Il titolo sui generis si riferisce alla denominazione della “specializzazione” di alcune scuole superiori: ad esempio, un istituto tecnico industriale può avere diversi indirizzi (es.: “elettronica ed elettrotecnica”), che a loro volta si ramificano in articolazioni (dall’esempio precedente, le due articolazioni “elettronica” e “elettrotecnica”, che possono avere materie in comune). Mi chiedo se siano “mobili” non con riferimento ai dispositivi elettronici mobili, ma nel senso di variabili/adattabili nel tempo. Una delle grandi sfide per la scuola oggi è, sul serio, stare al passo con i sempre più rapidi e pervasivi cambiamenti. Non si tratta semplicemente di aggiornare il singolo capitolo di un libro perché si è passati da un certo standard tecnologico ad un altro, perché spesso si tratta proprio di cambi di paradigma, di stravolgimenti dirompenti (“disruptive” per chi vuol giocare al markettaro milanese imbruttito) che richiedono un notevole sforzo a diversi livelli: dai responsabili dei programmi ministeriali al singolo docente che deve ovviamente aggiornarsi, nei contenuti ma anche nei mezzi (mi chiedo quanti docenti si rifiutino luddisticamente di utilizzare supporti tecnologici come la “LIM”, insistendo magari con i loro lucidi da proiettare). Voglio però essere moderatamente ottimista e pensare che una buona parte degli insegnanti abbia voglia e capacità di aggiornarsi (potrei parzialmente giustificare solo chi davvero, anche nella vita personale, si rifiuta categoricamente di utilizzare smartphone e social network – benché quando il lavoro chiede di aggiornarsi occorre aggiornarsi, si spera con dei corsi di formazione gratuiti in orario di lavoro – ma gli altri non hanno scuse, non è che per i fatti propri si è degli smanettoni incalliti, ma per il lavoro si diventa improvvisamente legati al secolo scorso).
Questo articolo, scritto di getto in stile “reazione immediata leggendo un documento”, è la prima di due parti: qui verifico la parte più ad alto livello, la vision, la direzione e gli obiettivi prefissati dal “ministero dell’istruzione e… del merito (?)” (credo sia questa la dicitura corretta, punteggiatura compresa). Un po’ come la gag nel programma radiofonico “610” di Lillo e Greg, in cui un politico presentava il suo partito “Ma quanto è bella l’Italia?”, con punto interrogativo incluso. La mia provocazione nasce dal fatto che un ministero “del merito” dovrebbe dare l’esempio a partire da politici, dirigenti, funzionari e docenti, prima che provare ad applicarlo agli studenti. E di quale merito stiamo parlando visto il requisito per “gli scatti” stipendiali e per l’eventuale carriera di un docente non è un solido sistema di valutazione (da parte di studenti, colleghi e superiori, includendo “indicatori di performance” oggettivi come il livello di preparazione degli studenti, consapevole che comunque non è un risultato totalmente dipendente dal docente): il parametro utilizzato è semplicemente l’anzianità di carriera. Accade così che un mio amico, che si sbatte anche nel tempo libero per fare in modo che i suoi alunni siano costantemente motivati e messi nelle migliori condizioni per affrontare con successo l’anno scolastico (e prevedendo persino degli “extra” per i più capaci, che così possono essere portati anche a svolgere competizioni tra i migliori – non mi scuso con i sinistroidi per le parolacce che ho scritto, anzi le ripeto: “competizioni tra i migliori”) percepisca una minore remunerazione rispetto ad un altro mio amico che (sua confessione) durante la “didattica a distanza” in piena pandemia si alzava dal letto cinque minuti prima di far lezione, con ancora la sarrigna e il pattagaserru, collegato in video indossando il pantalone del pigiama, senza rivedere materiale didattico da anni e senza chiedere nulla di più che la semplice ripetizione di nozioni imparate a memoria: nel secondo caso, è un docente anagraficamente più vecchio che ha iniziato cronologicamente prima ad insegnare, quindi ha accumulato più anzianità. Dan Ariely ci ricorderebbe che gli insegnanti, un po’ come vigili del fuoco, militari e forze dell’ordine, si accontentano di un salario più basso rispetto a quello che potrebbero ottenere a parità di