Sì, pubblico in ritardo rispetto alla data di riferimento (siamo a settembre già da ben 4 giorni), in contrasto alla moda degli ultimi anni, in cui eventi e modelli portano a volte il nome dell’anno successivo. Continua la media di un libro e un corso a settimana, ma non sono troppo soddisfatto, perché ho speso decisamente troppe ore in film e in video, Youtube e simili), posso e voglio fare decisamente meglio. Senza perdersi in chiacchiere, andiamo a cominciare.
LIBRI
Estensione del dominio della lotta, Michel Houellebecq, 1994, Racconto/esistenzialismo
L’autore (nome vero: Michel Thomas) esordisce con questo romanzo crudo, disilluso e disincantato. L’ho trovato decisamente più interessante di altri racconti con riflessioni da scrittori maledetti e misantropi, paragonato ad esempio al noto”On the road”, in cui Jack Kerouac sembra quasi darsi un po’ di aree alla Charles Bukowski (sì, sono ben consapevole che il libro di Kerouac è stato scritto prima dei libri di Bukowski, è per dare l’idea… se non piace questo paragone storicamente scorretto, diciamo allora un po’ di pose alla Baudelaire, ma fintamente con più nonchalance). Insomma: “Estensione del dominio della lotta” esprime un cinismo (seppur “moderato” e ogni tanto ammorbidito) che rende abbastanza evidente il favore di pubblico soprattutto in frange di popolazione più inclini al riduzionismo, come possono essere i “redpillati” della manosfera – ma attenzione a non confondere le taglienti osservazioni con una presunta misoginia, perché la critica sociale che traspare non è rivolta specificatamente alle donne, quanto proprio a tutto il sistema nel complesso, un po’ come si può trovare in opere di Chuck Palahniuk come nella celebre “Fight Club”. Potrebbe quasi essere utilizzato come manifesto del doomer, al punto di poter essere un ottimo spunto per cercare di capire il modo di pensare degli uomini erbivori e di chiunque (che siano quiet-quitters, hikikomori, incel o altre categorie di “beta”) tende a gettare la spugna, ad abbandonare la corsa della vita – una vita moderna che invece una certa diffusa narrativa (da incitamento a spingere nella ruota del criceto) vorrebbe convincerci a prendere a morsi. Un romanzo che mi sento di consigliare solo a chi ha una mente aperta scevra da pregiudizi e, al contempo, a chi non parte già da una visione pessimistica dell’esistenza della persona moderna.
The Shallows: What the Internet Is Doing to Our Brains, Nicholas Carr, 2010, Internet/media/società
Ho preferito riportare il titolo in lingua originale, ma in italiano è “Internet ci rende stupidi? Come la rete sta cambiando il nostro cervello”. Di libri come questo non ce ne sono abbastanza, è un’altra di quelle opere che (insieme a “The anxious generation” e “Stolen focus”) renderei obbligatorie durante la scuola dell’obbligo, ma da diffondere anche agli adulti. Ho in bozza un lunghissimo articolo in merito a quella discarica tossica che sono i social network, con un numero di evidenze scientifiche da far invidia a grosse tesi magistrali, quindi non mi dilungherò qui. In breve, l’autore parla di libri, di attenzione e memoria, di Internet, intervistando e citando personaggi che “ne sanno”, per condurre il lettore in un percorso (a volte non lineare, ma forse proprio per questo più interessante) che mostra quanto e come le nuove tecnologie stanno mandando in pappa il cervello ad adulti e giovani. A tal proposito: ogni tanto, proprio come mi domando se sia meglio nascere ciechi o diventarlo, mi chiedo se forse non sia meglio per i ragazzini “nativi digitali”, che crescono mediamente instupiditi e costantemente distratti dalle nuove tecnologie, non conoscere “com’era un tempo” (da un punto di vista di attenzione, memoria ed elaborazione cerebrale), giacché molti adulti che provano a concentrarsi ora notano un’inquietante differenza rispetto a pochissimi decenni fa e può far male. Avrei forse preferito una struttura leggermente diversa, ma tutto sommato buon libro e “invecchiato” (seppur di soli 15 anni) stra-bene, in quest’epoca di TikTok e brainrot senza fine. Assolutissimamente consigliato a tutti, da leggere dopo aver riposto dispositivi mobili in modalità aereo.
