Salverò subito chi è atterrato su questa pagina cercando magari un tutorial su come far valere il proprio “diritto all’oblio”, magari perché vede il proprio nome spuntare su qualche motore di ricerca (nel caso dei chatbot LLM, penso che la risposta a chi cerca di fare scomparire il proprio nome dai (possibili) risultati (ancor meno deterministici rispetto a quelli di un motore di ricerca) si possa riassumere in quello che l’agente della DEA dice al personaggio di Edward Norton ne “La 25ª ora”: “Sono cazzi” – per chi preferisce un altro riferimento cinematografico, più locale: “Adesso per te saranno volatili per diabetici”). Quindi specifico subito che quest’articolo non riguarda l’oblio in tal senso (né siamo qui ad aiutare il commissario Auricchio a catturare Fracchia).
“Fuochino” invece per chi, alla parola “oblio”, ha associato i pensieri che Nietzsche rivolgeva alla pecore (tranquilli, non era sardo – si scherza eh, un saluto ai lettori “che in genere arrivano da Cagliari, chissà perché proprio da Cagliari, chissà”, cit. EELST feat. Eugenio Finardi): l’invidia dell’essere umano pensieroso che guarda gli animali miti per antonomasia che (così pensiamo) vivono nel qui e ora che neppure un monaco tibetano, non vanno in burnout da overthinking, stanno ‘na crema, vivono (come direbbe Branduardi) sani, allegri e senza affanni. Avrei potuto citare il nostrano Tafazzi della letteratura, Giacomo Leopardi, col suo “Elogio degli uccelli” (no, non è in una raccolta insieme al grande successo musicale “Muscolo rosso”), l’invidia per gli uccelli (non nel classico senso freudiano), “appesi al piolo dell’istante”, ma di uccelli ne avevo già parlato nel paragrafo precedente, con la famosa battuta di Lino Banfi.
Mi riferisco, nel presente articolo, alla dimenticanza nel senso stretto del termine. Ttatebbòni (detta alla Maurizio Costanzo), non sono qui a spararvi il pippone sulla curva dell’oblio di Hermann Ebbinghaus et al., anche se consiglio caldamente la lettura di “Memory” di Alan Baddeley (ne ho parlato in (Understand our) Memory), che mi era stato a sua volta consigliato dall’amico Alessandro de Concini.
Ammettiamolo: non ricordiamo cosa abbiamo studiato, a livello di nozioni conserviamo “accessibile” dai meandri della nostra mente solo una minima parte di quanto ci è stato ripetuto durante la scuola dell’obbligo, potremmo fallire un esame delle elementari (nelle nazioni in cui si svolge ancora e non lo ritengono un “trauma” per bambini che cresceranno senza la capacità di affrontare le minime sfide della vita). Mi si conceda una battuta che rivolgo a “colleghi STEM”: alla richiesta di integrare o derivare (per i pignolazzi: integrare o derivare per x, visto che tra l’altro è l’unica variabile ivi presente), alcuni replicherebbero la scena di Roberto Benigni interrogato dallo zio su come si serve l’aragosta ne “La vita è bella”. E di esempi potrei farne tanti, se non mi deprimesse il vivido ricordo di militari di truppa neodiplomati (sottolineo: un anno dopo aver completato le scuole superiori) che avevo sorpreso, durante un turno di riposo in missione, a prepararsi per il quiz di cultura generale di un concorso: li avevo visti perplessi intorno a dei fogli stampati che credevo quindi fossero disposizioni poco chiare o chissà cos’altro, poi ho visto che si trattava di domande a risposta multipla con relative soluzioni (note oggi come “banche dati”, che “ai miei tempi” non esistevano), ho dato un’occhiata e mi sembravano tutto sommato domande fattibili, ma loro (con la classica reverenza dovuta a un ufficiale, nonostante giuro che son sempre stato “tranquillissimo” e disponibile con tutti a prescindere dal grado) continuavano a dirmi che erano difficili. Ne prendo una a caso di geografia: quale fiume attraversa Firenze? E niente, anche aiutandoli, non erano sicuri se escludere il Po, l’Adige… se fosse stato a risposta aperta temo che avrei anche potuto sentire il Danubio o il Gange (se non addirittura il fiume Ngube). Non entrerò nei dettagli del livello di preparazione dei diplomati italiani, difficile anche stabilire se sia causa o effetto (probabilmente entrambi, in un circolo vizioso) di quella che mi sembra una deriva verso Idiocracy, in quel frangente mi limitai a rispondere: se non ricordate neppure adesso che siete freschi di scuola, cosa vi rimarrà tra 10 o 20 anni?
Benché non a questo livello, il mio caso non differisce di molto, come sono sicuro che valga lo stesso per tutti: probabilmente avrei bisogno di rivedere, per settimane, interi programmi didattici, per tornare al livello di preparazione che avevo raggiunto durante l’esame del quinto superiore (mi auguro che almeno quell’esame non venga abolito), per non parlare del livello con cui affrontavo gli esami universitari. Col passare del tempo, temo che il nabla nelle equazioni di Maxwell smetterà di avere per me un significato (o forse quel segno grafico mi ricorderà solo qualcos’altro); sfoglierò vecchi appunti e una furtiva lagrima (cit.) cadrà su una trasformata di Fourier o su un prodotto di convoluzione.
Allora a cosa serve imparare?
Un genitore manda il proprio figlio a lezioni private di musica; a distanza di due anni, il maestro chiama il genitore per dirgli di non mandare più il figlio, gli sembra di rubare soldi, visto che il ragazzo non sembra avere il minimo talento e non è neppure interessato. La volta successiva, il genitore porta il figlio a lezione dal maestro e chiede di ascoltare qualcosa per decidere se davvero è il caso di desistere; il figlio esegue con gran difficoltà un brano semplice, al che il genitore si rivolge al maestro: “Però! Mi piace il ritmo, che tempo è?”; il maestro, laconico: “Tempo perso”.
Siamo davvero sicuri che sia stato tempo perso, che non sia servito proprio a nulla? Quella di prima era una barzelletta che girava quand’ero piccolo, ma invece quella che segue è storia vera: un dottorato in ingegneria, conosciuto durante una collaborazione Difesa-Università per un lavoro di simulazione/esercitazione (durante la mia vita precedente, in Italia), attraversò un periodo di tristezza nella sua vita (eravamo in confidenza e cercava un punto di vista esterno per un paio di situazioni, oltre che ovviamente conforto con parole amiche); si rifugiò, per non pensare, nello studio e nel lavoro – ho ancora bene impressi nella mia mente le pause e il tono nella sua voce mentre rifletteva: “A volte mi chiedo: tutta questa conoscenza… dove andrà a finire?”.
In tanti abbiamo superato alcuni momenti difficili seguendo inconsciamente quello che cantava Marco Masini in uno dei suoi brani meno famosi: “Ci ributteremo come pazzi nello studio, perché l’ignoranza è la peggiore malattia”. Oltre a cercare riparo nello studio durante la tempesta, ci sono tanti motivi per cui ha senso studiare (imparare, in generale): intanto per il momento in sé, a volte interessante, a volte faticoso, a volte è come una sfida… è come per l’allenamento fisico in diverse attività. Scalare una montagna è bello di per sé, nel percorso e nel vedere il paesaggio (durante e in vetta); mangiare un buon cibo o visitare un museo; trascorrere del tempo con una persona; scolpire il proprio fisico nonostante ad un certo punto invecchierà (e invecchierà meglio se trattato bene, un po’ come avviene concettualmente per la riserva cognitiva di cui non è ancora giunto il momento di approfondire); sono tutte attività che non hanno meno senso solo per il fatto che col tempo ci si potrà dimenticare dei dettagli.
Uno può semplicemente accettare che “c’est la vie“, come l’ormai malato Freddie Mercury disse con un triste sorriso; si può pensare che dimenticare sia parte della vita, come la morte, accogliere tutto in maniera molto zen, nel ciclo della vita nell’interessere buddhista, ma pensarci e affrontarlo più in profondità aiuta nell’affrontare quel momento (che in realtà è una discesa con un gradiente che sembra essere ironicamente tanto più veloce quanto più si parte da una riserva cognitiva maggiore – ne scriverò di seguito), sia quando lo riconosciamo negli altri, sia quando sarà il nostro turno, se saremo abbastanza fortunati da invecchiare, possibilmente in buona salute. Qui non considero tanto la demenza senile che porta a problemi di auto(in)sufficienza e di dimenticanza grave, come ad esempio non riconoscere più neppure volti cari, quanto piuttosto la fase iniziale, fisiologica più che patologica, del dimenticare. L’argomento non è affatto banale (o almeno non lo considero tale, visto che ci penso da tantissimi anni), quindi strutturerò questo articolo in diverse sezioni. Nel caso, sarà possibile leggerlo “a rate”, in accordo alla sempre decrescente capacità di sorbire contenuti lunghi; in alternativa, avrei potuto dire che questo articolo “andrà in onda in forma ridotta per venire incontro alle vostre capacità mentali”, per citare Daniele Luttazzi nel TG parodistico “Tabloid”, ma penso sia evidente quanto io non sia un grande sostenitore dell’estrema sintesi quando si tratta di concetti complessi e articolati, indi per cui mi scuso per la lunghezza del presente articolo, ma non ho avuto agio di scriverne uno più breve (e daje che così tra le citazioni ci portiamo a casa anche Blaise Pascal). In tema di citazioni: al solito, trovate riferimenti di studi e libri in calce a questo articolo.
