Atterrati su questo articolo attirato dal titolo, durante la ricerca “come completare infinite raccolte punti di merendine”? Sbagliato strada. Non si parla neppure di metodi di tortura per procurare interminabili punti di sutura. E no, neanche di trucchetti per raccattare punti per eventuali concorsi per posti di lavoro (anche se sulla gestione del lavoro ci sarà qui un paragrafo). I punti di cui parlo son quelli che si utilizzano in tantissimi giochi, visto che possiamo anche efficacemente “ludicizzare” (implementando gamification) la nostra vita – sia come paragone e modello mentale, sia proprio creando e adottando meccanismi positivi per viverla meglio. Come per tantissimi meccanismi, a seconda del contesto e della finalità, anche la ludicizzazione po’ esse piuma e po’ esse fero (come direbbe er principe Mario Brega), chi vuole approfondire può partire da un paio di studi che cito in fondo. Questo articolo potrebbe probabilmente far felice Jane McGonigal (esperta di gamification e gemella identica di Kelly, esperta di forza volontà), invito a leggere i libri di entrambe (per gli estremamente pigri, esistono anche loro “contenuti brevi” come TED talk e interviste, ma per favore consumate contenuti lunghi… fate uno sforzo di volontà, appunto). E un leggero sforzo di volontà (non così incredibile come quello chiesto a Joe Rocchio per alzarsi) serve per seguire questo articolo, ma prometto di renderlo potabile anche a chi, come me, non è esperto di nulla. Cominciamo dalle torte.
Il problema delle torte
No, non siete sintonizzati su “Il boss delle torte” e non siete finiti su una pagina di critica culinaria che analizza i prodotti di Iginio Massari. Mi riferisco alla visualizzazione dati preferita dall’amico statistico Giuseppe Dejan Lucido: il grafico a torta (è uno scherzo tra noi due, ogni tanto ci scambiamo orrori relativi a questo modo di visualizzare dati che nella stragrande maggioranza dei casi è fuori luogo, come vado infatti a scrivere ora).

L’importante premessa sottostante il grafico a torta, per essere sensato (secondo il mio personale punto di vista), è che la quantità totale descritta sia finita/determinata/immutabile anche in relazione ad altri soggetti. Vengo e mi spiego (come soleva dire talvolta Ciccio Ingrassia): il tempo a disposizione in una giornata è democraticamente uguale per tutti (esistono microdifferenze impercettibili se uno “viaggia molto veloce”, ma non divaghiamo), quindi può aver senso tracciare il tempo impiegato in una giornata con una torta, i cui spicchi rappresentano una frazione della giornata (ad esempio, ogni ora sarà ampia 360°/24=15°). In questo modo posso ad esempio confrontare il tempo speso in una determinata giornata, col tempo di un’altra persona oppure col mio tempo impiegato in un giorno precedente (o in una pianificazione di giornata futura). Ma se invece volessi rappresentare la composizione di un patrimonio finanziario? In tal caso, posso sì confrontare la distribuzione degli asset in termini relativi, ma perdo la possibilità di effettuare un confronto assoluto: ipotizziamo che un italiano medio (dal punto di vista patrimoniale) abbia la stessa composizione percentuale di patrimonio (es.: azioni, obbligazioni, immobili, metalli, valuta straniera, altro) di Bill Gates, Elon Musk o Jeff Bezos. Se paragonassi le due torte, non saprei dire chi ha, in termini assoluti, una maggiore disponibilità di certi asset. Per farlo, dovrei disegnare anche il raggio delle torte in scala, ma in tal caso è difficile percepire a colpo d’occhio la differenza. Se questo concetto è poco chiaro, posso fare un disegnino (letteralmente, tracciando i grafici), basta chiedermelo nei commenti. Ecco che quindi diventa utile ricorrere ad altre forme di rappresentazione, come le barre (da non confondere con “la borra”, cit.) o diagrammi radar. E qui vi starete chiedendo da un pezzo: e che c’entrano i punti dei videogiochi? Calma, ci arriviamo, ma restiamo con le torte.
