“Na, na / Na, na, na, na / Na, na, na, na na, na na, na / Rumore, Rumore!”. Non sono gli effetti del caldo, ma un estratto dal testo di un noto brano dell’iconica Raffaella Carrà (R.I.P.); tra l’altro casca a fagiuolo, tutta questa sfilza di “na”, che da un informatico (o da uno “scienziato dei dati”) può essere interpretato come “non applicabile”, “non disponibile”. Mi riferisco al pensiero critico, ovviamente (purtroppo queste due parole insieme le vedo sempre più abusate da persone che non ragionano più di una manciata di secondi – su eventi complessi che necessiterebbero di svariate conoscenze ed approfondimenti – prima di esprimere opinioni definitive, non importa che siano “diplomate alla scuola della vita” o professori ordinari di lungo corso).
Dato il caldo che avvolge molti dei possibili (pochi) lettori di questo articolo, nel momento in cui sto scrivendo (una delle più alte cariche di una repubblica democratica ha comunque rilevato che il caldo caraibico non è un problema, probabilmente non ricordando le condizioni della regione di provenienza, in cui ad esempio non è raro chiudere i rubinetti delle condutture di acqua pubblica, oltre ai problemi dovuti a incendi ed interruzione di energia elettrica), cercherò di limitare le divagazioni come quella appena scritta, utilizzando uno stile più asciutto (per contrastare il caldo umido).
In questi giorni, dopo un po’ di sana “chiusura a riccio” (alla Duccio di “Boris”) in cui non ho letto quasi nulla, men che meno attualità (i vantaggi di non accedere ai socialmerda, di non far parte di caotici gruppi “buongiornissimo caffè” e di non aggiornare compulsivamente le pagine iniziali dei siti di propaganda/distrazione di massa), qualcuno mi ha condiviso qualche notizia di attualità/cronica, che mi ha portato a verificare quanto sia peggiorato (se possibile) lo stato della “informazione” in Italia (e non solo). Ora, che ci sia un livello di qualità talmente basso che persino i titoli delle principali “fonti” di informazione son pieni di errori grammaticali e sbagliano persino a scrivere i cognomi di personaggi noti, non mi stupisce più; come del resto non mi stupisce neanche il cambio repentino delle notizie scelte nel “paginone” (virtuale) in cui un minuto prima c’era “il morto del giorno in HD” (cit.) e il minuto dopo il “gooooaal” (da leggere con l’enfasi o “lo sturbo” di famose commedie all’italiana di decenni fa) della partita di calcio in corso… per non parlare della schizofrenia necessaria per trovare normale, nello stesso campo visivo, titoli (e immagini) che vanno da stragi e calamità naturali alle immancabili notizie pucciose sui “pelosetti” (manca solo la voce di Rupert Sciamenna (R.I.P.) che dice “gattini” in un servizio parodia di quelli che solitamente vanno in onda in un noto TG “per giovani”).
A questa varietà di notizie su ampissimo spettro, che si susseguono in un modo impensabile per l’epoca in cui si attendeva il giorno seguente per rimettere in moto le rotative, si aggiunge una superficialità esagerata e una mancata verifica (perché, come suggeriscono alcuni socialmerda, non star lì a riflettere, sii il primo a dirlo ai tuoi amici e followerzzz, condividi immantinente!), che porta ad effetti tragicomici: pochi giorni fa, emerge (come notizia flash evidenziata sul sito di una nota agenzia di stampa) la notizia che vede protagonista di un grave incidente in piscina una “bambina di 7 anni”; qualche minuto dopo, la notizia flash occupa il paginone centrale e, di colpo, la ragazzina diventa “tredicenne”; passa qualche minuto e si parla di “undicenne”. Verrebbe quasi da pensare (e specifico che sto ironizzando su questa faciloneria, non sull’incidente) che faccia parte di un grande A/B (o forse A/B/C) test, per vedere se gli utenti del sito cliccano e si soffermano più quando viene comunicata una certa età, così da selezionare meglio in futuro le notizie da pubblicare, quando ci sono incidenti su bambini di diverse età. Premesso che alla persona comunque, di questo fatto di cronaca, non debba fregare più di tanto, a meno che non sia un gestore/produttore di piscine che magari scopre che quel tipo di meccanismo possa dare problemi e quindi cercare delle soluzioni per evitare/ridurre simili incidenti, la domanda che mi son posto è: qualcuno ritiene davvero così necessario divulgare una notizia di cui non si ha neppure certezza di uno dei tre dettagli totali, posto che tale notizia interessa al limite i parenti prossimi della vittima e non riguarda un pericolo in atto o un fatto grave/rilevante di interesse collettivo (es.: incendio che si propaga verso città, assassino seriale in circolazione in una certa zona, scoperta del focolaio di potenziale epidemia letale estremamente contagiosa, pianificazione spegnimento centrali elettriche, scioperi generali immediati non dichiarati)?
