Potenziare la creatività

Questo articolo, come canta Max Gazzé, non era previsto – a differenza di quello che canta Riccardo Cocciante. Lo scrivo ora, scavalcando l’enorme lista (che non è FIFO manco pe’ niente) delle mie bozze, perché l’amico Alessandro de Concini ha sfornato un corso su un argomento che mi ha sempre interessato… ah, già, lo spoiler è nel titolo stesso di questo articolo: un corso sulla creatività, intitolato “Omnidea”. Quindi gli ho chiesto gentilmente di scroccare fruire di tale corso; impietosito dai miei occhioni in stile gatto con gli stivali di Shrek, mi ha subito dato accesso, quindi il minimo che posso fare è scrivere un onesto feedback. Ritengo importante questa premessa per trasparenza, ma altrettanto trasparentemente dico che non per questo parlerò di questo corso in maniera diversa di come farei per uno degli oltre 300 corsi che ho completato negli ultimi anni (non è un flex, è per indicare che un po’ di esperienza nel valutare corsi ce l’ho… del resto, da una decina d’anni sono anche “Beta tester” di Coursera, unica situazione in cui sono un “beta” :P). Sull’autore del corso, AdC, posso solo esprimere lodi, sia a livello professionale sia personale, non tanto per piaggeria (che tanto non mi dà comunque neppure un centesimo se convinco qualcuno a iscriversi a questo corso), quanto perché è una specie di mio alter-ego se avessi intrapreso un’attività professionale come la sua, anche se avrei dato un taglio decisamente più tecnico (e quindi probabilmente più noioso); suggerisco di leggere miei altri articoli ispirati a suoi libri e corsi, come Imparare una nuova lingua, Meno procrastinazione, più produttività, “Studiare non è una ca**ata”.
Prima però di passare ad una panoramica del contenuto e alle mie considerazioni, ci terrei a scrivere perché questa tematica in particolare mi sta a cuore (ed è anche presente in diverse sfaccettature nella mia lista per l’umano universale – Umano Universale: 3. Cosa), che è un modo per voi per farvi i fatti miei conoscere esperienze e pensieri dello scrivente, magari non per vostra morbosa curiosità, ma per uno scambio di vedute e di ispirazione.

Il tema mi affascina da sempre; come ha detto Fraffrog in un suo video di qualche mese fa, non è che uno “inizia a disegnare”: i bambini sono creativi “di default”, solo che poi crescendo molti non praticano più interessi, smorzano entusiasmo e creatività per diversi motivi, tra cui il fatto di pensare che sia una perdita di tempo non monetizzabile (lo sanno tutti che se non fatturi sperando di diventare miliardario entro i 20 anni non vali nulla, no? non vorrai mica avere altri valori che non siano prettamente economici!). Quello che mi ha sempre incuriosito non era solo la pratica in sè, con concetti che son stati poi concettualizzati nelle famose “prime 20 ore” di pratica e nelle “10.000 ore per diventare un maestro” (non mi riferisco ai 24CFU per l’insegnamento), ma anche il come si generassero alcune idee, quindi avevo letto le teorie più solide ma anche gli aneddoti più strani, come quello su Salvador Dalì in dormiveglia che si addormentava mantenendo una chiave o un qualuque oggetto che lo lasciasse in uno stato sospeso per le sue esplorazioni oniriche (da non confondere nè coi sogni lucidi, nè col sonno polifasico che pare fosse praticato da Leonardo da Vinci).

Ricordo di averci pensato maggiormente quando già dalle superiori (orgogliosamente uscito a pieni voti da una oggettivamente tostissima scuola tecnica dove non si risparmiavano bocciature) e in misura più ampia poco dopo (prima da allievo ufficiale tecnico e poi da ufficiale ingegnere): c’erano tante persone che si stupivano per i miei diversi interessi creativi, portati avanti anche con buonissimi risultati; la mia risposta era inizialmente di stupore al loro stupore, ma poi spiegavo semplicemente che proprio una persona che ha metodo e che si impegna (in generale) in quel che fa è molto più probabile che riesca ad esprimere meglio creatività ed esecuzione! Ad esempio la musica, ma anche le arti visive, richiedono un certo rigore ed un’instancabile costanza: a 15 anni, da povero autodidatta (in seguito meno povero, ma sempre autodidatta), ero capace di ripetere senza sosta in loop, per decine di volte di seguito, lo stesso assolo dei Queen o degli Iron Maiden, finché non riuscivo ad eseguirlo assolutamente identico non solo come linea melodica, ma proprio con gli stessi “abbellimenti”; prima e dopo, cercavo di studiare e scomporre la sequenza, la struttura di accordi e così via, al punto che poi mi riusciva facile comporre ed improvvisare autonomamente, oltre che riarrangiare in stile diverso (per i non musicisti, ecco una differente interpretazione dello stesso brano metal, prima originale e poi in versione bossa nova, con l’effetto comico dato dall’usare un video originale, “doppiato”). Ovviamente, un brano musicale, come anche un pezzo teatrale o un romanzo, non è semplicemente una permutazione con ripetizione di elementi messi a caso sperando di ottenere qualcosa di gradevole, serve un profondo studio dietro, a meno di avere risorse infinite e attendere che le scimmie instancabili che lavorano per il Signor Burns scrivano il prossimo capolavoro (che richiederebbe poi altre risorse per ricerca e selezione).