Allocazione del tempo
Ho scritto di torte del tempo e di asset, quindi: possiamo immaginare la nostra giornata come una quantità di tempo limitata che possiamo allocare in diversi asset (attività relative a certi aspetti della propria vita); l’allocazione può restare stabile al passare dei giorni oppure, proprio come fanno alcuni investitori al passare dell’età, cambiare, dando più peso ad alcuni aspetti rispetto ad altri, in alcuni periodi della vita. Generalmente gli investitori diminuiscono il carico di asset variabili come l’azionario man mano vanno avanti con l’età, ma… parlando invece di “asset temporali”? Possiamo immaginare di partire ad investire il nostro tempo dai nostri 12-13 anni (o in qualunque altra età, ricordando che il periodo migliore per piantare un albero era tanti anni fa, il secondo periodo migliore è adesso… e per tutte le volte che ho ripetuto questa frase ora dovrei essere circondato da foreste) quasi “all in” su ciò che davvero ci interessa e su ciò che pensiamo vorremmo “fare da grandi” – nel mio caso, nonostante le tante altre passioni, stavo piuttosto in fissa con scienze e matematica, avevo già le idee chiarissime, ma l’importante è avere comunque degli interessi (se ragazzi di quell’età non mostrano interesse per nulla, abbiamo seriamente un problema da affrontare). Idealmente, si dovrebbe già avere una certa ambizione (sano desiderio, non malata ossessione) di diventare “So good they can’t ignore you” (come dice Cal Newport), quantomeno una vaga idea di cosa si vorrebbe fare per un certo periodo medio-lungo della vita (anche se ovviamente non è detto che poi si vorrà davvero farlo o magari si vorrà subito cambiare settore) e quindi può aver senso allocare gran parte del proprio tempo in attività connesse a quell’interesse, sia in senso stretto (ad esempio: studiare argomenti specifici, informarsi su cosa si faccia in quel tipo di professione, come nella fase di prototiping descritta in “Designing your life”), sia anche svolgendo esperienze che possono avere attinenza anche “collaterale” e che possano sviluppare competenze trasversali (“soft skill”) come imparare a ragionare, insieme a capacità di vivere e lavorare con gli altri, imparare ad ascoltare ed esprimersi e tanto altro. Il mio consiglio è quello di non andare comunque 100% in fissa con la propria aspirazione, di lasciare spazio ad altre attività, soprattutto perché esistono alcune esperienze che o si possono svolgere solo ad una certa età oppure, se anche si possono eventualmente “recuperare” dopo, non producono lo stesso effetto (sia dal punto di vista di emozioni, sia dal punto di vista di crescita e “ritorno dell’investimento”). Chi ad esempio ha avuto possibilità di viaggiare all’estero a 15 anni, in solitaria o con amici, avrà notato che è tutt’altra cosa rispetto a viaggiare avendo il doppio dell’età – non necessariamente “meglio/peggio”, ma “diverso”. Dicevamo che molti investitori tendono a diminuire quello che era il loro asset “giovanile” principale: bene, potremmo dire che il nostro “investimento azionario” da scalare nel tempo sia proprio questo interesse principale verso cui dirottiamo gran parte del tempo. Arrivati ad una certa età e ad un certo punto della propria carriera, potremmo volere (e credo sia auspicabile nella maggior parte dei casi) dirigere sempre meno tempo verso quell’attività, per poterlo distribuire su altri àmbiti dell’esistenza. Conosco purtroppo diversi workaholic che mi dicono di non avere più tempo da dedicare ai loro cari e alla loro stessa salute (che dovrebbe invece essere la priorità imprescindibile e che, come invece Winston Churchill diceva in merito al coraggio, è la qualità che garantisce tutte le altre); come riportato ne “L’arte della felicità”, il Dalai Lama Tenzin Gyatso, in risposta ad una madre che dice di non trovare mezz’ora al giorno per meditare, afferma che il tempo per meditare, se davvero lo si vuole, lo si trova – e lo stesso vale per moltissime altre attività (oggigiorno basterebbe già solo sottrarre il tempo ai social network e in generale ai dispositivi elettronici). Vogliamo davvero restare, fino ad una fase avanzata della nostra esistenza, investiti in gran parte in azionario (pardon, in “principale attività professionale”)? Non solo perché “potrebbe” arrivare un crollo inatteso (non dei mercati, ma della carriera), ma perché il crollo arriva sicuramente: nel caso di un lavoro “standard”, l’età massima