Quello che mi lascia un po’ sbigottito (ormai manco più di tanto) è la fatality combo dei tre fenomeni: il volume esagerato di questo eccesso di informazione presentata in contemporanea (a prescindere che siano le nozze di una coppia famosa a Strangolagalli (FR), l’omicidio all’italiana (cit. ancora Maccio) nella frazione di Trepalle (frazione di Livigno (SO)) o la dichiarazione strampalata di un amministratore locale in una sagra a Ne (GE), Vo’ (PD) o Re (VB)), il rumore continuo negli errori ed il cambio frequente delle notizie in evidenza.
Non so come facciano le persone “normali”, su di me tutto questo sortisce l’effetto dell’ascolto di diverse stazioni radio in contemporanea, ognuna delle quali prende malissimo un segnale disturbato e, in aggiunta, i brani sono cortissimi (praticamente solo intro (titolo) e ritornello (articoletto scritto male)) e cambiano di continuo. A tutto ciò, si aggiungerebbe poi anche una continua interruzione pubblicitaria, sia dell’emittente stessa (abbonati per continuare a sentire il brano!) sia dei vari inserzionisti pubblicitari (banner spesso anche prepotenti, l’equivalente di pubblicità a volume più alto della musica).
Premesso che raccomanderei quanto cita un antico brocardo, in dubiis abstine (nel dubbio, astieniti – nello specifico, dal consultare ‘sta monnezza, insomma chiuditi a riccio), se proprio si vuol sguazzare nel torbido (unicuique suum, a ciascuno il suo guilty pleasure), si può approfittare anche di questi momenti per mantenere il cervello acceso. Per evitare lunghe e magari troppo fumose trattazioni teoriche, passerei direttamente alla pratica, prendendo come esempio alcuni fatti del momento – cercando di essere il più veloce possibile, dal momento in cui non amo particolarmente l’attualità, la lascio a chi debba fruirne per lavoro (fortunatamente mi occupo di tutt’altro, ho diversi interessi che reputo francamente molto più stimolanti e costruttivi).
Fresche di giornata
Una selezione di notizie che vedo comparire su una nota agenzia di stampa, appena sfornate (scegliete voi se considerarle belle fumanti uscite da un forno o da un’altra cavità calda a scelta dalla vostra immaginazione). Cerco, per quanto possibile, di “astrarre” un minimo e di evitare nomi ed altri dettagli che, tra le altre cose, non sono rilevanti ai fini di questo esempio.
