto la lettura persino nonostante i periodi di “clausura” pandemica, quando di certo il tempo per stare in casa non mancava;
- la comprensione della lettura ha dei punteggi davvero bassi, che variano però in base ad alcune caratteristiche;
- il cervello è in pappa a causa del massiccio utilizzo di dispositivi elettronici, soprattutto se connessi e soprattutto se tale connessione è ai social network, causando non pochi problemi a livello di abitudini e di impatto cognitivo nel breve e lungo periodo (qui rimando alla lettura di diversi libri che stra-consiglio, li inserisco sempre in fondo a questo articolo).
Questo desolante scenario, per dirla come Battiato, “mi spinge solo ad essere migliore con più volontà”. Senza esprimere un giudizio, nè sentirmi moralmente superiore, mi limito a pensare che non voglio diventare come molti zombie che vedo in giro (per quelli che escono di casa), perennemente chini sugli schermi, in uno stato di anti-mindfulness, incuranti dell’ambiente circostante; individui che si possono riconoscere anche da dietro (senza vedere direttamente il loro smartphone): la camminata e la reazione agli stimoli esterni sembrano quasi quelle che ci si aspetterebbe da qualcuno sotto gli effetti del Fentanyl.
Questa è la leva del dolore da evitare; c’è poi la leva del piacere, perché “c’è anche la gioia” (cit.) che ci guida. Nel mio caso specifico, la spinta è il desiderio di diventare l'”umano universale”: mi riferisco all’ideale di “uomo rinascimentale” (“uomo” nel senso di essere umano, a prescindere dal genere sessuale), quello che gli anglofoni chiamano “polymath” o “ace of all trades” – sperando di non diventare “jack of all trades, master of none”. In una società che spinge sempre di più verso la specializzazione e in cui tantissimi cercano necessariamente un ritorno economico in qualunque tipo di attività, tanto da chiedersi a priori “ma questo passatempo è monetizzabile?”, è possibile (e, dal mio modesto punto di vista, desiderabile) riuscire a spaziare in diversi campi, assaporare la conoscenza in diversi settori… perché sì, per il semplice gusto di imparare e sapere. Ci sono diversi motivi per i quali penso possa essere bellissimo (oltre che “utile”, in senso ampio), ma, prima di descriverli, credo possa essere utile un breve excursus per capire il principale problema e cercare di risolverlo.
Questo articolo fa parte di una trilogia, ma al momento in cui sto scrivendo queste parole non farò spoiler, gli altri due articoli li scoprirete a breve. Qui mi soffermo sul “perché” diventare un umano universale. Avviso che sarà un lunghissimo viaggio, il lettore è invitato a mettersi comodo e, possibilmente, evitare di distrarsi: si prega di spegnere i dispositivi elettronici o di impostare la modalità aereo.
All’inizio, ci dicono COSA studiare, non come
La scuola dell’obbligo, salvo rarissime eccezioni, prevede un percorso (altrettanto obbligato) durante i primi anni di istruzione: programmi datati e spesso discutibili, ma comunque si viaggia in binari ben fissati al terreno, su percorsi stabiliti, da docenti che possono al massimo variare la velocità in alcuni punti (nella speranza di giungere a destinazione a fine anno). Oltre al fatto che, come scritto nell’autobiografia di Albert Einstein, “è un miracolo che l’insegnamento moderno non abbia ancora soffocato completamente la sacra curiosità della ricerca; perché questa delicata pianticella ha bisogno, oltre che di stimoli, soprattutto di libertà; senza di essa, inevitabilmente, muore”. Certo, andando avanti ci sono dei nodi di scambio: n possibilità di scelta per le superiori, con eventuali diramazioni interne (come nel caso dell’istituto tecnico industriale, di cui ho anche parlato in articoli recenti come Articolazioni… mobili? Veloce analisi di una scuola superiore italiana), fino ad arrivare ad una grande varietà per l’università (un tempo, si poteva accedere ad alcune facoltà solo provenendo da specifiche tipologie di scuole superiori, vincolo ora decaduto), ma:
- la scelta delle materie è comunque determinata dal piano di studi, a parte eventuali “insegnamenti a scelta” (c’è poi il discorso per “major” in università anglosassoni, ma per evitare di divagare, restiamo in casi simili a quello italiano);
- all’interno di ciascun corso, il programma è comunque definito, approvato a priori, con poco margine per cambiamenti e davvero poco spazio per “esplorare”.
Di conseguenza, il “cosa” imparare non è un problema di cui deve farsi carico nel dettaglio lo studente. Quello che invece non viene insegnato (ed è un “dettaglio” non di poco conto) è il “come”, il metodo di studio, che viene lasciato al singolo studente come risultato collaterale sulla base di prove ed errori, con un eccesso di fatica di cui quasi vantarsi (“e deve fare male!”, Fernandello mio), un sacrificio senza senso dato dall’inefficienza di metodi in stile “leggi e ripeti” (non ad libitum, quanto piuttosto ad nauseam); più sono il tempo sprecato e la sofferenza, più si viene apprezzati, grazie anche al peggio dei due mondi, col retaggio cattolico del dolore come virtù da un lato e la voglia di buttare “tempo di presenza” durante un lavoro dall’altro. E quindi qualcuno, animato dalla voglia di migliorare o per sfuggire dalla disperazione, inizia ad informarsi sull’eventuale esistenza di metodi di studio.
L’eventuale scoperta del COME studiare e come pianificare il tempo
Qui ci sarebbe tantissimo da dire, ne ho accennato anche in passato, menzionando l’amico Alessandro de Concini, ormai punto di riferimento in Italia per gli studenti e non solo. Non mi dilungo qui sul metodo e su come organizzarsi, rimando a tali articoli (ad esempio: Imparare una nuova lingua, Tracciamento del tempo e pianificazione – con tutorial e foglio di calcolo gratuito, How (yet another book on) Atomic Habits made me think), ma anche in tal caso riporto alla fine di questo lungo articolo i libri e i corsi consigliati in tal senso.
Ora che finalmente so come studiare, ed ho completato gli studi “previsti”, COSA studio?
Qui do per scontato il “mindset” del “lifelong learning” – per chi non è un milanese imbruttito, sto semplicemente assumendo che si sia interessati a continuare ad “imparare cose” (le motivazioni per farlo son sempre lì, più avanti in questo articolo).
Terminato il percorso accademico (e/o di formazione professionale), generalmente si inizia la propria carriera lavorativa. Quando è “predefinita” (soprattutto nel caso di mestieri “tradizionali” e consolidati), ma anche in una certa misura da liberi professionisti, gli argomenti necessari/utili sono piuttosto evidenti: a capo di un’impresa edile, probabilmente non mi metterò a studiare linguistica, neppure se intrattengo relazioni con altre nazioni, perché tale studio è considerabile “inutile” in senso stretto, come mettersi a studiare Fisica I e Meccanica prima di partecipare ad una passeggiata domenicale in bicicletta.