pensionabile; ho assistito di persona a cerimonie lacrimestrappa (cit.) di pensionamento (più correttamente: di congedo per sopraggiunti limiti di età oppure di collocamento in aspettativa per riduzione di quadri, volgarmente “pensione anticipata” dopo aver raggiunto comunque grossi requisiti), con scene fantozziane (giuro) di ex colleghi che tornavano a far visita non molto tempo dopo e che raccontavano un triste ritorno al “non far nulla” nel loro ménage familiare, quasi rammaricati di aver finalmente tempo per loro stessi e per i propri affetti – ho visto un ex maresciallo implorare di poter lavorare anche gratis di nascosto (non sarebbe stato comunque possibile per motivi legati alla segretezza delle informazioni e per normative di sicurezza sul lavoro, nessuno si sarebbe fatto carico di tali responsabilità). Erano, in sostanza, tristi per l’aver perso lo status (dopo essersi identificati al mondo e a loro stessi, per decenni, come militari), per l’aver smarrito di colpo, con una funzione a gradino da 1 a 0, il senso della propria esistenza; non sapevano più come usare il loro tempo delle giornate rimaste da vivere. In poche parole, restando al tema di questo capitolo di investimenti temporali, non avevano diversificato. A questo, va anche aggiunto il dramma sentimentale/familiare di una buona parte del personale: molti erano giunti alla terza età (percentualmente molti più casi rispetto alla popolazione generale) da divorziati – paradossalmente causato in maniera diretta o indiretta dalla particolare professione, che portava a stare lontani da casa per diverso tempo, a volte con scarso preavviso (qui potrei raccontarne, di scene strazianti a cui ho assistito in missione, ma per rispetto le terrò per me), quindi il tempo impiegato male colpisce due volte: al momento stesso e anche con effetti in vecchiaia. “Se penso a come ho speso male il mio tempo, che non tornerà, non ritornerà più”, cantava Franco Battiato. Mi raccomando quindi: ad un certo punto della propria vita, scalate il tempo e l’impegno rivolto alla principale attività, riducetelo per dedicarvi maggiormente ad altri interessi. Volendo schematizzare brutalmente un esempio:

Nell’esempio sopra, ipotizzando 16 ore “libere dal sonno” e ignorando ogni possibile esigenza logistico-fisiologica per semplicità (qui stiamo lavorando con l’accetta, è indicativo, ci interessa il concetto), possiamo vedere un andamento della parte “attività principale professionale” che inizia forte in gioventù (ricordando che in teoria la scuola e soprattutto l’università pubblica dovrebbe anche e soprattutto preparare ad affrontare per bene la propria carriera), aumentare ulteriormente nella fase iniziale, per poi decrescere e, ovviamente, terminare ad una certa età. Ognuno poi si regola in base a se/quando mette su famiglia, a se vuole iniziare/terminare prima/dopo una certa attività, vuol dare un peso diverso ai propri altri interessi e così via. Il “fun time” non è il tempo allocato per il divertimento, è un riferimento all’equivalente “fun money”, in questo caso magari una certa attività a cui dedicarsi “a tempo perso” e che può “sfondare” come anche no. Sì, ho utilizzato un grafico a barre perché lo preferisco rispetto alle torte, ma in questo caso specifico le torte vanno altrettanto bene. Il modello tempo/investimenti finanziari può essere perfezionato ipotizzando equivalenti di liquidità e fondo d’emergenza (magari la salute), il bello di queste analogie è che possono essere flessibili e personalizzabili a piacere.
I punti
In diversi videogiochi, è possibile scegliere tra diversi personaggi con caratteristiche predefinite oppure addirittura personalizzarli potendo “distribuire punti” tra le diverse caratteristiche. Per fare degli esempi: in giochi di sport, gli atleti potranno avere punti relativi a velocità, resistenza, abilità/precisione e così via; in un gioco di automobili, saranno le vetture ad avere punti relativi a prestazioni come velocità massima, accelerazione, controllo in curva e… insomma, credo sia chiaro il concetto. Ma la “vita non è un film” (come ci ricorda un brano degli Articolo 31) e neppure un videogioco, quindi come si collega questo concetto alla vita vera? Semplice: anche noi potremmo essere descritti in maniera quantitativa tramite punteggi attribuiti a certe caratteristiche di “vivibilità”, come nell’immagine che ho realizzato di seguito (la diversa lunghezza delle barre indica diversi punteggi).