Prima parte (della vita): L’Oblio come Strumento di Costruzione Cognitiva
Uno studio (non me ne vogliate, ma se mi metto a citare gli studi in mezzo al testo qui diventa un macello illeggibile, questo articolo non è un paper, tuttavia (e questo “tuttavia” non è di ChatGPT) gli articoli saranno elencati per bene in fondo) ha stabilito un principio fondamentale: le abilità cognitive sono predittori cruciali delle prestazioni (o meglio: capacità, potenziali) educative e occupazionali, del raggiungimento socioeconomico (a.k.a. “mobile sociale”), della salute e della longevità. Il punto centrale della loro analisi riguarda la direzione causale di questa relazione: non è semplicemente che le persone più intelligenti studiano di più (ma per approfondire suggerisco la lettura di “In the know”), ma che lo studio stesso trasforma le capacità cognitive in modi che persistono ben oltre la memoria dei contenuti specifici. Questo ci porta al cuore del paradosso: l’oblio dei dettagli non è un fallimento del sistema mnemonico, ma una sua funzione essenziale. Per dirla in un modo che piace a chi insegna tecniche di memoria: costruiamo l’impalcatura per erigere un palazzo (coincidenza che “palazzo della memoria” è proprio un’antica mnemotecnica), poi il palazzo regge anche se l’impalcatura esterna col tempo cade a pezzi. Dimentichiamo i contenuti, ma restano le strutture. Possiamo dimenticare la costante della velocità della luce, ma ci restano i concetti alla base; del resto, i dettagli si possono ritrovare velocemente, quello che è davvero importante è il ragionamento dietro (e quello non possiamo delegarlo, almeno per ora che non abbiamo i bocchettoni in stile Matrix che ci caricano programmi direttamente in memoria).
Il cervello possiede meccanismi attivi per dimenticare in modo selettivo. Questo non è un difetto, ma un’ottimizzazione (per gli informatici anglofoni: “It’s not a bug, it’s a feature!): detta brutalmente, liberare capacità cognitiva per nuove informazioni rilevanti richiede la soppressione attiva di materiale non più necessario. La neuroplasticità è un processo che coinvolge cambiamenti strutturali e funzionali adattivi del cervello (per un discorso invece ancora più alla base, Rita Levi Montalcini ha dimostrato l’esistenza del Nerve Growth Factor, per chi volesse approfondire). Questi cambiamenti non dipendono dalla ritenzione consapevole/conscia delle informazioni che li hanno provocati: il cervello si rimodella (“The Brain That Changes Itself”, usando le parole dello psichiatra Norman Doidge) attraverso l’esperienza di apprendimento, indipendentemente dal fatto che i contenuti specifici rimangano accessibili alla memoria dichiarativa. Il paragone informatico qui è che perdiamo a livello consapevole il puntatore a una certa locazione di memoria (umana), ma il valore conservato al suo interno resta; con l’esercizio (ripetizione fatta come si deve, ad esempio con active recall e spaced repetition, ma non è questo il momento di approfondire oltre) possiamo rafforzare il percorso di accesso ai ricordi, come avviene passando tante volte sullo stesso percorso nel bosco. Quello che il cervello percepisce come “meno utile” viene accantonato più in profondità come si fa con gli archivi (fisici o informatici) a lungo termine, avviene un importante processo di “potatura sinaptica” (fondamentale soprattutto nelle prime fasi della vita, quando un bambino continua a creare, modificare, eliminare modelli – ne ho parlato in dettaglio in Think of the children (development)).
L’apprendimento facilita nuovo apprendimento: le strutture di conoscenza, o schemi, potenzialmente aiutano la codifica e il consolidamento di nuove esperienze: quando studiate un nuovo argomento, non state semplicemente immagazzinando informazioni (sempre che non siano nozioni buttate lì, come purtroppo avviene nella scuola italiana), state costruendo e raffinando architetture cognitive che determineranno come processerete tutte le informazioni future in quel dominio e, ancora più spettacolare, in campi anche molto diversi! Consiglio di imparare qualcuno dei modelli mentali che ho riassunto in The Great Mental Models – General Thinking Concepts, The Great Mental Models, vol. 2 – Physics, Chemistry and Biology e The Great Mental Models vol. 3 – Systems and Mathematics. Ogni libro (decente) letto, ogni articolo studiato, ogni lezione studiata/preparata ha contribuito a costruire una rete di schemi che ora opera in modo automatico e largamente inconscio, guidando il nostro pensiero, le nostre intuizioni, la nostra capacità di riconoscere pattern e connessioni… e di generarne di nuove (come mostrato ampiamente in un libro che ho citato tante volte: “Range” di David Epstein). Più si studia, più è facile studiare in seguito, non solo perché si è allenata la capacità di concentrazione e di studio, ma perché diventa più rapida e più solida l’integrazione di nuove nozioni con quelle precedentemente acquisite. La memoria umana non funziona come un archivio digitale centralizzato dove le informazioni vengono immagazzinate e recuperate intatte, ma piuttosto come un sistema costruttivo che continuamente riorganizza, integra e trasforma le esperienze (vissute in prima persona o recepite da altri). Il processo di recupero, correzione degli errori e costruzione di schemi non solo migliora la consapevolezza metacognitiva — rendendo gli studenti più consci di ciò che sanno e non sanno — ma potenzia anche la loro capacità” di apprendimento futuro . L’oblio, in questa prospettiva, non è perdita ma trasformazione. Riassumendo, quando un giovane adulto dimentica i dettagli di un esame sostenuto anni prima, non ha perso il valore di quell’esperienza di apprendimento. Ha conservato:
- Schemi concettuali raffinati: strutture cognitive che organizzano la comprensione di interi domini di conoscenza, permettendo l’assimilazione rapida di nuove informazioni correlate (raffinati non nel senso di eleganti, ma nel senso di affinati nel tempo, quello che concettualmente Piero Angela, ne “La meraviglia del tutto”, paragonava all’olio extravergine di oliva raffinato dopo anni di studi);
- Abilità di pensiero trasformate e trasferibili: capacità di ragionamento critico, analisi, sintesi e valutazione che operano in modo automatico e trasferibile attraverso contesti diversi;
- “Intuizioni esperte”: quella sensazione di “capire al volo” che distingue l’esperto dal novizio, e che deriva non dalla memoria dei dettagli ma dalla ricchezza degli schemi sottostanti – quello che Daniel Kahneman, nel suo celebre “Pensieri lenti e veloci”, racconta con l’esempio dei vigili del fuoco che hanno sviluppato una specie di “sesto senso” di fronte ad alcuni dettagli;
- Reti neurali potenziate: connessioni sinaptiche rafforzate che costituiscono il substrato biologico di tutte le capacità cognitive superiori – sempre dal libro citato di Piero Angela, l’importanza della rete come “software” del nostro cervello, più che la semplice quantità di neuroni.
La ricerca è “chiara, inequivocabilmente chiara” (cit. adatt. da un noto brano di Olmo e Vanette): lo studio non riempie la mente di contenuti, la trasforma nella sua architettura fondamentale. E questa trasformazione persiste, anche quando i contenuti specifici sfumano. Nota molto molto importante: questo avviene soprattutto quando si CAPISCONO le cose, capito stupidi insegnanti (non tutti, ma la stragrande maggioranza) che continuate a pensare che le teste dei giovani studenti siano dei vasi da riempire di nozioni buttate a caso?
Parte seconda (della vita): Lo Studio come Scudo Neurologico e Fonte di Significato Esistenziale
Va bene, nella prima parte della vita, la giovinezza (nessun riferimento ad un brano canticchiato da “nostalgici”), costruiamo questa enorme rete di connessioni (anche fisicamente proprio delle connessioni tra neuroni, nel senso di sinapsi), la nostra mente canta su note indie/punk degli anni ’90: “Mi sento grande come una città, come una città, una gigante!”, ma poi?