impegno in altre professioni “meno rivolte al servizio della società”, solo che questo sistema comunista non è solo deprimente per gli insegnanti capaci che si impegnano, ma attira principalmente chi non ha molta voglia di fare perché tanto (come appunto avviene in regimi comunisti) o ce la metti tutta o ti gratti la pancia tutto il tempo… la ricompensa (in termini economici e di carriera) è la stessa. Fine lamentela sul (non) merito, ma di osservazioni sul sistema italiano ne avrei eccome, a partire dall’approccio anti-scientifico (proprio nel senso di “contro la scienza”) ed anti-matematico che tende a denigrare gli istituti tecnici, visti da una certa discutibile élite (de che? la crème de la crème… marrone, ma non è cioccolato) come scuole di serie B dove ci vanno gli “operai” (curioso come questa parola sia spesso pronunciata con disprezzo soprattutto da una certa parte politica che sulla carta è quella al fianco del popolo proletario); “ringraziamo” anche personaggi del calibro di Benedetto Croce, idolatrato da una folla di stolti, che scrisse: “Gli uomini di scienza […] sono l’incarnazione della barbarie mentale, proveniente dalla sostituzione degli schemi ai concetti, dei mucchietti di notizie all’organismo filosofico-storico” e “I nuovi congegni [della logica matematica] sono stati offerti sul mercato: e tutti, sempre, li hanno stimati troppo costosi e complicati, cosicché non sono finora entrati né punto né poco nell’uso. Vi entreranno nell’avvenire? La cosa non sembra probabile e, ad ogni modo, è fuori della competenza della filosofia e appartiene a quella della pratica riuscita: da raccomandarsi, se mai, ai commessi viaggiatori che persuadano dell’utilità della nuova merce e le acquistino clienti e mercati”.
Prima ancora della laurea magistrale in ingegneria e della mia lunga esperienza da ufficiale e specialista, rivendico il mio titolo di studio e soprattutto la mia formazione da perito capotecnico informatico, che ha contribuito a forgiarmi come persona, oltre che come tecnico. Auspico una sempre maggiore affluenza verso gli istituti tecnici e professionali – invito anche a leggere l’articolo del Prof. Michele Boldrin, “Aboliamo il classico“. Chi non trova bellezza nella matematica e non capisce che il mondo si può interpretare meglio comprendendo la scienza e la tecnica… molto probabilmente difetta di pezzi per un pieno Dasein e non sta vivendo una vita degna d’essere vissuta (cit. adatt., tra l’altro molto più probabile che un tecnico legga letteratura, filosofia e scienze molli, rispetto a trovare un umanista che si appassioni a scienza e matematica a livelli decenti). Chi è pronto a darmi del gretto calcolatore ignorante (nel senso letterale di “che ignora” la cultura classica e che non legge nulla che non afferisca e scienza e tecnologia) può leggere l’elenco dei corsi che ho completato ultimamente con certificazione (ad esempio in MOOC: the cheap (or even free!) yet powerful and stimulating way to learn) o del materiale (libri e non solo) che consumo ogni mese, ad esempio qui il resoconto del mese scorso, che è stato uno dei più “scarichi”: WILL (What I Love Learning) – 2025.05.
La chiudo qui, iniziamo a leggere il documento – che nel caso specifico ho trovato caricato sul sito del ministero di cui sopra: https://unica.istruzione.gov.it/cercalatuascuola/render/document/BGTF010003;jsessionid=JQ3P0Cp-y+jtrQDSeYZI8ePg.mvlas008_2?prgDoc=1&codTipFil=2&disp=attach. Nota: il documento potrebbe non essere aggiornato e non riflettere la situazione recente di molti istituti analoghi.
Dal particolare al generale
L’approccio che utilizzo è di tipo bottom up: parto dal caso specifico di un tipo di istituto tecnico a me molto caro per eventualmente interrogarmi a più alto livello se lo scopo finale sia “adatto”, se un diplomato sia effettivamente pronto ad affrontare quello che c’è dopo la scuola (che sia università, lavoro o altro). Prendo quindi un istituto tecnico Dalla parte introduttiva:
“Il riferimento ai processi produttivi riflette, in tutti i percorsi del settore, la dinamicità propria dei contesti, con l’introduzione graduale alle
tematiche dell’innovazione tecnologica e del trasferimento dei saperi dalla ricerca alla produzione”.