E ora arriva il bello: in molti delle categorie di videogiochi che prima ho citato come esempio, solitamente il numero totale dei punti per caratterizzare il personaggio è finito. Quindi, poniamo di avere 21 punti da distribuire su quelle 7 caratteristiche, ci sarà una media di 3 punti per ciascuno di quegli aspetti, ma inevitabilmente allungare uno (es.: forza fisica) ridurrà un altro (es.: intelligenza) – nell’esempio specifico, è un po’ lo stereotipo del palestrato che spende tantissime ore in palestra, a discapito di cultura. Ed è qui che arriva il bello (no, non giratevi, non intendo dire che arriva James Dean nel suo prime, o qualcuno bello da guardare come un suo poster, cit.): nella vita, questi punti non sono affatto una quantità stabile fissata per tutti e immodificabile nel tempo! Anche se purtroppo, per molte persone, i punti restano uguali superata la ventina d’anni d’età (o addirittura diminuiscono, invecchiando anzitempo e diventando più cinici, più ignoranti, più malati, più scontrosi – e intendo dire molto più di quanto ci si aspetterebbe da un decadimento in tarda età, non da un deperimento precoce). Superata infatti una certa età, molti tendono a non imparare più nulla (seguendo alla lettera il consiglio di Duccio Patanè), a diventare sedentari, a non coltivare vere amicizie, a non effettuare più esperienze (al punto che, come scrive Michel Houellebecq ne “L’estensione del dominio della lotta”, per ricordarsi di qualche avvenimento significativo occorre andare con la memoria all’epoca dell’adolescenza o poco più). Si tende, insomma, a farsi sopraffare dalla routine (non parlo di quella che ho descritto in Creare la routine perfetta (per te), ma di quel modo di lasciarsi vivere senza intenzionalità), nella più apatica (e magari anche anedonica) sequenza di giorni grigi tutti uguali, a prescindere se da soli o con una famiglia – qui si sprecano canzoni, libri e film che trattano l’argomento – in una catena di anelli identici, di tanti “giorni della marmotta” che vanno avanti fino a quando la vita finisce e ci si chiede “ma io dov’ero?” (anche in tal caso, partendo da piccoli momenti “In locale” da estendere al “globale”, aiuta praticare meditazione mindfulness, per ridurre tutti quei momenti in cui si beve meccanicamente una tisana pensando ad altro e ci si ritrova poi con la tazza vuota di fronte, sollevandola senza ricordarsi d’averla bevuta e quindi sospettando la presenza di qualche yokai come ne “La città incantata”).
Nell’esempio del palestrato di prima: è possibile ottimizzare in diversi modi (no, niente doping per favore), sia svolgendo allenamenti più efficaci/intensivi per ridurne la durata complessiva (quindi “ricavando” tempo per altre attività), sia provando (ed è una delle poche occasioni in cui può avere senso il multistasking) ad allenarsi mentre si ascolta un podcast interessante o un audiolibro – potrebbe forse funzionare anche la lettura sollevando un tomo particolarmente pesante, oppure installando “Appesante” e provare a “dimagrire mangiando” sotto la guida di Jim Massew.
