La (s)fiducia nel futuro

Vediamo cosa posso scrivere come primo articolo del 2026. Un paio d’anni fa, ho scritto un articolo dal titolo Qual è il miglior periodo in cui vivere? (articolo che in questo istante ho “riparato”, a causa di “marcescenza dei collegamenti“: quello a un’immagine caricata sul sito USA, nel frattempo spostata, dalla corrente amministrazione Trump, dal sottodominio “whitehouse.gov” a “bidenwhitehouse.archives.gov” – non commento la loro scelta stilistica – e un altro relativo al sito dell’OECD). Riportavo come, nonostante viviamo nel periodo migliore di sempre in merito a tantissimi aspetti che diamo per scontato, ci siano effettivamente degli indicatori da tenere sotto controllo, delle spie che rilevano che qualcosa non va, non tanto nelle cause primarie, quanto negli effetti: l’opulenza di risorse, tra cui ad esempio la facilità con cui si accede al cibo, se non controllata, rischia di produrre effetti spiacevoli. Senza un adeguato controllo, funziona come per i bambini (non solo pesantemente ignoranti del mondo e di loro stessi, ma non ancora sviluppati anche a livello di corteccia prefrontale): senza la supervisione degli adulti, andrebbero probabilmente a cacciarsi in situazioni pericolose, ma anche nel migliore dei casi rischierebbero di fare solo ciò che apporta gratificazione istantanea, rifuggendo anche la minima spiacevole situazione. Ancora peggio, come i bambini molto piccoli (soprattutto sotto i sei mesi di età, le linee guida concordano nel fornire loro amore e supporto incondizionato, ad ogni “capriccio”/esigenza), rischiamo di dare, come scritto prima, tutto per scontato: crediamo che tutto sia “dovuto”. Questo si sostanzia nell’ignorare il patto sociale (quello che non firmiamo, non è fisicamente un patto, è fisicamente un pacchetto di diritti e doveri che ci viene appioppato senza santità, al momento stesso della nascita – ed eventualmente dell’immigrazione in altro luogo, dove solitamente vigono altre condizioni) perché, quando tutto va bene, spesso non ci si accorge dei singoli pezzi che compongono la realtà: se si dà per scontata la salute, mangiando male e non allenandosi, ci si accorge di avere qualcosa che non va tramite alcuni sintomi – oppure facendo meglio caso quando qualcuno parla di qualche acciacco; quando qualcosa smette di andare perfettamente, iniziamo a far caso a cosa abbiamo o non abbiamo fatto per arrivare a quel punto (fatto: siamo stati attenti ad utilizzare correttamente un sistema senza ad esempio aver forzato qualcosa? non fatto: ci siamo ricordati di eseguire la prevista manutenzione?). E solo in tal caso, spesso, si inizia a studiare un certo aspetto (la parola “prostata” (il cui significato è chiesto dal colto Franchino) potrebbe sembrare, a un ragazzino di 10 anni, solo un vocabolo simile a crostata o a prostituta, mentre un uomo di 50 anni interessato alla propria salute potrebbe ben conoscerne diversi aspetti; lo stesso vale per un “fondo penzione” (cit. a scelta tra Coletti e Narmenni) e per altri concetti che sarebbe buona norma iniziare a considerare un po’ prima dell’età avanzata).

Tutto questo preambolo per dire che: sì, spesso diamo tutto troppo per scontato, quando le cose vanno troppo bene; con questo non dico, come Mariottide, che “non va bene se le cose vanno bene, è meglio male!”, ma che dovremmo ricordarci che un po’ di volatilità potrebbe esserci (alcuni potrebbero dire che è inevitabile e che sia anche auspicabile, per la stabilità di un sistema, come avviene anche per sistemi fisici che non devono essere troppo rigidi, ma muoversi in un certo intervallo, un esempio ne è l’allostasi in gioco anche dentro tutti noi vivi in questo istante). Ci sono troppe situazioni che ormai diamo per garantite e dovute (per quanto mi riguarda, personalmente, io ringrazio anche ciò a cui molti neppure pensano, come la stabilità fisica e la sicurezza del luogo in cui vivo e la possibilità di disporre di acqua corrente – non quella pericolosa di Maccio). Fino ad arrivare a uno dei più grandi valori incredibilmente ignorati, di cui si parla e si canta tantissimo a vanvera, ma senza davvero “sentirla” perché (fortunatamente) da diversi decenni, in Italia e in tante altre nazioni (non tutte), la parola “guerra” viene utilizzata accazzodicane da bimbiminkia grandi e piccini, come è avvenuto durante la pandemia (nonostante diversi studi mostrino quanto sia sbagliato utilizzare termini “guerriglieri” in campo medico e non solo); sto parlando ovviamente della libertà. Solo di recente si è tornato a parlarne (vedi anche il mio recente articolo Puoi iniziare a preoccuparti. Se sei maschio.).

Complice anche una scuola più nozionistica che non improntata alla riflessione seria e al pensiero critico (al massimo, ci si spara delle gran pose da intellettualoidi e da anime belle), in diverse nazioni non veniamo educati ad apprezzare quello che abbiamo, né a ricordare chi ci ha permesso di vivere in condizioni mediamente di gran lunga migliori di quelle in cui vivevano gli aristocratici di un tempo, figuriamoci poi in questo periodo storico in cui non si perde occasione per screditare il maschio di ogni epoca – quindi ricordare gli sforzi e le morti tra guerre, ma anche tra estrazioni minerarie, costruzioni di imponenti infrastrutture e tanto altro non è funzionale alla narrativa che vuole spacciare l’immagine di donne oppresse a casa con la prole, mentre probabilmente l’uomo medio andava, secondo loro, a spassarsela in giro con gli amici. Ed è per questo che invece in altre nazioni, dove vivono a contatto con una potenziale minaccia, si ricorda per bene quanto scolpito nella pietra nel memoriale della guerra a Seoul, in Corea del Sud:

Particolare del War Memorial of Korea

Veloce riepilogo di dove siamo

“Qua stiamo passando una grossa crisi, c’è molta violenza, c’è molto egoismo; qua non sappiamo più quando stiamo andando su questa terra, qua non sappiamo più quanto stiamo facendo su questa terra”, diceva un noto profeta. I report riportano un diffuso disagio tra giovani e non solo, un’incertezza che sfocia anche in un (in)certo pessimismo: I nativi digitali spaventati dal mondo e pessimisti, Il mondo è in ‘apatia’, appello umanitario dell’Onu per il 2026 – sono titoli da ANSA del mese scorso; eviterò la retorica “Ah, iggiovanidòggi… ai miei tempi, a 20 anni eri affamato e volevi rivoltare il mondo!”, non è di certo un approccio sensato alla questione.
Diverse questioni sono “polarizzanti”, la percezione di una certa situazione dipende da tantissimi fattori, tralasciando ovviamente la banale condizione socioeconomica e geografica: mi aspetto che, generalmente, possa trovare un po’ difficile la vita un uomo ucraino di 30 anni in questo momento a Kherson, una famiglia palestinese a Beit Hanoun, una donna afgana di 20 anni a Kabul (potrei continuare con esempi in Etiopia, Somalia, Birmania/Myanmar, Yemen, Nigeria, Siria, Sudan, Congo, Burkina Faso, ma anche il Messico coi cartelli della droga e tanti altri… io non sono di quelli che ha un solo bit di memoria e che quindi può ricordarsi di sventolare solo una bandiera gialloblu nel 2022, da sovrascrivere solo con “Frìfrìpalestàin” a fine 2023, a cui mi dicono che ultimamente si possa aggiungere la bandiera venezuelana, mentre quella iraniana al momento pare essere ancora divisiva e quindi ogni fazione sta ancora attendendo direttive dai rispettivi leader su come comportarsi in merito… scusate, ma non seguo molto le mode); come mi aspetto che possa riferire miseria e disperazione un genitore in evidente condizione di povertà in zone del mondo in cui non ci sia grande assistenza sociale.

Tolti però i casi “oggettivamente molto brutti” a livello di singoli “outlier” o di interi grossi gruppi sociali, ci sono stati (e generalmente continuano ad esserci) grandi miglioramenti, sintetizzabili brutalmente in: notevole aumento dell’aspettativa di vita alla nascita dall’immediato secondo dopoguerra (globalmente circa da 46 a 72 anni) soprattutto grazie all’abbattimento della mortalità infantile; tassi di omicidi, guerre, morti violente in generale drasticamente inferiori; enorme riduzione della percentuale di persone che vivono in condizioni di povertà estrema (da 36% negli anni ’90 a meno del 9% oggi); condizioni generali di possibilità di invecchiamento notevolmente migliori. E non era assolutamente così facilmente prevedibile, considerato che fino a pochi decenni fa (sembra assurdo scriverlo adesso in cui si parla di pericolosa denatalità) una delle più grandi preoccupazioni era l’esplosione demografica, che avrebbe portato rapidamente a condizioni proibitive dovute a una penuria di risorse, insufficienti per le previste decine di miliardi di persone (per quanto non me la sentirei di scaricare del tutto il malthusianesimo, tra fame di terre rare e sfruttamento sconsiderato/sbilanciato di alcune risorse… ma ritengo più plausibile una fine in stile fogna comportamentale di Calhoun) – e ricordo ancora molto bene quando da noi si parlava di bambini nascosti (o uccisi) in Cina, non perché se li mangiavano (questa battuta era chiamata, non si offendano i comunisti – non sarebbe cortese da parte mia ironizzare verso minorati mentali che credono in ideologie in voga nel secolo scorso, siano esse destre o sinistre), ma perché il limite imposto dal governo era di un figlio a famiglia (portando anche ad aborto selettivo del sesso, uno dei casi reali di discriminazione di genere in senso stretto, ovverosia discriminare la sopravvivenza in base al sesso dei futuri nascituri), mentre ora il governo sta cercando in diversi modi di aumentare il tasso di natalità, persino tassando i contraccettivi. A tutti questi miglioramenti quantitativi, vanno aggiunti anche quelli qualitativi, soprattutto in termini di possibilità di cosa voler fare nella vita come lavoro e tempo libero, per non parlare di “ascensore sociale” (salvo nei casi in cui sopravvivono ancora sistemi come quello delle caste), di scegliere se/quando/chi sposare, di scegliere in generale. Non che scegliere sia facile, né gratis, ma oggi esistono di certo molte più possibilità (pur riconoscendo il ruolo della fortuna nel nascere e crescere in certe condizioni rispetto ad altre). Come avevo già iniziato a scrivere nell’articolo di due anni fa, interviene la percezione. E visto che la percezione tende a distorcere la realtà presente e passata, dato che si tende a ricordare maggiormente gli aspetti positivi dei “bei tempi andati”, di “quando c’era lui” (a prescindere dal modello di baffoni o baffetti indossato dal “lui”), mi si permetta un breve riepilogo di eventi brutti e belli, dividendo gli ultimi 80 anni in due periodi per un confronto – la scelta di 8 decadi non è casuale: ho scelto di partire da immediatamente dopo la fine della seconda guerra mondiale (preso un anno di “cuscinetto” come stabilizzazione nel 1946), perché altrimenti includere il secondo conflitto mondiale avrebbe sbilanciato decisamente troppo.