Walking, Henry David Thoreau, 1851, Essay
Di questo noto autore, ammetto di aver letto, fino a due mesi fa, soltanto il celeberrimo “Walden”, che resta uno dei capolavori di scrittura assoluti. Quindi gli ho dato volentieri la possibilità di stupirmi con un’altra sua opera e… non mi pento del tempo speso: intanto perché il libro in sè è breve, poi perché l’ho letto mentre passeggiavo tra gli alberi, il che ha amplificato quanto scritto da Thoreau. Belle considerazioni, anche se a volte alcune quasi “banali” per chi ha riflettuto molto nel bosco, sul bisogno di natura per l’essere umano, del vivere in posti non troppo “civilizzati” (c’è tutta una parte sulla trattazione di villaggio, ville, villani/”villain” e così via), che ho ovviamente apprezzato molto, soprattutto dopo la mia esperienza di diversi anni come scout. Alcune riflessioni mi hanno ricordato quelle ne “La felicità domestica” di Lev Tolstoj (di cui ho parlato di recente in un WILL precedente), sulle differenze tra la vita in città e in campagna. Dovremmo tutti ricordarci più spesso dell’importanza del contatto (prolungato, non occasionale) con la natura (senza diventare come le caricature di Maurizio Crozza nei confronti di Mauro Corona), perché “non sappiamo più quanto stiamo andando su questa terra” (dalla parola di Quelo) e quindi può essere utile ripartire dalla terra. Sto approfondendo l’argomento, passando per la Spaziergangswissenschaft (su consiglio di Douglas Mortimer, sto leggendo “La passeggiata” di Robert Walser, mi riservo di inserire in lista anche opere di Thomas Bernhard e Peter Handke). Sogno un “mondo al contrario” (nessun riferimento ad un noto generale), in cui lo standard condiviso sia passare diverse ore al giorno impegnati nel flâneur d’antan, nel verde (ancor meglio se extra-urbano), senza fretta, dando spazio e tempo alle proprie gambe, ai propri occhi, ai propri polmoni e al proprio cervello – e solo sporadicamente qualche limitata oretta al mese a rimbambirsi davanti ai dispositivi elettronici (di cui nel libro raccontato appena sopra). Bel libro breve per tutti.
Credevi di non farcela, Toni Bonji, 2024, Humor/nonsense
Di tanto in tanto, inserisco anche libri pregni di quel tipo di comicità assurda, surreale; mi trastullo con un po’ di trash (ma d’autore), dilettandomi con irriverenti considerazioni nate dal questionare la realtà (un po’ chiedendosi “cos’è l’acqua”, come direbbe David Foster Wallace). Conosco l’autore da anni, anche se l’ho approfondito solo di recente, quando ha lanciato personaggi come quello del demotivatore. Ho riso di gusto anche se molte sue battute le conoscevo già (proprio perché da lui stesso interpretate in televisione e su Internet). Non di certo un capolavoro imperdibile della letteratura, ma merita il tempo speso, consigliato da tenere nello zaino e da tirar fuori per qualche minuto di leggerezza.
CORSI
Introduction to Generative AI for data analysis, Microsoft
Corso introduttivo di una specializzazione di Microsoft sulla nota piattaforma e-learning Coursera, in cui vengono presentati esempi di “esplorazione dei dati” (es.: statistiche, correlazioni, tipi di dati) e “pulizia dei dati” (cercando ad esempio per inconsistenza e duplicati), facilitati tramite integrazione di MS Co-Pilot in Excel, ma è anche possibile eventualmente usare chatbot LLM esterni. Come per altri corsi di big-tech, si parla molto anche di etica e privacy. In tutta onestà, sono estremamente scettico non tanto in merito alle potenzialità (anche se possono esserci errori), quanto piuttosto nell’utilizzo di questi strumenti da parte di operatori con scarsissima competenza e comprensione di statistica di base. Inoltre, andando oltre gli errori in buonafede, aumentano tantissimo le possibilità di “dolo” nella manipolazione di dati; basterà chiedere: “fai in modo che esca fuori che un gruppo abbia questi valori inferiori ad un altro gruppo” senza ulteriori contesti e considerazioni. “How to lie with statistics” (cit. Darrell Huff), ma “on steroids”. Per non parlare di tutta l’enfasi che l’istruttore pone sulla “data augmentation”: se già adesso abbiamo problemi di replicabilità negli studi e distorsioni esagerate in molte metriche, immaginiamo cosa potrà accadere quando solo una piccola percentuale di un dataset è composta da vere misurazioni, mentre il resto saranno solo dati sintetici. Continuo a sperare che verrà tutto supervisionato da gente competente ed attenta, ma i timori di brutti effetti, soprattutto quando i dati sono legati a processi decisionali, sono forti; altro che le “Weapons of Math Destruction” che riporta Cathy O’Neil, qui si aprono scenari seriamente molto pericolosi.
