Questo articolo nasce come “reaction” al video di Mr. RIP dal titolo “Sono (di nuovo) in Burnout! | Reaction a ilMasseo“. Prima di provare ad esporre in maniera potabile i pensieri derivanti dalla visione di quel video, una breve premessa: guardo tantissime (troppe) ore di Youtube, come è possibile vedere nei miei riassuntazzi mensili “WILL” (What I Love Learning), come il più recente nel momento in cui scrivo, ovverosia quello il WILL edizione giugno 2025 (e i video che riporto sono una brevissima parte di quelli che visiono), ma con queste impostazioni:

Quindi su di me non ha assolutamente effetto “l’algoritmo” (concetto che tornerà a brevissimo); potrei definirmi un “utente atipico”, che non alimenta il sistema di raccomandazione (non nel senso italiano, ma nel senso informatico di “sistema di raccomandazione“), quindi anche se quasi sicuramente vengo “profilato” ed inserito in diversi “cluster” in Google, tutto resta nel loro backend, dietro le quinte, dal mio lato non vedo nulla (del resto, tu mi dici che non c’è la mia cronologia, vero Google?). Ne consegue che la mia “home” è totalmente vuota, quindi accedo al sito direttamente sulla pagina delle “subscriptions”, che mi mostra i video dei canali che seguo, in ordine cronologico dal più recente; cerco attivamente (“intenzionalmente”, questa è la parola chiave) solo ciò che potrebbe davvero interessarmi, sia chiaro che questo comprende anche una quota non trascurabile di trash e nonsense, sì, ma sempre intenzionale: vado ad esempio a cercare di proposito i brainrot in stile “Bombardino Cocodrilo” o i video di “[abitanti di una certa regione] artificiali”, non mi compaiono gli shorts in maniera automatica spinti da spingitori di filmati di tendenza.
Ha senso il paragone tra due “creatori di contenuti”?
Ho visionato diversi filmati pubblicati da “il Masseo” – era un periodo in cui m’ero messo a esplorare gli youtuber italiani più famosi – quindi posso affermare con certezza che le similitudini tra Mr. RIP (che “reacta”/reagisce) e tale “content creator” sono le stesse che passano nel paragone tra lui che viaggia in un dato momento in treno, trovandosi casualmente in una certa carrozza insieme ad uno studente pendolare delle superiori, un’anziana ex-dipendente pubblica in pensione e un giovane disoccupato: utilizzano tutti lo stesso mezzo nello stesso periodo, ma non li accomuna molto altro (evito terminologia fuffosa di “psicologia dei gruppi”, chi vuole vada pure ad approfondire Lewin et al.). Non ne faccio una questione di “scala di valori” in cui l’intrattenimento effimero (reaction ad un reality televisivo per ragazzini oppure gameplay urlando bestemmie gratuite) può essere meglio/peggio rispetto a “ora vediamo perché una vita non esaminata non è degna d’essere streammata” (RIP, se leggi: questa frase la regalo al progetto), ma semplicemente di: non rimpiangere il tempo, le risorse e lo sforzo impiegati per le centinaia di ore di video, se quando le hai registrate eri felice/soddisfatto (equivalente del: l’avresti fatto lo stesso anche senza soldi e senza pubblico, magari anche solo per due persone che imparano qualcosa o che si fanno domande sulla vita?). Come si chiederebbe un GenZ: qual è il tuo impatto? Come si chiederebbe uno scout: stai lasciando il mondo un po’ migliore di come l’hai trovato? L’utente medio de IlMasseo magari ringrazia per il tempo trascorso facendosi due risate, per la parasocialità, un po’ come l’anziana sola a casa è grata all’ex deputato craxiano Gerry Scotti perché “quant’è bravo, lo seguo sempre in TV perché mi tiene tanta compagnia” (il confronto con la TV tornerà più tardi).
Quello che il Masseo non considera, oltre a incolpare “l’algoritmo” (manco fossimo in “Boris 4”), è che il pubblico cresce sia angraficamente, sia (si spera) in termini di gusti/interessi, quindi magari a ‘na certa chi seguiva “Bim Bum Bam” e “Solletico” poi si stufa e ci sono almeno due motivi per cui non riesci ad agganciare nuovo pubblico nella finestra (fissa) di età target:
1. loro (i nuovi adolescenti, di oggi) ti percepiscono come più distante (appari come Mr. Burns che fa il giovane);
2. fai molta più fatica tu a capire (e quindi ad esprimerti in maniera naturale con) il loro linguaggio e i loro gusti: se non ti innovi, rischi di fare la fine di Pierino (R.I.P. Alvaro Vitali), le cui gag vengono riviste quasi esclusivamente dai giovani di quei tempi, che quasi rimpiangono quel tipo di comicità (come si chiede Wesa in un suo video sulla nostalgia dei vecchi contenuti: erano davvero meglio, erano più belli? o eravamo belli noi?).