D’altra parte, però, non in pane solo vivet homo (per chi non bazzica il vangelo e le lingue morte: l’essere umano non campa di solo nutrimento materiale): c’è altro da esaminare, nella vita, per renderla degna d’essere vissuta (no, non è mia, chi vuole può recuperare l’originale citazione aulica nell’articolo La scienza dello stare bene. E quindi, al di fuori di quanto strettamente necessario per lavoro e per le faccende quotidiane, cosa studio?

Schermata tratta dagli esercizi che svolgo quotidianamente sull’app Duolingo.
да, конечно, anche il russo.
Parametri
Restando ancora in un livello di “meta”, per la scelta del cosa studiare andrebbero tenuti in considerazione diversi aspetti, tra cui:
- Velocità. Quando il “trend topic” (prima di datascience, ML, AI) erano i “Big Data”, c’erano le 5V per descrivere le caratteristiche di cui tener conto quando si ha a che fare con una mole impressionante di dati: volume, varianza, velocità, veridicità e valore. Non si riesce a star dietro alla quantità e al cambiamento: accadeva già anni fa ai tempi delle superiori, quando alcuni libri di testo non erano più validi, quindi non potevi fruire pienamente del mercatino del libro usato (né come cliente a inizio anno scolastico, nè come venditore a fine anno); in realtà, alcune volte era un cambio forzoso con pretesti idioti, anche perché vorrei vedere quanto spesso devi far revisione di un libro di matematica delle elementari… che tra l’altro vanno anche “peggiorando” (e parlo con cognizione di causa, ma è una storia poco pertinente qui).
- Rilevanza, quanto sarà “utile” nel tempo? Sia perché il mondo (soprattutto nel senso di società) cambia, sia perché ciò che studio potrebbe proprio essere qualcosa che in futuro non servirà, ad esempio perché si scoprirà alcuni modelli, teorie e descrizioni sono false/sbagliate: la storia della medicina è piena di errori ed orrori, tra salassi con sanguisughe, abusi di lobotomia e tanto altro; non sono immuni né le scienze dure (basti pensare alle ipotesi che provavano a spiegare la trasmissione elettromagnetica “nell’etere”), né ovviamente a maggior ragione le scienze molli (come la psicologia e le sue tante scuole di pensiero bizzarre). Anche volendo vederla da un punto di vista utilitaristico (ma anche come possibilità di praticarlo come hobby), non ci sarà più grande bisogno di imparare e di imparare a fare, un po’ come oggi può essere ritenuto irrilevante saper ferrare un cavallo o condurre una carrozza – per riflessioni più approfondite, consiglio la lettura di “Deep Utopia”.
Rapporto Segnale/Rumore
Il crescente utilizzo di “AI generativa” sta producendo una quantità esagerata di monnezza, fino all’assurdo proliferare, sui siti di e-commerce, di libri scritti da chatbot, col contenuto “come utilizzare i chatbot”, presentati con descrizioni scritte da chatbot, che probabilmente non verranno letti, ma riassunti da chatbot. E tutto questo non è gratis, in termini di risorse, né nella generazione, nè nelle successive fasi di memorizzazione, trasmissione e fruizione. Queste tecnologie fungono soltanto da catalizzatore per un processo che non è assolutamente nuovo: gente che parla e scrive senza avere nulla di sensato da dire ce n’è sempre stata, ma ora il fenomeno è “scalato” verso proporzioni mastodontiche. A far rumore, mentre in pochi cercano di portare un po’ di concetti sensati, ora sono tantissimi imbecilli sul web (per parafrasare una nota frase che Umberto Eco scrisse in una prefazione). Contemporaneamente, in questo crescente baccano, libri e opere di qualità sembrano annegare (mentre spero umilmente di contribuire, benché di un epsilon infinitesimale, al segnale… o almeno di non essere parte del peggior rumore).
Questo aggiunge un’ulteriore criticità che comporta una sforzo cognitivo nella ricerca e selezione fonti, ma soprattutto una grande perdita della nostra risorsa più preziosa: il tempo.
Oblio, ovvero: cosa resterà di questi anni ’80 di studio
Mentre il “diritto all’oblio” può essere desiderabile, la curva dell’oblio (quella descritta da Hermann Ebbinghaus) generalmente non lo è. Ho già parlato di memoria (vedi (Understand our) Memory), non mi dilungo oltre.
In tema di memoria, tra i miei ricordi ho ancora vivide le parole di un dottorato in ingegneria che mi disse, con una profonda vena di tristezza: “cosa studiamo a fare… dove finirà tutta questa conoscenza?”. Legittima preoccupazione, ma ti restano comunque:
- la forma mentis, il modo di ragionare (quello che difficilmente viene valorizzato e insegnato a scuola), che decade molto più lentamente rispetto a singole nozioni e che fortunatamente è quello più importante, a differenza dei dettagli che solitamente possono essere velocemente reperiti (da fonti esterne o da un buon sistema di appunti);
- un diverso tipo di ignoranza: sapere che c’è qualcosa, anche se non ci ricordiamo bene cosa o non abbiamo visto tutti i dettagli. La grande differenza tra due persone “medie” che chiacchierano al bar o in uno scadente dibattito TV tra “opinionisti” (o purtroppo spesso anche in sedi istituzionali) e due persone invece “acculturate” (ma sul serio per capire la realtà, non il sapere a memoria le poesie di Pascoli e i libretti di Verdi per sfoggiarlo in circoli o davanti a una persona su cui vogliamo far colpo) è una visione di sistema e il sapere che esistono dettagli rilevanti che aggiungono complessità/sfumature, oltre a sapere che è possibile che ci sia un sottostante nel “backend” diverso da quello che sembra. Come vedere variazioni di temperatura senza capire il perché, ma che poi diventano più chiare con analisi storiche e con modelli, per poi capire che c’è un sottostante (atmosfera del pianeta, interazione con altri corpi celesti e tanti altri complessi sistemi).
I contro
- Troppa roba, davvero. Ars longa, vita brevis. Ne parlo più avanti.
- Difficoltà nel capire cosa studiare, dato che è una coperta corta, ma è difficile valutare a priori un “ritorno di investimenti”. è un po’ come avere un algoritmo di Viterbi, subottimo durante lo streaming, che performa peggio rispetto ad avere il file finale completo e che possiamo analizzare/comprimere/elaborare/trasmettere meglio quando conosciamo tutto il contenuto e tutti i parametri. Facile dire “inizia dalla fine” (col famoso esperimento mentale del funerale), ma in verità non abbiamo pieno controllo nel sapere “dove/come finiremo” e cosa “ci potrà essere utile”. Alcuni insegnamenti scout mi son stati utili in boschi e paesini, questo era facile, ma ad esempio non avrei mai potuto immaginare che AutoCAD 2D/3D, imparato dapprima come auto(cad)didatta, poi perfezionato lavorando (gratis) in uno studio di ingegneria in un’estate ai tempi delle superiori, mi sarebbe servito, molti anni dopo, per aiutare un comando militare in cui prestavo servizio, per aggiornare delle planimetrie (unico capace tra decine di ufficiali ingegneri lì presenti). Sono state, di contro, tante le volte in cui ho pensato “avrei voluto saperne e saper fare di più”, ma fortunatamente ho quasi sempre disposto di validissimi e volenterosi collaboratori specialisti – facile comandare quando la conoscenza riesce a scalare in maniera efficace all’aumentare del numero di membri di un Reparto, in cui ognuno fa la sua parte, minimizzando il rischio di social loafing. Cosa fare però quando si cerca di sapere tutto, da soli? Semplicemente, occorre accettare i limiti e delegare alla conoscenza collettiva.
