No comment, ma anche sì – raccolta miei commenti

Una raccolta di alcuni miei commenti su piattaforme come Youtube, per dimostrare che un’altra Internet è possibile: in un fiume di commenti meme (l’ultima moda, al momento in cui ho iniziato a scrivere questo testo è “Un secondo fa, è [inserire qualcosa a tema del video commentato]”, ma mi aspetto che venga rimpiazzato tra meno di una settimana, da qualche altra idiozia), troll/flame/hater, banali, “mi saluti?”, “prim0!1”, spam, ecc… provo a scrivere qualcosa di ponderato e che possa alimentare qualche riflessione (per gli autori dei video commentati, ma anche per chi legge la relativa sezione commenti). Non è necessario che il video oggetto di commento sia un profondo trattato sociologico più lungo di una maratona Mentana in compagnia di Andrew Huberman e Lex Fridman, è possibile trovare spunti di riflessione e spazio per approfondimenti persino (che Neil Postman mi perdoni) in un video di un paio di minuti e “giocoso” – quando molti ricordano che, per dirla come Orazio, est modus in rebus, rispondo che non necessariamente “temi seri” devono essere trattati in modo estremamente palloso da gente che se la crede ‘na cifra, da scout (scout una volta, sempre scout) ricordo l’insegnamento pedagogico del Gen. Baden-Powell: tutto col gioco, niente per gioco.

Senza troppe pretese, cerco di fare la mia parte e invitare al ragionamento, che non vuol dire assolutamente tentare di convincere qualcuno delle mie opinioni, né sono qui a supportare taluni a spada tastiera tratta, da fanboy, né a “blastare” talaltri avviando shitstorm e campagne d’odio vario. Il mio obiettivo non è indicare cosa pensare, ma invitare a riflettere sul come pensare: non voglio essere il tipo che ti convince quali occhiali indossare per vedere meglio (o anche solo cogliere diversi aspetti), ma quello che ti mostra che esistono diverse lenti, alcune vanno meglio per vedere da vicino, altre da lontano, altre per vedere più nitidi i contorni, altri per restare focalizzati quando c’è troppa luce e così via. Non scrivo qui il mio parere sugli amanti della retorica e della gente rimasta coi modi di pensare/fare balordi di quando erano ragazzetti delle scuole medie, in quei meccanismi che rap e standup hanno diffuso col nome di dissing, roasting e così via, quindi cerco di concentrarmi sui contenuti (poi chiaro che sono umano, troppo umano, cit., quindi posso incappare, come tutti, nei vari bias che ci portiamo dietro da quando eravamo più scimmieschi, anche se cerco di miminizzarli, ad esempio ascoltando un video anziché guardarlo, per provare a ridurre l’impatto del non-verbale, dell’effetto alone, della qualità della fotografia (deformazione professionale) e tanti altri aspetti).

Come ho scritto in passato, inoltre, non faccio troppa differenza su chi veicola il messaggio, né a livello di popolarità, né di classe socioeconomica, né di appartenenze/simpatie (dichiarate o meno) ad alcune fazioni idologico-politico-religiose, anche se (come poi scriverò forse in un lungo articolo che ho in bozza) esistono mediamente alcune differenze nei modi, ma al fine di analizzare il contenuto del messaggio mi interessa fino a un certo punto. Chi mi conosce sa che non mi faccio problemi a scambiare due chiacchiere con chiunque, persino con chi abbraccia visioni estremiste (nelle diverse direzioni del “compasso politico”), purché l’interlocutore sia educato al di sopra di certi limiti minimi e che potenzialmente sappia qualcosa oltre a ripetere a pappagallo qualche slogan; lo stesso vale quando ascolto/leggo qualcuno online.

Questa è la lista (superata una certa lunghezza, la dividerò in categorie), in ordine cronologico inverso (dal video più recente) di alcuni miei commenti, riportando il link al commento stesso, nel caso possa essere utile per rispondere nel thread:

  • Quanto inquina l’AI? – UltraBit con ⁨@MustaStories – 2026.04.13 – Complimenti, buon esempio di “ragionamento di sistema”, di buon approfondimento ispirato da pensiero critico analizzando i “first principles” alla base. Qui il discorso è molto complesso, ad esempio per l’acqua “consumata” (già questo meriterebbe un approfondimento a parte) e per il raffreddamento che può virtuosamente essere utilizzato con meccanismi a scambio di calore per teleriscaldamento come avviene ad esempio in alcune regioni del centro e nord Europa.
    Passando poi ad un livello ancora più macroscopico, si dovrebbe analizzare l’economia di scala, che può portare più efficienza come una coltivazione intensiva può essere migliore rispetto ad avere tante piante sparse. Raggiunte grandi dimensioni, ad esempio, calano sia i costi sia l’energia richiesta per singola unità elementare; in tal caso, possono aver senso piccole (come già preso in considerazione) centrali nucleari dedicate, data center sott’acqua e così via (tra l’altro, per l’alimentazione, per grandi commplessi può aver senso aumentare ridondanza di linea, ridisegnare smart grid, ecc…). La “forbice enorme” citata (7-12%) è probabilmente anche dovuta al fatto che (oltre alle difficili previsioni di mercato) è difficile stimare l’ottimizzazione, con sistemi che possono concettualmente funzionare da “cache” e quindi andare a sfrucugliare meno i sistemi principali rispetto a prompt realmente “innovativi”.