Implementazione del teorema delle scimmie instancabili, che ora verrebbero probabilmente rimpiazzate da qualche chatbot LLM

Solo conoscendo bene le strutture si possono poi scardinare, rompere e riarrangiare, come ad esempio trasgredire il solito dictat del “vino rosso con la carne e bianco col pesce”, proponendo un Pinot Nero da abbinare ad un piatto di salmone. Per restare in ambito cibo e vino, alcuni chef (che non si limitano a copiare le ricette) e produttori di vino, a volte in modalità kaizen con lievi migliorie, a volte osando in maniera disruptive, studiano e sperimentano con creatività (consiglio la visione del film d’animazione “Ratatouille”), dove spesso dietro è necessaria una profonda conoscenza anche di chimica e fisica (per dare un’idea di “personaggi STEM” che si dilettano in altri campi con ottimi risultati: Nathan Myhrvold, post-doc con Stephen Hawking e primo CTO di Microsoft, si è preso un periodo di pausa dalla nota multinazionale tecnologica per conseguire un diploma culinario in Francia lavorando gratis come apprendista, per poi scrivere enciclopedie di cucina, compresa una di 5 grossi volumi soltanto sul pane). Tornando invece ai miei ben più modesti (ma non per questo poco soddisfacenti) risultati, ho passato i primi anni da fotografo a studiare e sperimentare le maggior tecniche, partendo dalle basi di composizione (un maresciallo fotografo mi consigliò, per iniziare, “Punto, linea, superficie” di Kandinsky), per passare poi a tecniche avanzate di postproduzione, sviluppando infine uno stile personale molto apprezzato in diversi contesti (matrimoni, concerti, ritratti, eventi… e anche durante alcuni missioni “esotiche”).

Inoltre, contrariamente a quanto si pensa, le carriere inerenti ingegneria e/o informatica non sono costituite da noiosi lavori ripetitivi: spesso i problemi si possono risolvere efficacemente utilizzando una certa dose di creatività. Lo stesso vale per gli investigatori, per non parlare poi di analisti intelligence: “intelligere” può anche essere interpretato come leggere tra le righe, dove serve una forte struttura, sì, ma anche spazio per pensare fuori dagli schemi! Nel corso della mia ormai lunga carriera professionale mi è capitato diverse volte di selezionare personale specialista e nei colloqui ho sempre fatto in modo di porre almeno una domanda che richiedesse, oltre ovviamente a conoscenze tecniche profonde e “certe”, anche una certa creatività da parte del candidato: niente domande di Fermi, ma domande “pratiche”. Inoltre, anche in fase post-selezione, mi son divertito più volte a creare (anche insieme ad università e industrie) esercitazioni per addestrare collaboratori (per i nerd: erano delle challenge di sicurezza informatica in stile CTF, “ma molto, molto più grande” come direbbe un Maccio Capatonda fintamente sequestrato in “Burle”), cercando sì realismo, ma anche una “difficoltà desiderabile, a livelli”: la creatività non è semplice fantasia, ma fare in modo che nel caso di queste “grandi serie di enigmi” (costruiti a prova di bruteforce), un po’ come nei videogiochi (e in teoria anche in interrogazioni e compiti a scuola), ci sia la possibilità di testare in maniera crescente, perché se si inizia subito con un domandone “impossibile” o con una situazione da cui solo i migliori al mondo riescono a uscire… si finisce solo frustrati dopo qualche minuto e si impara ben poco.
Nei settori come sicurezza e investigazioni esistono diversi livelli di pensiero, ad esempio: c’è chi progetta sistemi di sicurezza, chi li implementa, c’è chi li controlla e li testa, il ladro che fa di tutto per aggirarli, c’è chi svolge analisi e indaga per capire chi, come, cosa e perché ha rubato… e così via. Nel caso informatico equivalente, ad esempio, esistono framework come il “Diamond model” (pubblicato dalla Difesa USA, da non confondere col “Diamond model” del modello economico di Porter) per cercare di capire quale tipo di malintenzionato è interessato a quale risorsa, con quali capacità e perché, è un tema affascinante e complesso. A cosa serve la creatività? Semplice: in tutte le fasi, che sia da parte di chi attacca o di chi difende, occorre una buona dose di “pensiero laterale” per poter da un lato riuscire nell’attacco, dall’altro per prevenirlo, sventarlo o almeno rilevarlo e prendere contromisure “pensando come un attaccante” – e non basta imparare a memoria le tecniche esistenti, anche perché le combinazioni sono tantissime e ogni volta c’è un modo nuovo di pensare “out of the box”. Vale anche per i ragazzini: i genitori, gli insegnanti, i tutori e chiunque cerca di vigilare e di limitare la loro libertà sa bene che il minore farà di tutto per trovare modi per aggirare, evadere, superare le restrizioni, che sia un “controllo parentale” su un dispositivo elettronico o una limitazione di qualunque tipo. La creatività è quindi utilissima in questo gioco di guardie e ladri. Pensare e testare in anticipo alle mosse dell'”avversario” (si spera non quello descritto da Emmanuel Carrère nella biografia pubblicata con quel titolo) può costituire un enorme vantaggio, in alcuni casi potenziabile con le GAN.