Gli individui con QI, istruzione e/o occupazione più elevati hanno rischi significativamente inferiori di sviluppare demenza e malattia di Alzheimer. Questa non è una correlazione spuria, il meccanismo causale è stato identificato nel concetto di riserva cognitiva, che è la capacità del cervello di tollerare un maggior “grado di neuropatologia” prima che questa si manifesti clinicamente. Due cervelli con lo stesso grado di patologia di Alzheimer (quindi diciamo brutalmente a parità di “stadio della malattia”) possono manifestare sintomi clinici estremamente diversi, in funzione della riserva cognitiva accumulata. Per fare un paragone (aho, ma allora ‘o vedi che avere ‘n sacco d’esperienze e studio aiuta davvero a capire meglio e fare esempi!?), è come avere una grande nave con maggiore bordo libero.

La nave che ha una maggiore distanza di bordo libero ha più “riserva di gallegiabilità” (il paragone con la “riserva cognitiva” ci sta tutto!) e può sopportare più carico (gli esperti di architettura navale mi perdonino la semplificazione): ad esempio, quando inizia ad imbarcare acqua perché colpita da un iceberg o da un siluro (nel caso del cervello, da danni cerebrali o da malattie neurodegenerative), ha generalmente più tempo a disposizione prima di affondare, a parità di acqua imbarcata rispetto ad una nave con minor bordo libero (). Quello che vorrei evacuare dalla nave prima che affondi, nel mio caso, sono i miei pensieri ed esperienze che penso possano essere d’aiuto per gli altri (ed è il motivo per cui sto scrivendo qui, ho scritto tanto per un libro e per un corso, ho intenzione di scrivere ancora prima di invecchiare).
Inoltre, la riserva cognitiva funge anche da fattore protettivo nel rischio di demenza (come se rafforzasse lo scafo della nave per renderla più resistente ai colpi). Vista in quest’ottica, quel libro o esame in più, anche se dimenticati, hanno almeno contribuito a proteggerci! Importante: non è mai troppo tardi per continuare ad accumulare riserva. L’apprendimento in età avanzata contribuisce in modo indipendente e additivo alla protezione neurologica. Quindi nessuna scusa del tipo “ma che mi metto a studiare ora che c’ho 60 anni, non ne ho 20”. Approfitto, già che ci sono, per ricordare che un intervento multidominio comprende: alimentazione, esercizio fisico, riposo, training cognitivo, attività sociale, gestione dei fattori di rischio cardiovascolare – per prevenire il declino cognitivo in anziani a rischio. Se arriveremo ad avere la fortuna di invecchiare, c’è differenza tra arrivare in salute e lucidi o meno.
Ora che abbiamo chiaro “cosa dice la scienza” su questa base, possiamo andare avanti e vedere come possiamo affrontare il dimenticare, ma prima una faccenda che mi sta a cuore – e che, a giudicare dal titolo di alcune e-mail finite nella cartella spam di milioni di persone, sta a cuore a tanti (cantare qui tutti in coro l’inizio del ritornello di un altro brano degli Elii: “Enlarge (your penis)!“). Mi riferisco al vecchio adagio “size matters“; ma non dell’argomento preferito dalle donne secondo Ruggero de I Timidi, bensì della lunghezza dei contenuti.
La lunghezza conta
Il Paradosso dell’Abbondanza (nessun riferimento alla legge dell’attrazione per l’abbondanza dell’universo). Come ho già scritto in uno dei miei primi articoli (MOOC: the cheap (or even free!) yet powerful and stimulating way to learn), viviamo in un’epoca che avrebbe fatto impazzire di gioia qualsiasi studioso del passato; in pochi centimetri (non mi riferisco al titolo del brano prima citato, ma alle dimensioni di una memoria informatica), possiamo concentrare più informazione di quanta ne sia stata prodotta in tutta la storia umana precedente, con accesso immediato (e anche “in mobilità”, sia se trasportiamo la memoria locale, sia se eseguiamo accesso in cloud). La Biblioteca di Alessandria, con le sue centinaia di migliaia di rotoli, ci sembrerebbe oggi un modesto archivio. Eppure (e qui sta il paradosso) questa abbondanza senza precedenti sembra produrre non una fioritura del sapere, ma una sua peculiare “atrofia”. Giovani studenti consumano migliaia di ore di contenuti, di cui una piccola parte sono contenuti più o meno informativi (piuttosto infotainment). Tolta la monnezza, la parte di “studio” sono video/shorts di pochi minuti che “spiegano” l’economia, la medicina, la fisica classica, la meccanica quantistica, la tecnologia. In mezzo a foto di pussy (sta a voi se interpretarlo come gattini o “conigliette”), infografiche che “riassumono” intere opere filosofiche maturate da un autore in una vita. Aforismi (a scelta tra Fabio Volo e Marco Aurelio) da condividere in un buongiornissimo o come didascalia sotto il proprio paio di chiappe in costume. Podcast che promettono di farci “padroneggiare” l’economia comportamentale durante il tragitto in metropolitana. Maccio Capatonda è sempre stato avanti, ai tempi degli SMS aveva ironizzato con Cechu: “il sapere ti arriva in un bip ed è pratico, veloce ed istantaneo” – non è stato il solo a catturare lo Zeitgeist, anzi mi tocca citare anche ‘sta volta “Amusing ourselves to death” di Neil Postman, che non mi stanco di definire “profetico”.
Se proviamo a chiedere a giovani studenti di leggere un testo lungo quanto l’articolo che sto scrivendo ora (o meglio: che tu in questo istante stai leggendo), scopriamo una resistenza che non è semplicemente pigrizia, ma qualcosa di più insidioso ed inquietante: è un’incapacità che si sta strutturando neurologicamente e si sta diffondendo come un’epidemia, con un contagio sociale (per capirci: si propaga come l’obesità, non si trasmette come il CoViD-19). José Saramago, in un suo celebre romanzo, descriveva l’epidemia di cecità vera e propria, qui la cecità che osservo è invece quella della mente (senza necessariamente elevarsi misticamente e dire cecità del terzo occhio, perché qui parliamo di un livello molto più basso/terreno). Non si tratta “solo” della limitazione nel capire le cose (tanto per ricordarlo ancora una volta, senza mezzi termini: l’Italia fa terribilmente pena tra le nazioni OECD in quanto ad analfabetismo funzionale, con inoltre un’incapacità a livello matematico-scientifico da fare schifo… una popolazione sul viale del tramonto, che finirà col rintanarsi nella nostalgia dei tempi della sua grandeur, consolandosi con le parole cantate da Edoardo Bennato che scimmiotta la tipica maestra a scuola: “noi siamo un popolo di eroi e di grandi inventori e discendiamo dagli antichi Romani”). Come se non bastasse, la profondità con cui elaboriamo un’informazione determina la durabilità della sua traccia mnemonica. Quando processiamo un’informazione in modo superficiale, attiviamo circuiti neurali limitati e la traccia mnemonica risultante è fragile, evanescente. Quando invece elaboriamo la stessa informazione semanticamente (chiedendoci cosa significhi, come si colleghi ad altre conoscenze, quali implicazioni abbia), attiviamo una rete neurale molto più ricca e interconnessa. Come hanno confermato studi recenti di neuroimaging, l’elaborazione profonda attiva una traccia mnemonica più ricca e più elaborata rispetto alla codifica superficiale. Un video di novanta secondi che “spiega” la teoria dell’evoluzione… quale livello di elaborazione può realisticamente attivare? L’informazione entra, produce forse un momentaneo senso di comprensione, quella piacevole sensazione di “Ah, ho capito! Ue’, figa, ma quanto sono intelligente e colto? Ora lo condivido per darmi un tono sui social, che mi costruisco anche il personal brand col mio network” (avrei detto “sfoggio questa nozione vantandomi con gli amici al bar”, ma ormai si frequentano molto più gli spazi virtuali), ma poi la nozione svanisce (insieme al “brevissimo ragionamento”, che probabilmente non c’è mai stato), lasciando dietro di sé poco più che l’illusione di aver imparato qualcosa, per tornare a scrollare altre porcherie. Il problema non è che questi contenuti brevi siano falsi o mal fatti, molti “creatori di contenuti” divulgatori sono anche bravi nel loro genere, ce la mettono tutta, spesso con le reali intenzioni di avvicinare i giovani all’apprendimento delle diverse discipline. Il problema è però strutturale: il formato stesso impedisce l’elaborazione profonda (e qui mi pare troppo ovvio citare Marshall McLuhan: “il mezzo è il messaggio”). Non c’è tempo per collegare, per interrogarsi, per approfondire, per applicare, per confutare mentalmente e poi ricostruire. Non c’è tempo per quello che i cognitivisti chiamano elaborative encoding (quel processo attivo di integrazione delle nuove informazioni nelle strutture di conoscenza preesistenti che è precisamente ciò che rende l’apprendimento duraturo e utilizzabile). Questi video brevi (o articoletti di mezza pagina) sono delle sporadiche brevi nevicate, che non reggono neppure al primo soffio di vento; io invece voglio continue nevicate vere che sedimentino compatte a formare spessi strati resistenti, con l’apprendimento mi ci voglio costruire il castello di Elsa, “Here I staaaand and here I staaaay / Let the storm rage ooooon“! Questa non è una lamentela generazionale. È un’emergenza cognitiva documentata dalla neuroscienza; possiamo ignorarla oppure comprenderla e contrastarla.