    Questo interesse sulla CO₂ equivalente l’ho visto anche in studi che stimavano il consumo dei vari linguaggi di programmazione, ma sapete cosa ha davvero impatto ambientale, molto più di miliardi di prompt e di viaggi intercontinentali? Fare figli! Per questo sono qui a ricordare il verbo di Mr. RIP: #nonfatefigli. Sul serio, resto F4 basito davanti alla qualità di questo video: montaggio non troppo aggressivo, lunghezza (minutaggio) e profondità adeguate, disegni e animazioni (anche se non ai livelli di Branch Education) funzionali. Bravi! Il confronto rispetto all’efficienza di un essere umano è tosto e pericoloso, ora però torniamo ad infilarci lo spinotto (non quello dell’orsetto amico del vitello dai piedi di balsa) per fornire energia alla matrix.
  • Impotenza appresa: perché smettiamo di provarci – Marco Crepaldi – 2026.04.13 – Ciao, nel caso specifico degli incel, penso che avvenga un meccanismo complementare a quello dell’impotenza appresa: oltre al generalizzare l’atteggiamento di fallimento anche verso altri ambiti (quindi interiorizzando e impersonificando il fallimento in toto e tout court), credo che scaturisca anche un pensiero del tipo “se non posso permettermi di meritare l’amore, che senso ha il resto della vita?” (questo può valere maggiormente per alcune sottocategorie di incel come quelli romantici, che idealizzano troppo la visione della donna e della relazione). Questo potrebbe quindi essere visto anche come: potrei anche riconoscere di possedere altre qualità (e infatti alcuni incel “evolvono” in MGTOW che semplicemente imparano a fare a meno della componente romantica ed eventualmente sessuale, concentrandosi sul miglioramento personale e sulla coltivazione di interessi), ma se attribuisco a quella componente specifica un valore preponderante, il resto mi apparirà meno interessante o consolatorio.
    Il che porta, generalizzando, ad una complessiva perdita d’interesse: nel caso del fallimento universitario, per portare un altro esempio di quelli che hai citato, il non riuscire a superare esami di una certa facoltà desiderata può portare o a non vedere gli altri aspetti della vita (tendendo quindi a trascurare relazioni, attività fisica e tanto altro) o a dar loro un peso molto minore, sempre nella visione “se non posso laurearmi in tale facoltà e diventare un professionista in quell’ambito, la vita è molto meno degna d’essere vissuta, pur potendo riuscire in altre carriere”.
    Pur consapevole dei limiti metodologici e non nutrendo eccessiva fiducia nella psicometria (benché ci sia maggiore speranza da quando abbiamo accesso a sempre maggiore quantità e qualità di dati), troverei interessanti eventuali studi “quantitativi” sull’impotenza appresa, cercando anche correlazioni con altri fattori, ad esempio: dopo quanti episodi e di quale intensità (percepita) può scattare una cronica impotenza appresa? Questo potrebbe aiutare a spiegare come mai (in termini “misurabili”) alcune persone rinunciano a qualcosa (negli esempi precedenti: cercare partner, completare gli studi), mentre altre perseverano, senza scadere in banalità, ma trovando davvero fattori chiave, magari anche con relativi intervalli. Da utilizzare in chiave non solo descrittiva, ma anche prescrittiva – e sono abbastanza sicuro che tali misurazioni siano da tanto tempo effettuate ed utilizzate ad esempio in alcuni algoritmi che sanno come e quanto tenere incollate persone ad esempio al gioco d’azzardo, facendo vincere né troppo né troppo poco, né troppo frequentemente né troppo raramente. Sarebbe curioso, ad esempio, vedere il tasso di disiscrizione da siti e app d’incontri, sulla base di quanti “match” si siano ricevuti e in quanto tempo, prima di decidere di non accedere più o di cancellare l’account.
    Mi permetterei di concludere prendendo spunto da un commento precedente al mio (dell’utente va****centrico), che osserva che la tua considerazione di “un’ipotesi sbagliata perché eccessivamente pessimista” sembra una fallacia perché invece quell’atteggiamento potrebbe davvero rispecchiare l’oggettiva realtà. Lo trovo, infatti, un assolutismo che andrebbe verificato in senso probabilistico: se una persona presenta caratteristiche fisiche sfavorevoli e magari anche qualche grave patologia invalidante che porta (nonostante allenamento e tanti tentativi) a risultati davvero deludenti, quanto ha senso provarci ancora a diventare un atleta olimpionico (ma anche soltanto provare inutilmente a trarre una benché minima soddisfazione, se dopo tanti anni non vedo neppure il minimo risultato) rispetto invece a convogliare tempo ed energie in attività che possono presentare dei “ritorni attesi” maggiori? Perché davvero in quel caso il rischio è di cronicizzare ed espandere l’impotenza appresa a quasi tutta la propria esistenza (non fosse altro che per una banale considerazione di quanto tempo e sforzi vengono vanificati, quando diventa un’ossessione che brucia gran parte della giornata). Adattando un vecchio saggio: concedimi il coraggio di provarci quando ho delle probabilità decenti di riuscita, la serenità di accettare le situazioni dovute a mie probabilità di successo trascurabili (e non migliorabili significativamente) e la saggezza per conoscere quando il costo/opportunità e il rischio/beneficio sono favorevoli.