La creatività va allenata e necessita di poggiare su basi solide di conoscenza generale e specialistica: più elementi avremo a disposizione come ingredienti, più ricette potremo inventare e sperimentare. E mai trascurare la pratica: pare che la leggenda del golf Gary Player abbia detto “Più faccio pratica, più divento fortunato”. Da quando ero studente alle superiori, una delle mie frasi preferite è “La fortuna è quando la preparazione incontra l’opportunità”, del resto già da giovanissimo avevo interiorizzato il motto scout “Sii preparato” – insieme all’altro concetto scout di fare “del proprio meglio”, che molti anni dopo ho scoperto essere il modo giapponese di augurare buona fortuna: sì, 頑張って (“Gambattè”), in un’equivalente orientale dell'”Homo faber (fortunae suae)”, non prevede di ricevere buona sorte, ma di “mettercela tutta”.
Per la creatività, funziona allo stesso modo: il “colpo di genio” è un “premio” che arriva a chi ha pensato lungamente ad una situazione da migliorare/risolvere, non è un dono misterioso che arriva dall’iperuranio (e perché no, ipernettun(i)o… doppia battuta pessima: nettunio è l’elemento chimico 93, successio all’uranio, mentre Nettuno è l’ottavo e ultimo pianeta, per distanza, del sistema solare, dopo Uranio… per chi ha studiato astronomia prima del 2006 e ricorda il nono pianeta, tale Plutone… be’, ho una brutta notizia: è stato “squalificato” come lo sarebbe stato il Rag. Ugo Fantozzi se qualcuno l’avesse aiutato a rialzarsi nella corsa per timbrare il cartellino). Dicevamo? Ah, sì, appunto: più si è capaci di spaziare (aridaje, torniamo a parlare di pianeti?), più è possibile combinare i nodi (sette intricatissimi, cit. macciana da “Meglio abbondare”) della propria conoscenza in una rete, più è possibile generare nuove idee o utilizzarne/adattarne di vecchie/altrui per qualcosa di nuovo. Importantissimo non aver paura di giocare e sperimentare, prendersi del tempo per combinare parole e concetti: se non produrranno la prossima invenzione che cambia il mondo, almeno potranno produrre divertente situazioni nella propria mente, come quando il grande duo comico Lillo e Greg presentava, cosìdebbottosenzasenso, abbinamenti di improbabili periodici fittizi in edicola, come le riviste “Stalin e le cozze” o “Platone e motori”, ma anche musicalmente l’appuntamento periodico con “Radio coatta classica”, interviste al cantante “L’Hitler Tony”, la rubrica finale dei trailer cinematografici che pazientemente costruiva trame per poi rivelare, d’emblée, un titolo parodistico improbabile dal sicuro risultato comico. Un mio caro amico si cimenta nel tempo libero in questi giochi, anche se da un po’ di tempo me ne comunica sempre meno, ma è colpa mia che lo smonto: per fortuna o purtroppo, “col motore di ricerca puoi arrivare dappertutto, anche dove non volevi” (cit.), quindi spesso trovo che il gioco di parole a cui è arrivato lui… esiste già. E persino dopo questo articolo (che infatti modifico ora, un paio di giorni dopo la prima pubblicazione), mi ha condiviso entusiasta un bel gioco di parole e… in mezzo minuto ho trovato che qualcuno l’aveva già pensato, elaborato e condiviso; meglio a volte non scoprire che qualcuno ci aveva già pensato e restare nella beata ignoranza, “ignorance is bliss”, quanto è vero (detto con la stessa intonazione del doppiaggio di Titanic ad opera di un noto gruppo musicale romano recentemente sciolto). Come del resto è plausibile che alcuni fraseggi musicali siano stati già pubblicati da altri: alcune cause di plagio sono parecchio complicate, perché soprattutto nell’ambito della musica pop “orecchabile”, le principali combinazioni sono parecchio limitate, al punto che uno dei “giochini” più divertenti per i musicisti è quello di concatenare brani commerciali, che hanno in stragrande maggioranza la stessa identica noiosissima struttura I-V-VI-IV (es.: Do, Sol, La-, Fa), oppure partendo dal terzo punto VI-IV-I-V (La-, Fa, Do, Sol), quindi viene facilissimo creare scalette anche di due ore (o di medley) in cui un brano si risolve in un altro, al massimo con un piccolissimo sforzo di adattamento. Lo stesso vale per alcuni discussi brevetti di invenzioni/soluzioni a cui si arriva indipendentemente (per non parlare di questo periodo storico in cui si registrano persino tonalità di colore o arrotondamenti di figure geometriche, siamo arrivati a mettere il copyright su qualunque cosa, mi aspetto che qualcuno inizi a riscuotere diritti d’autore sul ritmo a cui respiriamo). In una recente intervista, Valerio Lundini ha affrontato la spinosa questione delle “battute rubate” (che ebbe l’apice in Italia col medico e pioniere della satira Daniele Luttazzi), dicendo che qualcuno gli esprime ammirazione per sue citazioni come tributo ad altri comici, quando lui invece dice di non aver mai sentito parlare del tal comico e che la gag “copiata” è in realtà frutto della sua fantasia, non sapeva che qualcuno prima di lui avesse portato in scena qualcosa di simile.
Ovviamente, più è semplice, corta e “chiamata” (“ovvia”) una combinazione, più sarà probabile che, su 100 persone, più di uno l’abbia pensata: se suono un accordo di do maggiore, sarà molto probabile che “chiamerà” un seguente la minore (verso il “giro di do”) o un sol maggiore (quinto grado, vedi il giro che ho scritto prima… e per favore astenersi puristi “pignolazzi” (cit.) del “il quinto grado dev’essere di settima”), in generale una delle sei possibili variazioni che usa la stessa scala (do, re, mi, fa, sol, la, si – tutti “naturali”, senza alterazioni diesis o bemolle) quindi Re-, Mi-, Fa, Sol(7), La- (qualche temerario proporrà anche un Si semidiminuito). Saranno in pochi a piazzarci ad esempio un Do- (stesso accordo, ma che da maggiore passa minore, tecnicamente: 1-3-5 –> 1-3b-5, quindi diminuisce la “distanza” tra… OK, basta), quasi a nessuno verrà in mente di suonare, dopo il do maggiore, un accordo come il sol minore (che ad esempio compare nella sequenza de “Il nostro caro angelo” di Mogol/Battisti: Re-, Sol-, Do, Sol-) e a nessuno, se non sotto effetto di acidi e dell’ascolto di musica atonale, un Fa#- (quel simbolo, diesis, si chiamava “cancelletto” ai tempi dei primi telefonini, ora credo che la massa lo chiami hashtag).
Se vi ho persi, vi riprendo immediatamente: se dico la parola “fiore” che parola ti viene in mente? No, non è un riferimento al “questioniario dei tre giorni” (MMPI) che chiede se ti piacciono i fuori – perché è proprio fuori dal tempo (cit. Bluvertigo) – ma allo svolgimento di un test psichiatrico in un film d’epoca. Molto probabile che diverse persone risponderanno con le stesse parole (es.: ape, un tipo di fiore, una parte di fiore, un prato, caratteristiche del fiore, ecc…), salvo qualche “originale” (termine che un tempo era anche affibbiato a chi presentava qualche “anomalia” mentale). Che stavamo a di’? Va be’, penso che abbiamo già enucleato il concetto in precedenza, lasciatemi enucleare nuovi giovani concetti (cit. omaggio a Bertolucci Anna Marchesini).