Chi volesse approfondire, può leggere un articolo in cui avevo esposto ulteriori riflessioni: Perché siamo così superficiali?.
La neuroscienziata cognitiva Maryanne Wolf, specializzata in sviluppo psicolinguistico, ha dedicato gran parte della sua carriera allo studio di quello che chiama il “circuito della lettura profonda”, un’architettura neurale complessa che il cervello umano ha sviluppato nel corso di millenni di cultura scritta. Nel suo libro “Reader, Come Home”, Wolf lancia un allarme che non possiamo permetterci di ignorare – non è allarmismo luddista, è neuroscienza. Il circuito della lettura profonda non è “innato”: a differenza del linguaggio parlato, per cui il cervello umano è biologicamente predisposto (e selezionato/evoluto in un ben più ampio intervallo temporale), la lettura è un’invenzione culturale recente che richiede la costruzione deliberata di nuove connessioni neurali (se, come me, siete anche appassionati di psicologia dell’età dello sviluppo, consiglio il corso “Children Acquiring Literacy Naturally” dell’Università della California). Quando impariamo a leggere in profondità, a seguire un’argomentazione attraverso le sue complessità, a inferire ciò che non è esplicitamente detto, a dialogare criticamente con un testo (anziché sorbirlo passivamente), stiamo costruendo circuiti cerebrali che non esisterebbero altrimenti. Come sa bene chi ha studiato termodinamica, mantenere ordine (tecnicamente: uno stato di bassa entropia) richiede impegno (come avviene ad esempio nel dover fornire energia ad un frigorifero per mantenere freddo il suo interno, che altrimenti tenderebbe naturalmente a riscaldarsi): questi circuiti richiedono esercizio costante per mantenersi (“use it or lose it“, direbbe un istruttore di fitness anglofono come Jim Massew). La neuroplasticità funziona in entrambe le direzioni: l’uso ripetuto di una capacità la rafforza, il suo disuso la atrofizza. Non è solo Wolf a riportare evidenze preoccupanti che suggeriscono come l’esposizione prolungata a testi brevi e frammentati stia erodendo la capacità di lettura profonda anche in lettori adulti precedentemente esperti, ma anche il giornalista Nicholas Carr, nel suo libro “The Shallows” (finalista al Premio Pulitzer) documenta come il suo stesso cervello, dopo anni di navigazione online, ha perso la capacità di leggere “Guerra e Pace” con la stessa concentrazione di un tempo. La domanda che dobbiamo porci con urgenza è: stiamo permettendo a noi stessi di “diventare scemi continuamente distratti” e che lo stesso processo avvenga nei giovani proprio negli anni in cui dovrebbero costruire e consolidare questi circuiti? Ogni volta che osservo bambini lasciati dai genitori con un dispositivo elettronico in mano, soprattutto a vedere playlist di brevi video demenziali, mi verrebbe da chiamare i servizi sociali, ma poi ricordo che questo comportamento malato è socialmente diffuso e accettato. Potrei beatamente fottermene, se non fosse che quei bambini saranno i futuri lavoratori, votanti e decisori politici quando io sarò anziano, quindi oltre a dispiacermi per ‘ste povere creature, c’è anche un pragmatico interesse egoista da parte mia, del volere che i ragazzini imparino a concentrarsi e a ragionare.
Come ho anche scritto in “Epic Fail: divinità a caccia di like“, l’Oxford English Dictionary ha scelto come parola dell’anno 2024 “brain rot“, la “putrefazione cerebrale”, supportata da evidenze scientifiche, per gli effetti cognitivi del consumo eccessivo di contenuti digitali frammentati (e spesso nonsense) – come se non bastasse la perdita della capacità di concentrazione, gli studi rivelano che il brain rot porta anche a desensibilizzazione emotiva, sovraccarico cognitivo e un concetto di sé negativo. Visto che il mezzo è importante, come accennato prima, c’è un’ulteriore distinzione: se già la lettura frammentata compromette non solo la capacità di elaborazione profonda, ma anche lo sviluppo di competenze metacognitive (la capacità di monitorare e regolare il proprio processo di apprendimento), il multitasking mediatico è associato a funzioni esecutive compromesse e controllo inibitorio alterato: chi è abituato a passare costantemente da uno stimolo all’altro non solo fatica a concentrarsi quando lo desidera, ma ha anche maggiore difficoltà a non distrarsi, a ignorare un sopraggiunto stimolo esterno o persino a ricercarlo quando non c’è. il sistema di “controllo attentivo” stesso viene compromesso; il cervello che cerca costantemente di fare tutto finisce per non riuscire a fare bene nulla. “E c’è de peggio” (detta come in “Puttanic”): come accennato in precedenza, i contenuti brevi producono quella che potremmo chiamare un’illusione epistemica: la sensazione soggettiva di aver compreso senza aver realmente compreso una fava. Quando consumiamo un contenuto divulgativo in stile “pillola di cultura”, sperimentiamo quello che gli psicologi chiamano fluency (una sensazione di facilità di elaborazione, che scorre appunto, senza attriti) e il nostro cervello interpreta questa fluency come un segnale di comprensione: “se l’ho seguito facilmente, significa che devo averlo capito.” Solo che la facilità di elaborazione e la profondità di comprensione sono due cose completamente diverse, anzi, la ricerca sulle “desirable difficulties” di Robert e Elizabeth Bjork dimostra che spesso sono inversamente correlate: ciò che sentiamo come difficile durante l’apprendimento produce memoria più duratura, ma attenzione: questo non vuol dire che bobbiamo portare inutile sofferenza durante lo studio. Peter Medawar, biologo britannico e Premio Nobel per la Medicina nel 1960 citato da Piero Angela nel suo “La meraviglia del tutto”, aveva espressamente consigliato agli studenti e ai divulgatori: “Evitate di far percorrere ai vostri lettori una distesa di vetri rotti a piedi nudi”, significando che la comunicazione deve essere chiara e accessibile, senza ostacoli inutili come un linguaggio eccessivamente tecnico o complicato. Ce ne passa però tra il consiglio di rendere chiaro un concetto e… l’illusione nel ricevente di aver capito interi argomenti dopo aver visto un cortometraggio su questioni oggettivamente complesse che richiedono prerequisiti e anche del tempo per “sedimentare”; ad esempio, Richard Feynman sosteneva che nessuno comprende davvero la meccanica quantistica – e lui non era certamente un idiota che passava il tempo a scrollare socialmerda e piattaforme di video brevi, quindi immaginiamo cosa può capire qualcuno che parte già in condizioni di svantaggio in termini di capacità di attenzione e comprensione. Abbiamo quindi a che fare con intere generazioni in gran parte composte da individui che leggono qualche articolo e vede qualche video ad esempio sui cambiamenti climatici per poi atteggiarsi ad esperti dell’argomento, credendosi stocazzo se si confrontano con ricercatori realmente esperti di modelli climatici. Tra l’altro, il “recupero attivo” delle informazioni ascoltate durante un breve video è scarso, c’è stata solo ricezione passiva, nessuna “pratica deliberata”, nessuna vera interazione e modifica cerebrale – come direbbe un noto detto partenopeo: hai voglia a buttare rum (fiumi di concetti brevi), nu shtrunz (ignorante) nun addivent babbà (colto).
Prima che mi prenda la disperazione e la conseguente voglia di chiudermi a riccio e rintanarmi nei boschi come un novello Thoreau, rifletterei sulla questione anche “etica”: dedicarsi allo studio profondo piuttosto che al consumo frammentato ha a che fare con il tipo di persona che scegliamo di diventare (o che forse vogliamo scoprire di essere, come diceva Nietzsche: “Werde, der du bist“, diventa quello che sei – ma per favore non assecondiamo troppo la “teoria della ghianda” di James Hillman). Quando cediamo alla tentazione del contenuto breve, del riassuntazzo, della scorciatoia, stiamo implicitamente affermando che il nostro tempo è troppo prezioso per essere investito nella comprensione genuina (del resto, se buona parte dei giovani cazzeggia 6h al giorno su dispositivi elettronici soprattutto su socialmerda, dove si può trovare il tempo per leggere qualche pagina di un buon libro?). Si pretende di avere muscoli e sviluppare forza e resistenza, magari anche con l’aiuto di doping, ma senza allenarsi, nella cultura del tutto e subito (e senza il minimo sforzo). “Guadagnarsi” la conoscenza permette di guadagnare una migliore struttura cerebrale, una migliore comprensione di sé e del mondo, una maggiore riserva cognitiva. Chi non trova il tempo e la voglia per la comprensione (come anche per l’esercizio fisico), dovrà temerlo, il tempo: quello che sopraggiungerà in età avanzata, trovandolo più fragile cerebralmente (e, nel caso della carenza di allenamento, fisicamente più vulnerabile a malattie/acciacchi/incidenti).