  • Ci serve una Guida nuova – Rocco Angelella – 2026.03.26 – Sei in cerca di una guida? (E qui parte il coro da metallari “Judas my guide / Whispers in the night / Judas my guide”). Partiamo dal cibo: al posto di mostrare peperoni, prova a dire “Pepperoni pizza” (da non confondere con peperoni con una sola “p”), automaticamente vedrai comparire +1.000 unità cibo! Il punto è che dipende molto da quale livello di astrazione cerchi in una “guida”: i princìpi alla base restano sempre gli stessi, i paradigmi veri e propri ad alto livello cambiano molto più lentamente di quanto vogliano far credere (anche perché c’è tutto l’interesse a dichiarare che “questo cambia tutto”, sia dal punto di vista di chi spaccia i prodotti, sia per tutti i vari fufffaroli che spacciano “trucchetti” che ormai durano il tempo di un piccolissimo fix/update). Ci sono pro e contro rispetto “ai miei tempi”: un tempo, le informazioni (di qualità) erano scarsamente accessibili, al posto di piattaforme come StackOverflow e simili si cercava qualche anima buona in qualche Newsgroup, quando c’era accesso ad Internet, altrimenti manuali cartacei o “man”/”apropos” su Linux (all’epoca, “man” si poteva scrivere, non aveva ancora preso piede l’isteria woke).
    Oggi invece restare ignoranti è una scelta deliberata, ma al contempo ci sono troppe informazioni e ancora più rumore; le informazioni stesse sono ormai dei big data, “voluminose” e in rapidissimo cambiamento. Quindi un tempo non c’erano né vlog di carriera né tutorial su strumenti condivisi su Youtube (non c’era proprio Youtube), ora ce ne sono troppi e non fai in tempo a finire di seguire un video che già è uscito il nuovo strumento “definitivissimo ultimate che te dico nun se po’ ffa gnente senza”. Importante è imparare le basi (inteso anche proprio come basi di dati, ma in generale come fondamentali di informatica, statistica, divulgazione o di qualunque settore ti interessi), perché il vero valore aggiunto è quello; usare gli strumenti come una scimmia non ammaestrata (intendo dire: non usare una scimmia come se fosse uno strumento, ma utilizzarre gli strumenti come farebbe una scimmia, senz’offesa agli animali) è l’ultimo dei problemi, soprattutto perché ora la soglia di accesso è veramente a prova di semianalfabeta e la curva di apprendimento è sostenibile anche da un bambio delle elementari neppure troppo sveglio.
    E parlo anche dal lato assunzioni: ho ascoltato centinaia di candidati che conoscevano tutti i dettagli per spippolare interfacce grafiche (molto più raramente da riga di comando), ma poi non avevano idea di cosa accadesse realmente sotto, al livello equivalente di “premo il pedale e l’automobile va più veloce (e basta)” per una posizione da meccanico. Tali soggetti non sono andati avanti tanto quanto chi, invece, non ricordava a memoria i dettagli degli strumenti, ma aveva una chiarissima idea di cosa facessero, come e perché (soprattutto a livello di sistema nel complesso). Ma tu nei peperoni ce li metti i pachino? (cit. adatt.). Se cerchi comunque una guida per la carriera casellantistica, scrivimi pure – allegando possibilmente un po’ di ciaramicola (se te n’è avanzata dalla scorsa pasqua, al posto delle uova di cioccolato che vedo in video).
  • Braynr contro tutti (NotebookLM, Anki, Notion…) – Alessandro de Concini – ADC and Braynr – 2026.03.09 – Complimenti sia per la chiarezza, sia per l’assoluta (e rarissima) onestà intellettuale nei confronti con i (quasi-)competitor: non cerchi di infilare forzatamente tutti i possibili casi d’uso della vita nella galleria base del Breynner. Tra parentesi: le mappe mentali si possono visualizzare anche con Obsidian, se si formatta il file di testo come si deve (le uso molto spesso, per ripassare velocemente un contenuto/argomento su cui ho prodotto appunti o un articolo che ho scritto). NotebookLM invece mi ha deluso tantissimo, va bene solo per farsi una vaga idea su una tematica che non si conosce quasi per nulla, ma non va oltre il livello scarsamente mediocre (per i miei standard); ho provato tante volte con tantissimi prompt diversi sul più disparato materiale di studio, l’avrei potuto al limite apprezzare (in parte) se fosse esistito quando frequentavo le superiori, di certo non adesso, in cui il riassuntino in stile 404books serve solo ad annoiarmi.
    Sarebbe stata molto più probabile, sempre ai tempi delle superiori, la scelta di utilizzare Brajner, soprattutto con libri extra-scolastici per approfondire parte di quello che mi interessava, chissà come sarebbe stato. Davvero un bel video (intendo il tuo video complessivamente, non il mini-video generato su Wilson, che probabilmente non effettua così tanti movimenti neppure nell’arco di un anno).
  • Pathways, ovvero perché prevenire non è sempre meglio che curare (Propaganda Oscena in sei atti) – Psicologia nell’angolo – 2026.01.26 – Preferisco il videogioco interattivo “Vita a 30 anni” dal palco di Luca Ravenna. Tornando invece seri, sul mio sito ho parlato, pochi mesi fa, del caso assurdo, sempre in Gran Bretagna, di utilizzare poliziotte in borghese per adescare “cat-callers” da redarguire benché la reazione in sé non sia un reato, ma “potrebbe diventarlo” (nel senso che secondo loro potrebbe facilmente esserci un’escalation dal guardare una ragazza correre a ucciderla, come nella fantasiosa “piramide della violenza”, ma direi anche “potrebbe diventarlo” nel senso che di questo passo potrebbero pensare di vietare anche solo il vedere una donna).