- Deceduta, dopo lungo ricovero, una donna investita un paio di mesi fa da un tizio (che non si sa se chiamare squilibrato, terrorista o altro, finché non lo diranno varie perizie e processi). Non mi sorprende che la notizia in prima pagina in questo istante riguardi una persona deceduta, in particolare in un caso molto discusso (in modi contrapposti dai due poli politici che, ça va sans dire, sono immediatamente corsi a cavalcare la tragedia): non ne sono sorpreso perché immagino le redazioni dei giornali come macchine quasi totalmente deterministiche, in cui il peso assegnato nel filtro notizie, alla ricerca del clickbait, sia esageratamente più alto quando ci sono “morti ammazzati”, tanto più quanto si trovino in circostanze “polarizzanti” o “misteriose” (nel caso specifico, si rientra nella prima casistica; il secondo è invece quello di delitti, soprattutto quando sono presenti colpi di scena a distanza di tanti anni). A me, comune lettore in cerca di notizie, cosa dovrebbe comunicare questa notizia? Manca solo essere intervistato da Oscar Carogna (personaggio di Maccio Capatonda) che chiede “Cosa prova signore? Un po’ di rabbia? Delusione? Sorpresa?”. Ho letto questa notizia e, oltre a dispiacermi a livello umano per una vita spezzata, cosa dovrei pensare? Quali informazioni in più sto aggiungendo nel mio cervello (e nel mio corpo, sottoforma di emozioni sottotraccia) in cambio del tempo e delle energie spese per questa lettura? Forse la sensazione maggiore è la perdita di tempo sottratto ad attività più costruttive, rispetto all’aggiornamento che mi “arricchisce” solo di una notizia che (nel mio caso singolo specifico) non ha alcuna utilità.
- Politici che sollevano fogli stampati, contro la decisione della giunta della autorizzazioni della Camera di non concedere l’autorizzazione sulle chat di un politico (ovviamente di un altro schieramento, come da rigida etichetta nel gioco delle parti). L’articolo non riporta alcun contesto, dovremmo andare a vedere di quali chat si tratta, quali sono i retroscena, ma soprattutto: questa notizia nel paginone centrale dovrebbe interessare il comune cittadino più di decisioni politiche in merito a economia, sanità, giustizia, interno, esteri, istruzione, difesa, ricerca, lavoro, agricoltura, sviluppo, ambiente, energia, cultura, turismo? Mi si potrà obiettare che è importante vedere se si indagano i politici quando ci sono dubbi in merito ad alcuni affari o relazioni… accoglierei l’obiezione, ma solo nella misura in cui tali procedimenti ricevano una copertura mediatica proporzionale all’interesse per il cittadino medio (che, nella mia mente, dovrebbe essere in teoria più interessato a vedere se la salute diventerà sempre più un lusso per i più abbienti, se le tasse e i contributi previdenziali vengono spesi decentemente, se l’istruzione sarà sempre peggio – considerato che, nella nazione in cui ancora qualcuno idolatra Benedetto Croce, quasi metà dei bambini delle elementari non ha conoscenze di base in matematica).
- Un altro caso di malore di un minore in piscina, che si aggiunge agli incidenti (mortali e non) in piscine e laghi, in tutti i laghi e in tutti i luoghi (cit.) che, oltre a provocare una sensazione di dispiacere e angoscia, cosa dovrebbero interessare al lettore medio? Se necessario, si pubblichi un articolo con indicazioni su come prevenire simili situazioni e come comportarsi per un tempestivo soccorso. Ah, già, non attirerebbe lo stesso “traffico” di utenti, rispetto alla ricerca spasmodica di dettagli di cronaca nera, chissenefrega dell’utilità e della sensibilizzazione seria.