A tutti, soprattutto ai giovani, consiglio di investire in conoscenza e formazione, ma anche in esperienze (secondo disponibilità): se avete possibilità di ritagliarvi del tempo (soprattutto togliendolo a distrazioni digitali) per poter svolgere qualche lavoretto, risparmiate per poi permettervi in viaggio, da soli o in compagnia, ma non da turisti balordi, bensì da persone rispettose del luogo e curiose di imparare dall’ambiente e dai posti. Stimola la mente e aiuta nella generazione di un enorme bagaglio culturale che spunta fuori anche nei momenti più impensabili. Un esempio così al volo? Mentre ascoltavo il video “creatività al servizio di un obiettivo” dal modulo pratico del corso di cui parlo in questo articolo, AdC ad un certo punto usa l’analogia “come una lampadina accesa in pieno giorno”: la lampadina che s’è accesa nella mia mente in quell’istante è stata il ricordo di un viaggio al polo nord qualche anno fa, in inverno, dove in effetti ho visto lampadine accese in pieno giorno! (v. Notte polare).
Non solo appesantirsi di oggetti è decisamente più noioso rispetto a imparare cose e vivere esperienze autentiche, ma lascia la testa vuota, quindi c’è ben poco da collegare e combinare. Per consigli sulle basi che ritengo il minimo necessario, ho scritto la trilogia dell’umano universale (Umano Universale: 1. Perché, Umano Universale: 2. Come; Umano Universale: 3. Cosa), a cui andrebbero anche aggiunte le esperienze… ma questo sarà forse oggetto di un altro lungo articolo.