- Trovare noiose, banali e irritanti la maggior parte dei discorsi delle persone: sia perché ignoranti (in senso stretto, che ignorano la gran parte degli argomenti anche solo a livello elementare), sia perché è come cercare di ragionare con bigotti credenti nell’astrologia o qualunque arte magica. Tra le frasi più emblematiche che mi son sentito dire da un’amica: “Io credo alle stelle, tu credi alla scienza”. Ho immaginato il povero Carl Sagan rivoltarsi più volte nella tomba. Se poi addirittura nei settori in cui son stato specialista, non posso far altro che restare immobile sfoggiando una “poker face”, a meno che l’interlocutore sia davvero interessato a capire e allora provo a riassumere brevemente alcuni concetti fondamentali che reputo appunto “le fondamenta” per comprendere un certo fenomeno, conditio sine qua non per un discussione che non sia al livello del “signora mia, non ci sono più le mezze stagioni”.
- Collegato al punto precedente, però, vale la pena ricordare di “restare umili”: il rischio è quello di credersi st0cazz0 (termine tecnico che si usa a Roma per descrivere qualcuno che si crede una spanna sopra gli altri), la tentazione di credersi ormai esperti conoscitori di tutto è forte, se non ci si ricorda periodicamente di essere comunque in un certo tratto della curva di Dunning Kruger. Per la conoscenza specifica, è giusto sentirsi sicuri del proprio livello, al punto che son gli altri a riconoscere una certa autorevolezza in un settore, come ad esempio mi accadde una sera durante una missione all’estero, tra colleghi: un giovane con gusti musicali superficiali – il classico che ti dice “ascolto tutto”, sottinteso “tutto (ciò che passa la radio mainstream)” – rispose ad una mia osservazione tecnica con: “ma tu che ne capisci di musica?”… ci furono risate tra gli astanti perché sapevano che sono un polistrumentista capace di improvvisare diversi generi, quindi le mie non erano osservazioni dell’avventore qualunquista di un circolo di bevitori, ma di uno che sa quello che dice. Il pericolo è poi di sforare, di scavallare in campi di cui si conosce molto meno, allontanando troppo dal proprio “cerchio di competenza” (vedi il secondo modello di cui ho parlato in The Great Mental Models – General Thinking Concepts), sfociando poi nella pericolosa deriva che porta a esser presi per tuttologi nel peggior senso del termine, insomma (sempre per dirla come a Roma), per gran cazzari, che a questo punto si può riversare anche – un effetto alone, ma inverso.
Andare al c(u)ore
Obiettivo principale, il core (in inglese, non in romanaccio/napoletano), è andare al cuore delle diverse tematiche.
- Qualità, non quantità: tempo fa, avevo letto un articolo fuorviante e di una estrema banalità, in cui si diceva che la conoscenza di Leonardo Da Vinci (“uomo rinascimentale universale” per antonomasia) è paragonabile a quella di un attuale bambino delle elementari. Qui le considerazioni sarebbero tantissime, ma volendo riassumere in un’immagine: è come paragonare una grande città (con tutti i suoi abitanti e le interazioni) con il set cartonato su cui è dipinto lo “skyline” di una metropoli come sfondo di un film. Non solo la conoscenza scolastica è nozionistica e frammentata, a differenza di una presumibile solida “matrice” nella mente di Leonardo, ma quello che è interessante del maestro non è soltanto ciò che ci ha lasciato, ma come ci è arrivato, l’impalcatura che ha costruito per giungere a quei risultati sperimentali: spesso, il viaggio è più interessante della meta. Soprattutto: molte delle “nozioni” di Leonardo sono sue invenzioni, scoperte e riflessioni, quelle di un bambino sono spesso solo “ripetizioni a pappagallo”, imparando a memoria il paragrafo della fotosintesi clorofilliana o ripetendo che la terra ruota intorno al sole, a livello di “percezione”/”interiorizzazione” e collegamento di modelli mentali è tutta un’altra faccenda. Senza contare il fatto che molti bambini non esperiscono più una realtà diretta, come mostrano alcune inquietanti risposte di bambini italiani che pensano che il latte (quello comune, vaccino, con cui molti di loro fanno colazione) cresca in cartocci sugli alberi – non molto diverso, invero, da adulti statunitensi (cittadini votanti) che credono che le mucche marroni producano latte al cioccolato (riportato da Washington Post, CNN et al.).
- Come dettagliato meglio in Perché siamo così superficiali?, molti restano solo sulla superficie della realtà e delle cose, come tanti gerridi (insetti pattinatori) sopra la tensione superficiale dell’acqua, ma credo profondamente (appunto) che sia importante immergersi: chi non l’ha mai fatto non può capire la gioia e la soddisfazione di scoprire dettagli, ma anche di esplorare rabbithole (con la stessa dovizia di dettagli con cui la gente mediocre approfondire “VIP” e cronaca nera, entrambi gossip frivoli oppure angoscianti, che dovrebbero restare circoscritti al ristretto circolo di persone coinvolte e di autorità). Da un lato, il proliferare di generalisti (ma nel senso peggiore del termine) che cianciano di geopolitica e strategia, atteggiandosi nemmeno fossero esperti diplomatici o generali con all’attivo decine di missioni (con “skin in the game”), dall’altro un ristretto numero di scienziati chiusi in laboratorio o in generale studiosi, nel loro stato di flow, che preferisce non perdere neppure tempo con la massa. Un fenomeno che si sta sempre più polarizzando, come osservato anche in “The death of expertise”.
- Ci sarebbe poi un lungo discorso in merito alla tipologia di “livelli” di informazioni, ma merita un articolo a parte, ma in breve: su alcune tipologie di informazioni ha senso spenderci del tempo a prescindere, mentre altre sono così volatili che ha senso solo se ci si occupa in quel momento di quello specifico settore, un po’ come la differenza che corre tra basic e current intelligence su un argomento: la “basi” restano grosso modo quelle, ma la parte “attuale” allo stato dell’arte lascia un po’ il tempo che trova. Ad un giovane che vuole imparare informatica, consiglierei di impiegare ore a studiare le basi delle reti di calcolatori (anche con una versione non necessariamente aggiornatissima del Tanenbaum), piuttosto che andare a spulciare i dettagli nelle specifiche tecniche dello standard IEEE 802.11be (protocollo del “Wi-Fi 7”), che lascerei invece solo ad un ultra-specialista che deve lavorarci adesso, non tra qualche anno.