Forse ho solo divagato per non affrontare il nocciolo della questione, quindi romperò ogni indugio, andiamo al cuore della faccenda.
L’accettazione del declino – la saggezza della finitezza
Tempus fugit, sulla consapevolezza di essere mortali ne hanno scritto in molti più saggi di me. Ars longa, vita brevis; vorrei che sulla mia lapide fosse scritto:
“Un momento, c’è ancora tanto che avrei voluto imparare!”
Tocca invece fare i conti con la nostra finitezza, che prima o poi ci tocca scendere da questa giostra. La consapevolezza maturata dagli esseri umani rispetto ad altri esseri viventi che consideriamo “meno senzienti” po’ esse piuma e po’ esse fero (direbbe il mitico Mario Brega): da un lato, possiamo riflettere su qualcosa di più profondo, immaginare e pianificare (anche se questo porta troppo spesso ad allontanarsi dal momento presente), ma dall’altro… realizziamo che non vivremo per sempre; insieme a noi, cesserà di esistere ciò che abbiamo pensato. Per Martin Heidegger, il Dasein (l’esserci) si declina in Sein-zum-Tode (essere per la morte), non come angosciante e morboso pessimismo nell’attesa della fine, ma come riconoscimento. Del resto, non è che vediamo un film o non ascoltiamo una canzone perché tanto poi finiscono. Non solo la caducità della vita non toglie nulla alla bellezza di ciò che esperiamo e pensiamo, ma anzi possiamo maggiormente apprezzare quanto troviamo interessante, selezionandolo e tralasciando il resto, assaporando “Quant’è bella l’esistenza” (non solo la “giovinezza” lodata da Lorenzo de’ Medici). Ricordo ai tempi pre-social quando giravano contenuti per e-mail ed esistevano siti che raccoglievano di tutto, dove “si rideva, ma si rifletteva pure” (cit.), mi colpì quello che pare essere un proverbio Yiddish: “Polvere sei e polvere tornerai, ma tra una polvere e l’altra un buon bicchiere non fa male”, solo che oltre al “buon bicchiere” aggiungerei anche un buon libro. Tanto siamo onesti: la maggior parte delle persone oggi, se avesse a disposizione giornate di 48h (nell’ipotesi di mantenere costante il numero finale di giorni da vivere e costante a 8h il tempo di sonno necessario), al posto di buttare 6h al giorno nell’apatico scrolling compulsivo, ne butterebbe 30 (30 ore per la vita rincretinirsi), giacché non è vero che non si impara/studia perché manca il tempo; il tempo c’è ed è democratico, grosso modo uguale per tutti, ma in gran parte lo sprechiamo (diceva uno più saggio di me), averne di più porterebbe, come avviene per la legge di Parkinson, a riempirlo con attività inutili o dannose che già si svolgono. Come se non bastasse fare i conti con la limitatezza dell’esistenza, c’è da affrontare il declino fisico e mentale (stando attenti a non trattarli in maniera disgiunta, come ricorda Damasio ne “L’errore di Cartesio”). Salvo casi di eventi fulminanti (come infarti e incidenti mortali), in noi non opera l’improvvisa consapevolezza della morte futura (“così de botto senza senso”), ma la lenta esperienza della morte nel presente: la morte della memoria, la morte di certe capacità, la morte di un modo di essere nel mondo. Abbiamo già un bagno di realtà quando vediamo anziani a noi cari “non stare più tanto bene con la testa”, non ricordare, fare difficoltà a memorizzare qualcosa di nuovo, fino al drammatico momento in cui non ci riconoscono più.
Alla psicologia piace dare nomi a tutto, non poteva esimersi dal farlo anche in questo caso: “lutto anticipatorio” (anticipatory grief). Non è una patologia, ma una risposta naturale (dolorosa e tendenzialmente adattiva) alla perdita progressiva di qualcuno che amiamo mentre è ancora fisicamente presente. Strano da spiegare perché è fisicamente lì, seppure invecchiata anche visivamente, ma lentamente si allontana, si dissolve, ogni giorno è sempre meno presente, meno la persona che era un tempo. Chi assiste persone con demenza vive quella che è stata definita una “lunga morte”: non un singolo evento di perdita, ma una serie continua di “micro-perdite”: ogni capacità che svanisce (la capacità di guida dell’automobile, la gestione del denaro, il riconoscimento dei nipoti, la parola) è un piccolo funerale. E tuttavia la persona è ancora lì, respira, a volte sorride, richiede cure, merita lo stesso amore che meritava il giorno prima. Questo lutto anticipatorio opera su più livelli:
- Il lutto per la relazione perduta: non se ne va solo una persona, ma un intero mondo di significati condivisi. Le battute che si capivano solo in due, i ricordi costruiti insieme, il futuro immaginato insieme… tutto si dissolve gradualmente;
- Il lutto per l’identità perduta del proprio caro: “chi è” questa persona che ha il volto di mia madre ma non ricorda di avermi partorito?;
- Il lutto anticipatorio per se stessi: e qui emerge la dimensione che stiamo trattando: vedere il declino del proprio caro come specchio del proprio futuro possibile (anche se ognuno invecchia a suo modo, proprio come ognuno cresce a suo modo).
Siamo davanti a uno specchio che non vogliamo guardare (particolarmente vero per le demenze con componente genetica). Il fatto che qualcosa sia “naturale” o “previsto” non lo rende meno facile da accettare. Per chi arrivato a questo punto volesse fare una breve pausa (come le soste per chi effettua lunghi viaggi in bus), propongo la visione di questo cortometraggio:
Se avete trovato “disturbante” il corto di cui sopra potrebbe essere dovuto a quello che spiega la Terror Management Theory (TMT): gran parte del nostro comportamento sembra essere motivato (spesso inconsciamente, a meno che si affacci qualcuno dalla finestra a dirci “Ricordati che devi morire!”, cit.) dal tentativo di gestire l’ansia esistenziale legata alla consapevolezza della morte. Costruiamo “sistemi di difesa”: l’autostima, l’appartenenza culturale, i progetti che “ci sopravviveranno”. Tale promemoria è particolarmente forte negli anziani, soprattutto quando il declino cognitivo si fa sentire: non più morte astratta e lontana, ma la morte concreta, prossima, incarnata; “Verrà la Morte e porterà con sé tutto il tuo impero, tutto, insieme a te… Verrà la Morte e taglierà il legame così sottile e forte, così bello e infame…” (qui per il testo intero di questo brano dall’albo “Attraverso lo specchio” di Dylan Dog – ovviamente scritto da quell’allegrone di Tiziano Sclavi; “Tiziano mio padre”, esclamerei per il meme). Tenendo gli anziani “lontani/diversi da noi”, tentiamo di tenerci separati dal nostro ineluttabile destino.
Vero è che “Chi ha un perché per vivere può sopportare quasi ogni come” (Viktor Frankl feat. Friedrich Nietzsche – sul serio, leggete “Un uomo in cerca di senso”, se non l’avete ancora fatto), ma “dove rintracciare le motivazioni?” (come si chiede Tiffano deluso da Amanda in un film di Pina Sinalefe (dovrei smetterla con le citazioni macciane)). La “Wille zum Sinn” (volontà di significato) era un discriminante che spesso divideva “I sommersi e i salvati” (cito quest’importante ultima opera di Primo Levi, in tal caso con significato in senso stretto, visto che in entrambi i casi si parlava si sterminati e sopravvissuti all’olocausto); unicuique suum (ognuno trova il suo motivo), ma in particolare adatterei da uno “sbrocco” di Martellone in “Boris”: “Attaccate alla conoscenza, alla conoscenza te devi attacca’, hai capito? Tie’! Io resto inchiodato qui…” (con la differenza che comunque la cultura non ci aiuta a restare inchiodati alla vita per sempre). Il pensiero e il ragionamento hanno permesso di sopravvivere in uno stato di sanità mentale persino in altri contesti estremi, come riporta Mihaly Csikszentmihalyi nello stranoto libro “Flow”, nei casi di detenzione in isolamento – per chi preferisce i romanzi, compare un racconto simile (ma non spoilero oltre) in “Novella degli scacchi”, l’ultima opera di Stefan Zweig che, proprio come pare sia accaduto a Primo Levi, si suicidò poco dopo).
Il che mi porta a dire che, come in tanti altri casi, lo studio non ci rende immortali, ma comunque ci salva la vita (in termini quantitativi e qualitativi).