Qui sono totalmente d’accordo, per diversi motivi:
- I contesti sono dinamici sia presi singolarmente, sia in relazione ad altri settori, quindi in tal modo andrebbero affrontati: iniziare focalizzandosi sulle basi, che cambiano molto lentamente – ad esempio, il modello di trasmissione dell’informazione secondo Shannon e Weaver resta quello dal 1949, ciò che cambia molto più velocemente sono i dettagli implementativi: che si tratti di un tubo, di un doppino telefonico o di comunicazioni laser nello spazio, il concetto di canale resta lo stesso; la specificità si può puoi affrontare ed adattare man mano serve, ad un livello di dettaglio che tiene ovviamente conto del limite temporale del percorso di studi).
- L’innovazione graduale all’innovazione tecnologica, contrariamente a quanto pensano in molti, è assolutamente sensata (se fatta bene): spesso l’innovazione viene costruita a strati successivi, salvo alcuni casi in cui un intero sistema o modo di fare viene abbandonato (molte volte neppure del tutto, sia per motivi di “legacy”/retrocompatibilità, sia perché in alcuni casi particolari un vecchio sistema si dimostra affidabile e più robusto in condizioni critiche: penso che ci sentiamo più sicuri se il pilota di un aereo sappia utilizzare comandi manuali anche su aerei in cui l’autopilota normalmente funziona bene). Quindi trovo del tutto corretto (ancora: se fatto bene) imparare prima i metodi più manuali e a basso livello, per poi spostarsi verso metodi innovativi, altrimenti si rischia di non capire davvero come funzioni qualcosa a livello più basso, proprio come mi auguro che un medico sappia effettuare un massaggio cardiaco (sapendo a cosa serve) e di misurare il battito cardiaco dal polso, anche se in condizioni ottimali esistono macchinari avanzati che permettono di tenere tutto sotto controllo monitorando diversi parametri.
- Trasferimento dalla ricerca alla produzione: qui sono quasi commosso, leggere che in una scuola superiore si tenda (almeno concettualmente) a passare agli studenti il concetto che il loro sapere può essere usato per la ricerca e poi messo in pratica in produzione. Magari si insegna davvero a ragionare, ad esplorare, a sviluppare pensiero critico e processo decisionale, anziché pretendere la memorizzazione nella tradizione italica del mero nozionismo.
“[…] orientano alla visione sistemica delle filiere produttive e dei relativi segmenti; viene così facilitata anche l’acquisizione di competenze imprenditoriali, che attengono alla gestione dei progetti, alla gestione di processi produttivi correlati a funzioni aziendali, all’applicazione delle normative nazionali e comunitarie […]”
Anche qui, totalmente d’accordo: il compito di un istituto tecnico (a differenza dei licei che tendono a produrre una via di mezzo tra un Luigio Guastardo della Radica e un “compagno” intellettualoide frustrato interpretato da Silvio Orlando) è quello di preparare, ça va sans dire, i futuri tecnici, persone competenti che ragionano in termini concreti (senza filosofeggiare di aria fritta), pronte all’impiego strictu sensu, ossia ad essere impiegate in senso pratico con cognizione di causa, consapevoli del contesto nazionale ed internazionale. Non si tratta, come molti pseudointellettuali invidiosi vorrebbero far credere, di “schiavi del capitalismo” pronti ad essere inseriti come inerti ruote di grandi ingranaggi nell’enorme macchina produttiva (e già, che schifo fare cose utili al sistema anche per il progresso e il benessere della collettività, anziché gingillarsi scimmiottando componimenti in lingue morte), bensì di persone adeguatamente formate che possono ricoprire diversi incarichi nonché creare nuove realtà lavorative innovative (e che, se proprio vogliono, possono dedicarsi ai piaceri umanistici grazie al tempo libero e alla pecunia che lavori di qualità forniscono).
“Il primo biennio si colloca in un rapporto di collegamento tra la Scuola Secondaria Inferiore ed il Triennio della Secondaria Superiore […] Nel secondo biennio e il quinto anno, gli aspetti scientifici, tecnologici e tecnici sviluppati dalle discipline d’indirizzo, assumono le connotazioni specifiche relative al settore di riferimento in una dimensione politecnica […] L’adozione di metodologie condivise, l’evidenziazione del comune metodo scientifico di riferimento, l’attenzione ai modelli e ai linguaggi specifici, il ricorso al laboratorio come spazio elettivo per condurre esperienze di individuazione e risoluzione di problemi, contribuiscono a far cogliere la concreta interdipendenza tra scienza, tecnologia e tecniche operative in un quadro unitario della conoscenza”.