Accettare i propri limiti, tra cui quello temporale
Un po’ di tempo fa, scherzando con amici, dissi: “sulla mia lapide, vorrei far incidere ‘Non ero pronto, avevo ancora molto da studiare!'”.
Collegato all’ultimo punto del paragrafo precedente, infatti, anche studiando 8h al giorno per 60 anni, non si potrà comunque terminare lo studio, non si può mai arrivare a pari e “raggiungere gli scrittori” (avevo precedentemente citato la scena in cui Massimo Troisi parla della lettura, in Bulimia informativa. Forse seriamente un disturbo.). La conoscenza disponibile è un pozzo artesiano che, non importa quanto tu possa attingere, non riuscirai a svuotare. Ma non nel senso che puoi arrivare vicino alla fine, come quando ci si avvina ad un limite asintotico, resti invece sempre ad un valore infinitamente piccolo rispetto al numero di concetti che possono essere approfonditi o anche solo accennati. Questo mi viene ricordato quotidianamente dalla mia “anti-biblioteca” (concetto discusso da Swift (Jonathan, non la cantante) -> Eco -> Taleb, oltre a comparire in alcune idee di Borges), giacchè i libri che ho letto (visibili in parte nella lista in Leggi di più! La mia lista libri (dal 2021)) sono solo la punta emersa di un iceberg di centinaia di titoli che non so se/quando legggerò.
Ogni tanto, in stile savoring/meta-cognizione, può capitare di fermarci un attimo a ragionare su quello che stiamo facendo (il che richiede un momento di sospensione dell’attività, sollevando la testa dal “flow”). In tali frangenti, mi capita di notare, ad esempio (caso pratico di pochi giorni fa) che sto ascoltando un corso universitario (erogato dall’università di Ginevra su piattaforma Coursera), in lingua francese (non c’erano sottotitoli in altre lingue, ma almeno fortunatamente c’era la trascrizione in francese, che capisco meglio scritto), su un argomento (psicologia infantile) totalmente avulso dalla mia formazione; nel frattempo, producendo appunti in una lingua diversa dalla mia linguamadre – inglese, che è lo standard che uso nel mio “second brain” (sistema di archiviazione in Obsidian) – che riesco a collegare a diversi libri/corsi che ho completato precedentemente.
No, non è un flex (o un po’ sì), è semplicemente uno sprazzo di “lucidità sulla realtà”, in cui realizzo di trovarmi probabilmente nel top 1% della popolazione in quanto a conoscenza (accademica e non), ma di stare sempre guardando verso destra quando già si è nella coda destra della distribuzione.

Non bastano le notifiche/gamification di Coursera (del tipo: “Complimenti! Hai raggiunto il punteggio X per questa competenza, sei nel top 1%!”) ad alleviare questo sentimento frustrante del non sapere ancora quanto si vorrebbe. Piergiorgio Odifreddi ha raccontato la sua sensazione durante una cerimonia di premiazione di premi Nobel, in cui anche i premiati stessi si sentivano ignoranti. Russ Harris ci ricordebbe che siamo biologicamente/evoluzionisticamente progettati/selezionati per volere sempre di più e meglio, potrei dire che siamo naturalmente “cablati”/”programmati” per esplorare e cercare di comprendere, anche se già dopo i 5 anni di età vedo purtroppo un grandissimo declino in tal senso: molti sono semplicemente concentrati nel massimizzare i propri averi (e non il proprio essere, per citare Eric Fromm) o nel minimizzare la loro sofferenza (ma non in ampio senso buddhista). Susan Engle, autrice di “The hungry mind”, nota che bambini tra i 3 e gli 11 anni mostrano importanti differenze in interessi e curiosità, nella fame di conoscenza: c’è chi (si) interroga e chi semplicemente va avanti noncurante della propria ignoranza.
L’unico limite con cui ogni essere umano (almeno fino a questo momento) deve fare i conti è la propria finitezza in termini temporali. Accettare che ad un certo punto, nella nostra lunga camminata nella conoscenza, dovremo fermarci e lasciare probabilmente un libro a metà, spirare senza aver terminato la lunga lista di materiale che avevamo accumulato. Secondo il “framework di minimizzazione del rimpianto”, potremmo quindi riordinare periodicamente la nostra lista dinamica e mettere in cima quello che davvero pensiamo sia per noi fondamentale, come le famose liste di libri/film/album/altro “da vedere prima di morire” – da affiancare ai vari posti da visitare, attività da svolgere e così via. A ‘na certa, nel nostro “ultimo giro di giostra” (per usare le parole di Tiziano Terzani raccolte da suo figlio Folco), arriverà il momento di prepararci a lasciare andare tutti i titoli che non riusciremo mai a leggere nei nostri restanti giorni di vita (per chi non se ne va in maniera accidentale e ha la possibilità di sistemare le ultime cose). Nel film distopico “The lobster”, di Yorgos Lanthimos, a chi sta per terminare la propria esistenza umana (no spoiler) viene suggerito di svolgere attività proprio come la lettura, ma ovviamente ognuno può avere una diversa preferenza per la propria “bucket list” (come nell’omonimo film con Jack Nicholson e Morgan Freeman). Per quanto la preparazione alla propria morte sia in occidente un grande argomento tabù (altro che la propria attività sessuale o la propria gestione del denaro), consiglio vivamente (strictu sensu, “da vivi”) di pensarci per tempo.
Ma è davvero “necessario?”
Avendo a disposizione un tempo di vita limitato, possiamo dedicarci ad altro e chiuderci a riccio, non leggere niente; certamente è possibile vivere senza conoscere ad esempio i logaritmi, ma si perde molta parte della bellezza di cui possiamo disporre – come ho scritto in Articolazioni… mobili? Veloce analisi di una scuola superiore italiana, chi non trova bellezza nella matematica e nelle scienze è quasi sicuramente perché le associa all’imparare esclusivamente equazioni a memoria. Nel suo libro “La bellezza di fare matematica”, Serge Lang scrisse: Last time, I asked: “What does mathematics mean to you?” And some people answered: “The manipulations of numbers, the manipulation of structures.” And if I had asked what music means to you, would you have answered: “The manipulation of notes?”.
C’è comunque anche l’umanesimo (le “arti liberali”) e anche quanto rientra nelle scienze molli: nella parte introduttiva di “Loneliness”, mettendo le mani avanti sui noti problemi delle scienze molli, John Cacioppo riporta quanto scritto su Scientific American: “Whenever we run articles on social topics, some readers protest that we should stick to ‘real’ science.” The editors went on to say: Ironically, we seldom hear these complaints from working physical or biological scientists. They are the first to point out that the natural universe, for all its complexity, is easier to understand than the human being. If social science seems mushy, it is largely because the subject matter is so difficult, not because humans are somehow unworthy of scientific inquiry“. (“The Peculiar Institution,” April 30, 2002, p. 8). Chiaro che in tal caso non possiamo aspettarci lo stesso rigore e lo stesso grado di certezza delle scienze dure, cionondimeno reputo importante cercare di capire come funzioniamo noi da soli e in relazione agli altri, per quanto i modelli siano spesso speculazioni, meno quantitativi, meno replicabili (giova ricordare che anche la medicina ne soffre, non essendo propriamente una scienza dura).