In generale, non è solo una questione di quantità, ma anche (e soprattutto) di qualità: il “ritorno” (magari preferendo l’outcome al posto dell’output) è dato da “tempo x impegno” – il modello non è necessariamente così semplicemente moltiplicativo, ci sarebbe poi il discorso dei ritorni decrescenti rispetto a risorse impiegate, ma non complichiamoci la vita. Senza necessariamente arrivare all’estremo dello spendere la maggior parte delle ore nell’affilare l’accetta prima di tagliare l’albero (come pare suggerisse il fu presidente USA Abraham Lincoln), perché potrebbe portare alla paralisi di eccessiva preparazione prima di svolgere un’attività che non si svolgerà mai (immaginiamo un bambino che, anziché salire in sella alla propria bicicletta, si mette a studiare i sottostanti principi di fisica e ad osservare il bel duello “tra il nostro Martano e lo spagnolo Trueba”, ad agosto o giugno del ’34, cit.). Impiegando bene il proprio tempo e le proprie energie, si possono migliorare anche gli altri settori della propria vita, assicuro che (fermo restando il vincolo del tempo limitato), è fattibile. Ed è questo il “segreto” di alcune persone particolarmente operose che pensano e fanno in una giornata più di quanto altri possono solo immaginare in una settimana. Ed è così, migliorando (e stando attenti a non sprecare preziose risorse), che è possibile aumentare i propri punti totali, anziché semplicemente ridistribuirli come fossero una coperta corta che inevitabilmente lascia scoperte alcune zone per andare a coprirne altre. Insomma, senza sacrificare troppo alcune aree, è possibile “estendere” la coperta! Graficamente, tramite diagrammi radar:

La superficie totale alla fine, quindi, risulta maggiore rispetto a quella di partenza. Il diagramma radar lo uso ache per descrivere due differenti tipi di persone: quelle poliedriche n-dimensionali da una parte e… quelle “monodimensionali” dall’altra. Non lo dico con nessun senso di superiorità, semplicemente molti dei ragazzi che ho sentito anche intervistati su Youtube (ma ce ne sono ovviamente di conosciuti anche di persona, fortunatamente pochi perché sono persone che trovo estremamente noiose) appaiono, ai miei occhi, come le scenografie cartonate dei vecchi film: sottili disegni variopinti che però non hanno alcuno spessore, con cui è possibile solo parlare del loro lavoro, non praticano nulla che non sia relativo alla propria carriera e la loro conoscenza inizia e finisce sui manuali di lavoro. A me fanno onestamente molta tristezza, non importa quanto sia alto il loro stipendio e quanto si credano espertoni del loro settore, il rischio di cui ho scritto prima, di diventare dei depressi Fantozzi in pensione, è alto tanto quanto è alta la noia (per me) di sentirli parlare da giovani, ma “ognuno ha il diritto di vivere come può” (cit. musicale del ’66).
Sperando di non offendere nessuno, la somma dei punti non è uguale per tutti: la somma delle “caratteristiche” di una persona pienamente realizzata che si impegna pienamente (e magari con ottimi risultati professionali e personali), che tiene alla propria salute, che cura le relazioni e che in generale vive appieno la vita… è probabilmente maggiore di quella di un doomer che riversa gran parte del giorno in stato larvale scrollando social network e spazzatura varia, incurante del proprio stato psicofisico e degli altri. Semplicemente, è come se ci fosse una grande differenza nella loro “energia espressa”: un po’ è dovuta ad una produzione “che viene da de-dentro” (per citare un mesto cantautore), un po’ all’implementazione, in un caso “messa a frutto”, nell’altro “scaricata a massa” e dissipata, come avviene nei sistemi ad alta potenza quando hanno energia elettrica in eccesso da dover scaricare (sprecandola, se non si riesce a recuperare in altro modo).
Non rimandare