- Un ulteriore dettaglio di carattere sanitario relativo al tizio morto durante o appena dopo l’arresto da parte di due agenti della polizia di stato in un grande capoluogo di regione. Ben venga l’analisi di dettagli importanti sia per accertare le cause del decesso, sia per rivedere eventualmente i procedimenti previsti in tali casi. Mi astengo qui dal caso di cronaca in sé, che ha visto (come immaginabile) strumentalizzazioni immediate (verrebbe da dire: col corpo dell’uomo ancora caldo) da parte della politica, che reagisce più impulsivamente di un adolescente provocato sotto l’effetto di sostanze psicoattive. Come avvenuto per simili casi, “comprensibili” (ma non condivisibili) le parole di familiari che cercano “vendetta” (ben diverso dalla “giustizia”, che farà il suo corso previsto e con i suoi soliti tempi), molto meno tollerabili invece parole di politici e amministratori locali che (consapevolmente o meno) aizzano piazze contro le forze dell’ordine e le istituzioni – per me (che ho servito le istituzioni per diversi lustri), un tale atteggiamento si potrebbe configurare come condizione sufficiente per l’interdizione dai pubblici uffici, in primis per la tutela delle istituzioni stesse, in secundis per risparmiare questa dissonanza cognitiva a tali soggetti che, da “anti-sistema” a lavoro in enti pubblici, si troverebbero un po’ come vegani a lavorare in una pelletteria o in una macelleria. Il personale di polizia e il personale sanitario analizzeranno quanto accaduto sia per fini medico-legali sia per (si spera) quello che nella gestione di processi (in senso generale, più che giudiziario) in termini anglofoni va sotto il nome di continuous improvement, dopo adeguate lesson identified e lesson learned. Si rivedranno i protocolli previsti per simili casi di intervento e contenimento, si cercheranno degli standard per ridurre, se possibile, effetti collaterali simili, si aggiorneranno linee guida e direttive, si cercherà di migliorare l’addestramento degli agenti, come accaduto ad esempio con la revisione ed istituzione di specifici centri di addestramento dopo i noti fatti della scuola Diaz di Genova di 25 anni fa (a scanso di equivoci, per lettori poco attenti: questo recente fatto di cronaca non c’entra assolutamente nulla nelle modalità di quei fatti lontani, che ho citato solo come esempio di drastica spinta a necessari miglioramenti). Anche in tal caso, ci sarà chi (per mestiere o per discutibili interessi morbosi) seguirà di continuo ogni minimo aggiornamento e ogni possibile dettaglio in merito ai precedenti di polizia o alla partecipazione ad associazioni di volontariato da parte della vittima, chi spulcerà ogni possibile indizio digitale scritto su Internet dai due agenti su un forum, in una chat personale o magari tra le pagine di un diario di scuola (se alle medie uno di loro ha scritto qualcosa contro gli stranieri) o se invece hanno amici della stessa nazionalità della vittima. Tutti dettagli che potrebbero interessare la magistratura e le parti coinvolte, ma che a tutti gli altri serve potenzialmente solo per una finalità: ricerca di bias di conferma e polarizzazione.
- Aumento del “divario di genere” nelle pensioni. Nel caso non sia ormai chiaro da decenni, “di genere” si usa sempre e soltanto quando a essere in condizione di potenziale svantaggio è un solo specifico genere rispetto ad un altro (che poi qui si aprirebbe una lunga parentesi sul fatto che mi aspetto spesso che qualcuno commenti che i generi non sono due, ma è uno dei tantissimi cortocircuiti woke di cui prima o poi scriverò in un lungo articolo). Quante volte hanno scritto del “divario di genere” su morti sul luogo di lavoro o sui suicidi? Per approfondimenti: Vittime di genere. Tornando invece all’articolo: l’INPS, che monitora solo quando a essere in svantaggio è sempre lo stesso genere, si diverte ancora una volta a buttare nel calderone delle medie statistiche qualunque cosa, non importa se si mescolano lavori a tempo pieno o parziale, contributi figurativi di disoccupazione, reversibilità di pensioni (statisticamente molto più in favore delle donne), oltre al fatto che le donne in Italia hanno potenzialmente possibilità di andare prima in pensione (quindi versando complessivamente meno contributi) e che vivono mediamente qualche anno in più degli uomini – quindi il calcolo complessivo, una specie di “integrale di soldi dati-ricevuti nel tempo”, dovrebbe tenerne conto. Per gli amanti di pensiero critico, ci sarebbe un mondo sociologico da approfondire, da mettere a sistema, sia da un punto di vista economico sia di salute (a sua volta legata, per quanto spiacevole dirlo, a discorsi di denaro, sia personale, sia erogato da enti statali e privati), ma anche relazionale, se si vuole davvero continuare a giocare a questo “maschi contro femmine” che neppure alle elementari (pardon, “scuola primaria” o come la rinomineranno ancora).
- Notizia con tanto di servizio fotografico (manco fossimo su una rivista di moda) su come si veste un principino di uno stato estero per andare a scuola – e qui manca il commento del personaggio del comico Greg, il “Grande capo Estiqaatsi”.
- Notizie varie di sport, moda, futilità d’ogni tipo – qui ci starebbero ancora bene i commenti del grande capo di cui sopra.