Erik Erikson (come se non avessi citato abbastanza psicoanalisti fino a questo momento) rimarcava che lo sviluppo umano non si ferma all’adolescenza o all’età adulta, ma continua fino alla morte. L’ultimo stadio (la vecchiaia) è caratterizzato dalla tensione tra integrità dell’io e disperazione (di certo meno deprimente del famoso “pendolo dell’esistenza umana” di quel gran paraculo (in senso buono) di Schopenhauer). L’anziano, come un soldato descritto da Ungaretti, si aggrappa dicendo “Non sono mai stato / tanto /attaccato alla vita”, mentre guarda al passato con rimpianto e al futuro con terrore, quando si sente che il tempo è ormai troppo breve per ricominciare, che troppi errori sono stati commessi, che la vita è stata forse “sprecata”… o forse vede il passato come il 117enne Nemo Nobody, con percorsi esponenziali di infinite “Sliding doors” (ipotesi in cui sguazzano, seppure in modo radicalmente diverso, i fan della farlocca “multipotenzialità” popolarizzata da Emilie Wapnick in uno dei tantissimi inutili TEDx, ma anche i fisici ricercatori delle varie teorie sul multiverso).
Si arriva ad una nuova consapevolezza, come nella riflessione di Jep Gambardella: “La più consistente scoperta che ho fatto pochi giorni dopo aver compiuto sessantacinque anni è che non posso più perdere tempo a fare cose che non mi va di fare”. Visto che ho citato tre film in pochissimo tempo, da quest’ultima mi collego a Lars Tornstam e alla sua gerotranscendenza in diverse dimensioni:
- cambiamento nella percezione del tempo e dello spazio (Il confine tra passato e presente diventa più labile; la distinzione tra vita e morte appare meno assoluta; emerge un senso di connessione con le generazioni precedenti e con il tutto cosmico – come avviene anche in fisici e in chi pratica meditazione ad alti livelli);
- ridefinizione dell’io (l’ego diventa meno centrale, “Ego is the enemy” come direbbe Ryan Holiday; diminuisce l’interesse per le cose materiali e per il giudizio sociale (come è possibile approfondire ne “Il coraggio di non piacere” di di Kishimi e Koga, mentre per il non interesse materiale potrei suggerire “Early Retirement Extreme” di Jacob Lund Fisker), cresce l’accettazione dei propri aspetti nascosti, la solitudine diviene meno minacciosa e quasi desiderata (consiglio “Loneliness” di Johnn Cacioppo);
- cambiamento nella qualità delle relazioni: diminuisce il bisogno di relazioni superficiali, cresce il desiderio di intimità autentica, aumenta la selettività nelle relazioni, diminuisce l’interesse per ruoli e aspettative sociali (traducibile in: meno quantità di relazioni con persone e di discussioni, più qualità, meno preoccupazione di spararsi le pose per sembrare un'”anima bella”).
La mia personale visione dell’invecchiare, invece, è più simile a quella di una nave di Teseo, in cui però ad un certo punto non ci si rinnova, i vari pezzi non vengono cambiati, ma ceduti senza riceverne altri in cambio: si perdono dei pezzi di sé, lasciando la nave sprovvista, portando ad un declino fino a quando, più o meno lentamente, la nave si dirigerà verso il fondale, insieme agli altri relitti affondati prima di noi – sperando di essere lasciati alla pace eterna (senza i ricchi curiosi che vanno a vedere i resti del Titanic), in tal caso sì sarebbe opportuno un sano diritto all’oblio, portarci con noi alcuni dettagli che non vogliamo restino ad esempio sparsi “sul web” o nei datacenter di multinazionali tecnologiche (potete inserire qui distopie a piacere di coscienze umane ricaricate come in “Black Mirror”). In altri termini, il genitore o l’educatore che vedono il bambino evolversi, vedono questo “bambino di Teseo” che cambia spesso e velocemente (del resto, oltre a neuroni e sinapsi, le cellule in generale vengono “rimpiazzate” con quelle nuove; siamo ciò che mangiamo, letteralmente, quindi mi raccomando all’alimentazione), ma nel caso dell’anziano… alcune parti di sé vengono dismesse per sempre.
Dovremmo forse accettare, come Paul Ricoeur, che l’homme capable (la “persona capace”) può sì fare e raccontare, ma questa sua intrinseca possibilità di fare cose in prima persona lo rende potenzialmente fragile e fallibile: poter fare implica un poter fallire. Mi permetterei di estendere questo concetto: quanto più eravamo capaci di fare e pensare, tanto più noteremo un “delta”, un divario, rispetto a quello che saremo capaci di fare ancora e di ricordare, di pensare e agire “bene e rapidamente” (come dicono le valutazioni periodiche che misurano le prestazioni dei militari), causando sofferenza. Il dolore (come sanno bene i buddhisti, ma anche gli operatori della salute) è inevitabile, ma possiamo agire sulla sofferenza, riducendola e trasformandola.
Personalmente, ho intrapreso da tanto tempo un percorso di accettazione in tal senso (da autodidatta, come ho fatto per gran parte dello studio, come anche per la musica, la fotografia e tanto altro), di preparazione al fatto che non solo non riuscirò a imparare e fare tutto ciò che vorrei (la mia lista di libri da leggere, attualmente scesa leggermente a 407 libri, ne è solo un minimo esempio tangibile), ma anche di fare pace col fatto che ho dimenticato molti dettagli e ne dimenticherò sempre di più: anche solo rileggere sporadicamente qualcuno dei miei appunti mi richiederebbe diverse ore al giorno, ore che sottrarrei ad ulteriori riflessioni ed apprendimento di argomenti nuovi. Di approcci ne ho sperimentati diversi, tra cui ACT (Acceptance and Commitment Therapy) che ho conosciuto leggendo “The happinness trap” di Russ Harris, MBCT (Mindfulness-Based Cognitive Therapy) in cui mi ha aiutato anche la lettura di diversi libri del grande Thich Nhat Hanh (oltre che di “implementazioni” divulgate da occidentali come in diversi corsi e libri sulla mindfulness scritti da gente competente su basi anche scientifiche, non da ciarlatani – ho scritto tempo fa un articolo: Perché meditare – pro e contro), logoterapia (sì, ancora Viktor Frankl) alla ricerca di motivazioni profonde, oltre a diversi metodi che poi mi tornano utilissimi quando provo umilmente a dare una mano agli altri durante il mio Coaching (vita e carriera), in cui seguo (come consiglio anche a genitori ed educatori) la modalità del giardiniere, non del falegname (aiutare a crescere/evolvere nel modo migliore in accordo a quello che ci piace della nostra natura, ai valori che vogliamo far germogliare, non imponendo di seguire modelli che possono portare a dissonanza cognitiva).
Eppure c’è ancora qualche punto irrisolto, domande a cui non trovo risposta.
In cerca di risposte
Se l’identità dipende dalla memoria, cosa resta di noi quando la memoria svanisce? John Locke parlava di identità personale attraverso la continuità della memoria, ultimamente si torna a parlare anche di “traumi trasmessi”, un po’ come avviene per quei processi evoluzionistici che portano un bambino a nascere con capacità già hardcoded nel suo DNA, come quella di succhiare il latte senza nessuno gliel’abbia insegnato dopo la nascita – qui possiamo parlare di intelligenza collettiva, di memoria distribuita nelle nostre relazioni dirette e indirette e tutto il resto, possiamo aprire tante altre parentesi, ma vi sto ammorbando da circa 8.000 parole, quindi “ora anche basta”.
È possibile prepararsi al proprio declino cognitivo, o ogni preparazione è illusoria? Il filosofo e youtuber Rick DuFer ribadisce spesso l’importanza del “tram sui denti”, del ricordarci della morte (argomento tanto caro a tanti filosofi – un po’ come anche Elio e le Storie Tese ricordano che Luigi Tenco e Gino Paoli hanno costruito imperi, prosperando sulla tristezza). Ad inizio 2025, Lama Michel Rinpoche ha parlato di “prepararsi al viaggio” (in pace col passato, col futuro, sapere accogliere la morte come la più grande opportunità), ricordando che esistono addirittura comunità che meditano ben quattro volte al dì immaginando la morte, al punto che quando arriva il momento la riconoscono quasi come un tornare a casa. Non nascondete voi stessi e i bambini dalla visione di chi è già in declino – e magari esporsi anche in maniera indiretta, ad esempio leggendo libri di Oliver Sacks su chi vive un’esistenza con livelli di percezione alterata. Nell’ottica del voler lasciare qualcosa di utile, il generale Lord Robert Baden-Powell (fondatore movimento scout) suggeriva di “lasciare il mondo un po’ migliore di come l’abbiamo trovato”; nello specifico, Ray Dalio (nel suo “Principles”) menziona il suo mentore Bob Prince che gli ha lasciato il concetto di “restituire il dono” – analogamente viene detto anche da Jack Ma nei suoi interventi in pubblico in merito alle diverse fasi della vita: essere utili tramandando le proprie conoscenze e la propria esperienza agli altri. Come dice Arnold Schwarzenegger: “My legacy is you” (a proposito: consiglio il suo libro “Be useful”). Come disse Piero Angela a Massimo Polidoro: è un peccato che i propri appunti, potenzialmente utili per gli altri, vadano al macero (per questo hanno scritto un libro insieme, pubblicato postumo); di testamenti spirituali ne ho letti tanti, tra cui indimenticabile “The last lecture” di Randy Pausch. Io stesso ho in mente di scriverne uno, rivolto in particolare a giovanissimi e/o genitori, spero di esserne all’altezza e di trovare il modo migliore di scriverlo; la sabbia nella clessidra scorre senza soluzione di continuità, devo sbrigarmi a cominciare a scrivere, vincendo uno dei miei più grandi nemici da quando ero piccolo: l’ossessione per la perfezione. E devo ritagliarmi il tempo, consumando appunto meno materiale, per un bene superiore: quello di tramandare quel po’ che ho imparato.