Rischi insomma lo stesso effetto di Bart Simpson nell’episodio del ragazzo “Non sono stato io!” o dei vari comici passeggeri coi loro tormentoni meteora. In tal caso, acchiappi quello che puoi battendo il ferro finchè e caldo, cerchi di vendere il best seller (a differenza del long-seller) e speri che l’integrale del picco (spike/delta) sia anche maggiore di quello di una rect lunga che non emerge molto dal rumore e che quindi viene “avvistata”/percepita solo da chi cerca intenzionalmente nello spettro, rispetto al ben visibile punto cospicuo nelle frequenze, ma che dura poco, perché poi ci sarà un altro picco di qualcun altro (sostituzione tra l’altro sempre più veloce, come è stato analizzato osservando ad esempio la persistenza di meme e fenomeni virtuali e non, ancora prima della copiosa generazione di monnezza tramite AI – a chi fosse completamente a digiuno di “cultura di Internet”, suggerisco ad esempio i video de “La sedia a due gambe“). Puoi cercare di essere un cantautore che ha qualcosa di interessante da dire per tantissimi album per decenni oppure tentare la parabola di Fabio Rovazzi.
Incessantismo e personaggismo
Se si è spinti a “fa(h)re per fermare il declino” (cit. da Mr. RIP), perché si teme anche solo un -10% rispetto al picco all-time-high, un conto è essere Leonardo Da Vinci e continuare a fare le sue cose anche quando i Mecenate iniziano a filarselo meno, un altro è essere il buffone per strada che continua a far cose che magari sulle prime lo divertono anche, ma che perde motivazione (estrinseca) quando il pubblico se ne va, perché arriva un buffone più divertente di lui (oh, se il Masseo legge questo articolo: ripeto che non ne faccio una questione etico/morale valutativa in una scala di contenuti). Questi youtuber sono più o meno l’equivalente di molti personaggi televisivi “famosi in quanto famosi”, con la differenza che non hanno un’enorme macchina dietro (pro e contro: il contratto con il produttore in TV ha un certo compenso, ma devi ben restare nei paletti, in cambio – se sai muoverti – cercano nel possibile di farti continuare la carriera, anche in un momento in cui cala un po’ il gradimento del pubblico, se non sgravi troppo e non ti casellantizzi eccessivamente), quindi sei “imprenditore di te stesso” e devi essere tu in maniera martellante a urlare di continuo “guardami, guardami!” (nella variante a volte quasi grottesca del personaggismo) e pubblicare frequentemente video nell’incessantismo del “hey, hey, ci sono ancora” (come dover produrre e mostrare di continuo il “certificato di esistenza in vita”), pena finire nel dimenticatoio.
Come canta Max Gazzé ne “I forzati dell’immagine“: “Non ve ne andate restate incollati a quel televisore / che la vita di fuori non vale lo sforzo di uscire dal portone. / Siamo l’esercito dei disperati / i nuovi forzati dell’immagine / dateci i soldi ed avrete l’eternità. / Siamo persone un po’ sotto la media / viviamo di invidie e di banalità / ma dateci i soldi e tutto si aggiusterà”.
Confrontare quindi uno youtber/streamer che mostra reaction al trash del momento e gameplay e uno youtuber/streamer che cerca di andare profondo nell’esplorazione di diverse tematiche avvalendosi possibilmente di strumenti di pensiero critico è un po’ come valutare le presenze televisive di Miss Italia e di un esperto (di un qualsivoglia settore): nel primo caso, sai di essere al picco e devi sfruttare tutto il possibile in una pressante battaglia contro il tempo: calendari, ospitate (come nella parodia in cui Caterina Guzzanti racconta il denso calendario di eventi della miss, dal firmare autografi in un centro commerciale a fare la madrina delle sagre di paese), perché molto probabilmente può solo scendere di popolarità; nei casi migliori, la reginetta di bellezza, mentre inesorabilmente il tempo mostra gli effetti sul suo corpo (e sapendo che dovrà cedere lo scettro ad un’altra l’anno successivo), può provare a sfruttare il trampolino mediatico per proporsi come attrice o come personaggio TV. L’esperto, invece, che non potrà competere nel rubare attenzione in un eventuale compresenza insieme alla miss durante un programma televisivo (come in una gag di Lillo e Greg in 610, ma anche come Corrado Guzzanti che sequestra l’ospite culturale di Serena Dandini in “Pippo Chennedy Show”), ha il potenziale non solo di non degradarsi/scomparire nel tempo, ma addirittura per acquisire conoscenza e far qualcosa di utile: magari non sarà famoso in TV, non farà record di ascolti, non venderà milioni di copie di libri, ma potrà essere in qualche modo rilevante per la ricerca, l’applicazione o la divulgazione di concetti importanti.