- Titoloni su quanto, dopo 80 anni dalla repubblica, i “diritti al femminile” non sono ancora abbastanza – sto ancora aspettando di vedere quando evidenzieranno che una donna in Italia ha più diritti e meno doveri di un uomo, magari quando finirà questo medioevo della ragione, malgrado tutto ci spero ancora.
- Permanenza di notizie vecchie di due settimane, in una rubrica dedicata alle storie italiane, di cui mi piacerebbe capire (sarebbe da farci reverse engineering) come vengono scelte e come viene deciso per quanto tempo debbano rimanere lì; al momento, tra le storie, madre e figlia che si diplomano lo stesso giorno in due scuole diverse, una milanese che riporta decine di kg di sabbia in una delle maggiori isole italiane, un prete pugliese che recita messa in lingua inglese e tante altre di cui attenderei sempre il commento del grande capo prima citato.
Sovraccarico che si aggiunge a fragilissime basi
Il circolo vizioso agisce alimentando un sistema a retroazione in cui una massa crescente di persone sempre più superficiali (nel senso di restare in superficie, v. Perché siamo così superficiali?) e sempre più ignoranti (senza offesa, è perché ignorano – come spiegherebbero Aldo, Giovanni e Giacomo) continuano a cliccare monnezza più frequente, in un meccanismo verso il basso.
Qui il problema non è tanto quello di bufale (continuo a chiamare così le cazzate, ma se volete potete fare i fighi dicendo feic-gnus) o di contenuti pieni di imprecisioni generati da LLM, né tantomeno quello di un impoverimento della lingua (rimando a un recente video della linguista Yasmina Pani, per quanto chi scrive questi articoli ha la leggera attenuante del dover scrivere molto più velocemente di uno scrittore). Il problema è che, alla base, i potenziali lettori non solo non hanno una grande formazione ed esperienza del ragionare criticamente, ma che mancano proprio le basi minime per un adulto pensante:
- Carente (o assente) educazione ai media (“media literacy” per gli anglofili)
- Ignoranza matematica quasi totale (saper leggere le cifre di un rapporto, senza capire a livello profondo cosa siano media, varianza e mediana è come saper riconoscere i singoli caratteri di un alfabeto greco o russo, ma non capirne comunque le parole), avevo prima menzionato come si parta malissimo già dalle elementari, però mi raccomando continuiamo a menarcela che la scuola italiana sia, come tutto ciò che è italiano, “la migliore al mondo”, mi sembra ogni volta ridicolo come i tanti negozi che ho visto in vie spagnole, in cui ognuno riteneva di essere “el mejor del mundo” nonostante la stessa scritta si poteva leggere nel “rivale” accanto – rimando sempre all’ascolto della seconda strofa di “In fila per tre” di Edoardo Bennato, sempre (ancor più) attuale; chissenefotte della brutta e fredda matematica, quando il ministero del merito rimarca l’importanza di far studiare bibbia e latino, sicuramente più utili a capire il mondo.
- Analfabetismo funzionale, non starò a ripetere quanto ho scritto in passato, ricordo solo che la popolazione è ai primi posti (ah, ma allora lo vedi che a volte l’Italia è in cima alle classifiche!) per incapacità di capire ciò che legge (dipende dalle classifiche, si va dalla prima posizione su sedici nazioni fino ad altri risultati comunque non molto lusinghieri anche estendendo la ricerca ad altri paesi).
Tutto questo va moltiplicato per l’aumentata polarizzazione, per l’immediata presa di posizione (spesso limitandosi solo a scimmiottare quanto dice il proprio politico o influencer – o politico influencer – di riferimento) che salta completamente il faticoso e temporalmente dispendioso passaggio di acquisizione di ulteriori informazioni e di riflettere. Altro che pensieri lenti e veloci (R.I.P. Kahneman), qui siamo direttamente al non-pensiero: molte persone mi sembrano reattive in un senso peggiore dei piccioni di Skinner o dei cani di Pavlov.
E quindi?