“Di voi che resta?” si chiedeva Franco Battiato, “Rivedo un viso, mormoro un nome, ma non ricordo quando né come. Penso a un villaggio dove non so se tornerò”.
Avremo inglobato in noi la conoscenza, dissolta come tanti piccoli frammenti di sale disciolti nell’acqua (il paragone potrebbe aver senso, considerato che siamo sì composti da polvere di stelle (elementi chimici prodotti dalle loro reazioni in miliardi di anni), ma in particolare soprattutto in gran parte acqua – e, fisicamente parlando, siamo in gran parte composti dal vuoto tra particelle subatomiche). Scaldando alcune zone in noi, possiamo far riemergere frammenti di sale sparsi a formare ricordi o generare nuove idee (ma se vedete che il troppo sale non si era sciolto completamente, non telefonate a Wanna Marchi, d’accordooh?).
In età avanzata potremo forse dire: “E tutti quei momenti andranno perduti nel tempo, come lacrime nella pioggia; è tempo di morire” (no, questa frase non l’ho inventata io). Mi consolo adattando una celebre frase di Lord Alfred Tennyson, di cui venni a conoscenza tramite uno dei tanti episodi dei Peanuts, in cui Charles Schulz disegna Charlie Brown che legge il biglietto con tale frase: “‘Tis better to have loved and lost / Than never to have loved at all” – nel mio caso: è meglio aver appreso e perduto, che non aver appreso affatto. Volendo andare su cultura popolare più recente, adatterei Raf in “Cosa resterà di questi…” non anni ’80, ma: modelli mentali, modi di pensare, concetti consapevoli o meno, … l’abbiamo visto: restano le strutture, la visione d’insieme, la capacità di capire cosa è davvero importante (che non è né “ciò che serve a prendere un bel voto a scuola o a passare un esame con quello specifico professore”, né “ciò che mi serve per impressionare gli altri” – del resto “per stupire mezz’ora basta un libro di storia”, cantava Fabrizio De André rimaneggiando poesie di Edgar Lee Masters).
“Studiare per attenuare il declino” (proprio e come società), potrebbe essere il nome di un programma politico se non fosse che, onestamente, a molti politici (soprattutto italiani) non gliene frega assolutamente nulla (e del resto loro in primis non è che siano questo grande esempio, ricordiamo anche una tizia messa a capo del ministero dell’istruzione pur mentendo sul titolo di studio, sedicente dottoressa mentre non aveva neppure conseguito un diploma superiore quinquennale, de che stamo a parla’…); come diceva saggiamente Piero Angela: per i politici italiani, l’istruzione è solo una spesa, non un investimento. Persino l’università sta subendo un rapido processo di enshittificazione, ogni tanto mi capita di interrogare candidati a colloqui (generalmente laureati e con almeno qualche anno di esperienza), riscontrando un livello a dir poco penoso persino se rapportato al livello medio che ricordo alle scuole superiori. E intanto stiamo assistendo a una biforcazione cognitiva della specie umana: mentre la maggioranza della popolazione scivola verso sfrenato consumo di contenuti brevissimi (quando va di culo, in mezzo ci finisce un po’ di infotainment) sempre più frammentati, le élite consapevoli (che spesso sono legate anche alle multinazionali tecnologiche che producono le piattaforme di distrazione di massa) proteggono rigorosamente i propri figli dagli schermi e li immergono in ambienti educativi tradizionali, ricchi di libri, conversazioni prolungate, e tempo non strutturato (lo spacciatore non dà la propria merda ai suoi figli) – ne ho parlato anche nel precedente articolo La (s)fiducia nel futuro. La consapevolezza di un danno non è sufficiente a prevenirlo, altrimenti non avremmo ad esempio un elevato tasso di obesità, occorre un “design imposto dall’alto” (gli “architetti che influenzano le scelte” di cui si parla in “Nudge”) e un sistema premi-punizioni virtuoso (verso la conoscenza e il consumo di bei contenuti lunghi) che non può di certo essere preteso contro i propri interessi dalle stesse “Careless people” (come una ex dirigente di Facebook chiama i suoi vecchi capi e colleghi, nell’omonimo libro) che lucrano sul business dell’attenzione.
Come per lo sport e per la musica, meglio iniziare il prima possibile, perché partire bene ha anche dei ritorni interessanti in stile interesse composto: non solo se si intende monetizzare (es.: applicare studio in ambito lavorativo), ma anche perché apre opportunità intellettualmente stimolanti; ma il momento migliore per piantare un albero era 20 anni fa, il secondo momento migliore è adesso.

Riferimenti e risorse consigliate
Spero di non aver dimenticato nulla, anche se di libri e corsi ce ne sarebbero tanti altri da aggiungere.
Libri
- Memory, Alan Baddeley et al., 2015
- In the Know, Russell T. Warne, 2020
- The Brain That Changes Itself, Norman Doidge, 2007
- Range: Why Generalists Triumph in a Specialized World, David Epstein, 2019
- La meraviglia del tutto, Piero Angela, 2022
- Dieci cose che ho imparato, Piero Angela, 2022
- Pensieri lenti e veloci, Daniel Kahneman, 2011
- The Great Mental Models series, Shane Parrish, 2018-2024
- Amusing Ourselves to Death, Neil Postman, 1985
- Reader, Come Home: The Reading Brain in a Digital World, Maryanne Wolf, 2018
- The Shallows: What the Internet Is Doing to Our Brains, Nicholas Carr, 2010
- Essere e tempo, Martin Heidegger, 1927
- L’errore di Cartesio, Antonio Damasio, 1994
- Un uomo in cerca di senso, Viktor E. Frankl, 1946
- Flow: The Psychology of Optimal Experience, Mihály Csíkszentmihályi, 1990
- I sommersi e i salvati, Primo Levi, 1986
- Novella degli scacchi, Stefan Zweig, 1941
- Ego Is the Enemy, Ryan Holiday, 2016
- Il coraggio di non piacere, Ichiro Kishimi e Fumitake Koga, 2013
- Early Retirement Extreme, Jacob Lund Fisker, 2010
- Loneliness: Human Nature and the Need for Social Connection, John T. Cacioppo e William Patrick, 2008
- The Happiness Trap, Russ Harris, 2007
- Principles: Life and Work, Ray Dalio, 2017
- Be Useful: How to Do Hard Things That Matter, Arnold Schwarzenegger, 2023
- The Last Lecture, Randy Pausch, 2008
- Nudge: Improving Decisions About Health, Wealth, and Happiness, Richard H. Thaler e Cass R. Sunstein, 2008
- Careless People: A Cautionary Tale of Power, Money and the Other Side of the American Dream, Sarah Payne, 2025
Corsi
- Understanding child development: from synapse to society, Utrecht University
- “Children Acquiring Literacy Naturally”, University of California
- Neurolinguistics, Saint Petersburg State University
- Learning How to Learn, Deep Solutions (Barbara Oakley)
- Know Thyself – The Value and Limits of Self-Knowledge, University of Edinburgh
Ricerche e studi
- Cabeza, R., Albert, M., Belleville, S., Craik, F. I. M., Duarte, A., Grady, C. L., Lindenberger, U., Nyberg, L., Park, D. C., Reuter-Lorenz, P. A., Rugg, M. D., Steffener, J., & Bherer, L. (2018). Maintenance, reserve and compensation: The cognitive neuroscience of healthy ageing. Nature Reviews Neuroscience, 19(11), 701–710. https://doi.org/10.1038/s41583-018-0068-2
- Liu, Y., Lu, H., Zhang, X., & Peng, Q. (2024). Cognitive reserve over the life course and risk of dementia: A systematic review and meta-analysis. Frontiers in Aging Neuroscience, 16, 1358992. https://doi.org/10.3389/fnagi.2024.1358992
- Livingston, G., Huntley, J., Liu, K. Y., Costafreda, S. G., Selbæk, G., Alladi, S., … & Mukadam, N. (2024). Dementia prevention, intervention, and care: 2024 report of the Lancet standing Commission. The Lancet, 404(10452), 572–628. https://doi.org/10.1016/S0140-6736(24)01296-0
- Lövdén, M., Fratiglioni, L., Glymour, M. M., Lindenberger, U., & Tucker-Drob, E. M. (2020). Education and cognitive functioning across the life span. Psychological Science in the Public Interest, 21(1), 6–41. https://doi.org/10.1177/1529100620920576
- Meng, X., & D’Arcy, C. (2012). Education and dementia in the context of the cognitive reserve hypothesis: A systematic review with meta-analyses and qualitative analyses. Psychological Medicine, 42(11), 2305–2318. https://doi.org/10.1017/S0033291712000438
- Navakkode, S., Bhattarai, J. P., & bhattarai, M. (2024). Neural ageing and synaptic plasticity: Prioritizing brain health in healthy longevity. Frontiers in Aging Neuroscience, 16, 1428244. https://doi.org/10.3389/fnagi.2024.1428244
- Puderbaugh, M., & Emmady, P. D. (2024). Neuroplasticity. In StatPearls. StatPearls Publishing. https://www.ncbi.nlm.nih.gov/books/NBK557811/
- van Kesteren, M. T. R., Ruiter, D. J., Fernández, G., & Henson, R. N. (2012). How schema and novelty augment memory formation. Trends in Neurosciences, 35(4), 211–219. https://doi.org/10.1016/j.tins.2012.02.001
- van Kesteren, M. T. R., Rijpkema, M., Ruiter, D. J., Morris, R. G. M., & Fernández, G. (2014). Building on prior knowledge: Schema-dependent encoding processes relate to academic performance. Journal of Cognitive Neuroscience, 26(10), 2250–2261. https://doi.org/10.1162/jocn_a_00630
- Bjork, E. L., & Bjork, R. A. (2011). Making things hard on yourself, but in a good way: Creating desirable difficulties to enhance learning. In M. A. Gernsbacher, R. W. Pew, L. M. Hough, & J. R. Pomerantz (Eds.), Psychology and the real world: Essays illustrating fundamental contributions to society (pp. 56–64). Worth Publishers.