Perché creatività

Ricordando che qui le cose si studiano sul serio (chi vuole la fuffa e un basso rapporto segnale/rumore può andare a cercarlo altrove: la sua strada è al baretto, cit.), la parola “creatività” è purtroppo diventata un’altra buzzword degli ultimi decenni, insieme a mindset e resilienza, ammantata di un’aura mistica come per le parole “genio” e “eroe”, sostantivi spesso utilizzati (e abusati) in maniera impropria. Non a caso, AdC pesca da “gente di un certo livello” (come direbbe Guastardo), insomma da importanti studiosi come Karl Popper e Bertrand Russell, per partire con la teoria, come per ogni corso che si rispetti. Quello che uno potrebbe però giustamente chiedersi è: maammecheccazzomenefregaamme ma a me cosa serve ‘sta creatività? Non sono mica un pubblicitario milanese imbruttito, nè uno degli sceneggiatori democratici mostrati in Boris! E quindi rispondo immantinente, estendendo anche ai benefici per la società e per il mondo intero!

Benefici “personali”

  • La creatività sostiene la riserva cognitiva (che sarebbe la “scorta di cervello” da mettere da parte prima del declino in tarda età, soprattutto quando purtroppo sopraggiunge la demenza – un po’ come cercare di mettere da parte un po’ di patrimonio in più prima che una vecchiaia con poca pensione lo eroda) e la neuroplasticità, aiutando a mantenere e migliorare la funzione cognitiva con l’avanzare dell’età. Impegnarsi in attività creative riduce il declino cognitivo: attività come il lavoro manuale e il canto corale (in tal caso si avvale anche di socialità, altro pilastro) sono correlate alla conservazione delle abilità cognitive e delle funzioni esecutive negli anziani. Il coinvolgimento attivo nelle arti e nelle attività creative stimola la consapevolezza (mindfulness), la conoscenza di sé e nuove intuizioni, attivando al contempo meccanismi fisiologici multisistemici, inclusa la stimolazione del sistema nervoso parasimpatico.
  • La creatività è costantemente associata a livelli più elevati di umore positivo, felicità e benessere psicologico complessivo, inducendo stati di “flow” (non è colpa mia, tocca citare ancora il grande lavoro di Mihaly Csikszentmihalyi), favorendo la soddisfazione di vita e la salute mentale, oltre che l’espressione dell’autentica espressione di sé, dando significato alla vita (risuggerisco di approfondire con Viktor Frankl) e promuovendo un atteggiamento mentale positivo. Questo riduce i sintomi della depressione e migliora la capacità di relazionarsi con l’ambiente circostante. Non solo maggiore soddisfazione di vita, felicità e benessere soggettivo nelle dimensioni emotiva, psicologica e sociale, ma la terapia artistica creativa ha mostrato benefici per il benessere psicologico in pazienti che affrontano gravi “sfide sanitarie”, suggerendo la creatività come strumento di coping e trasformazione.
  • Nel caso in cui non fosse abbastanza: ci sono evidenze che il coinvolgimento nelle arti riduce il rischio di mortalità: un ampio studio longitudinale ha riscontrato che le persone impegnate frequentemente in attività artistiche avevano fino al 31% di rischio di morte in meno rispetto a chi non lo faceva. Questo effetto protettivo sembra collegato al mantenimento delle capacità cognitive, a una migliore salute mentale e (a seconda del tipo di pratica) a una maggiore attività fisica.