Breve “recap” dal 1947 ad oggi

Nei primi 40 anni dal 1947, eventi “brutti”:

  • Blocco di Berlino, 1948, l’URSS blocca gli accessi terrestri a Berlino Ovest e gli Alleati rispondono con un enorme ponte aereo, simbolo evidente e tangibile della “Guerra Fredda”.
  • Prima guerra arabo-israeliana, 1948 (qui penso non ci sia molto da aggiungere, negli ultimi 2 anni vi sarete tutti fatti un minimo di cultura in merito).
  • Guerra di Corea 1950-1953 (come ricordata dal memoriale di cui sopra), in cui nazioni comuniste (principalmente Cina aiutata dall’Unione Sovietica) hanno invaso la parte sud per estendere la Corea del Nord fino a quasi Busan (città meridionale della Corea del Sud), ma fortunatamente gli stati occidentali (in gran parte gli USA, a cui oggettivamente vanno riconosciuti i meriti, quando ci sono) riuscirono a riportare le due Coree quasi nella situazione “di partenza” (quella post seconda guerra mondiale), intorno al 38° parallelo; per dare un’idea: si è davvero temuto l’inizio della terza guerra mondiale.
  • Guerra d’Algeria, 1954-1962, tra la colonizzatrice Francia sanguinaria e gli indipendentisti algerini, portando anche a crisi interna francese.
  • Repressione rivolta ungherese, 1956, i simpatici comunisti schiacciano la rivolta anti-sovietica con i carri armati.
  • Costruzione del Muro di Berlino, 1961 (in questo video sulla sua costruzione, è possibile vedere gente che si butta dalle finestre, per un motivo diverso da quello che spingeva i “saltatori” dell’11 settembre 2001) – e a proposito, visto che in questo sito si cerca di aiutare ad attivare il cervello, inviterei tutti i sostenitori del comunismo a riflettere sul verso della fuga negli anni successivi, se si rischiava la vita per andare verso oppure scappare da la parte comunista (indizio: il muro non fu eretto per impedire a milioni di persone di entrare in quel “paradiso” che era la DDR, come si vede anche nel film premio Oscar “Le vite degli altri” (Das Leben der Anderen) di Florian Henckel von Donnersmarck).
  • Crisi missili di Cuba, 1962, in breve: ci si è “solo” cagati sotto e non poco per il rischio reale di una guerra nucleare globale.
  • Guerra dei sei giorni, 1967, “breve ma intensa”, che risulta nell’occupazione di territori arabi da parte di Israele (nazione che, come direbbero i napoletani, “è entrata di fino e si è messa di largo”).
  • Primavera di Praga e invasione sovietica, 1968.
  • Guerra del Vietnam, 1960-1975, così potente da aver reso “comune” al mondo il significato di “Sindrome Post Traumatica da Stress”.
  • Guerre indo-pakistane.
  • Guerra del Kippur, 1973.
  • Genocidio in Cambogia.
  • Incidenti nucleari “precoci” (Kyshtym, Windscale, Three Mile Island), benché l’evento più noto sia avvenuto molti anni dopo, con il:
  • Disastro nucleare di Chernobyl, 1986.
  • Guerra Iran-Iraq (fino al 1988).

L’elenco non è esaustivo, mancano l’invasione sovietica dell’Afghanistan, la carestia etiope, le crisi petrolifere e tanto altro.

Dal 1987 ad oggi, eventi “brutti”:

  • Guerra del Golfo (Kuwait), 1990.
  • Genocidio in Rwanda, 1994.
  • Attentato col sarin nella metro di Tokyo, 1995.
  • Guerre jugoslave, anni ’90, relativa pulizia etnica.
  • Genocidio di Srebrenica (Bosnia-Erzegovina), 1995, verso migliaia di bosniaci musulmani.
  • Attentati nelle capitali europee (Madrid, Londra, Parigi), anni 2000, terrorismo jihadista.
  • Guerra in Cecenia, anni ’90-2000.
  • Crisi finanziarie (asiatica 1997, bolla dot-com 2000-2001, globale 2007-2008).
  • Attentati dell’11 settembre 2001.
  • Guerra in Iraq, dall’invasione USA del 2003 in poi
  • Disastro di Fukushima a seguito di uno tsunami, 2011 – a differenza di Chernobyl ’86, le vittime dovute alla centrale nucleare sono state… 0 (anche se alcuni ne riportano una: il direttore della centrale stessa); i circa 20.000 morti e dispersi sono dovuti a tsunami e terremoto, mentre il presidente del Comitato Scientifico delle Nazioni Unite sulle conseguenze delle emissioni radioattive, Gillian Hirth, ha riaffermato anche pochi anni fa che “non è stato documentato alcun effetto negativo sulla salute degli abitanti di Fukushima che possa essere direttamente attribuito all’esposizione alle radiazioni” – poi siete liberi di “tifare” “Nucleare sì, nucleare no”, informandovi oppure restando col livello di conoscenza di Homer J. Simpson sul nucleare (“Nuculare, si dice nuculare”, sua cit.).
  • Crisi in Sudan/Darfur, primi anni 2000.
  • Pandemia HIV/AIDS, da fine anni ’80, fortunatamente poi contenuta anche grazie alla consapevolezza diffusa dalle campagne pubblicitarie terrorizzanti come quella dell’alone viola (chi era giovane in quel periodo in Italia, forse ancora se la sogna la notte quel “ah-ah-ah-ah-ah” di Laurie Anderson nella Pubblicità Progresso).
  • Pandemia di CoViD-19, dal 2019 appunto, poi (come sopra) contenuta, ma qui non entro nel merito delle misure attuate dagli stati.
  • Invasione russa dell’Ucraina, dal 2022.

Il resto è praticamente recente cronaca, dalla questione israelo-palestinese a tutto il resto.

Dato che però non siamo qui a fare un tristissimo cherry-picking degli eventi più brutti, ci sono state “anche cose buone” (cit.), quindi:

Nei primi 40 anni dal 1947, eventi “belli”:

  • Dichiarazione Universale dei Diritti Umani dell’ONU, 1948.
  • Piano Marshall, fine ’40 – inizio ’50, con cui gli USA hanno aiutato le economie europee (non era filantropia disinteressata, serviva come misura contenitiva contro il comunismo); qualcuno potrebbe pensare che questo sia stato un realtà un modo per colonizzare l’Europa, poi nel 1949 è nata la NATO e… OK, meglio che io la chiuda qui.
  • Indipendenza (decolonizzazione dal dominio britannico) dell’India, 1947.
  • Convenzione sui rifugiati e diritti del fanciullo, 1959; giusto così, per dovere di cronaca: gli USA (solo loro) non hanno ratificato quella convenzione sui diritti dell’infanzia.
  • CECA (poi CEE), trattato di Roma, 1951 e 1957; integrazione economica, una “proto-EU”.