Come cercare di invertire la rotta o almeno come ridurre questo declino? Prendersi tempo, ragionare e ricordarsi qualcosa che ormai sembra essere fuori dal mondo: che non è necessario avere o addirittura esprimere un’opinione forte su qualcosa. Una notizia riporta “mega-ultra-bombazza d’acquazzone”? Se non hai analizzato il dato (ammesso che tu ne sia capace) e non conosci neppure la differenza tra meteo e clima, non è necessario andare a scrivere un post screditando l’IPCC o, al contrario, pubblicare immagini apocalittiche del moriremo tutti di ecoansia. Una notizia riporta “Tizio spinge Caio in mezzo alla strada”? Come sanno gli appassionati di filosofia orientale, prima di precipitarsi a immediate considerazioni (soprattutto se non sia ha “la vedenza” dell’Ispettore Catiponda), analizzare le motivazioni alla base: non tanto per un’eventuale legittima difesa o un’eventuale risposta ad una provocazione, ma perché ad esempio Tizio ha spinto Caio inavvertitamente dopo aver ricevuto una spinta da Pinco Pallino oppure, spingendo Caio in mezzo alla strada, lo ha salvato da un pericolo maggiore perché gli stava cadendo una trave sulla testa. Senza contare poi che in questi casi sta andando particolarmente di moda, da ormai qualche anno, il giochino dei giornali di evidenziare od omettere la provenienza geografica di Tizio e di Caio, oppure se siano Tizia o Caia, quando questi dettagli potrebbero al limite aver senso a livello macro/statistico, al lettore non dovrebbe interessare non solo questo tipo di dettagli, ma proprio la notizia in sé: sai che A ha menato B e quindi… ora che lo sai? Ah, giusto: ora che lo sai, puoi indignarti/rattristarti (con effetti catartici vari, dal sentirsi un’anima buona, al rallegrarsi d’un omicidio, al sentirsi fortunati che è toccata ad un altro e non a se stessi, al cercare vendetta) e cliccare morbosamente su altre notizie piene di spazi pubblicitari, continuare a farti profilare e andare a perdere ulteriore tempo a fare il simpatizzante/attivista per ‘na manica de cialtroni d’ogni schieramento, per poi urlare (in piazza o sui social) che c’è un certo tipo di “emergenza” o che chi dice che c’è un certo tipo di “emergenza” è tuo nemico, mentre da principio si dovrebbe trattare di fatti personali che dovrebbero interessare esclusivamente le persone coinvolte, una stretta cerchia di persone a loro legate e, eventualmente, le istituzioni interessate direttamente dall’avvenimento (ai fini di indagini e di studio per eventuale futura prevenzione).
Per non parlare poi di tutti i vari commentatori wannabe-socioeconoantropostoriogeopolitologi, su cui forse un giorno scriverò un articolo a parte.
Personalmente, da tanto tempo, ho chiuso con tutto questo rumore e sento (gioco di parole non voluto) di vivere decisamente meglio: meno stress/confusione e minor “scattering” o propagazione (in)diretta di rumore ed emozioni negative verso altri. Mi si dirà: ma così vivi meno informato sui fatti! Certo, è proprio questo il punto: farsi sangue amaro su un fatto di cronaca nera o seguire la gara al ribasso di parole e azioni di incompetenti buffoni corrotti al potere… a cosa serve? E non regge neppure il “sono aggiornato perché così so chi votare”, perché qui siamo per l’intenzionalità: prima di votare, si cercano attivamente i fatti di partiti e candidati, si analizzano e confrontano i programmi, si cercano eventualmente notizie passate, ma in modo sensato e senza stare a cercare aggiornamenti in tempo reale quando non serve. Spiace, ma la vita è troppo breve per seguire questo infinito flusso di fango. Ravvedi delle criticità in qualcosa? Bene, prenditi del tempo per studiare seriamente, partendo dalle basi, un fenomeno: questo mondo ha bisogno di persone che analizzino situazioni e cerchino eventualmente delle soluzioni, quando necessario, non che frignino urlando slogan a caso. Oppure, senza per questo sentirsi “cittadini del mondo senza umanità e senso civico”, senza sentirsi in obbligo di far qualcosa attivamente (e raccomanderei di lavorare molto sulla propria pace interiore, soprattutto quando ci si sente agitati in caso di ingiustizia presunta o reale, perché la sofferenza nel mondo c’è e non sempre è possibile ridurla), si può semplicemente cercare di evitare di essere parte del problema, evitando di commentare/condividere notizie inutili/parziali (e soprattutto: su di cui non dovremmo necessariamente pensare di dire qualcosa o di agire in maniera impellente come fosse la nostra ragione di vita, che tanto tra una settimana neppure ci ricorderemo); se senti di non avere tempo/energie/voglia da spendere in una causa, mentre gli altri fanno confusione puoi anche semplicemente scegliere di stare in silenzio e non aumentare il livello di confusione generale.