Benefici per la Società

  • La creatività guida il progresso sociale permettendo nuove soluzioni a questioni sociali complesse e promuovendo l’equità sociale. Aiuta a far emergere talenti poco rappresentati e prospettive diverse, contribuendo alla giustizia e all’inclusione; sostiene inoltre il benessere psicologico delle popolazioni, favorendo la coesione sociale. L’educazione artistica e creativa promuove la tolleranza, la diversità e la comprensione umana nei giovani, preparandoli ad affrontare con consapevolezza un futuro incerto. La creatività sociale è anche cruciale per affrontare i “wicked problems” — problemi sociali complessi che richiedono un pensiero innovativo e collaborativo.
  • Se sei un gretto materialista capitalista interessato solo a fatturare, ce n’è anche per te: la creatività collettiva alimenta l’innovazione ed è fondamentale per la competitività organizzativa, stimolando la crescita economica e la produttività a livello locale e nazionale. Le imprese che promuovono il problem solving creativo possono aumentare la propria adattabilità e offrire prodotti e servizi migliori. Competenze creative come il design thinking diventano sempre più importanti in contesti lavorativi in rapido cambiamento, per navigare efficacemente le sfide tecnologiche e globali (ammazza aho, posso fare il copywriter per aziende di marketing e per scrivere le bio di Linkedin :D). Le industrie creative tendono a essere più resilienti/antifragili (sono indeciso, dovrei sceglierne una, così l’altra me la posso tatuare :D) durante le crisi economiche grazie alla loro capacità di innovare e adattarsi. La creatività guida l’innovazione nelle tecnologie digitali, nell’intelligenza artificiale, nella realtà virtuale e nelle interazioni umano-macchina. Il pensiero creativo porta a scoperte nel design dei prodotti, nell’esperienza utente e nelle strategie di adozione tecnologica.La creatività imprenditoriale stimola gli ecosistemi startup e la diversificazione delle attività economiche.E visto che parliamo di benefici globali:
  • La creatività migliora i risultati educativi stimolando il pensiero critico, la curiosità e le capacità di problem solving in molte discipline. Gli ambienti di apprendimento creativo favoriscono l’adattabilità, fondamentale per affrontare il rapido cambiamento delle conoscenze e delle tecnologie. I sistemi educativi che integrano approcci creativi contribuiscono a ridurre le disuguaglianze educative, dando maggior potere ai gruppi marginalizzati.
  • Le società creative sono anche meglio attrezzate per sviluppare soluzioni innovative alle sfide ambientali come i cambiamenti climatici, l’inquinamento e la scarsità delle risorse. Il coinvolgimento artistico e creativo aumenta la consapevolezza pubblica e il legame emotivo con le questioni ambientali, motivando comportamenti sostenibili e politiche adeguate.
  • La creatività favorisce la conservazione e l’innovazione del patrimonio culturale, arricchendo l’identità e l’orgoglio della comunità. Le attività creative collettive costruiscono capitale sociale attraverso la fiducia, la collaborazione e un senso di appartenenza. Gli spazi pubblici creativi e gli eventi culturali incrementano l’inclusione sociale e riducono l’isolamento sociale, soprattutto nelle aree urbane.
  • Gli approcci creativi incoraggiano la collaborazione interdisciplinare, abbattendo le barriere tra scienza, discipline umanistiche e politiche (come avevo anche scritto in merito all’umano universale). Favorendo nuove prospettive, la creatività aiuta ad affrontare complesse questioni globali come pandemie e povertà.