E quindi, anche alla luce di queste problametiche, ha davvero senso spendere tanto tempo nello studio? Adattando Plutarco, “Vita di Pompeo”, “πλεῖν ἀνάγκη, ζῆν οὐκ ἀνάγκη” (“Navigare è indispensabile, vivere no”), direi che l’esplorazione in generale, anche culturale, sia la via. Qualcuno potrà ribattere, come Pirandello, che “La vita o la si vive o la si scrive” oppure che, se “una notte d’amore è un libro letto in meno” (attribuita a Honoré de Balzac), vale anche il contrario: che ci sia da valutare quando sia costo-efficace scegliere un libro letto anziché… il letto; la decisione sul costo-opportunità è puramente personale. Se invece si è indecisi, il prossimo paragrafo può essere d’aiuto – non necessariamente tutti i punti risuoneranno con ognuno.
Accenno solo brevemente (ma lo tratterò molto più approfonditamente in un ulteriore articolo sull’intelligenza artificiale): la disponibilità di chatbot/LLM non sostituisce minimamente l’acquisizione di conoscenze, anche se può essere d’aiuto, esattamente come far svolgere lavoro fisico ad un robot non ci aiuta nel renderci forti e in salute. Ribadisco: qui l’obiettivo non è imparare nozioni a memoria “che tanto ce stanno i libri”, perché altrimenti con questa logica potremmo anche evitare di camminare perché ci sono i mezzi, imparare a leggere perché ci sono video e audio, viaggiare perché possiamo vedere foto e documentari, cucinare perché possiamo ordinare cibo o mangiare fuori… e così via, verso distopie alla Wall-E e alla Idiocracy. Chi vuole vivere come un’ameba da un punto di vista cerebrale, liberissimo di farlo, ma non è il mio desiderio.
Perché farlo?
C’è chi ha scritto, come Viktor Frankl, che l’uomo (essere umano) è (o dovrebbe essere) in cerca di senso, ma c’è chi sostiene che sia possibile, se non auspicabile, vivere senza uno scopo, come è possibile leggere chiaramente (o tra le righe) in libri come “Flow”, “Tools of Titans” e “Deep Work”, senza considerare poi tutta la filosofia orientale che può ricordarci “sii e basta” (complesso riassumere un concetto come quello taoista del Wu Wei, qualcuno superficialmente lo potrebbe rappresentare col meme del cane nel chill, ma mi rifiuto di controllare se qualcuno abbia osato un così brutale e irrispettoso accostamento). Alan Watts ci ricorda i benefici di vivere senza uno scopo, quindi perché fissarsi l’obiettivo di “capire cose” senza un chiaro e misurabile vantaggio?
Una motivazione, possibilmente intrinseca, può aiutare soprattutto nel lungo periodo – e quello di tentare di divenire la persona universale è assolutamente di lunghissimo periodo. Diventano allora importanti i perchè; con le parole di Nietzsche: “Hat man sein warum? des Lebens, so verträgt man sich fast mit jedem wie?” (Se si ha il proprio “perché?” della vita, si può sopportare quasi tutti i “come?”).
Ci sarebbero tantissimo motivi, alcuni poi anche personali, riporto quelli più o meno adattabili a molti.
1. Sviluppo di creatività
Quando matematici e musicisti condividono le proprie conoscenze, si crea un ambiente comune dove pattern numerici diventano progressioni armoniche e viceversa. Vale ovviamente anche da soli, quando una persona sviluppa interessi e competenze in ambiti completamente diversi e, a prima vista, distanti tra loro (consiglio la lettura di “Range”). Si attivano zone e meccanismi del cervello (tra cui la celebre “default-mode network”) che normalmente restano dormienti quando si svolgono sempre le stesse attività “verticali”. L’attivazione contemporanea di aree frontali e temporali incrementa la densità sinaptica, abbassando la soglia per il pensiero “a salto”, generando nuovi collegamenti e analogie. Esempi storici vanno da Poincaré, che trovava ispirazione musicale per i suoi teoremi, ai produttori di musica elettronica che impiegano frattali.
Gli studi di Robert Root-Bernstein su oltre 700 Nobel mostrano che i laureati più prolifici coltivano hobby artistici, tecnici e artigianali; la combinazione di prospettive disparate favorisce insight originali e soluzioni fuori dagli schemi (pensare “out of the box“, pensiero laterale). C’è chi s’è preso la birga di effettuare analisi bibliometriche: i ricercatori con pubblicazioni in campi distanti producono il 30-40 % di citazioni in più rispetto ai colleghi “specialisti puri”.
La “contaminazione” di discipline funge da moltiplicatore di idee: un concetto nasce in A, si trasforma in B e, quando rientra in A, è diventato qualcosa di radicalmente nuovo. Potremmo romanticamente dire che avviene quel tipo di scambio che Goethe racconta ne “Le affinità elettive”.
2. Risoluzione di problemi a tutto tondo
Le sfide complesse presentano spesso feedback non lineari, latenze e rapporti di interdipendenza invisibili o poco chiari. L’essere umano universale, avendo esperienza di modelli mentali eterogenei (invito a leggere: The Great Mental Models – General Thinking Concepts, The Great Mental Models, vol. 2 – Physics, Chemistry and Biology, The Great Mental Models vol. 3 – Systems and Mathematics), possiede una “cassetta degli attrezzi” cognitiva multifunzione, adattabile (anche se con dovuti accorgimenti) a diversi contesti e discipline. Quando un approccio fallisce, ne estrae subito un altro, adattandolo. Un bel lavoro di ricerca su team interdisciplinari (consultabile su questa pagina della George Washington University) dimostra che la densità di prospettive aumenta la probabilità di individuare “fattori cruciali” in un sistema complesso e in più breve tempo. Non è sola una questione di quantità e varietà, ma di capacità di navigare tra mappe e modelli: la pratica in discipline eterogenee rafforza la capacità di spostarsi tra codici e rappresentazioni di varia natura.