- Sulla parte del bienno a grandi linee sono d’accordo, anche se mi riservo di vedere l’implementazione: se ad esempio nella materia “storia” siamo ancora al solito livello in cui vengono ripetuti i fatterelli storici già visti alle elementari e alle medie, anche no; mi aspetto che le tematiche nelle materie del biennio vengano affrontate da un punto di vista maturo ed interessante, più che sull’imparare a memoria ulteriori dettagli, nomi e date.
- Il laboratorio è il punto di forza dell’istituto tecnico: dopo aver studiato per bene la teoria, il vedere praticamente come funzionano le cose, soffermarsi sui dettagli per capire cosa accade, capendone il motivo avendolo studiato in classe. Davvero difficile spiegare, a chi non ha mai vissuto quest’esperienza, cosa si prova quando si mette mano su un sistema e si vedono (ancora meglio dopo aver modificato o creato ex novo). Il senso di soddisfazione provato compilando i miei primi programmi in C++ o eseguendo linee di Assembly Z80 e 8086… è qualcosa che ancora porto con me e che si ripresenta, in misura diversa, quando sperimento ancora adesso qualcosa di nuovo. Provo un po’ di tristezza per coloro i quali non assaporeranno mai la fatica (e le imprecazioni) di analizzare un problema in informatica (ma anche in elettronica, meccanica o chimica, anche se il livello d’astrazione è diverso) e l’immensa gioia di risolverlo, soprattutto quando si tratta di problemi derivanti dal “mondo reale”, non esercizi puramente didattici.
Gli obiettivi
Dopo questa descrizione ad alto livello della “missione” e del modus operandi, vediamo quali sono nel concreto i punti principali che descrivono la figura che dovrebbe uscire al termine di questi 4+1 anni di studio. Anche in tal caso, mi focalizzo sul caso specifico: articolazione informatica (dall’indirizzo “informatica e telecomunicazioni”).
L’indirizzo “Informatica e Telecomunicazioni” integra competenze scientifiche e tecnologiche nel campo dei sistemi informatici, della
elaborazione delle informazioni, delle applicazioni e tecnologie Web, delle reti e degli apparati di comunicazione.
Breve, essenziale, chiaro. Per essere un documento (di una scuola) scaricato da un sito governativo italiano, chapeau. Il fu ministro della funzione pubblica, Franco Frattini (R.I.P.), sarebbe contento di cotanta efficacia (ho adorato la sua direttiva 8 maggio 2002, che inizia con “Il Ministro della funzione pubblica desidera, con questa direttiva, contribuire alla semplificazione del linguaggio usato dalle amministrazioni pubbliche per la redazione dei loro testi scritti”). Siamo comunque ancora ad una “quota” alta, vediamo nel dettaglio in cosa si sostanziano queste competenze scientifiche e tecnologiche, che nello specifico dell’articolazione:
“Informatica”, che approfondisce l’analisi, la comparazione e la progettazione di dispositivi e strumenti informatici e lo sviluppo delle applicazioni informatiche
Viene presentato in maniera chiara e sintetica il “profilo” (nota: è segnato un elenco puntato, ma lo trasformo in elenco numerato per semplicità nel commentarlo successivamente):
Il Perito in Informatica e Telecomunicazioni:
- ha competenze specifiche nel campo dei sistemi informatici, dell’elaborazione dell’informazione, delle applicazioni e tecnologie Web, delle reti e degli apparati di comunicazione;
- ha competenze e conoscenze che, a seconda delle declinazioni che le singole scuole vorranno approfondire, si rivolgono all’analisi, progettazione, installazione e gestione di sistemi informatici, basi di dati, reti di sistemi di elaborazione, sistemi multimediali e apparati di trasmissione dei segnali;
- ha competenze orientate alla gestione del ciclo di vita delle applicazioni che, sempre a seconda della declinazione che le singole scuole vorranno approfondire, possono rivolgersi al software: gestionale – orientato ai servizi – per i sistemi dedicati “incorporati”;
- esprime le proprie competenze nella gestione di progetti, operando nel quadro di normative nazionali e internazionali, concernenti la sicurezza in tutte le sue accezioni e la protezione delle informazioni (“privacy”);
- è in grado di esprimere le proprie competenze, nell’ambito delle normative vigenti, ai fini della sicurezza sul lavoro e della tutela ambientale e di intervenire nel miglioramento della qualità dei prodotti e nell’organizzazione produttiva delle imprese;
- esprime le proprie competenze nella pianificazione delle attività di produzione dei sistemi, dove applica capacità di comunicare e interagire efficacemente, sia nella forma scritta che orale;
- nell’analisi e realizzazione delle soluzioni ha un approccio razionale, concettuale e analitico, orientato al raggiungimento dell’obiettivo, che esercita in contesti di lavoro caratterizzati prevalentemente da una gestione in team;
- possiede un’elevata conoscenza dell’inglese tecnico specifico del settore per interloquire in un ambito professionale caratterizzato da forte internazionalizzazione; utilizza e redige manuali d’uso.