Il corso “Omnidea” di ADC

Importante premessa: non rientro pienamente nel “target” a cui si rivolge questo corso, per diversi motivi (tra cui la mia pregressa esperienza sull’argomento), ma non per questo non ho apprezzato le lezioni al suo interno, anzi. Benché in stile “maratona” in un solo pomeriggio ad una velocità media 2.1x (come NON andrebbe seguito questo corso che non è fuffa teorica, ma da applicare!), ho immaginato di mettermi nei panni dello studente o professionista che consoce solo superficialmente queste tematiche. Il corso prevede una parte iniziale teorica in cui si spiega cosa sia “praticamente” la creatività, senza concetti astratti e fumosi, partendo dalle importanti premesse sull’atteggiamento, soprattutto in quest’epoca in cui c’è tanta confusione nella narrativa sul talento, sull’essere portati/negati e così via (consiglio in merito anche un corso sul “genio”, che aggiungo in calce al presente articolo) e di non sottovalutare la potenza della quantità anche in merito alla qualità (aggiungo sotto anche la revisione sistemica sull’effetto Hawthorne). Ci sono tanti richiami sull’importanza dello stile di vita, compresa la gestione dell’attenzione (libri sul tema sono presenti sempre nella lista per l’umano universale), sull’adottare una mentalità flessibile “da principiante” (suggerirei di approfondire anche con i principi “non giudicanti” del buddhismo), sulla possibilità di praticare una “visualizzazione” (utile, ma da non confondere in maniera estrema con “la legge dell’attrazione”).

Inutile dilungarmi nei dettagli del programma, che tanto son disponibili sulla pagina del corso (oltre che visibili nell’immagine seguente, quella del certificato di fine corso), ma in particolare ho davvero molto apprezzato la “densità” di contenuti, un SNR (rapporto segnale/rumore) davvero impressionante: quelle 5h totali di video valgono più della somma di tanti corsi su Udemy, per fare un esempio, col vantaggio di essere anche strutturate bene e di non far perdere tempo nè attenzione al corsista.

Mentre ascoltavo (mi spiace, AdC, a velocità raddoppiata, ma almeno il pitch di voce era quello normale, niente effetto Chipmunk :D), mi son venuti in mente il “Walden” riscritto più e più volte da un Thoreau ossessionato dalla fase di elaborazione reiterata un po’ troppo, le mie lunghe discussioni con i superiori quando spiegavo che i miei collaboratori non stavano “oziando”, ma elaborando idee e mettendo insieme i pezzi, l’importanza di copiare spudoratamente trarre ispirazione da lavori già esistenti (v. anche il video musicale “Copying is not theft“), i tanti casi di serendipity che ho visto ad esempio nei musei di medicina (che hanno portato ad esempio allo sviluppo del Viagra dopo aver scoperto un bizzarro effetto collaterale mentre cercavano un rimedio per tutt’altro problema), il film con Kevin Spacey sul tema delle invenzioni (“Professione inventore”), il da me pluricitato “Range”, l’importanza della motivazione (nelle parole di Nietzsche: “Wer ein Warum hat, erträgt fast jedes Wie”, chi ha un “perché” può sopportare quasi ogni “come”… ma anche il video di Joma Tech sull’importanza di un fine anche per imparare: “Don’t be a programmer”). Molto apprezzato anche il suo ricordare che lo strumento tecnologico (da soli o in condivisione) non sostituisce la creatività, che è il vero valore aggiunto difficilmente delegabile/sostituibile – lo scrivevo di recente anche citando la parole del Prof. Michele Boldrin sul pericolo di affidarsi completamente agli LLM per lo studio, totalmente in linea con quello che dico da tanto tempo.

E c’è davvero tanto, tanto altro, compresi casi specifici in cui scompone i principali problemi creativi in passaggi pratici.

Considerazioni finali sul corso

Il lavoro di raccolta, filtro ed elaborazione dietro il corso è palpabile. Vedendo questi video piuttosto brevi e lineari, con un assetto minimalista, può trarre in inganno i meno esperti in merito a preparazione e produzione corsi, ma percepisco davvero un impegno notevole e i risultati si vedono. Ci avrei forse inserito qualche altro metodo, come l’OODA loop (sì, questa è deformazione professionale…), ma mi rendo conto che a una certa occorre tagliare, l’obiettivo non è riempire il corsista con ogni possibile tecnica. Forse sarei andato un po’ più matematico/quantitativo nella gestione di risorse (come il tempo), ma molto probabilmente esula dalle finalità del corso per un pubblico generalista, del resto son stati menzionati alcuni aspetti quantitativi quando ha parlato del DMAIC. Ulteriori dettagli, come ad esempio parlare del “percorso critico” o di quello più breve (nelle varie tecniche reticolari e di ricerca operativa) sarebbero stati troppo specifici, oltre al fatto che esiste già un altro corso di AdC (insieme a Mr. RIP) sul pensiero critico e sul processo decisionale – sì, consiglio anche quello, io stesso non avrei saputo scriverne uno migliore.