3. Antifragilità professionale
(Sperando che questo concetto popolarizzato da Taleb non diventi la nuova “resilienza” tatuata ovunque). La specializzazione estrema assomiglia a un’opzione “all in” su un singolo asset: se il mercato cambia, ci si ritrova con un titolo o un bene senza valore. Le competenze trasversali sono invece un portafoglio diversificato. Quando l’intelligenza artificiale sostituisce mansioni ripetitive o una crisi di settore, riducendo o azzerando interi dipartimenti, il professionista umano universale rialloca capitale cognitivo verso domini contigui (ma anche distanti), traendo persino vantaggio dalla nuova situazione di cambiamento: può sfruttare una o più competenze (non mi metto qui a scrivere quella roba che piace tanto a coach HR, sulla “T shape”, “M shape” e così via, modi fighetti per indicare una persona che ha competenze in più settori). Le carriere con conoscenze intersettoriali possono anche presentare possibilità di salari maggiori e periodi di disoccupazione più brevi (detta in termini pratici: se tutti sono muratori e improvvisamente vengono rimpiazzati dai robot, quasi tutti restano a casa, mentre il muratore che aveva anche competenze informatiche può essere impiegato almeno come data entry). A livello psicologico, la varietà alimenta il senso di autoefficacia e attenua l’ansia da obsolescenza (in questo periodo di giovani preoccupati da una crecente incertezza sul futuro lavorativo e non solo), rendendo l’umano universale più propenso a scommettere su settori emergenti, invece di difendere vecchie conoscenze destinate a erodersi.
4. Velocità ed efficacia di apprendimento
Imparare lingue, strumenti musicali o diversi linguaggi di programmazione aiutare a costruire schemi astratti (regole sulla formazione delle regole, un meta, un più alto livello di astrazione, vedi anche schemi psicologici) che accelerano l’acquisizione di nuove abilità. Questo meta-learning si basa su meccanismi neurali di transfer: l’ippocampo consolida schemi/pattern ricorrenti, mentre la corteccia prefrontale forma modelli generalizzati di errore-correzione (“trial and error“). In termini potabili: chi ha già interiorizzato la sintassi di Python assimila più in fretta la logica di Rust, perché riconosce archetipi sintattici (poi ovviamente ci vuole del tempo per adattare strutture dati e algoritmi al nuovo linguaggio). Ogni competenza diventa dunque acceleratore per la successiva, creando un effetto di interesse composto sul capitale umano. Importante inoltre riconoscere il prima possibile quali siano compenteze “più abilitanti”: ad esempio, imparare la lingua inglese sblocca un mondo, visto che cambia radicalmente la quantità (e spesso anche qualità) di fonti consultabili per apprendere qualcosa di nuovo!
5. Leadership credibile
Un capo che padroneggia vocaboli tecnici, creativi e manageriali è capace di parlare al proprio team senza “interpreti”, riducendo attriti comunicativi, incomprensioni e costi di “traduzione concettuale”. La credibilità nasce dall’essere percepito come “insider” di ogni comunità disciplinare, pur mantenendo la preziosa visione d’insieme. Jeff Bezos, con background in informatica e finanza, dialoga indistintamente con ingegneri e investitori; Satya Nadella cita poesia mentre discute di cloud (in una recentissima intervista, vede poesia e codice entrambi come forme di “compressione”). L’autorevolezza non deriva da titoli, ma dall’abilità di tradurre prospettive disparate in una narrazione comune. E, per esperienza personale, posso dire che è bellissimo quando i diversi gruppi che coordini ti percepiscono come uno che parla la loro lingua ed è capace di vedere il loro punto di vista, sentono che sei “uno di loro”!
6. Networking amplificato
Ogni nuovo campo apre porte verso conferenze, comunità (online e in presenza), hackathon, gruppi ed eventi in generale. La rete di conoscenze personale diventa non un grafo lineare ma un “ipergrafo”, dove nodi appartengono a diversi sottospazi (si può eventualmente rappresentare con diversi colori per rendere l’idea, ma per pigrizia non lo disegnerò). Secondo la teoria del brokerage di Ronald Burt, chi occupa “structural holes” (ponti tra cluster sociali separati, un concetto un po’ diverso da quello di “hub” che invece è associato più alla quantità che alla qualità/diversità) accede a informazioni non ridondanti, premessa per opportunità esclusive e per collegare mondi diversi.
7. Innovazione sistemica
Le rivoluzioni tecnologiche nascono quasi sempre dall’intersezione di discipline (ancora una volta, suggerisco la lettura di “Range”). Chi trascorre tempo tra una disciplina e l’altra, sviluppa anche una sensibilità a segnali deboli (paper scaricati poche volte, esperimenti poco considerati, comunità di nicchia e così via). Secondo il “weak signal scanning”, la variazione massima utile all’innovazione è in periferia, non al centro di conoscenze arcinote/mainstream. L’umano universale individua combinazioni che risolvono colli di bottiglia strutturali, anziché andare a perfezionare di una briciolina i problemi locali, producendo cambi di paradigma (“disruptive“, contrapposti al “kaizen” – OK, almeno il termine giapponese non pretendo lo conosciate tutti: è il concetto del “(lieve) miglioramento continuo/progressivo”, non un salto in stile stravolgimento). Non a caso, le imprese/startup più innovative reclutano persone interessanti (anche nel senso di interessate a diversi ambiti), convinte che la prossima svolta e l’invenzione del secolo arrivi da connessioni oggi invisibili all’esperto monodisciplinare.
8. Pensiero critico potenziato
Quando si mette a confronto il rigore predittivo di un modello economico, la falsificabilità di un protocollo scientifico e la libertà interpretativa di un’opera d’arte o musicale, nessuna struttura cognitiva è immune da limiti, bias o dogmi impliciti, soprattutto se reiterati dalle solite bolle autoreferenziali. L’umano universale porta invece uno sguardo nuovo (con i suoi different glasses ;)), rivelando “incoerenze” che altri non notano: applica la logica alla narrativa, individua metafore occulte nei paper accademici, si interroga su modi di fare e di dire che gli altri scorrono passivamente senza far caso ad eventuali nuovi significati, si apre al dubbio sistematico, correla diverse fonti, anche da diverse materie, revisione continuamente le ipotesi, rendendo il pensiero critico più robusto e meno vulnerabile a bias di conferma, di autorità, effetto alone e tanto altro che può viziare metodi, valutazioni e conclusioni.
9. Resistenza al declino cognitivo
Neuroscienze e gerontologia mostrano che la varietà di stimoli protegge le funzioni esecutive (memoria di lavoro, pianificazione, inibizione del rumore/distrazione) dall’usura dovuta all’avanzare dell’età. Diminuisce la probabilità di sviluppare “decadimento lieve” rispetto a gruppi di controllo a parità di età e scolarità. Chi alterna programmazione, improvvisazione musicale, sport strategici e tanto altro, attiva reti cerebrali distinte, rafforza la connettività sinaptica e sviluppa una “riserva cognitiva” superiore alla media – è quello che io, in analogia all’architettura navale, definisco “bordo libero” che permette di reggere più a lungo quando il carico dell’età spinge su quel vascello che è il nostro cervello, che si vorrebbe far navigare bene e per più tempo possibile. Studi longitudinali su soggetti “multitalento” (per favore, da non confondere con quelle boiate di “multipotenziale”) evidenziano un esordio ritardato dei segni di decadimento cognitivo ed una maggiore capacità di compensare deficit localizzati attraverso il reclutamento di circuiti alternativi, preservando agilità mentale in età avanzata – concettualmente, quello che avviene quando ci si fa male ad una gamba e si può fare affidamento sull’altra, se in precedenza ci si era opportunamente allenati.