    Per quanto riguarda l’Italia (che tra l’altro aveva commissionato videogiochi, ma è un’altra storia), su ANSA puoi trovare il recentissimo articolo: “Maschi del futuro, la lotta contro gli stereotipi di genere comincia a scuola”: il progetto “Storie Spaziali per Maschi del Futuro – Scuola Edition”, dedicato alla decostruzione degli stereotipi di genere nella scuola primaria […] coinvolgerà quest’anno 250 classi delle scuole primarie”. Così riduci il carico della “Pre-crime”, indottrini già dalla culla – e abitui già i bambini di sesso maschile ad essere chiamati “maschi” come non si fa più nemmeno con gli animali, crescendo i maschi umani (soprattutto se “maschibianchiabilieterocis”) come future api operaie al servizio delle “regine” (non faccio neppure il paragone con la mantide religiosa che almeno ancora usa i metodi tradizionali, visto che in diverse parti del “mondo progressista” si sta normalizzando l’idea di donne sole che ordinano a casa un kit per ingravidarsi, unito al fatto che in diversi casi un singolo donatore ha generato centinaia di figli).
  • La tier list degli esami più difficili – Alessandro de Concini – 2026.01.23 – Ciao! Statistica è concettualmente più facile di Analisi 1 e sembra più “meccanica” perché modelli e calcoli li puoi applicare subito a casi reali, mentre Analisi 1 viene generalmente insegnata nella forma pura, puramente astratta (benché sia possibile trovare applicazioni, come appunto nella citata Fisica 1). Modellazione CAD richiede un tipo di impegno diverso, come in generale gli esami che prevedono laboratorio: essendo in parte pratici, c’è una componente che può essere in qualche modo “automatizzata” nella propria memoria, aiutata dal feedback immediato (ad esempio, lo vedi in tempo reale cosa succede dopo estrusione o rivoluzione) e anche dalla conseguente maggiore motivazione derivante dal vedere subito dei risultati (come avviene anche con la programmazione informatica oppure simulazioni/elaborazioni in Matlab, in CAD per progettazione elettronica e tanto altro). Non so come tu abbia selezionato quegli esami per includere CAD, ma ce ne sono molti più “rappresentativi” (e “traumatizzanti”) in ingegneria, tra cui scienza delle costruzioni, campi elettromagnetici, termodinamica, calcolo numerico, elettrotecnica, teoria dei segnali e tanti altri (ovviamente nelle facoltà in cui hanno un certo peso, altrimenti vale il discorso di “elementi di matematica” per le facoltà non-STEM); oltre alla difficoltà intrinseca, una buona differenza la fanno professore e specifica università.
    Confermo anche quanto dici di Anatomia, è come imparare a memoria un enorme libretto di istruzioni, in cui ti viene richiesto di ricordare i nomi di ogni minuscolo componente del catalogo annesso. Farmacologia se la gioca con Biochimica e Chimica Organica, ma sono impegni diversi, perché cambiano la componente mnemonica e quella di comprensione di strutture e processi. Per economia, forse avrei inserito matematica finanziaria (soprattutto se si vuole capire e non ripetere a memoria modelli ed equazioni); in maniera analoga, psicometria se avessi considerato psicologia.
    Avrei però voluto vedere la tua “reaction” nel leggere argomenti di esami come meccanica quantistica (controintuitiva e davvero tosta da “padroneggiare”) ed esami in cui si studiano (e si applicano) per bene i processi stocastici, che danno tantissima soddisfazione: ne esci con un gran mal di testa, ma a distanza di anni guardi il mondo capendo meglio i sistemi complessi in tantissimi settori reali! Tornerei su Analisi 1 e Fisica 1 per tranquillizzare e ricordare (come leggo giustamente anche da altri commenti) che non sono impossibili (ma studiateli volta per volta!), penso che per molti studenti sia più che altro l’impatto, se non si è avvezzi a studiare per bene capendo le cose e ragionando (e purtroppo la maggior parte delle scuole non fa altro che buttare nozioni, senza riflettere, dando l’idea che scienza e tecnica siano formulette da imparare a memoria senza ragionare). Il bello delle facoltà STEM è che alcuni esercizi si possono svolgere anche come una specie di simpatico passatempo (partendo da alcuni argomenti di geometria e algebra lineare, ma forse gli esercizi davvero imbattibili per lo stato di “flow” si trovano in diversi rami di elettronica, flow non di corrente ma quello di Mihaly Csikszentmihalyi; può essere a suo modo “meditativo” anche scrivere codice informatico).
    Sarei curioso di sapere quali sono per gli altri gli esami/argomenti che danno più soddisfazione in tal senso 🙂 Senza alimentare inutili guerre scienziati contro umanisti, mi permetto solo di scrivere: assolutamente consigliato il libro “Dieci cose che ho imparato” di Piero Angela, lo imporrei come obbligatorio per insegnanti, studenti e genitori. Buon fine settimana a tutti!
  • Spazio di riflessione sulla questione violenza a scuola – Yasmina Pani – 2026.01.19 – 9:50 Una precisazione sulla questione “commettono più omicidi i minorenni italiani o stranieri?”, visto che si vogliono “sfatare i miti”: andando a vedere i dati, “Nel 2024 sono stati 17 i minorenni imputati di omicidio, tutti maschi di cui 5 di cittadinanza straniera” (Fonte: ISTAT “Le vittime di omicidio – Anno 2024”) e quindi qualcuno potrebbe concludere con “su 17 imputati di omicidio, 12 sono italiani e 5 sono stranieri, quindi gli stranieri accusati di quel reato costituiscono il 5/17 = 29,4% “. Se vogliamo utilizzare spirito critico e quindi ragionare per bene, bisogna andare leggermente oltre e ricordare che questa affermazione avrebbe un certo significato se la quota di partenza della popolazione fosse 50% italiani e 50% stranieri, mentre nella realtà “Nel complesso, al 1° gennaio 2021 sono un milione e 305 mila i ragazzi tuttora stranieri oppure italiani per acquisizione della cittadinanza e rappresentano il 14% del totale della popolazione residente in Italia con meno di 18 anni” (Fonte: rapporto CNEL “Cittadini stranieri in Italia – Un’indagine statistico-demografica dell’Organismo Nazionale di Coordinamento per le Politiche di Integrazione (ONC)” del 18/12/2024). Di conseguenza, abbiamo un 14% della popolazione minorenne composta da stranieri che però, andando a prendere la casistica di imputati per omicidio, va rapportata al 29,4% di casi, che è quindi il doppio (sarebbe un po’ più del doppio, ma assumiamo che dal 2021 al 2024 i minorenni stranieri siano aumentati come percentuale sul totale minorenni).