I primi due punti mi lasciano intendere che c’è un buon margine discrezionale, il che però porta alla grande questione: quanto competenti e volenterosi sono i singoli docenti e il coordinatore di una singola scuola? Essendo settori incredibilmente vasti (a differenza di quanto possa pensare un “laico” a digiuno di informatica, ogni singolo aspetto porta apre la possibilità a diversi mondi da esplorare), c’è il rischio che, per fare un esempio, una classe possa passare mesi ad approfondire un singolo elemento dell’architettura di Von Neumann, mentre un’altra si sbilanci totalmente verso protocolli di trasmissione tra elaboratori. In questo modo, non c’è uniformità nel peso degli argomenti trattati, quindi occorre piena fiducia neii propri docenti, che siano in grado di guidare i discenti in un’equilibrata trattazione delle tematiche. Mi fa comunque un po’ sorridere leggere ancora la parola “multimediali” che, per quanto corretta, insieme a “telematici”, riporta con la mente a decenni fa, quando audio e video erano elementi quasi “futuristici” su un PC.
Per il punto 3, ottima la gestione del ciclo di vita del software, sia perché permette una visione ad alto livello (il perito informatico non è una scimmia ammaestrata che si limita a scribacchiare linee di codice, ma una persona senziente che ha cognizione del contesto in cui opera), sia perché nel “mondo reale” ci si può trovare facilmente a lavorare in gruppi con diverse metodologie: non credo sia fondamentale insegnare Kanban, Agile, Waterfall e tutta quella roba che fa emozionare i gestionali, ma di certo sapere che un’applicazione va gestita in qualche modo aiuta.
Il punto 4 fondamentale, spero che i docenti trovino anche il modo di andare un po’ oltre ed almeno accennare ad importanti questioni sollevate ad esempio da Cathy O’Neil in “Weapons of Math Destruction” (soprattutto ora che vengono implementati massivamente sistemi di “intelligenza artificiale”), oltre che ovviamente da Edrward Snowden; sulla sicurezza delle informazioni potrei scriverne per settimane, quello che spero è che vengano trasmesse almeno le basi per la triade CIA (non l’agenzia statunitense, ma “confidenzialità, integrità e disponibilità” dei dati), oltre ad esempi pratici su crittografia a chiave pubblica e privata, ma anche un accenno alla sicurezza dei sistemi, “lato blu” (difesa) e “lato rosso” (attacco); di esperti di sicurezza, per dirla come il profeta di Quelo, “c’è grosso bisogno di qualcuno che sa veramente bene”.
Sul punto 5, giusto trattare le due tematiche a contorno, ma spero che sia solo una veloce chiacchierata, sia perché le normative cambiano, sia perché non è argomento centrale per la maggior parte dei periti informatici (può essere forse più rilevante per quei pochi che si troveranno a fare ad esempio installazione e manutenzione in luoghi con particolari rischi, che comunque approfondiranno in seguito). Spero di non esser travisato: nella mia vita precedente ero ancque qualificato RSPP e ho ricoperto diversi incarichi in tal senso, a livello dirigenziale ma anche tecnico, quindi so benissimo di cosa si sta parlando, ma semplicemente sulla sicurezza sui luoghi di lavoro poi si viene formati dal datore di lavoro, per legge, quindi non mi aspetto che a lezione si vada troppo nel dettaglio.