Qui è facile scadere nella solita retorica del memento mori (“ricordati che devi morire” – “sì, mo’ me lo segno proprio”, cit.), ma cercherò di essere il più pragmatico possibile. Prima, però, un brevissimo excursus: ho scritto di aver assistito a “pensionamenti” di colleghi che si spogliavano dell’uniforme dopo oltre 40 anni di servizio, ma son purtroppo anche venuto a conoscenza di chi non è stato così fortunato, di ufficiali del mio corso o di corsi “vicini” (che quindi ho conosciuto anche bene) che son deceduti a 30 anni di età e anche prima, in alcuni casi lasciando figli orfani. Ricordo in particolare uno di questi casi poco dopo aver terminato l’accademia, quindi dopo la parte di sacrifici giovanili (non tanto per lo studio, ma perché soprattutto i primi anni d’accademia erano una specie di detenzione (volontaria), potendo uscire solo poche ore a settimana e comunque con stringenti limitazioni), quindi ho anche pensato: “Ma se X avesse saputo qualche anno prima che sarebbe morto oggi, avrebbe comunque completato lo stesso percorso che ha seguito?”. Attenzione, qui non parlo di andare YOLO perché “di doman non c’è certezza” (non è mia), almeno non nel senso distorto dall’edonismo, perché al massimo dovrebbe ispirare in senso eudaemonico, chiedendosi: se schiattassi a 27 anni, cosa avrei voluto fare prima di significativo? Oppure (frase che sembra piacere ai GenZ): come potrei lasciare un impatto? Ma anche volendo pensare in piccolo e in maniera egoistica (nel senso di non curarsi dell’impatto sociale), ritagliandosi del tempo per imparare e fare qualcosa, pur sapendo di avere giorni limitati (spoiler: giorni limitati di vita, almeno per ora, ce li abbiamo tutti, anche se probabilmente non sappiamo il dove/come/quando), che può anche essere imparare a suonare uno strumento musicale (o espanderne l’utilizzo verso altri generi). Sempre restando negli aneddoti, ricordo due casi contrapposti: il primo, decisamente molto più “comune” da incontrare per strada, fu un pensionato con cui parlai per caso quand’ero un ragazzo, davanti ad un negozio di strumenti musicali, mentre sceglievo la mia prima chitarra elettrica (con un budget molto limitato, non essendo di famiglia benestante); tale signore mi colpì perché (come fanno in tanti) mi espresse il suo desiderio in forma passata: “avrei tanto voluto imparare a suonare”, al che ingenuamente gli risposi con entusiasmo che avrebbe anche potuto iniziare subito (a mente, considerai che sicuramente disponeva di molto più tempo libero rispetto a me che ero uno studente con l’obbligo di restare a scuola ad annoiarmi per diverse ore al giorno), ma l’anziano ribatté di “non avere tempo” – su tale affermazione falsa e disfattista, avrei voluto concludere la conversazione con un “quand’è così…” delle sceneggiate di Olcese e Margiotta (i “guappi napoletani” Gianni & Pinoli in “Pippo Chennedy Show”). Nel tempo, ho imparato a lasciar stare chi non vuole cercare soluzioni neppure quando ci si propone di aiutare fattivamente. All’estremo opposto, invece, ricordo con piacere un anziano che conobbi durante una breve parentesi in cui ho suonato jazz (come mi diceva un amico che suonava tutto, fuorché quel genere: “il jazz è come una scorreggia: piace solo a chi la fa” – mi dissocio); tale anziano signore era purtroppo in uno stadio avanzato di malattia incurabile, eppure suonava che era un piacer ascoltarlo e vederlo (nonostante avesse un po’ di acciacchi e dolori), mentre esplorava curioso e soddisfatto una musica in cui non s’era mai avventurato prima; avremmo dovuto vederci anche il mese successivo, ma… non si presentò, aveva terminato di essere malato, per sempre. Perché ho riportato questi esempi di vite vissute (e finite)? Perché non vorrei sprecare ciò che gli incontri con queste persone mi hanno trasmesso con la loro esistenza (ispirandomi positivamente o, nel caso del pensionato “avrei voluto imparare, come “Wrang-wrang” – che è come Kurt Vonnegut chiama delle specie di “anti-esempi”), vorrei provare a “capitalizzare” i loro silenziosi insegnamenti trasmessi col loro modo di vivere. Per questo, raccomando, a prescindere dall’età, di iniziare il prima possibile a coltivare un (sano) interesse e a praticarlo con una certa costanza e dedizione, per diversi motivi, che potrei in parte riassumere in:
- in alcuni interessi, soprattutto dove è richiesta abilità in termini anche di forza, resistenza, velocità e coordinazione (come sa chiunque abbia iniziato a suonare un accordo barré alla chitarra, a tenere per diverso tempo addosso alcuni strumenti o a suonare un veloce assolo su un qualunque strumento musicale), lo scoglio iniziale può essere faticoso e/o demotivante (anche tra spernacchiate in strumenti a fiato e graffianti stecche sugli archi), quindi decisamente meglio iniziare da giovani, come per lo sport, anche tralasciando l’ovvia considerazione che è più complicato raggiungere certi risultati se si inizia tardi; ma non voglio scoraggiare nessuno, non mancano esempi di pittori, atleti, musicisti e tanti altri che hanno raggiunto livelli ben più che dignitosi anche iniziando in tarda età (e ricordiamo soprattutto che, come ci ricordava l’ultracenteraio “youtuber” artista di cui ho scritto: Le lezioni di Giorgio Michetti, l’importante è divertirsi);
- collegato al punto precedente: più facile “mantenere” che costruire da zero (vale per patrimonio, composizione corporea e tanto altro), generalmente servono più sforzi per combattere l’inerzia o portare a livelli di energia potenziale maggiore, rispetto a conservare tale energia, vale anche per le “riserve cognitive” maturate prima dell’inesorabile declino in tarda età – ancora una volta: sempre possibile provare a contrastare il decadimento, ma meglio partire in vantaggio da più in alto, raggiungendo una quota più alta quando si è giovani;
- partire da una “base psicofisica” di abitudine alla pratica di una certa attività aiuta tantissimo, già solo per il fatto che difficilmente verrà naturale praticare qualcosa di diverso dalla propria “attività unica” (come il lavoro che occupava integralmente la propria giornata e che di colpo viene a mancare) – funziona in certa misura anche il “transfer” da un’attività secondaria ad un’altra, anche già solo in termini di disciplina e “ispirazione”, come è più probabile che si sentirà più spinto a praticare uno sport qualunque chi da giovane è stato uno sportivo rispetto a chi è stato sempre sedentario; detto altrimenti: ho notato che è molto più probabile e richiede meno attrito (mentale e fisico) svolgere una nuova attività se già si era delle persone con qualche interesse in precedenza;
- come per la meditazione e la preparazione ad una certa evenienza, molto meglio imparare ed allenarsi prima che un evento si verifichi; elaboro meglio: anche a me, come per tanti altri, la musica, l’arte, la fotografia e la pratica di tanti altri interessi sono stati di grande aiuto e profondo supporto in alcuni momenti (“La verità è che la musica mi ha salvato” cantava Francesco Tricarico nel 2002, perché è anche questo “quello che una musica può fare: salvarti sull’orlo del precipizio”, ma con questa di Max Gazzè chiudo le citazioni musicali, altrimenti diventa uno sketch de La Premiata Ditta) – in tali frangenti, un po’ come avviene quando ci si rivolge ad un pronto soccorso, si spera di aver imparato e praticato per tempo, già prima, non di far pratica al momento, in modo da poter ricorrere all’attività in stato di flow.
Ci sarebbero tante altre considerazioni, per spronare anche i più indefessi lavoratori a dedicarsi ad altre attività anche se sembrano “una perdita di tempo”, considerato che possono invece paradossalmente contribuire a migliorare anche l’attività lavorativa stessa (ovviamente vale di più per i “lavoratori della conoscenza” rispetto ad altri tipi di lavoro), considerato che avere un più ampio “range” di interessi (v. libro omonimo che consiglio qui sotto) permette anche di sviluppare “utile” creatività – ne ho scritto abbondantemente in Potenziare la creatività, ma ci sono alcuni studi specifici sul ruolo di passioni e interessi che fanno bene anche al lavoro, sia direttamente sia come second’ordine (per il fatto di stare meglio mentalmente e fisicamente), gli studi sono citati qui sotto. Quello che mi premeva raccontare era semplicemente l’idea alla base: cercate di “espandere”; buona espansione a tutti!

Immagine generata da me tramite sistemi di intelligenza artificiale generativa.
Riferimenti e risorse consigliate
Tra gli studi citati, uno menziona esplicitamente il digital detox come metodo effettivo per stare meglio soprattutto quando il tempo risparmiato da quella monnezza viene utilmente impiegato in attività offline. Vi lascio quindi con un’anticipazione: ho in bozza proprio un articolo sul “Digital detox”, tematica che ho approfondito in dettaglio per tantissimo tempo.