..ma anche: campagne vaccinali, diritti civili negli USA, trattato di non-proliferazione nucleare e accordi SALT, missioni spaziali, allunaggio (ma ci saremo davvero stati? scrivetelo nei commenti prima che i poteri forti che noncielodicono ci censurino! :D), riforme economiche in Cina, accordi di Camp David con pace Egitto-Israele e tanto altro.

Dal 1987 ad oggi, eventi “belli”:

  • Riforme di Gorbaciov (glasnost e perestrojka),
  • Caduta del muro di Berlino, 1989: una bambina di nome Futura ha finalmente assaporato il vento di cambiamento.
  • Crollo regimi comunisti in Est-Europa, dissoluzione URSS, fine Guerra Fredda, fine anni ’80-1991; qui sicuramente qualche “nostalgico” dirà che questi eventi siano in realtà “brutti”, ma io lo inserisco tra quelli “belli”, sperando di non incontrare nessuno per strada che alzi contro di me un pugno (della mano sinistra).
  • Fine dell’apartheid, elezione di Mandela, 1994.
  • Caduta di molte dittature militari e transizioni democratiche in America Latina, anni ’80–’90, con democratizzazione di Argentina, Brasile, Cile, ecc.
  • Allargamenti dell’Unione Europea, da 1995.
  • Accordo del Venerdì Santo (Irlanda del Nord), 1998, tra Irlanda del Nord (Regno Unito in generale) e Irlanda… ah, già, non avevo inserito quella faccenda dell’IRA, qualcuno meno giovane si ricorderà che i TG, oltre a parlare degli eventi degli Anni di Piombo in Italia, riportavano anche gli scontri in Irlanda del Nord.
  • Completamento del progetto Genoma Umano, 2003, con mappatura (sequenziamento) quasi completo del DNA (mi si perdoni la semplificazione, cerco di parlare/scrivere potabile).
  • Diffusione globale di Internet, in particolare del web, dagli anni ’90 in poi.
  • Diffusione massiva di teleoni cellulari, dal 2000 – qui in teoria sarebbe un evento “neutro” e potenzialmente negativo, ma l’enshittificazione finale è arrivata coi socialmerda, perché io il periodo di diffusione dei primi telefonini pre-social lo ricordo bene, non c’era la zombieficazione e il rimbecillimento che si osserva oggi con gli utenti di (poco-)smart-phone, che fanno invidia ai poveracci sotto Fentanyl. Usati con moderazione e con criterio, restano buoni strumenti (gli smartphone, non i socialmerda).
  • Accordi climatici, Kyoto 1997 e Parigi 2015, per la riduzione di emissioni gas serra e misure di tentativi di contrasto ai cambiamenti climatici; oltre a Summit della Terra Rio 1992 e successive COP.

…ma anche sviluppo e diffusione energie rinnovabili, terapie antiretrovirali HIV, istituzione della Corte Penale Internazionale (pur con i suoi grandi limiti di applicazione), cooperazione spaziale (ISS, Mars rover, Hubble, ecc…), rafforzamento diritti civili, vaccini CoViD-19 (se volete trollare, andate a farlo in altre sezioni commenti, non ho bisogno di “spingere l’algoritmo”), riduzione povertà globale, rafforzamento diritti civili per minoranze e tutti, ecc… Per fare un esempio pratico, per chi ritiene che oggi ci sia più “omofobia” che in passato: l’omosessualità è stata rimossa dalla lista delle malattie mentali dall’Organizzazione Mondiale della Sanità il 17 maggio 1990, con l’aggiornamento della Classificazione Internazionale delle Malattie (ICD-10).

Ora sta al singolo, quindi, “percepire” se si stia mediamente meglio ora, se nel suo bilancio del meglio/peggio considera (e dovrebbe) anche alcuni grandi eventi che, a seconda della propria posizione geografica e socioeconomica, possono avere un impatto sia tangibile (es.: essersi trovati a Pripjat di prima mattina il 26 aprile 1986, a prescindere dalla propria estrazione sociale, oppure ), sia sul proprio stato d’animo (es.: vivere in una zona salubre del mondo, ma essere comunque “ecoansiosi” oppure preoccuparsi costantemente della crisi dei mercati ripetuta dai media, pur essendo benestanti in una nazione piena di assistenzialismo, con un lavoro ben pagato e nessun investimento in azioni).

Un conto è sapere, un altro è “sentire”

Prima di proseguire, occorre ricordare che il cervello umano ragiona per relativismi, con continue comparazioni (consapevoli o meno) sia con passato e (ipotesi di) futuro, sia con quello che vediamo (o immaginiamo) avvenire intorno a noi. Poniamo, per semplicità, che la varianza nella distribuzione della “condizione di vita media” (tipo un coefficiente di Gini di distribuzione della ricchezza, ma esteso ben oltre il semplice possesso materiale, includendo ad esempio salute, relazioni e tutto il resto) sia uguale, adesso come in passato (in pratica: che la distribuzione di popolazione sia grosso modo la stessa, anche perché in alcuni casi è aumentato il divario tra ricchissimi e poveracci, ma in altri casi la forbice si è notevolmente ridotta soprattutto nei paesi occidentali mediamente assistenzialisti, come ad esempio la possibilità di ricevere istruzione superiore oppure di curarsi in casi gravi, mediamente garantite – seppur con differenze – al riccone e al nullatenente); aggiungiamo inoltre che, oltre ad essere uguale nella realtà, non ci sia neppure differenza percepita (ignoriamo ad esempio il fatto che un tempo i nobili e i ricchi possidenti, pur essendo notoriamente molto benestanti, non passavano le giornate a condividere sui socialmerda con la plebe le loro ricchezze e le loro “esperienze”, esacerbando l’invidia sociale soprattutto verso chi ritiene di non poter neppure sognare di tenere il passo con i Joneses). Immaginiamo, in altri termini, di considerare solo una percezione “pura”/”reale” della condizione media, variabile nel tempo. Esistono diversi parametri da tenere in considerazione. Nell’articolo che avevo già pubblicato, avevo preso in considerazione ovviamente l’aspettativa di vita media (che risentiva in gran parte del tasso di mortalità infantile), a cui si aggiunge la risposta alle malattie infettive (pandemie incluse) e la qualità della vita in età avanzata. Dato che però non basta dire “più lungo è meglio” (no, non è l’oggetto di un’e-mail finita nella cartella spam), esistono altri aspetti da valutare – in quell’articolo avevo mostrato grafici in merito a diffusione obesità ed episodi depressivi – e, con un minimo di onestà intellettuale, va riconosciuto che alcune condizioni hanno un peso maggiore (mi auguro nessuno ponga sullo stesso piano, ad esempio, il non potersi permettere di mangiare spesso fuori come una volta con… rischiare di essere uccisi per strada solo perché di un’etnia diversa dalla maggioranza o di essere rinchiusi in qualche struttura detentiva/correttiva solo per aver mostrato un orientamento sessuale diverso dalla “”norma””). Breve elenco assolutamente non esaustivo:

  • Sicurezza e rischi di vita: guerre e conflitti armati, criminalità violenta (mi riferisco, lo ricordo, a tassi reali, non alla percezione data dai bias di recenza ed euristiche di rappresentazione in chi guarda canali di notizie h24), sicurezza sul lavoro, rischi quotidiani in generale (incidenti stradali, domestici, ecc…).
  • Condizioni economiche e materiali: povertà estrema (e, in tal caso, qual è la soglia per definirla tale, oltre a sussidi erogati in risposta), sicurezza alimentare (non rischiare di essere denutriti/malnutriti… e non per scelta di cattive abitudini alimentari), accesso a beni essenziali (come l’acqua potabile – un saluto agli amici in Sicilia – e servizi igienici, ma oggigiorno anche l’elettricità, la possibilità di riscaldamento/raffrescamento ed eventualmente facciamo rientrare anche accesso Internet), comfort quotidiano (elettrodomestici, spazi privati in casa – si può scegliere di vivere in spazi condivisi, ma dev’essere appunto una scelta).
  • Ambiente: qualità dell’aria, dell’acqua, del suolo, accesso alla natura dentro e fuori città, rischi ecologici e per la salute, impronta ecologica – giusto per ricordare, oltre ai grossi casi che ho citato sopra (come Chernobyl 1986), anche solo prendendo in considerazione la sola Italia, ci sono stati Vajont 1963 (frana nel bacino artificiale che causò circa 2.000 vittime), Seveso 1976 (con effetti sulla salute misurati anche dopo oltre 30 anni), Val di Stava 1985 (rottura dighe di decantazione in una miniera di fluorite, 268 morti e devastazione ambiente con metalli pesanti), l’amianto a Casale Monferrato (migliaia di morti per morti per mesotelioma), polo petrolchimico di Augusta, ILVA di Taranto, Terra dei Fuochi, Sarno 1998 (frana da discariche abusive, 160 morti e danni ambientali), oltre a tanti casi meno famosi come gli scarichi sulle “spiagge bianche” a Rosignano Solvay, sterilizzazione del lago d’Orta, falde contaminate a Cogoleto/Stoppani, ecc…, ecc…, ecc… – per gli amanti dei primati (i record, non i mammiferi): Roma poteva vantarsi della discarica più grande d’Europa (il cui percolato tossico da rifiuti non trattati ha inquinato Tevere e falde).
  • Diritti: libertà civili e politiche (di voto, di parola, di professione religiosa, di partecipazione alla vita pubblica), tutele delle minoranze (che vuol dire pari opportunità, non pretesa di avere punti bonus e trattamenti di favore in base alla propria “trappola identitaria”, cit. Yascha Mounk), stato di diritto (tribunali relativamente imparziali, protezione da abusi di potere).
  • Istruzione: tasso di alfabetizzazione (e qui mi raccomando: si parla di possibilità, di accesso all’istruzione; il discorso è complesso e meriterebbe un articolo a parte, sul fatto che siamo circondati da possibilità illimitate di conoscenza e ciononostante c’è un tasso di ignoranza e di analfabetismo funzionale inquietante), scuola (come sopra), accesso alle informazioni, capacità di “salire di livello” (il famoso “ascensore sociale” grazie allo studio – però poi non starnazzate che non c’è meritocrazia e non c’è lavoro se nonostante “due lauree e master”, se scegliete facili ed inutili percorsi di fuffa).
  • Tecnologia, lavoro e tempo libero: tipo e condizioni dei lavori prevalenti (fisico/pesante ad esempio in fabbrica, nei campi o in alcune attività legate al turismo, oppure in ufficio – possibilmente non in stile schiavitù 996 magari anche precario in nero e sotto ricatto di “sai quanti ne trovo al posto tuo?”), automazione (non come sostituzione, ma come aiuto in lavori pesanti e ripetitivi), possibilità di andare in vacanza (per svago, cultura, quello che ci pare), attività ricreative accessibili nella pratica.
  • Relazioni sociali: legami familiari, mobilità geografica (per scelta come il medico o l’ingegnere che vuole emigrare per far più soldi ed esperienze oppure per necessità come un giovanissimo marito emigrato per fare il manovale “in Germania, a Monaco di Pavia” per poter campare la famigghia a Ispica (RG) nel 1965 o uno dei tantissimi meridionali in cerca di fortuna in una fabbrica meccanica di Torino), senso di appartenenza/integrazione, possibilità di uscire da contesti tossici/pericolosi (in passato, non era così semplice allontanarsi da una famiglia o da un gruppo nocivi)
  • Valori, significato, identità: incasellato in ruoli predefiniti e totalizzanti oppure con possibilità di scegliere quali parti adottare di identità, culto, tradizione, ideologia, stile di vita, orientamento politico e insomma, come cantava Freddie Mercury, “You can be anything you want to be” (magari senza scassare la uallera a tutti per far sapere quanto sei splendidamente migliore degli altri perché sei diverso, nel continuo flex di chi è più paxxerello alternativo, ma paradossalmente più conformista e dogmatico di un bigotto conservatore).
  • Benessere psicologico e qualità soggettiva: per ultimo, quello soggettivo, non perché meno importante, ma perché è quello su cui è generalmente più facile agire – come ricordato in La scienza dello stare bene, abbiamo ampio margine di manovra sul come scegliere di reagire a quello che ci capita, senza necessariamente citare i casi estremi come Viktor Frankl (il suo famoso libro dovrebbe essere lettura obbligatoria nelle scuole, altro che il romance di Manzoni); rientrano in questa categoria, oltre al generico “stress” (importante: distinguere tra distress ed eustress – sono totalmente diversi, come sono diversi il colesterolo “buono” HDL e quello “cattivo” LDL), sensazioni come precarietà/instabilità, visione per il futuro, solitudine, complessità della vita, giudizio sui propri contesti dalla famiglia alla nazione, confronto con gli altri e tanto altro.