    Detta in altri termini: in un contesto generico su cui non ho altre informazioni se non quella di trovarmi in un gruppo di soli minorenni in Italia, uno straniero è il doppio pericoloso (in termini di probabilità che possa uccidermi) rispetto ad un italiano.
    IMPORTANTE: questo non giustifica una “caccia allo straniero”, stiamo comunque parlando di una percentuale esigua di imputati di omicidio rispetto al totale della popolazione (17 imputati su circa 9,5 milioni di minorenni totali, quindi inferiore al 0,00018%, direi che da questo punto di vista l’Italia possa ritenersi più sicura di Giamaica o Honduras).
    A tutti quelli che poi vogliono “educare il maschio” (nel video a 13:40), tanto per restare in tema di minori morti ammazzati, sempre dal rapporto ISTAT che ho citato in precedenza: “Gli omicidi di bambini con meno di 14 anni, con un tasso pari a 0,19 per 100mila, sono stati compiuti da persone con un rapporto parentale (per lo più genitoriale) in conseguenza di stati depressivi o comunque di disfunzioni della personalità. Gli autori di questi omicidi sono quasi sempre donne (in 10 casi su 13), e quasi sempre (tranne che in due casi) di cittadinanza italiana”. Abbiamo 10/13 = 77% di donne tra gli assassini di minori di 14 anni (tasso che aumenta di molto se si vanno a vedere le quote tra genitori che uccidono figli piccolissimi), quand’è che “educhiamo le donne”? Ovviamente quest’ultima è una provocazione, lungi da me abbassarmi al livello di certe inaccettabili affermazioni misandriche. Mi premeva solo ricordare che non basta saper leggere le cifre per capire la realtà, più che corsi affettivi o di bibbia e latino, forse sarebbe il caso di insegnare ai ragazzi basi di statistica e soprattutto di ragionamento.
    Consiglio la lettura dei libri “How not to be wrong” di Jordan Ellenberg e “How to Lie with Statistics” di Darrell Huff. (In caso di osservazioni, comprese correzioni di dati e calcoli, lieto di leggerne purché scritte in maniera educata). Buon inizio settimana a tutti!
  • La lista di Nonunadimeno è vergognosa – Le parole sono importanti – Psicologia nell’angolo – 2026.01.16 – Ciao, non mi esprimo su quell’associazione né su chi le va dietro, spero solo che un giorno non troppo lontano si guarderà a questi anni del medioevo del pensiero critico, chiedendosi come sia stato possibile che le istituzioni italiane si siano fatte intortare e condizionare da gruppi di pressione iper-vittimistici impregnati di misandria, al punto di istituzionalizzare il sessismo e colpevolizzare già i bambini nelle scuole, rei di essere maschi-in-quanto-maschi (per utilizzare un modo di esprimersi che tanto piace a chi crede alla “emergenza femminicidi”). Ogni volta che leggo l’osservatorio de “La Fionda”, che effettua una meticolosa analisi di queste liste, mi verrebbe da ridere, se non si trattasse di elenchi di vittime, nel vedere inclusi casi di cronaca che comprendono persino incidenti stradali o donne uccise da altre donne (es.: “Uccisa dalla compagna nel contesto di una relazione omosessuale”). Trovo tristemente ironico che un caso maschile di suicidio sia finito in una lista come quella lì redatta da quelle lì, soprattutto considerato che il suicidio è un problema a forte prevalenza maschile (motivo per cui se ne parla molto meno, come avviene per le morti sul luogo di lavoro, in stragrande maggioranza uomini). Unico appunto: mi permetto di dissentire totalmente su quanto detto al minuto 32:00, dove mi pare di capire che tu intenda il bullismo, nel suo complesso, un fenomeno prettamente maschile, quando invece studi recenti riportano un’incidenza pressoché sovrapponibile su maschi e femmine (si parla del 30% circa, varia in base agli studi); se vuoi approfondire l’argomento, puoi cercare ad esempio le opere di un tuo corregionale, il prof. Giuseppe Burgio. Buon fine settimana!
  • Come fa la gente a diventare POVERA? – Mr. RIP – 2025.12.16 – A volte ti spacciano il lusso come investimento anche come potenziale ritorno che hai dall’immagine, ci ho riflettuto tanti anni fa quando ho incontrato diverse persone che mi dicevano “Quest’automobile è un investimento”, declinata in diversi modi, tra cui: uno che mi disse “con questa auto di lusso fai la tua bella figura, io per esempio non concluderei mai affari con una persona che si presenta da me con una vecchia utilitaria” e un altro che mi disse: “Con quest’auto sportiva, conto di rimediare almeno N ragazze”. Si tratta insomma di segnalare status e cercare di attirare persone che, come gazze ladre (o gold digger), sono attratte da chi ostenta ricchezza – una persona con un minimo di cervello sa che può esserci un milionario che gira in bicicletta e uno squattrinato che salta la cena pur di mantenere un’auto a noleggio.