Suggerirei di dedicarsi a coltivare sani interessi personali (personali non vuol dire “egoistici”, possono anche essere attività per il bene della collettività, se si vuole), per una maggiore armonia e meno rumore; in modo molto zen, riassumerei in: meno rumore in me stesso, meno rumore nel mondo.

Ciao Arturo, la lettura di ogni tuo articolo mi stimola molteplici domande (che meriterebbero una conversazione) e approfitto di questo, in cui ho letto diverse volte “ne farò un articolo a parte” per interrompere il mio solito silenzio sull’internet.
La domanda è banale, perché non pubblichi di più?
Seguendo il blog percepisco una grande, grandissima produttività ma che va in contrasto al numero di articoli prodotti. (Lungi da me voler il frenetico refresh di pagina e dí informazione che non dà valore) ma proprio non ne vengo a capo.
Ho immaginato a una tale attenzione e profondità degli articoli che ci vuole tempo per creare un contenuto coerente ma poi penso anche agli ultimi articoli in cui scrivi apertamente che la produzione è stata “di getto” quasi come un peso da esternalizzare.
Potrebbe essere un fattore le poche interazioni e visite al blog? Con un maggiore traffico produrresti di più?
Oppure, molto più semplicemente, questo blog è un hobby e come tale si fa quando si ha voglia/tempo, senza costrizioni.
Grazie e spero di vedere articoli con un po’ più di frequenza 😉
Ciao Niccolò,
la tua domanda è foorse “banale”, come hai scritto, più che altro perché, in molti (a volte anch’io), abbiamo questa specie di “pretesa” (inconsapevole o meno) di fruire di sempre più contenuti (e “più intensi”, come tanti tossicodipendenti assuefatti) quando seguiamo qualcuno. Penso che questo sia in buona parte dovuto non solo a quanto ci ricorda Russ Harris nella parte iniziale del suo “The happiness trap”, di essere biologicamente/evoluzionisticamente creati/selezionati per volere/cercare “di più e meglio”, quanto piuttosto al condizionamento ambientale, in un mondo in cui ci sono sempre meno lavori singoli e sempre più diluizione: i film che si autoconcludono in un paio d’ore lasciano spazio a diverse stagioni di serie (che spesso vengono anche fruite in modalità maratona, senza aspettare – come quando ero piccolo – che uscisse in TV l’episodio successivo, che veniva anche molto difficilmente recuperato se veniva “perso”), per non parlare di tutti quei creatori di contenuti che preferiscono frequenti lunghissime dirette di chiacchiere (una specie di flusso continuo interrotto solo da bisogni fisiologici – a volte persino senza soluzione di continuità, con le riprese che vanno avanti financo quando il soggetto dorme della grossa) rispetto a produrre un video “concentrato”, che richiederebbe un enorme lavoro (prima, durante e dopo la registrazione) per “distillare” il contenuto informativo, che verrebbbe così dilazionato nel tempo (magari pubblicando solo un video a trimestre).
All’estremo, abbiamo il “Walden” di Thoreau, che pare sia stato riscritto in sette distinte bozze prima di vedere la luce, similmente a quanto avveniva in passato con gli studi preparatori dei mastri delle arti visive; nel mio caso, preferisco (senza troppe pretese) ispirarmi piuttosto all’approccio compositivo di Johann Sebastian Bach, che “copiava” quanto prodotto dai musicisti che studiava, per poi andare di imitazione di strutture e passaggi, “riassunti” e variazioni – ed ecco che, come mio solito, divago, quindi torno a rispondere al commento.