10. Empatia culturale
Svestire e rivestire continuamente il proprio bagaglio di conoscenze che attraversa anche diverse culture (design scandinavo, religioni orientali, cucina messicana, ecc…) aiuta a riconsiderare la realtà, fuori da cornici preimpostate, che normalmente vengono analizzate a compartimenti stagni. Aumenta la “teoria della mente culturale”: la capacità di anticipare desideri, paure e schemi di ragionamento di persone cresciute in contesti diversi dal nostro. Sul piano sociale, si traduce in negoziazioni/scambi più efficaci, conflitti ridotti, collaborazione facilitata tra individui e società di diverse culture. E questo è utile sia a livello personale, sia accademico o professionale.
11. Soddisfazione intrinseca
L’uomo universale si trova in ciclo continuo di scoperta: ogni progetto diventa il pretesto per saziare la curiosità, che apre a nuove domande nell’infinito rabbithole (ho già citato gli Epica in passato: “every answer contains a new quest“…). Si vive in un flow frequente e prolungato, rafforzando i circuiti dopaminergici legati alla motivazione: la gratificazione non dipende esclusivamente da ricompense esterne (promozioni, riconoscimenti, mostrare qualcosa), ma dalla sensazione di progresso autotelico. La filosogia e la psicologia positiva direbbero che chi coltiva interessi multipli riporta livelli più alti di eudaimonia (senso di scopo autentico, diverso dall’edonia, che è il piacere immediato fine a se stesso – non demonizzo, ma è un’altra cosa), rispetto a specialisti ache a parità di gratificazioni (es.: salariali) equivalenti.
12. Monetizzazione di nicchia
Se proprio vogliamo buttarla sul capitalismo, quando competenze rare si combinano emergono mercati scarsamente popolati – o almeno non ancora saturi – dove la concorrenza diretta è minima. Questo permette eventualmente di fissare tariffe “premium” perché il valore percepito è elevato e l’offerta sostitutiva quasi assente. Se di psicologici generici ce ne sono una marea, sarà difficile emergere e difficilmente (anche se diventi “so good they can’t ignore you”, citando Cal Newport) potrai cercare di spillare più soldi degli altri; ma se mostri un profilo con competenze in mix eterogenei, puoi trovare facilmente una nicchia di riferimento: ad esempio, se sei anche musicista, potrai essere cercato da musicisti che cercano supporto psicologico specifico (ansia da prestazione per concerti, stress da troppo esercizio e perfezionismo, ecc…) e saranno disposti a pagare di più perché sanno che li capirai meglio e che potrai dare loro soluzioni specifiche su misura.
13. Capacità di sintesi e versatilità nelle spiegazioni
Chi naviga tra algoritmi, semiotica e sociologia sviluppa solitamente una competenza trasversale preziosissima: ridurre complessità senza stravolgere la sostanza. Per spiegare la finanza personale ad un filosofo, o teoria musicale a un linguista, l’umano universale può avvalersi di analogie su misura, visualizzazioni e un lessico calibrato sul destinatario. Questa abilità aumenta l’efficacia didattica, la qualità di eventuali presentazioni e l’impatto della divulgazione scientifica, fungendo da “ponte epistemico” tra comunità che altrimenti resterebbero isolate (isolate e in guerra tra loro, come gli umanisti e i matematici, o gli umanisti e gli ingegneri, o gli umanisti e fisici, o gli umanisti e altri umanisti, dannati umanisti! – cit. adatt.). Per fare un esempio pratico: per spiegare neuroscienze ad un sistemista informatico, posso dire che la barriera emato-encefalica (una specie di filtro prima del cervello) funge da perimetro come in informatica per una DMZ (che separa la parte di rete interna dal resto), con gli astrociti (un tipo di cellule gliali, che a loro volta sono uno dei due tipi di cellule tipiche del cervello) che si comportano come un firewall (dispositivo che filtra il traffico di rete) verso i capillari, che possono essere paragonati ad un mezzo di trasmissione, all’interno del quale possono esserci diversi tipi di “payload”, alcuni dei quali è un bene che vengano filtrati per proteggere il normale funzionamento dell’area, altrimenti possono portare carico malevolo nocivo per certe vulnerabilità.
14. Impatto sociale
La progettazione di politiche o prodotti veramente sostenibili (nel senso più ampio del termine) richiede di integrare prospettive economiche, ambientali e socio-culturali. L’umano universale, allenato all’analisi di sistemi complessi, valuta tutti gli aspetti, anche “esterni”, del ciclo di vita completo: calcola l’impatto in anidride carbonica equivalente, gli incentivi di mercato, le implicazioni etiche e culturali e così via. Con questa visione olistica, riduce i compromessi tra profitto e bene comune.
15. Eredità duratura
Dal già citato Leonardo da Vinci, che fuse ingegneria civile, arte e anatomia, ad Ada Lovelace, che coniugò poesia e proto-algoritmi (prima di Satya Nadella :P), gli umani universali segnano discontinuità storiche, inaugurando nuove strade e modi di pensare, più che singole scoperte. Le loro opere servono da architetture concettuali su cui generazioni successive costruiscono innovazioni incrementali (per nuovi studiosi che, come Isaac Newton, potranno “salire sulle spalle di giganti”). Il tratto distintivo non tanto l’ampiezza, quanto la capacità di creare linguaggi ibridi (schizzi tecnici punteggiati da versi, codici accompagnati da metafore) che restano intelligibili e fertili anche se i domini originari evolvono.
16. Essere interessati, essere interessanti
Quando si hanno interessi in tantissimi argomenti diversi, è molto più facile trovare qualcosa in comune con altri, costruendo ponti anziché muri. Non solo aiuta nel capire negli altri (punto 10, empatia culturale), ma difficilmente ci si troverà a corto di argomenti di conversazione in diversi contesti, oltre ad aumentare negli altri la percezione di noi stessi come persone interessanti ad un livello profondo, ben oltre il semplice far colpo per qualche nozione memorizzata a caso (buona al massimo per qualche quiz televisivo). La conoscenza solida in diversi settori funge anche da proxy che permette di essere valutati come “più seri” rispetto alla maggior parte delle persone, quantomeno dal punto di vista di una sana curiosità e voglia di capire. Sperando però di non finire come nel brano di Fabrizio De André (adattando le poesie di Edgar Lee Masters): “Per stupire mezz’ora basta un libro di storia. Io cercai di imparare la Treccani a memoria”.
Smettere di accumulare conoscenza. Fare.
- Bello leggere e studiare, ma poi? Non dimentichiamo che esperiamo il mondo anche (e soprattutto) facendo, oltre al fatto che sono probabilmente alcune esperienze dirette ciò che ricorderemo più vividamente, rispetto a leggere/ascoltare/vedere “per procura” (come una giovane vedova, nel film “Splendor”, rimprovera al personaggio interpretato da Massimo Troisi, che preferisce parlare di trame di film anziché darsi da fare per vivere una storia reale con lei).