    Questo concetto di ritorno dall’investimento viene efficacemente veicolato dalla pubblicità, che mostra persone con beni di lusso, non solo a segnalare che quei beni o servizi sono persone di successo “arrivate”, che “ce l’hanno fatta”, ma che il tale orologio o il tale profumo attirano persone/occasioni interessanti o provocano invidia – e si parte vergognosamente persino dagli spot per bambini, che così frignano dai genitori per ricevere quelle certe scarpe pubblicizzate in un contesto pieno di divertimento e approvazione sociale. Ancora più subdolo è che certe campagne pubblicitarie di beni di lusso sono solo per posizionamento del marchio, per rafforzare l’immagine, presso i poveracci, che una certa marca d’automobile è per soli ricchi (ne è riportato un esempio in “Elephants in the brain” da te consigliato, ma in generale consiglierei la lettura di “I persuasori occulti” scritto da Vance Packard quasi 70 anni fa, ma attualissimo).
    Sulla parte di spendere tempo male, quello è uno dei mali che affligge la società contemporanea: la pseudoproduttività, il dover sentirsi sempre impegnato, seppur in “swallow work” (AdC ha riportato più volte l’esempio di chi procrastina sistemando appunti e cancelleria anziché studiare sul serio). Un esempio dal libro che ho appena citato di Vance Packard è lo scarso successo iniziale di prodotti per casalinghe che servivano a facilitare e velocizzare alcuni compiti come pulire la casa o cucinare (qui c’è anche l’esempio dei preparati per dolci con latte e uova da aggiungere, che è stato ripetuto da una ricercatrice durante lo scorso Twitch Tank dal vivo): siamo stati così tanto condizionati dall’idea che una persona buona è una persona impegnata in qualcosa di produttivo/utile alla società, che proprio ci riesce difficile apprezzare l’idea di poter svolgere compiti più velocemente e leggermente per poi goderci il tempo libero (straconsigliato anche “Elogio dell’ozio” di Bertrand Russell). Quanto sarebbe meglio per tutti vivere senza questo peso e dedicare il solo tempo davvero necessario ai compiti pesanti/noiosi e per il resto godersi il momento presente o immergersi nel flow dei propri interessi (nel tuo caso, magari boardgames). Per questo io sono della stessa idea di Roscoe delle acciaierie Ajax di Springfield: “Noi lavoriamo sodo e ci divertiamo sodo!”
  • Rifiuto, fallimento e ricomposizione. Una guida per il dating di massa – Psicologia nell’angolo – 2025.11.14 – Ciò che dici al minuto 22:00 è l’origine del fenomeno giapponese degli “uomini erbivori”: giovani uomini che ormai non ci provano più, come un MGTOW (Full Monk), con un disagio ed un “lassismo” che si ripercuote apaticamente sulle altre sfere della propria esistenza; non a caso, c’è anche una forte sovrapposizione di questi soggetti con i “freeter“, i giovani giapponesi a cui non solo non interessa fare carriera, ma addirittura cercano di lavorare il minimo indispensabile, lavori umili e a part-time, per mantenere una vita senza alcuna ambizione. Cito i casi giapponesi perché si stanno rivelando più volte come apripista: non solo per l’aumento dell’età media della popolazione e per (una delle due cause della vita media che aumenta, insieme alle migliori condizioni di vita che portano ad una più alta aspettativa di vita) una sempre minore propensione a figliare (che, a sua volta, è legata al fenomeno degli uomini erbivori e dei freeter), ma anche per fenomeni sociali come quello dell’isolamento estremo (hikikomori). Non c’è molto interesse sul tema (continuando il parallelo tra i ricchi e i poveri, citerei il celebre “Che mangino brioche”) perché non c’è consapevolezza e manca addirittura quel minimo di empatia verso il maschio etero, che è visto come una specie di “super villain” in società woke piene di “trappole identitarie” (per usare un’espressione di Yascha Mounk).
    Quando poi questi uomini demotivati (in numero pericolosamente crescente, in un rapporto che potrebbe anche stimarsi con il coefficiente di Gini, ma applicato alla disparità nella distribuzione in senso sessuale e affettivo) arriveranno a gettare completamente la spugna e realizzare che non vale la pena spaccarsi la schiena e rischiare la vita in lavori pesanti o a difendere la patria, voglio vedere chi ci manderanno a costruire infrastrutture e a cercare di mantenere sicurezza ai confini e dentro la propria nazione. Si arriverà al paradosso per il quale le donne che ora fanno le “choosy” (per citare Elsa Fornero) potrebbero poi ritrovarsi a essere forzate a rapporti (poco amorevoli) con delinquenti e invasori, perché i validi uomini che loro hanno respinto non saranno più disposti a proteggerle (oltre che non più disposti ad accrescere o almeno mantenere il livello di benessere, non solo economico, della collettività). Buon fine settimana a tutti!