Probabilmente, come ipotizzi, c’è anche una questione di incentivi (qualche aspirante psicologo parlerebbe di motivazione estrinseca), che però può spesso essere controproducente, come si può vedere in tantissimi casi di artisti che si sono piegati alle logiche del mercato: proprio poche ore fa, ho letto la risposta di un famoso musicista che candidamente ammetteva di pubblicare brevi video “stravaganti” nella forma più che nella sostanza (in pratica, più fugaci gag e meno opere strutturate) perché campa di visualizzazioni, trovando molto più facile sfamare la famiglia in quel modo, piuttosto che concentrarsi nel produrre “grandi opere durature”. Con un maggiore traffico e un incremento nel numero di commenti, potrei essere portato a scrivere maggiormente su un certo argomento che vedo generare più interesse, ma poi dovrei ricordarmi che generalmente ciò che piace ad un maggior numero di persone non è necessariamente “migliore”: “Baby Shark” ha al momento 17 miliardi di visualizzazioni su Youtube, dovrei quindi consigliare a un musicista di studiare quel brano e non, tanto per fare un esempio, “Höstsejd” degli Änglagård (che non arriva a 3.000 visualizzazioni), basandomi su ciò che è più popolare? Senza scendere verso il noto detto che consiglia di mangiare escrementi perché miliardi di mosche non possono sbagliarsi.
La produzione di alcuni articoli è “di getto” sia per un senso di “ho un sito dove non sto pubblicando neppure il 2% di quello che vorrei”, sia per un “rilascio di pressione” (v. https://moretothat.com/release-ratio/ e simili), sia perché è purtroppo un’esternazione di quanto viene amplificato nella mia mente quando diverse persone mi condividono alcune notizie commentandole con discutibili considerazioni o quando mi viene espressamente chiesto cosa ne penso di un certo avvenimento recente o di una certa affermazione del tale personaggio sotto i riflettori al momento: nella maggior parte dei casi, mi verrebbe da liquidare tutto con la risposta del grande capo nativo americano che ho citato in questo articolo oppure con la franca risposta di un noto macellaio toscano interrogato sui prezzi di un particolare prodotto da lui non trattato. Invece, tali interruzioni agiscono su di me come un “exploit” che, analogamente a quanto avviene in certi attacchi informatici (come nel buffer overflow ai fini di presa di controllo di un sistema), distoglie dal previsto flusso di elaborazione, per dirigersi altrove; utilizzando un’altra metafora: è come un’eccessiva risposta non prevista del sistema immunitario, che anziché prendere l’interruzione e gentilmente inglobarla e “accompagnarla all’uscita” (o fagocitarla), inizia a scatenare risposte a catena.
Sono consapevole di questa vulnerabilità, ne ho scritto più volte, altro che “overthinking”, per questo ho proposto alcune soluzioni, sperando siano d’aiuto a chi si trova in simili condizioni.
Eppoi sì, c’è il fatto che ho aperto il presente blog nell’umile speranza di essere utile (e, ancor più umilmente, far sì che parte del mio lungo processo di apprendimento continuo possa essere d’ispirazione per qualcuno), ma non ci dedico il tempo e le energie che vorrei, touché. La “grandissima produttività” è solo percepita, dietro queste parole c’è sì un umano poliedrico, ma che dedica gran parte del suo tempo all’ozio (inteso in senso latino di “otium” contrapposto al “negotium”, studiando e riflettendo senza necessariamente finalizzare in qualcosa, consapevole di quanto questo non sia “cool”, così nessun tiktoker parlerà dei segreti del mio “sigma mindset” e nessuno youtuber mi dedicherà un video con copertina “millemila milioni!”, detto alla ingegner Cane).
Ho in bozza decine di articoli (che spaziano nei campi più disparati) che mi piacerebbe rivedere con calma e pubblicare, fosse anche solo per un paio di persone che leggeranno; nel frattempo, spero che questo “muro di testo” di commento abbia risposto almeno parzialmente alle tue perplessità 🙂