Cosa cambia rispetto al passato? Che oggi c’è molta più possibilità di informarsi (possibilmente non da estremisti e complottisti vari) e di poter cambiare (“Sii il cambiamento che vuoi vedere nel mondo”, pare abbia detto Gandhi – un altro a rischio cancel-culture, tacciato di razzismo, sessismo e classismo). Da un lato sono aumentate (e divenute più stringenti e severe) normative sulla sicurezza, sull’ambiente, sulle pari opportunità, sui diritti civili; ma allo stesso tempo, proprio per ragioni bio-evoluzionistiche, non siamo contenti, vogliamo sempre di più e meglio (come ricordato nell’introduzione di libri come “Flow” di Mihaly Csikszentmihalyi e “The happiness trap” di Russ Harris). “Si stava meglio quando si stava peggio”, un modo di pensare che mette d’accordo nostalgici di opposte fazioni politiche: chi rimpiange quando c’erano “treni in orario e tutto in ordine” (dimenticando che era tutto in ordine solo se eri parte funzionale del regime, che non potevi neppure dire “Sì, però…”) e chi, in Est Europa, apprezza il benessere portato dall’adozione dello stile di vita occidentale, ma un po’ sente la mancanza della vecchia Солидарность/Solidarność (il classico: “tutti avevano solo un tetto di proprietà sopra la testa e al supermercato trovavi solo soia, patate, cavoli e qualche pezzo di pane, ma ci si aiutava tutti, non c’era questo individualismo”) – ringrazio a proposito i giovani dalla mentalità aperta che, durante lunghe e interessanti chiacchierate, mi hanno offerto da bere in bar e birrifici dell’est brindando “al capitalismo!”, anche se eravamo tutti d’accordo che un mondo migliore, più equilibrato, sia possibile.

Il principale consiglio che mi sento di dare, sulla base di ormai lunga esperienza in prima persona, corroborata da un buon corpus di studi rigorosi e meta-analisi che si stanno fortunatamente traducendo in linee guida e (purtroppo molto lentamente) leggi statali, è: chiudetevi a riccio (cit.), cancellate gli account socialmerda e, in generale, adottate un consumo sensato ed estremamente distillato delle informazioni, state lontani da TV e giornali, come scriveva Nassim Taleb già nel 2001 nel suo bellissimo libro “Fooled by Randomness” (“Giocati dal caso”, lo troverete tra pochi giorni recensito/riassuntazzato nel primo WILL del 2026). Anziché lasciare un social network per andare sul successivo, perché più giovanile (spoiler: tanto i vecchi vi raggiungono anche sulla piattaforma che nascerà domani) e perché “più simile a noi” (così aumentiamo ancora di più la filter bubble, bell’affare), smettiamo proprio di utilizzarli in toto! Altrimenti stiamo semplicemente scegliendo un’altra marca di sigarette, continuando a fumare (e non vale dire: ma tanto le sigarette ce le ho solo in tasca, “qui nessuno sta fumando”, cit.).
Suonerò forse ripetitivo come qualche brano di film d’animazione ascoltati di continuo dai propri figli piccoli, ma “la parola d’ordine è una sola!” (cit. per attirare l’attenzione dei nostalgici di cui prima): Intenzionalità. Cercando attivamente i dati da fonti ufficiali, senza inutili commenti sensazionalistici di influencer/commentary/giornalai e/o persone lobotomizzate da ideologie, vedrete che forse il trend nel lungo termine non è così orribile, pur sentendosi magari in una zona di “minimo locale” (il punto in cui un valore è più basso rispetto a ieri, ma decisamente più alto rispetto a pochi anni fa). Poco chiaro? E va bene, daje de matematica, ma senza paura, cerco di spiegarmi meglio nel prossimo capitolo.

Intensità, direzione, durata, …

Un’equazione vale più di mille parole:

y = log6666x+(16)sin(6x)y\ =\ \log_{6}666x+\left(\frac{1}{6}\right)\sin\left(6x\right)

Un attimo, mi sono confuso; era: “un’immagine vale più di mile parole”.