  • Gaza: come costruirsi un’opinione – Alessandro de Concini – 2025.10.25 – Ciao Ale, incredibile che questo video sia uscito proprio mentre stavo scrivendo una frase in merito alla difficoltà di capire alcune situazioni, in cui stavo proprio accennando all’esempio di conflitti armati. Bel video, davvero ben fatto (complimenti a te, a tua moglie e ai tuoi collaboratori interni ed esterni). E chapeau per la sezione riferimenti. Unico appunto: avrei forse enfatizzato il bisogno di “astrazione”, per limitare al minimo la tifoseria (oltre al discorso dell’appartenenza, delle pecore politicizzate e del conflitto d’interessi che hai giustamente citato). Personalmente, quando si verifica una certa situazione tra diverse parti (che sia una violenza tra due singole persone o, in questo caso, scontri su larga scala e che vanno avanti da decenni), cerco sempre di “anonimizzare” i soggetti, eliminando caratteristiche e connotazioni che possono portare a partigianerie o a risposte emotive, per esempio: “X ha fatto questo a Y, Y ha risposto così ad X”. Se non sono ancora convinto di essere superpartes, cerco di scambiare le “casacche delle squadre” e in tal caso vedere in cosa sono più titubante nel valutare qualcosa rispetto al caso originale di partenza. Spero vivamente che, anche tramite corsi come “Critical Sensei”, sempre più persone si abituino a ragionare, senza necessariamente essere esperte dei vari argomenti, che ci si prenda del tempo per riflettere lontano dal rumore delle tifoserie da stadio e dei titoli sensazionalistici urlati da pennivendoli, politicanti e opinionisti vari. Buon fine settimana a tutti!
  • 5 consigli per gli Universitari! – More Entropy (Giacomo Moro Mauretto) – 2025.10.16 – Qui ingegnere ed ex-docente, mi permetto di ampliare quanto detto dal buon Giacomo.
    LIBRI DI TESTO. Bene per il consiglio sui migliori manuali sulla materia, tanto che sto portando avanti un progetto (“l’umano universale”) in cui ho selezionato alcuni testi fondamentali per le basi della conoscenza (c’è anche una sezione con le materie che tratti, ovviamente). Da un punto di vista universitario, però, è bene ricordare che alcuni professori pretendono l’acquisto del proprio libro e vogliono sentirsi dire le stesse cose (errori compresi) che hanno scritto nella loro carta straccia strapagata. Al punto che essermi impuntato su un argomento su cui il professore aveva chiaramente torto mi stava quasi costando la bocciatura a un esame (consiglio ai giovani: in simili casi, lasciate correre e date ragione allo stolto che però ha il coltello dalla parte del manico).
    ESAMI PROPEDEUTICI. Magari venisse spiegato già dalle superiori, dove invece purtroppo spesso i piani di studio non sono sincronizzati e quindi si imparano alcuni concetti “per fede”, in chiaro contrasto con la mentalità scientifica. Ad esempio, in fisica viene presentata un’equazione differenziale, prima di vederle spiegate in matematica, il che è un problema. Ricordo un insegnante di statistica (all’ITIS) che ci disse di prendere per buona la sua veloce spiegazione approssimata sulle derivate di ordine superiore al primo, necessarie ad esempio per il punto di flesso di una distribuzione (dove si annulla la derivata seconda, ma vanno verificate anche le derivate di ordine superiore). Questo fenomeno è tanto più amplificato quanto più si va avanti nelle specializzazioni. Se non dovesse bastare, integrate (non nel senso di integrali)! Se un corso dà per scontata la conoscenza di un certo argomento, andate quantomeno a ripassarlo, anche se lì per lì vi sembra di poter tirare dritto, raramente è una buona idea andare avanti a costruire su fondamenta scricchiolanti.
    STATISTICA. Qui ci sarebbe tantissimo da dire, totalmente d’accordo che dovrebbe essere compresa da chiunque, in una nazione devastata dall’analfabetismo funzionale già quando si tratta di capire frasi elementari, figuriamoci quando si parla di dati! Che siano numeri o grafici, la “data literacy” è fondamentale per capire i fenomeni: se non si capisce neppure la differenza tra media e mediana, se non si ha cognizione del concetto di varianza e se non si ha una minima idea anche delle basi di probabilità è veramente difficile capire il significato di alcune situazioni del mondo reale, che interessano tutti. Ho dato una mano a medici specializzati che non avevano la minima idea di come condurre uno studio ed interpretare i dati, non oso immaginare la loro compresione di alcuni fenomeni nonn necessariamente a livello epidemiologico.
    APPROCCIO. Sulla modalità di affrontare l’università come fosse una scuola in cui ottenere massimo rendimento (il voto più alto possibile in un dato tempo limitato) col minimo sforzo è un problema non da poco, ma d’altra parte capisco anche chi si incattivisce, soprattutto in università con un elevato numero di studenti. “Non scholæ sed vitæ discimus“, sì, bello, ma d’altra parte si scontra con un calendario d’esami senza senso, con una pressione esacerbata da contesti in cui non ci si può permettere il lusso di andare fuori corso. Quello che posso suggerire, in tal caso estremo, è di puntare a un paretiano 80/20 (focalizzandosi sugli argomenti chiesti più spesso, il resto comunque almeno leggerli), riservandosi però di ristudiare una volta laureati, soprattutto nel caso in cui decidiamo di intraprendere percorsi lavorativi attinenti al proprio percorso di studi. Buono studio a tutti!
  • Sulla verginità maschile – Psicologia nell’angolo – 2025.10.08 – Ciao, ti seguo dagli albori, mi sa che aggiungerò presto questo canale sul mio blog (che tratta principalmente di pensiero critico e apprendimento continuo), quando scriverò le “risorse consigliate”: servono più persone che ragionano fuori dagli schemi soliti e che affrontano con serietà questioni complesse. Comunque, 32:43, esistono davvero luoghi dove provano a tenere fuori quegli stimoli, come lo Stato Monastico Autonomo del Monte Athos (precluso alle donne); in alternativa, senza diventare così estremi, può bastare vivere un po’ più isolati e svolgere lavori a tipica stragrande maggioranza maschile, sempre che poi non si venga additati come [inserire qui una qualsivoglia parola denigratoria e pesantemente offensiva]. Questo però non risolve il problema nè per il singolo, nè a livello sociale: rischia anzi di incrementare la percentuale di reclusi sociali e diminuire ulteriormente la natalità.