Il punto 6 mi sta particolarmente a cuore: un bravo tecnico è anche un comunicatore, anzi, direi IL comunicatore che, a differenza dei vari laureati in fuffa comunicativa, ha un vero messaggio da trasmettere, quindi imprescindibile sapere essere anche un “trasduttore”, una specie di “interfaccia uomo-macchina” nel senso di saper “tradurre” (da se stesso, dal cliente o dai propri superiori) dall’umano al sistema e viceversa; non si tratta solo del “rendere potabile” il linguaggio della macchina a chi non ne capisce, ma di comunicare efficacemente nei propri progetti. Il buon comunicatore non è quello che “spalma sopra un bel giretto di parole vuote ma doppiate” (cit. Samuele Bersani), sparando un pomposo linguaggio aulico ricco di lemmi desueti per impressionare gli astanti (sognando qualcuno che risponda: “oh dottore, come parla bene!”); il vero buon comunicatore è chi riesce a parlare e scrivere in maniera strutturata e chiara (ovviamente con un registro e un insieme di dettagli che variano a seconda dei contesti), perché il fine ultimo è capire e farsi capire nel modo più efficiente possibile – ricordo la mia prima volta da solo all’estero, quanto mi hanno colpito le comunicazioni d’emergenza affisse sulla porta dei locali, brevi e chiarissime, rispetto a quell’enorme roba nonsense a caratteri microscopici che si trova negli edifici italici “ai sensi della legge tal dei tali…” che purtroppo le fiamme non ti danno il tempo di finire di leggere e di capire. Ovviamente mi aspetto che queste capacità vengano perfezionate in sinergia con i docenti di italiano che, oltre a far conoscere le varie correnti e opere letterarie, dovrebbero avere l’importante compito di aiutare gli studenti a interpretare correttamente diverse tipologie di testi e ad esprimersi in diversi modi, tra cui chiaramente documenti tecnici e report rivolti a propri pari ma anche ad un pubblico generalista; spero muoia presto il luogo comune che vede la falsa dicotomia (sempre grazie a quel modo di pensare alla Benedetto Croce) tra persone brave con la tecnica e persone brave a scrivere, giacchè le due competenze non sono mutuamente esclusive.
Il punto 7 spero non abbia bisogno di commenti, penso sia proprio il perfetto riassunto della differenza che passa tra un esecutore col cervello spento (o, ancora peggio, un volenteroso stupido e caotico) e un tecnico come si deve. Il sapere analizzare una situazione, scomporre un problema complesso in sottoproblemi gestibili (divide et impera, direbbe qualcuno), avere una visione di sistema… non s’insegna mai abbastanza, per non parlare dell’importanza della preparazione: come dovrebbero sapere anche i muri, se hai N ore a disposizione, può essere il caso di usarne N/2 per “affilare l’accetta” prima di passare a tagliare la legna. I miei collaboratori (ma anche colleghi e superiori) sanno quanto tengo particolarmente alla metodicità, alla replicabilità delle procedure e a tutto il resto: in ambiti NATO (e non solo) è tutto raccolto in pubblicazioni e in schede con informazioni precise disposte gerarchicamente, con “procedure operative standard” che, in gergo, dicevamo “a prova di cuoco”: non perché chi lavora nella cucina della base sia stupido, ma per indicare che anche una persona totalmente avulsa dal contesto tecnico possa essere in grado di leggere velocemente le istruzioni ed eseguirle senza problemi nè incertezza anche su apparati complessi, perché tutto è riportato in maniera fedele all’ambiente rappresentato e ogni possibile casistica è descritta (es.: in caso di allarme, se quando premi il bottone X si accende la spia Y, vai al paragrafo A.B.C). E, collegato al punto precedente, si dovrebbe imparare già da studenti l’importanza di documentare, oltre a disseminare il codice di commenti: per avere un’idea di cosa siano i commenti, qui è disponibile il codice che Bill Gates ha rilasciato in occasione dei 50 anni di Microsoft (da questo secondo link tra l’altro potete leggere come anche lui abbia scritto espressamente: “Paul and I decided to divide and conquer“, esattamente il punto di questo punto 7, perdonate il bisticcio di parole).
Sul punto 8 credo non ci sia assolutamente nulla da dire, se non: l’inglese (tecnico e non solo) non è neppure da inserire tra le “competenze”, per me è da considerarsi allas tregua della capacità di comunicare in lingua italiana. Anche estendendo a campi ben lontani dall’informatica, il rapporto di libri e corsi in lingua inglese che consumo rispetto a quelli in lingua italiana è di oltre 100:1. A prescindere dal desiderio di andare all’estero o di lavorare con colleghi di altre nazioni, la conoscenza dell’inglese è un requisito imprenscindibile se non si vuole semplicemente sopravvivere come tecnici (e persone) mediocri. Per approfondire l’argomento, rimando al mio articolo Imparare una nuova lingua.