- Quanto può essere utile leggere libri di grammatica e poi non praticare lingue straniere? Quanto serve leggere libri di ciclismo, manuali meccanici di biciclette e guardare giro d’Italia e simili, se poi non si è mai saliti in sella (si spera non “alla bersagliera!”, cit.).
- Anche solo per se stessi. Ho scritto un libro, insieme ad un amico; a breve, ne scriverò un altro. Anche se son libri in cui spero di essere utile ad altri, soprattutto giovani, scrivo anche per me stesso, per spingermi ad approfondire in maniera ancora più rigorosa gli argomenti (quando espongo pubblicamente alcuni paragrafi, ci tengo che siano “logici”, strutturati e, quando possibile, supportati da ricerche/studi e notizie verificate. Ma scrivo anche come forma di meditazione. Per chi volesse approfondire, suggerisco video come questi due di Entropy for Life – Giacomo Moro Mauretto e Rick DuFer.
- Cerchiamo poi di essere utili. Senza ricorrere al livello “contributo” della stra-citata piramide di Maslow, potremmo semplicemente cercare di “lasciare il mondo un po’ migliore di come l’abbiamo trovato” (come insegnava agli scout il loro fondatore Gen. Robert Baden-Powell), “essere il cambiamento che vogliamo vedere nel mondo” (come pare abbia detto il Mahatma Gandhi) o, per chi è stufo di citazioni, agire come dei Bodhisattva, anziché accumulare tenendo tutto in/per noi stessi. Del resto, come dice anche Lawrence Yeo, non possiamo mica continuare ad accumulare pressione di conoscenza, ogni tanto fa bene rilasciare, per scambiare i propri semi di conoscenza.
Quando?
Approfitto qui, dopo aver scritto oltre 7.000 parole, per chiedermi quando farlo, perché non richiede (forse) altrettanto lunghe riflessioni. Vero è che prima si inizia, prima è possibile sfruttare un ritorno in stile interesse composto (ma anche fosse solo lineare, c’è comunque un vantaggio di partenza, un offset, rispetto a partire tardi): conoscere alcune dinamiche già da piccoli, seppure in forma semplificata (ma corretta) permette di impostare meglio il proprio stile di vita e aiuta conoscere meglio quale strada seguire e come percorrerla – l’esempio del metodo di studio è solo uno dei tanti. Un po’ come laurearsi prima dei 30 anni potrebbe aiutare nella carriera e nella vita piuttosto che laurearsi a 60, ma resta valido il concetto: il periodo migliore per piantare un albero era anni fa, il secondo periodo migliore è oggi.
Anche perché c’è così tanto da imparare… e già da anni, ironicamente ma non troppo, dico ad alcuni amici che vorrei che sulla mia eventuale lapide o in un necrologio vorrei sia scritto “… ma non ho ancora finito di studiare!”
Vorrei dire che parto immediatamente con lo studio, ma… mi son reso conto che non ho ancora scritto nel dettaglio come identificare COSA mi metterò a studiare! E allora credo proprio che dovrò ricorrere a… (“fine della prima puntata de L’uomo che non capiva troppo!”, cit.). Ci vediamo nella parte 2 di questa trilogia!

Riferimenti e risorse consigliate
Per chi proprio è più ostinato di quel sardo di Padre Porcu e non vuole accettare il sempre valido consiglio di Biascica di chiudersi a riccio.
Libri
Non solo citati e strettamente pertinenti a quanto scritto, ma utili anche per prepararci al viaggio (ad esempio, per imparare in maniera più efficace, aiutare a concentrarci isolandoci da distrazioni, pianificare meglio il tempo e così via).
- “Flow”, Mihaly Csikszentmihalyi
- “Man’s Search for Meaning”, Viktor Frankl
- “Range: Why Generalists Triumph in a Specialized World”, David Epstein
- “Deep work”, Cal Newport
- “Digital Minimalism”, Cal Newport
- “Getting Things Done”, David Allen
- “Irresistible: the rise of Addictive Technology”, Adam Alter
- “The Great Mental Models” (4 volumi), Shane Parrish
- “Leggere per sapere“, Alessandro de Concini
- “Vince chi impara”, Alessandro de Concini
- “The hungry mind”, Susan Engle
- “Atomic Habits”, James Clear
- “The Death of Expertise”, Tom Nichols
- “Deep Utopia: Life and Meaning in a Solved World”, Nick Bostrom
Corsi
- “Learning how to learn“, Barbara Oakley / DTS
- “The Science of Well-Being“, University of Yale
- I corsi di AdC (metodo di studio, gestione del tempo, pensiero critico)
Studi
- Bäuerle, A., Teufel, M., Musche, V., Weismüller, B., Kohler, H., Hetkamp, M., Dörrie, N., Schweda, A., Skoda, E.-M. (2021). The impact of COVID-19 confinement on reading behavior. Clinical Practice and Epidemiology in Mental Health, 17, 1-9. https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC8809688/
- Piehler, T., Todd, M., & Klapp, B. F. (2024). The Relationship between Adolescent Reading Habits and Older Adult Social Engagement. Gerontology and Geriatric Medicine, 10, 233372142211211. https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/37633113/
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- He, J., & Wang, J. (2023). When struggling readers meet the screen: Effects of digital reading on comprehension in students with reading difficulties. Computers & Education, 195, 104658. https://doi.org/10.1016/j.compedu.2022.104658
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- Lanza, C. (2023). I giovani e l’utilizzo delle tecnologie [Policy paper, University of Milano-Bicocca]. https://www.boa.unimib.it/retrieve/7b50f4f4-4c2c-4958-82b9-6a1b6b491689/Lanza-2023-Giovani%20utilizzo%20nuove%20tecnologie-VoR.pdf
- Montag, C., Schlicker, S., Toth, D., & Reuter, M. (2018). How digital media influences internet addiction and smartphone use: A meta-analysis. European Journal of Psychological Assessment, 34(3), 221-230. https://doi.org/10.1027/1015-5759/a000444
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- Twenge, J. M., & Campbell, W. K. (2018). Associations between screen time and lower psychological well-being among children and adolescents: Evidence from a population-based study. Preventive Medicine Reports, 12, 271-283. https://doi.org/10.1016/j.pmedr.2018.10.003
- Arora, T., Martins, N., Violato, M., & Taheri, S. (2020). The effect of smartphone use on sleep quality among adolescents: A systematic review and meta-analysis. Sleep Medicine, 65, 222-255. https://doi.org/10.1016/j.sleep.2019.11.080
- Lee, S. Y., Lee, D. W., Lee, J. Y., & Kwon, J. H. (2020). Daily smartphone usage and anxiety symptoms among university students: A longitudinal study. Journal of Medical Internet Research, 22(12), e20174. https://doi.org/10.2196/20174
Attendiamo con ansia le prossime puntate 🙂
Per ora si va in sella… alla bersagliera!
Caro RIP,
quando finisci di cenare dalla tua zia a Pinerolo, attendo commenti e suggerimenti sulla mega-lista! (Trovi il link nella parte 3 della trilogia).