  • La scuola italiana deve cambiare: ecco come – Alessandro de Concini – 2025.09.19 – Ciao Ale, (avvertenza: commento più lungo di una monografica di DuFer, ma meno indigesto :D). Concordo, anche se nutro forti dubbi sull’implementazione, non solo per una questione economica (che c’è, perché c’è – agli insegnanti preparati ed impegnati non puoi continuare a pagare due noccioline, che poi me le ridai, dicendo “ma c’è anche la gioia”).
    Dan Ariely (in “Predictably Irrational”) parla di professioni in cui spesso si accetta uno stipendio più basso perché c’è la motivazione intrinseca di difendere la comunità (fa l’esempio di militari, forze dell’ordine, vigili del fuoco), ma nel caso dei docenti (che hanno, in parte, anche una spinta motivazionale di contributo alla società) questo inevitabilmente porta (come avviene in tante posizioni nella pubblica amministrazione) ad un fiume di persone mediocri che tenta i concorsi a punteggio e che pazientemente aspetta nelle graduatorie, per poi restare immobili (altro che “merito”) una volta ottenuto il “posto fisso”. Ho conosciuto pochissimi insegnanti preparati e motivati, altri volenterosi ma lasciati allo sbando (perché non è davvero chiaro come prepararsi a diventare un ottimo insegnate); tutto il resto sono tantissimi incompetenti o pigri che si danno all’istruzione per “ripiego” per non aver trovato nulla di meglio, oppure vanno a scuola solo per arrotondare quel che guadagnano con la loro attività principale (non solo ingegneri e architetti, ma anche chi dà ripetizioni private, guadagnando più così che con la classe).
    Andrebbe cercato un accordo per scrivere un programma serio e modulare, con una visione (del “core”, non tanto dei dettagli, che per ovvi motivi verranno adeguati ai cambiamenti sociali e tecnologici) ad almeno 30-40 anni, visto che ci sarà purtroppo un lungo transitorio (le misure non possono essere adottate direttamente l’anno scolastico successivo), da “blindare” a prescindere dalla coalizione di maggioranza che seguirà (a proposito: nei commenti qui sotto ho visto menzionare un noto neonato movimento politico, ma non sono così ottimista da sperare di vedere una politica davvero “data-driven” in Italia). Quell’intervallo di tempo di decine di anni è necessario perché adesso gli insegnanti attuali possono essere “aggiornati”, ma il cambiamento serio lo si potrà osservare solo dopo almeno una generazione, di chi oggi la scuola ancora deve cominciarla e che si troverà a partire con un nuovo sistema quasi a regime (mi si perdoni la parola – qui parlo da ingegnere, nessuna accezione politica, intendo la situazione “stabilizzata” dopo un periodo di transizione tra la scuola attuale e l’obiettivo finale desiderato).
    Lo scetticismo è anche nei riguardi del merito (e mo’ ce vo’) perché una selezione e un adeguato trattamento (legato ai risultati, ma senza metriche in stile legge di Goodhart) devono partire dalla testa (dal ministro) a scendere verso dirigenti, funzionari fino a presidi, insegnanti e collaboratori, prima di poter guidare e giudicare gli studenti. Tra l’altro, ho visto ora titolo di studio e professione dei 12 ministri dell’istruzione (a volte incorporando università e ricerca) degli ultimi 24 anni, c’è di tutto, finanche chi sembra non aver conseguito neppure il diploma quinquiennale. Fosse per me, inserirei come requisito stringente l’aver ricoperto incarichi di docente e di preside – da proporre in maniera analoga negli altri ministeri (a capo della sanità sarebbe utile vedere ex-primari di ospedali, alla difesa ex-ufficiali e così via), non soltanto quando ad esempio si è in emergenza con governi tecnici.
    Aggiungerei, comunque, una parte in cui, oltre a formare il moderno cittadino (come correttamente hai detto: diritto, educazione civica, economia, ma anche altro) si dia uno spunto a formare il moderno lavoratore perché (piaccia o meno a quelli che dicono che la scuola non deve servire a preparare al lavoro) l’Italia è una repubblica democratica fondata sul lavoro (come da primo articolo della costituzione), nel senso più ampio del termine: fornire agli studenti una panoramica sia delle professioni (attuali e “del futuro”) sia delle competenze (specifiche e trasversali) che dovranno poi approfondire a prescindere che decidano di diventare imprenditori, operai o qualunque altra cosa. La scuola dovrebbe fornire delle solite basi, almeno una buona consapevolezza, non ci si può ritrovare a 18 anni senza sapersela cavare da soli (e no, non può essere delegato tutto alla fortuna di avere una buona famiglia) e senza avere una minima idea di come funzioni il mondo in cui si vive. Metodo di studio e pensiero critico non possono essere appannaggio di quei pochi che possono permetterselo (non vuole essere una critica all’iniziativa privata del vostro doposcuola: sappiamo tutti che gratis non è sostenibile nel mondo reale, anche se si potrebbe esplorare la situazione fondazioni e associazioni no-profit); imparare a studiare in maniera efficace e ragionare in maniera sensata dovrebbe essere patrimonio di tutti gli studenti (soprattutto per chi parte da situazioni svantaggiate), ben prima di riversare loro (in)utili nozioni scolastiche. Buono studio a tutti!

Immagine realizzata da me tramite sistemi di intelligenza artificiale generativa

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