Per i matematicamente curiosi (sperando di non trovare “pignolazzi”, cit.), ho sommato una funzione asintotica (che rappresenta qualcosa di crescente, ma che a ‘na certa si avvia verso un plateau, come può avvenire ad esempio per l’aumento dell’aspettativa di vita media) ad una periodica (che rappresenta delle fluttuazioni, dovute a condizioni macroeconomiche o al presentarsi di eventi lieti o nefasti, che si alternano) – funzione “memosa” ideata da me, grafico generato con Desmos

Poniamo che l’asse delle y (o ordinate o “quella striscia che va dal basso verso l’alto”, quella coi numeri lì visibili da 2 a 5) indichi la qualità della vita media per una certa popolazione, che varia nel tempo (asse x volutamente omesso, ora sarà chiaro il perché). Perché il faccino verde sorride di gusto nonostante viva in un periodo storico in cui la qualità della vita media è mediocre (poniamo 2,5 in una scala da 1 sopravvivo atrocemente a 5 vivo bello bello in modo assurdo) mentre il faccino rosso si affligge pur trovandosi ad un livello di quasi 4 su 5? Perché il tipo nel passato vedeva che, rispetto a ieri, ora sta molto meglio (ad esempio: può permettersi un elettrodomestico a rate, può disporre di qualche giorno di ferie in un lavoro meno faticoso rispetto a sperare di poter offrire manovalanza alla giornata, può finalmente votare avvalendosi del suffragio universale e così via). Il tipo più in alto a destra, invece, è triste perché, rispetto a poco prima, ora non può permettersi di pagare una casa con un mutuo a 30 anni, ma a 35 anni (ho scritto volutamente in questo modo ambiguo, così si può interpretare anni di età o anni di mutuo, il peggioramento vale in ambedue i casi), nonostante gli standard abitativi siano gli stessi di poco prima (ma molto più alti di quelli ai tempi dell’omino in basso a sinistra!); è triste perché percepisce che ora deve stare più attento ai “maranza” e, a furia di vedere alcuni canali Youtube, pensa che sia molto più alto il rischia di essere derubato in metropolitana, benché il rischio era identico ieri, quando non guardava quei video (e magari ascoltando che “quando qui era tutta campagna”, ci si voleva tutti bene e si stava tutti con la porta spalancata, un ritratto che mi permetto di definire “un po’ fantasioso” degli anni ’70).
Ah, dicevo che sarà chiaro perché ho omesso l’asse del tempo: perché anche quello impatta sulla percezione soggettiva; se è vero che una discesa ripida (veloce) viene percepita in maniera molto più allarmante dal nostro cervello, è anche vero che un periodo breve o prolungato di discesa ha un impatto diverso sull’umore nel lungo termine, soprattutto perché non sappiamo quanto e per quanto tempo si scenderà. La scala temporale gioca quindi un ruolo non trascurabile, perché se già i nostri ricordi in prima persona sono distorti da diversi fattori (non solo “per costruzione” del nostro cervello, ma anche perché un 50enne attuale non può confrontare la sua percezione di adesso con quella che aveva negli anni ’90, quando viveva tutt’altra fase della vita e probabilmente non prestava la stessa attenzione – e non possedeva lo stesso spirito critico e le stesse conoscenze – ai fenomeni dell’epoca, come l’inflazione, tangentopoli e seguente “discesa in campo” di un noto imprenditore milanese, le stragi di mafia, bombe (Firenze, Milano, Roma, …) ed eventi climatici come l’alluvione del Piave 1992 e in Piemonte 1994), figuriamoci quanto possa essere distorto il paragone se i paragoni li facciamo con ricordi “di seconda mano” in una specie di gioco del “telefono senza filo”. E anche la quantità e qualità di informazioni giocano un ruolo importante: fermo restando che almeno un tempo i politici avevano la decenza di comportarsi a modo (non mi ritengo bigotto, né valuto la forma più della sostanza; riconoscerete che però est modus in rebus e che, almeno un minimo, l’abito deve fare il monaco, mentre in pochi anni siamo passati da considerare strano l’irriverente gesto del senatore Strano (nomen homen) che in parlamento se magna la mortazza stappando spumante per festeggiare la caduta del secondo governo Prodi… a trovare accettabilmente divertente una parlamentare che abbaia in uno studio televisivo – questi erano esempi “di destra”, ma non è che la sinistra se la passi molto meglio, con tizie che si presentano in parlamento europeo vestite da cosplayer da centro sociale), scandali e immoralità esistevano a tutti i livelli anche qualche decennio fa; semplicemente, avevano l’accortezza di nascondere alcune parole (e soprattutto azioni), non ne ricercavano la visibilità. L’arroganza di imprenditori in passato veniva circoscritta al loro ambito di operazione all’interno della propria azienda e al limite nei rapporti di lavoro e di interesse con terze parti, non si andava a fumare droga (per quanto “leggera”) in un podcast visto da milioni di persone, né si faceva a gara a chi la sparava più grossa attraverso megafoni mediatici (erano saggi abbastanza da capire che è meglio star silenti piuttosto che esporsi e togliere ogni dubbio).
Cambia la consapevolezza, sia del concetto etico di libertà di espressione, sia di trasparenza di cosa accade a livello di censura, dal livello centrale al livello locale: se oggi un prete va in un cinema locale a tagliare la pellicola (fisicamente tagliare, su nastri analogici) di un film considerato un po’ osé o politicamente/religiosamente sconveniente (per scene o dialoghi), lo si saprebbe nell’arco di pochissimo, confrontandolo con quello proiettato nel paese accanto.

Tendiamo a dimenticarci della valle da cui siamo partiti, né per ovvi motivi possiamo vedere la vetta, perché il futuro è come una vetta ma nascosta da foschia, nubi… e, quando scendiamo leggermente, davanti a noi vediamo forse un po’ di discesa e ci dà fastidio dover poi recuperare in salita il livello di benessere che davamo per scontato una volta acquisito – perché la montagna non è una linea retta da valle a vetta, ci focalizziamo sulla discesa verso il minimo locale quando ci capitiamo, mentre molto più raramente festeggiamo quando siamo in punto di massimo locale, anzi a tal proposito: “quando siete felici, fateci caso”, come diceva Kurt Vonnegut (per evitare poi di dire “eravamo felici e non lo sapevamo”). Ci sarà sempre qualcuno che dirà che Fantozzi non se la passava male, andando in pensione (“al casello d’uscita”, come dice il suo capo nel discorso verso i suoi cari inferiori) con “le sue 827.500 miserabili lire al mese” del 1988 (equivalenti a circa 1.130€ del 2025 – calcolato sul servizio ISTAT Rivaluta), dopo una vita lavorativa che comunque gli consentiva una casa di proprietà, automobile utilitaria, vacanze e qualche svago; tutto questo, sostanzialmente da monoreddito (anche se la moglie Pina ha svolto occasionalmente qualche lavoretto).