Le metriche
I dati spesso sono solo “cosmetica”, ostentabili secondo la Goodhart’s law per attirare sponsor e facilitare collaborazioni con personaggi “grossi” che potrebbero essere semplicemente interessati a quanti spettatori e visualizzazioni hai, ma non raccontano nulla nè del contenuto, nè dell’impatto “qualitativo” sugli spettatori (impatto che può essere positivo, neutro, ma anche negativo, sia per la promozione di comportamenti pericolosi come nel caso di fuffaguru, disinformatori, misinformatori, odiatori e cazzari, sia per il solo fatto di far perder tempo in brainrot e doomscrolling che sottraggono tempo ed energia ad attività più proficue, riposo incluso).
Vero è che, proprio come l’audience dei media tradizionali, coi numeri ci campi:
– in maniera diretta: pubblicità che le piattaforme inseriscono prima/dopo e in alcuni punti del video, equivalente degli intervalli pubblicitari (“consigli per gli acquisti”, soleva dire Maurizio Costanzo), ma anche con sponsor raccontati dal testimonial/influencer, esattamente come nei messaggi promozionali durante le trasmissioni (sagacemente parodizzate in “Pippo Chennedy Show” negli sketch di Corrado Guzzanti sulla TV del dolore) ,senza contare la pubblicità occulta;
– in maniera indiretta: essere famosi permette di lucrare anche come second’ordine, ad esempio monetizzando l’audience, convertendola/dirottandola verso propri beni e servizi, come il classico libro in cui il personaggio spesso ci mette solo la faccia, davanti ad un ghost writer (o un’AI generativa) che ci scrive roba a caso e qualche breve aneddoto sull’influencer, tanto il fan lo compra a prescindere.
Quanto dicono le metriche in merito alla “qualità”? Non solo non c’è diretta correlazione, ma anzi potrei direi che spesso la correlazione potrebbe essere negativa: sapere che un certo programma è “andato bene”, spesso mi lascia presagire che sia monnezza. C’è chi ha provato a criticare il fenomeno, ma poi si è arreso, come ad esempio Alessandro Cecchi Paone che prima critica il “Grande Fratello” premiato ai Telegatti 2001, ma poi partecipa lui stesso ad un reality.

Accettare di essere sul viale del tramonto
La realtà semplice ed incontrovertibile è che non solo non è possibile crescere all’infinito (banalmente perché anche se uno fosse l’unico emittente televisivo, la domanda raggiunge fisiologicamente un limite, se non altro per il numero di utenti, inteso proprio come numero di persone fisiche “convertibili” in spettatori), ma non è proprio possibile rimanere sulla cresta dell’onda in eterno. L’importante è accettarlo e decidere tra possibili strade, tra cui (per fare un parallelo con la musica): semplicemente sparire come la cantante Mina (ma di esempi ce ne sono tanti, soprattutto di gruppi che si sciolgono), cambiare genere musicale (sia perché cambiano le mode sia perché non si è più in grado di performare come prima) oppure cercare disperatamente di mungere soldi in concerti in maniera pietosa (quando forse sarebbe meglio capire quanndo smettere e lasciare un buon ricordo di sè).
Si possono sempre cercare altre strade, soprattutto da senior: si può fare da mentore per i giovani, come il classico esempio dello sportivo che, se studia e si applica allargando il suo campo, può diventare un ottimo allenatore. O cambiare del tutto, come Schwarzenegger, che ha vissuto una gloriosa parentesi da attore tra quella di culturista e quella da politico. O come Bill Gates che, dopo aver fondato un impero informatico, non passa più le giornate a scrivere codice, nè ad occuparsi dell’azienda, ma cerca di lasciare un impatto trasversale anche maggiore (non sto qui a giudicare il concetto di “effective altruism”, troppo complesso).
Il punto è accettare (non nel senso di “rassegnarsi”) tranquillamente che non possiamo avere controllo su tutto, sul mondo esterno, ma abbiamo quasi pieno controllo su quello che possiamo fare, che sia in linea con i nostri valori e, possibilmente, con ciò che ci piace fare. Solo così, a prescindere dal risultato, si può minimizzare la dissonanza cognitiva ed è possibile guardarsi allo specchio e guardare il proprio passato con soddisfazione o almeno sapendo di non aver tradito se stessi, nè di aver solo cercato di piacere agli altri.
Buona attività coerente con i propri ideali.

capolavoro di post. vorrei sostituire tutto il mio consumo video con post come questi.
ottima comunque la strategia della cronologia, peccato che google la riattivi in automatico dopo tot tempo.
Un’altra Internet è possibile! (cit. adatt.). Anche se si rischia di essere tacciati di luddismo reazionario, si può provare un approccio in stile “Slow media manifesto”, che trovi accennato nell’articolo: https://differentglasses.com/7-best-ideas-by-cal-newport/
Per la riattivazione automatica non saprei, sono anni che la mantengo disabilitata e resta tale.