Le ore
No, non è un riferimento ad un giornale di un certo tipo che si usava ai tempi in cui non esistevano siti Internet per adulti. Mi riferisco ad una rapidissimo commento sulle ore di lezione allocate alle singole discipline, riportate sempre sul documento che ho menzionato ad inizio articolo.
Bene per tutti e 5 gli anni le 4 ore di italiano, le 2 di storia e le 3 di inglese (sperando non sia ancora troppo incentrato sulla letteratura e soprattutto che sia insegnato in maniera decente, non come “ai miei tempi”, in cui devo solo ringraziare la mia passione per rock e metal, dai cui testi ho imparato il grosso dell’inglese, insieme a qualche contenuto tecnico trovato in giro). Sono un po’ deluso da matematica: solo 4h al biennio che scendono a 3h al triennio: a meno che non siano riusciti ad ottimizzare le verifiche, dubito seriamente si possa studiare come si deve con un numero così basso, senza sovraccaricare eventualmente di compiti a casa (dovrei comunque vedere se si arriva sempre, come una volta, all’equivalente del programma di “Analisi I” e buona parte di “Analisi II”). Diritto ed economia 2h settimanali al biennio, 2h di scienze della terra e biologia, 3 ciascuna per fisica, chimica, disegno tecnico (di cui 1h ciascuna in laboratorio); 3 ore di tecnologie informatiche (2 di laboratorio, sarei curioso di vedere cosa) al primo anno che vengono sostituite al secondo anno da 3 ore di scienze e tecnologie applicate (senza laboratorio).
Sei ore di informatica al trienno, che compare insieme ad altre materie come telecomunicazioni, sistemi e reti, sistemi informatici e telecomunicazioni, gestione progetto e organizzazione di impresa e infine un numericamente irrilevante “complementi di matematica” (mi sfugge il perché sia separato da matematica).
Grandi assenti: probabilità, statistica e ricerca operativa (parti distinte di una stessa materia), ma anche elettronica. Non mi capacito di come possano mancare questi tasselli fondamentali, ma forse alcuni concetti precipui di queste discipline vengono affrontati nei programmi delle altre materie, almeno così spero.
Le 2h di educazione fisica potevano forse avere un senso durante il secondo dopoguerra, comunque sono rimaste. L’ora di “religione cattolica”: ogni volta mi stupisco di come tutti gli utili idioti che si proclamano antifascisti (qui la faccenda è lunga da spiegare, ho un lungo articolo in bozza – per evitare di essere frainteso: mi fanno schifo in egual misura i fasci neri e le zecche rosse, passando anche dagli anarco-cose e da tanti altri schieramenti ideologici) non protestino per una delle eredità fasciste più odiose, che si materializza anche in questo legame tra lo stato (laico?) e la chiesa; è stata introdotta dal regime concordatario voluto da Benito nel 1929 e riconfermato da Bettino nel 1984, evidentemente a molti sta ancora bene così; quanto sarebbe bello togliere quest’ora di discorsi fantasy e rimpiazzarla con ad esempio 1h di insegnamento di pensiero critico utile per capire se stessi e per “leggere” il mondo?
Continua…
Almeno a grandi linee, confermo quindi a distanza di anni la mia opinione estremamente positiva sull’istituto tecnico industriale “articolazione informatica”, lieto di aver studiato per bene a suo tempo, in modo da poter continuare a “campare di rendita” all’università e financo a lavoro, una spanna sopra ai colleghi che invece in gioventù passavano il tempo scolastico a scimmiottare Socrate e Platone in lingue morte (non sarebbe stato meglio imparare il tedesco, il russo o una qualunque lingua sempre “con i casi” ma corrente? ah già, brutto capitalismo utilitarista, meglio spolverare roba vecchia atteggiandosi a “umanisti” di ‘sta fava, che magari poi si viene invitati in TV sparandosi le pose da anime belle). Dovrei vedere in particolare nel trienno (ora “2+1”) come vengono utilizzate le ore che abbiamo velocemente discusso prima, perché non è tanto la quantità quanto la qualità, sia degli argomenti scelti sia della loro trattazione. A presto per la seconda ed ultima parte, buono studio!