Data processing and optimization with generative AI, Microsoft
Secondo corso della stessa specializzazione, in cui si accennano modelli e tecniche per preservare la riservatezza, mitigare i bias e facilitare lo sviluppo, portando esempi pratici come l’addestramento per auto a guida autonoma. Si parla di GAN (per la creazione di facce iperrealistiche, eventualmente anche per la creazione di creature immaginarie o per l’industria della moda) e VAE (utile soprattutto per rilevazione anomalie, compressione, interpolazioni “morbide”, data augmentation e così via). Nel caso specifico di Python, si ricordano le librerie più utilizzate in tal senso (mi spiace per gli amanti di R, ma ancora una volta si parla di Python).
Ready, set, future – intro to Futures Thinking, Institute for the Future
Primo corso della specializzazione di IFTF su Coursera, ad opera di Jane McGonigal (citata in un articolo precedente, quando parlavo ad esempio di gamification e non solo). Inizia con la difficoltà di “disimparare” quello che pensiamo sia graniticamente semprevalido (e tra l’altro sto leggendo in questi giorni proprio un libro in merito, che sarà quindi citato nel WILL di settembre). Si parla del ruolo dei “futuristi”, delle regole base che portano a buone previsioni (qui suggerirei di leggere prima “Superforecasting” di Philip E. Tetlock e Dan Gardner. Vengono presentati concetti base, come le capacità richieste per essere un buon “futurista”, esempi di segnali che possono essere utilizzati per catturare andamenti che ci mostrano quasi delle anteprime di futuro, delle direzioni in cui ci stiamo muovendo collettivamente. Il problema di corsi come questo è che tendono un po’ troppo alla “fuffa”. Frasi come “un segnale è come arte, difficile da definire, ma lo capisci quando lo vedi”, lasciano intendere che siamo ben distanti da scienze dure, direi ben più vicini alle arti magiche. Penso che completerò anche i restanti corsi, sempre a velocità almeno raddoppiata, ma per il momento non ho trovato molto “segnale” (appunto) in questo mare di parole. Apprezzabile lo sforzo di creare definizioni, elenchi e strutture, ma senza risultati quantificabili per me resta qualcosa di poco “azionabile” e poco utile, che non si discosta molto dalla lettura di romanzi di fantascienza, vedrò con i corsi successivi se riusciranno a farmi cambiare idea.
Omnidea, Alessandro de Concini
Ho già abbondantemente parlato di questo corso che lo stesso AdC mi ha regalato, rimando quindi all’articolo Potenziare la creatività.
Innovative teaching with ChatGPT, Vanderbilt University
Non il primo corso breve che seguo di questa università, sempre sull’utilizzo dei chatbot. In questo caso, ci son stati spunti interessanti, ma soprattutto ho apprezzato l’importante premessa, più volte ripetuta, dell’utilizzo degli LLM come strumenti per una “intelligenza (umana) aumentata”, non da utilizzare in maniera generativa automatica: l’idea principale ce la mette la persona che li usa, perché lasciare il compito di produrre tutto da zero a questi sistemi è, nella migliore delle ipotesi, incredibilmente dispersivo e molto poco calzante rispetto al programma di insegnamento. Inoltre, la creatività (v. corso sopra) è uno strumento potente solo quando guidato dall’umano, che ne capisce la pertinenza con il significato che si vuole trasmettere. Il rischio, altrimenti, è di ottenere i soliti esempi banali oppure di generare domande stupide come quella del test di intelligenza in “Idiocracy”: se hai un secchio che contiene 2 galloni e un secchio che contiene 5 galloni, quanti secchi hai? E si finisce per generare esempi e test fallati, come accaduto a chi ha prodotto questo gioco.