Se invece vogliamo aggiungere una dimensione alla linea, per vedere in 2D dall’alto, immaginiamo di andare da sud verso nord (nessun riferimento a flussi migratori intra o extra nazionali): può capitare che, per conformazione o altri motivi, si debba proseguire un attimo di lato e leggermente verso sud per poi riprendere meglio rispetto ad andare magari sempre dritto (aggirare una montagna anziché scavare una galleria o realizzare un lunghissimo passo stradale attraverso la cima); a volte si va meglio e più veloci di bolina che non con vento in poppa – spero d’esser stato chiaro con sufficienti paragoni e modelli.

Stiamo perdendo l’occasione più grande

Abbastanza frequentemente, mi capita di sentire lamentele su diversi capi di stato (del proprio e di quello degli altri), in merito a politica interna (politica economica, immigrazione, diritti civili) ed estera (scambi commerciali, imperialismo e sudditanza, conflitti armati), sugli aspetti più disparati. Ci si focalizza di continuo sui singoli personaggi, tra l’altro sparando facile: è chiaro che, per arrivare a certi posti di potere, vengono premiate qualità che non sono quelle che normalmente ci si aspetterebbe da un buon capo, per un grandissimo problema di allineamento: chi emerge nella campagna elettorale non è di certo una persona pacata, umile, razionale e con un invidiabile curriculum vitae et studiorum. Non viene selezionato il più bravo a ricoprire la posizione, ma il più bravo a convincere il più grande bacino di elettori di esserlo – e questo vale per ogni fazione politica, seppure con visibili differenze nel packaging, ma in fondo è sulla base di quello che la maggior parte della gente sceglie i politici come i prodotti: confezione, posizionamento e pubblicità. In questo momento, c’è la competizione a chi trova più tratti psicologici/caratteriali spiacevoli nel presidente di turno, quando è chiaro che è raro trovare al potere (anche tra amministratori delegati di grandi aziende e amministratori locali) esperti visionari dal cuore buono – come dicevo prima, ora è solo più evidente, prima erano più intelligenti nel nasconderlo, mentre ora addirittura flexano la loro deficienza senza scrupolo alcuno.

Vediamo che alcuni governanti sembrano giocare al limite della legalità (quando non vanno proprio oltre), quindi ci indigniamo (il passatempo preferito di molti, poco costruttivo se non proprio dannoso) e tanto sappiamo che non cambierà nulla, andiamo in una fase che gli psicologi chiamerebbero di “impotenza appresa”, ci trasformiamo nel tassinaro medio (senza offesa a chi guida i taxi a Roma, ma ricordo certe conversazioni…), lamentandoci da soli e con ogni persona che incontriamo. Perché invece non attiviamo un minimo il cervello e, con calma, non analizziamo le basi e cerchiamo di capire come possiamo (se possiamo) cambiare i meccanismi sottostanti? Dovremmo riconsiderare i limiti della democrazia e di cosa si possa fare o non fare (e relative modalità)? Assolutamente consigliata la lettura del saggio “Sulla Libertà” (“On Liberty“) di John Stuart Mill, il filosofo noto per le lunghe dissertazioni sull’utilitarismo: pubblicato nel 1859, resta una lettura molto più valida e moderna rispetto a scorrere i messaggini superficiali di questo o quell’altro politicante e/o opinionista in merito a questioni di attualità come quella della “famiglia del bosco” (non mi interessa il gossip, tralascio dettagli personali che invece sono i soli che interessano ai giornalai pennivendoli della stampa mainstream italiana rivolta ad un pubblico di morbosi minus habens; mi focalizzo su questioni ad un più alto livello di astrazione, come la ricerca della linea etica/pratica da tracciare nel compromesso del diritto di decisione da parte di singoli e dello stato). Allo stato attuale c’è qualcosa che non va perché alcuni singoli fanno troppe cose che secondo noi non dovrebbero essere permesse? Bene, consideriamolo uno “stress test” della democrazia che ne mette a dura prova i limiti, per riflettere ed eventualmente proporre miglioramenti, per evolverci, altrimenti continuerà il whack-a-mole (per chi ricorda il gioco “Acchiappa la talpa”): rimosso (per fine mandato o prematuramente) un capo, il suo successore potrà fare potenzialmente lo stesso, se non cambiamo struttura e processi, sia in fase di elezioni/promozioni, sia nello “spazio delle possibilità” delle azioni permesse a chi comanda.

Ci sono voluti tanti secoli per appianare differenze tra il top 2% della popolazione e la massa… ma ora, per alcuni, sembra che si sta tornando a quella situazione – e la faccenda tristissima è che in buona parte sta avvenendo per colpa delle persone stesse, parte del problema, a partire dal loro cattivo utilizzo di Internet.

Ci sarebbe ancora tanto altro da scrivere (ulteriori considerazioni ed esempi), ma questo è solo un articolo, non un libro, già mi stupirei nel sapere che qualcuno abbia letto tutto, considerata la lotta per l’attenzione, la scarsa capacità di concentrazione, per non parlare dell’impegno necessario per sviluppare personali riflessioni. Spero d’esser stato utile nel contestualizzare e dare una mano a riconsiderare meglio la realtà a chi si abbandona troppo spesso alla sfiducia verso il prossimo e verso il futuro. Mi preme ricordare ancora il rischio: “Tempi duri creano persone forti, persone forti creano tempi facili, tempi facili creano persone deboli, persone deboli creano tempi duri”; difendiamo ciò che abbiamo faticosamente ottenuto e non lasciamoci rintronare dal rumore là fuori, difendiamo il silenzio nei nostri spazi per ragionare, perché “il sonno della ragione genera mostri”.

A volte è solo questione di percezione, se si guarda per terra anziché vedere la vetta che stiamo raggiungendo. Immagine generata da me tramite sistemi di intelligenza artificiale generativa.

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