Per la gestione di gruppi di lavoro in settori “molto estesi”, continuano a valere gli aspetti giustamente citati da AdC per il lavoro in team, ma (e mi rendo conto sia un interesse molto di nicchia) forse avrei accennato un po’ di più a come gestire esperti di domini specifici, soprattutto in aspetti complessi, valutare team con intersezioni di profili “M-shape“, ma anche considerare aspetti a più livelli, quando qualcuno ha una visione di sistema, ma troppo astratta, mentre può aver bisogno poi di esperti per le fasi di implementazione, magari meno creativi, ma più pragmatici rispetto a chi invece vede “ad alta quota”, per riconoscere vincoli realizzativi di basso livello (es.: limiti per lo sviluppo di un singolo aspetto di un programma), oltre a quelli di alto livello (es.: costi totali, scalabilità), insieme al caso opposto, ossia di conoscere che esistono altre possibilità da poter esplorare (conoscenza su cui io e AdC non parleremo mai abbastanza, perché senza conoscenza la creatività serve a poco). Tra i casi pratici, avrei forse voluto vedere qualche caso-studio interessante di reverse engineering (detta in maniera spicciola: è come prendere una torta e cercare di capirne ingredienti e procedimento senza avere a disposizione la ricetta), ma è una tematica davvero troppo complessa che spesso richiede delle conosce tecniche avanzate nel settore specifico – per i nerd, quelli veri (non i poser), ma anche per chiunque si sia mai chiesto quali stregonerie informatico-elettroniche ci siano alla base della pirateria (da cui, ovviamente, mi dissocio – “for educational purpose only“), consiglio ad esempio la visione dei video sul canale “Bei vecchi giochi“, in cui mostrano l’eterna lotta tra tentativi di “piratare” i videogiochi e i sistemi per difenderne la proprietà intellettuale. La quintessenza della creatività messa su circuiti e codice!

Ecco, la sapevo, m’ha preso troppo entusiasmo e ho divagato troppo. Chiudo quindi questo articolo arzigogolato (ma che spero abbia fornito spunti e ispirazioni) dicendo che… sì, l’uomo dei corsi ha detto sì: il corso di AdC “Omnidea” è assolutamente valido e consigliato, con un prezzo che definisco conveniente anche a prezzo pieno (figuriamoci ora che è in sconto per qualche giorno), considerato che l’impegno e il tempo necessari per collezionare e filtrare quell’equivalente informativo (qualitativo e quantitativo) richiede decisamente molte molte più ore (direi giorni) rispetto alle 5h di corso già impacchettato e pronto. Buono studio e soprattutto buon esercizio della creatività!

Importante: il momento “Eureka” premia chi ha studiato lungamente e ha profuso i propri sforzi in teoria e pratica.
Immagine generata da me tramite sistemi di intelligenza artificiale generativa.

Riferimenti, opere citate e approfondimenti

Sempre per chi proprio è più ostinato di quel sardo di Padre Porcu e non vuole accettare l’eternamente valido consiglio di Biascica di chiudersi a riccio.

Libri

  • Flow, Mihaly Csikszentmihalyi, 1990
  • Man’s Search for Meaning, Viktor Frankl, 1946
  • Range: Why Generalists Triumph in a Specialized World, David Epstein, 2019
  • The Design of Everyday Things, Donald Norman, 1988 (meglio noto in italiano come “La caffettiera del masochista”)
  • The Art of Innovation, Tom Kelley e Jonathan Littman, 2001
  • Steal Like an Artist: 10 Things Nobody Told You About Being Creative, Austin Kleon, 2012
  • Deep work, Cal Newport, 2016
  • Getting Things Done, David Allen, 2001 (in merito ad aver sempre dietro un modo per scrivere appunti e poi gestirli)
  • Irresistible: the rise of Addictive Technology, Adam Alter, 2017
  • Digital Minimalism, Cal Newport, 2019
  • Stolen Focus: Why You Can’t Pay Attention – and How to Think Deeply Again, Johann Hari, 2022
  • The Great Mental Models, Shane Parrish, 2019 (per formarsi una buona base di modelli mentali da utilizzare per analogie in altri campi)
  • Atomic Habits, James Clear, 2018
  • Walking, Henry David Thoreau, 1851 (sul piacere e sull’importanza del passeggiare, attività importante per la creatività… non scherzo)
  • The Walk, Robert Walser, 1917 (come sopra)

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