- Bjork, R. A., & Bjork, E. L. (2020). Desirable difficulties in theory and practice. Journal of Applied Research in Memory and Cognition, 9(4), 475–479. https://doi.org/10.1016/j.jarmac.2020.09.003
- Bjork, R. A., & Bjork, E. L. (1992). A new theory of disuse and an old theory of stimulus fluctuation. In A. Healy, S. Kosslyn, & R. Shiffrin (Eds.), From learning processes to cognitive processes: Essays in honor of William K. Estes (Vol. 2, pp. 35–67). Erlbaum.
- Kivipelto, M., Solomon, A., Ahtiluoto, S., Ngandu, T., Lehtisalo, J., Antikainen, R., … & Soininen, H. (2013). The Finnish Geriatric Intervention Study to Prevent Cognitive Impairment and Disability (FINGER): Study design and progress. Alzheimer’s & Dementia, 9(6), 657–665. https://doi.org/10.1016/j.jalz.2012.09.012
- Ngandu, T., Lehtisalo, J., Solomon, A., Levälahti, E., Ahtiluoto, S., Antikainen, R., … & Kivipelto, M. (2015). A 2 year multidomain intervention of diet, exercise, cognitive training, and vascular risk monitoring versus control to prevent cognitive decline in at-risk elderly people (FINGER): A randomised controlled trial. The Lancet, 385(9984), 2255–2263. https://doi.org/10.1016/S0140-6736(15)60461-5
- Kivipelto, M., Mangialasche, F., Snyder, H. M., Allegri, R., Andrieu, S., Arai, H., … & Carrillo, M. C. (2020). World-Wide FINGERS Network: A global approach to risk reduction and prevention of dementia. Alzheimer’s & Dementia, 16(7), 1078–1094. https://doi.org/10.1002/alz.12123
- Rosenberg, A., Ngandu, T., Rusanen, M., Antikainen, R., Bäckman, L., Havulinna, S., … & Kivipelto, M. (2018). Multidomain lifestyle intervention benefits a large elderly population at risk for cognitive decline and dementia regardless of baseline characteristics: The FINGER trial. Alzheimer’s & Dementia, 14(3), 263–270. https://doi.org/10.1016/j.jalz.2017.09.006
- Craik, F. I. M., & Lockhart, R. S. (1972). Levels of processing: A framework for memory research. Journal of Verbal Learning and Verbal Behavior, 11(6), 671–684. https://doi.org/10.1016/S0022-5371(72)80001-X Lo studio fondativo che ha dimostrato come l’elaborazione semantica profonda produca tracce mnemoniche più durature rispetto all’elaborazione superficiale.
- Lockhart, R. S. (2002). Levels of processing: Past, present… and future? Memory, 10(5-6), 305–318. https://doi.org/10.1080/09658210244000135
- Rose, N. S., Buchsbaum, B. R., & Bhattacharya, J. (2025). Effect of levels-of-processing on rates of forgetting. PMC. https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC11868305/ “L’elaborazione profonda (ad es., coinvolgimento concettuale, semantico o associativo) attiva una traccia mnemonica o rete neurale più ricca e più elaborata rispetto alla codifica superficiale.”
- Chen, Y., Liu, X., & Zhang, W. (2022). The effects of university students’ fragmented reading on cognitive development in the new media age: Evidence from Chinese higher education. Frontiers in Psychology, 13, 942851. https://doi.org/10.3389/fpsyg.2022.942851 Uno studio empirico su larga scala che dimostra come la lettura frammentata tipica dei social media comprometta lo sviluppo cognitivo e la capacità di elaborazione profonda negli studenti universitari.
- Singh, A., Kumar, R., & Sharma, P. (2025). Demystifying the new dilemma of brain rot in the digital era: A review. PMC. https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC11939997/ “Il brain rot distrugge un’altra funzione cognitiva fondamentale, ovvero la capacità di attenzione sostenuta, poiché l’uso pervasivo di smartphone e social media stabilisce un ambiente di gratificazione istantanea… I risultati rivelano che il brain rot porta a desensibilizzazione emotiva, sovraccarico cognitivo e un concetto di sé negativo.”
- Uncapher, M. R., & Wagner, A. D. (2018). Minds and brains of media multitaskers: Current findings and future directions. Proceedings of the National Academy of Sciences, 115(40), 9889–9896. https://doi.org/10.1073/pnas.1611612115
- Madore, K. P., & Wagner, A. D. (2022). Media-multitasking and cognitive control across the lifespan. Neuropsychologia, 175, 108360. https://doi.org/10.1016/j.neuropsychologia.2022.108360 “Alti livelli di multitasking tecnologico sono stati associati sia a funzioni esecutive compromesse, sia a un controllo inibitorio alterato.”
- May, K. E., & Elder, A. D. (2018). Efficient, helpful, or distracting? A literature review of media multitasking in relation to academic performance. International Journal of Educational Technology in Higher Education, 15(1), 13. “I risultati stabiliscono un legame negativo tra media multitasking e attenzione sostenuta di dimensione dell’effetto media.”
- García-Cabrero, B., Rangel-Alcántar, R., & Valdés-Cuervo, A. A. (2024). Digital multitasking and hyperactivity: Unveiling the hidden costs to attention and executive function. Frontiers in Psychology, 15, 1477892. https://doi.org/10.3389/fpsyg.2024.1477892 “Il multitasking può avere un effetto avverso sulle funzioni esecutive perché sovraccarica la capacità del cervello di transitare rapidamente tra attività.”
- Roediger, H. L., III, & Karpicke, J. D. (2006). The power of testing memory: Basic research and implications for educational practice. Perspectives on Psychological Science, 1(3), 181–210. https://doi.org/10.1111/j.1745-6916.2006.00012.x “Sostenere un test di memoria non solo valuta ciò che si sa, ma potenzia anche la ritenzione successiva, un fenomeno noto come testing effect.”
- Karpicke, J. D., & Roediger, H. L., III. (2008). The critical importance of retrieval for learning. Science, 319(5865), 966–968. https://doi.org/10.1126/science.1152408
- Bjork, R. A., & Bjork, E. L. (2020). Desirable difficulties in theory and practice. Journal of Applied Research in Memory and Cognition, 9(4), 475–479. https://doi.org/10.1016/j.jarmac.2020.09.003 La teoria delle “difficoltà desiderabili” spiega perché lo sforzo nell’apprendimento, incluso lo sforzo di processare contenuti lunghi e complessi, produce memoria più duratura.
- Romeo, R. R., Leonard, J. A., & Gabrieli, J. D. E. (2023). Reading intervention and neuroplasticity: A systematic review and meta-analysis. NeuroImage, 275, 120141. https://doi.org/10.1016/j.neuroimage.2023.120141 Una meta-analisi che dimostra come l’intervento di lettura produca cambiamenti neuroplastici misurabili nel cervello.