Studi
- Fancourt, D., Steptoe, A., & Cadar, D. (2023). Hobby engagement and mental wellbeing among people aged 65 and older: A multinational meta-analysis. The Journals of Gerontology: Series B. https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC10504079/
- Tsuji, T. et al. (2016). Relationship of having hobbies and purpose in life with mortality and functional decline in elderly adults. Journal of Epidemiology. https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC4919481/
- Fancourt, D. et al. (2022). Engagement in leisure activities and depression in older adults. BMC Public Health. https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC8850653/
- Mak, H. K. F. et al. (2023). Hobby engagement and all-cause mortality risk: A meta-analysis of 19 countries. Scientific Reports. https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC12208283/
- Naismith, K., et al. (2024). Effects of different types of leisure activities on working memory in older adults: A meta-analysis. Neuropsychology. https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC11449988/
- TM Alanzi et al. (2024). Examining the Impact of Digital Detox Interventions on Offline Engagement. PMC https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC11725043/
- Xu, B., Wang, Y., & Chen, N. (2023). Gamification enhances student intrinsic motivation, perceptions of competence, autonomy, and relatedness: Meta-analysis of 35 interventions. Educational Technology Research and Development. https://link.springer.com/article/10.1007/s11423-023-10337-7
- Pasca, S. P., Costea, A., & Muntean, C. I. (2023). The role of gamified learning strategies in student motivation: A systematic review. Frontiers in Psychology. https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC10448467/
- Sailer, M., Hense, J., Mayr, S. K., & Mandl, H. (2017). How gamification motivates: An experimental study on badges, leaderboards, and performance graphs. Computers in Human Behavior, 69, 371–380. https://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S074756321630855X
- Dahlstrøm, C. (2017). Impacts of gamification on intrinsic motivation (Doctoral dissertation, Norwegian University of Science and Technology). https://www.ntnu.edu/documents/139799/1279149990/04+Article+Final_camildah_fors%C3%B8k_2017-12-06-13-53-55_TPD4505.Camilla.Dahlstr%C3%B8m.pdf
- Koivisto, J., & Hamari, J. (2021). Revealing the theoretical basis of gamification: A systematic review. Computers in Human Behavior, 114, 106552. https://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S0747563221002867
- Van Iddekinge, C. H., Roth, P. L., Putka, D. J., & Lanivich, S. E. (2011). Are you interested? A meta-analysis of relations between vocational interests and employee performance and turnover. Journal of Applied Psychology, 96(6), 1167-1194. https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/21744941/
- Pang, D., & Ruch, W. (2019). Fusing character strengths and mindfulness interventions: Benefits for job satisfaction and performance. Journal of Occupational Health Psychology, 24(1), 150-162. https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/30714812/
- Cabrita, C. (2023). Work passion’s role in the relationship between work demands and affective well-being. Frontiers in Psychology. https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC9947233/
- Van der Put, A. C., et al. (2023). Worksite Health Promotion and Work Performance. Frontiers in Public Health. https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC10662622/
Libri menzionati e/o consigliati
- Reality is Broken: Why Games Make Us Better and How They Can Change the World, Jane McGonigal, 2011
- So Good They Can’t Ignore You, Cal Newport, 2012
- Designing Your Life, Bill Burnett and Dave Evans, 2016
- The Art of Happiness, Dalai Lama and Howard C. Cutler, 1998
- Range, David Epstein, 2019
- Outcome Over Output, Josh Payton, 2017
solita bomba sganciata posso chiederti quali risorse hai usato per imparare a scrivere cosi?
Ciao, le prime risorse son state fogli A4 a righe e penne (successivamente, tastiere, benché F. W. Nietzsche sostenesse che la sua macchina da scrivere “writing ball” modificasse il modo di scrivere rispetto alla fluidità della penna): ho imparato a scrivere in maniera dignitosa nei temi delle scuole medie, poi notevolmente “espanso” e migliorato durante le scuole superiori, sperimentando tantissimi stili; perfezionato infine in anni di relazioni, presentazioni, rapporti, articoli, lezioni, messaggi, contratti, regolamenti, appunti, note (e tanto altro che non posso scrivere) negli anni da ufficiale; ciononostante, mi ritengo ben lungi ad esempio dall’ottimo Thoreau che ha riscritto il Walden più e più volte. Fa tantissimo, oltre ovviamente alla pratica e all’esercizio (sperimentazioni incluse), la lettura attenta di diverse tipologie di contenuti lunghi (ma talvolta, caso eccezionale, anche di brevi messaggi, che aiutano nel dono della sintesi e nella ricerca di particolari effetti). E, ça va sans dire, l’assorbimento di qualunque informazione (contenuti e modi) dall’ambiente circostante, per poter spaziare tra tantissimi riferimenti (e penso sia evidente dalle mie diverse citazioni). Prima o poi, comunque, forse scriverò un articolo in merito, dove riassumerò anche una mezza dozzina di libri che ho letto recentemente proprio sulla scrittura – quantunque non mi siano stati di particolare ispirazione, possono essere utili per altri. Buona lettura e scrittura!