FILM E SERIE
Un po’ di pazienza anche questa volta, forse un giorno espanderò con una breve descrizione, ma per il momento copio-incollo la lista di cosa ho visto, esclusi quelli che ho ri-visto, anche se di sicuro ho visto qualche film in più di questi e mi son dimenticato di segnarli. Sì, i più arguti noteranno che son tutti film italiani tra i ’60 e gli ’80 (ad eccezione della miniserie con Renato Pozzetto del 2013).
La orca, Eriprando Visconti, thriller/erotico, Italia, 1976
Saxofone, Renato Pozzetto, commedia, Italia, 1978
Casa e bottega, Luca Ribuoli, commedia, Italia, 2013
Il ficcanaso, Bruno Corbucci, commedia, Italia, 1981
Inizia con Pippo Franco sempre agitato, a sentire tante notizie… ma l’amico gli dice di non sentire più niente, che lui al bagno Topolino e si rilassa. L’amico è probabilmente un antenato di Duccio Patanè. Nota di colore, tra i vari dialoghi:
“Sai dov’è l’Ucraina?” “E se non lo sai tu dove metti le cose…” “Ma no, è una regione della Russia!”. Ovviamente non è l’unico caso in cui un film precedente agli anni ’90 pone l’accento sull’Ucraina come parte della Russia (che poi in realtà, a esser precisi, era Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche).
L’anatra all’arancia, Luciano Salce, commedia, Italia, 1975
La congiuntura, Ettore Scola, commedia, Italia/Francia, 1964
La terrazza, Ettore Scola, commedia/drammatico, Italia, 1980
I giorni del commissario Ambrosio, Mario Camerini, giallo poliziesco, Italia, 1988
Romanzo Popolare, Mario Monicelli, commedia, Italia, 1974
La vita agra, Carlo Lizzani, drammatico, Italia, 1964
Un po’ “Il bombarolo” e un po’ “Quattro amici al bar”: inizia ben motivato, più del compagno Folagra, ma poi [SPOILER alert] cambia idea e si fa prendere dal sistema. Come ne “La terrazza”, film che prende in giro i kompagni.
MUSICA
Hiroshi Yoshimura, Ambient/Minimal/Electronic, Giappone, 1972-2003
Ero alla ricerca di sonorità simili a quelle di Brian Eno e ho trovato questo compositore (nonché professore della facoltà di ingegneria in Giappone), di cui è difficile descrivere lo stile preciso, va ascoltato (non è la “tipica” musica d’ambiente). Tra l’altro, curiosando come mio solito, ho scoperto che è morto poco più che sessantenne a Montenero di Bisaccia (che qualcuno può associare all’ex-magistrato e politico Antonio Di Pietro, ivi nato). Consiglio album come “Wet Land”. (Non ho trovato un canale ufficiale da cui condividere il video, ognuno può cercare liberamente i suoi brani).
Scott Buckley, Cinematic/Ambient, Australia, 2010(?)-.
Un po’ The Cinematic Orchestra, un po’ Ludovico Einaudi, un po’ Ólafur Arnalds (da non confondere con la cugina Ólöf che aveva suonato nei Múm), insomma: bello. Scoperto casualmente lasciando andare la “riproduzione automatica” di Youtube (ogni tanto l’algoritmo fa anche cose buone, anche se di rado). Ex scienziato del suolo (chissà se ha mai visto affiorare le lettere dal sottosuolo di Fyodor Dostoevsky… va bene, la smetto), ora compone queste meraviglie da ascoltare… e da condividere! (rilascia incredibilmente sotto Creative Commons CC-BY, Se ni’ mondo esistesse un po’ di bene più gente come lui! – come Scott, non come l’autore della poesia declamata tragicomicamente fuori luogo).
Al prossimo WILL!
