Mese (volutamente) scarso coi libri, ma proprio non ce la facevo a non “assorbire” o ripassare nulla, quindi compensato coi corsi (in media, un paio a settimana); anche questo mese, ci si “detossifica” il mese prossimo (per chi fosse capitato qui per caso, questo è il tipo “intossicazione” a cui faccio riferimento: Bulimia informativa. Forse seriamente un disturbo.).
LIBRI
24 ore nella vita di una donna, Stefan Zweig, Racconto, 1927
Dello stesso autore, avevo letto la famosa “Novella degli scacchi” (scritta poco prima di essersi suicidato insieme alla sua seconda moglie). Questo racconto è decisamente diverso, non solo nel contenuto, ma nella forma, scritto in modo completamente diverso. La parte iniziale rivela un modo di pensare, esprimersi e rapportarsi “post-Vittoriano” tipico di certi salotti e ambienti di villeggiatura, che Zweig tratteggia efficacemente; eppure, ci sono aspetti che ci ricordano quanto, in fondo, nonostante il progresso, siamo ancora fondamentalmente gli stessi animali sociali. In particolare, m’ha colpito il modo in cui descrive una discussione tra persone “rispettabili” che commentano in merito alla fuga di una donna sposata insieme ad uno straniero appena conosciuto: la voglia dei presenti di pensare che un simile comportamento non possa di certo appartenere ad una persona per bene, perché esistono donne per bene e donne per male… i cattivi ed immorali possono essere solo gli altri, mai noi, per carità, che neppure oseremmo pensare certe cose! Mogli e mariti che avevano saputo di quella fuga romantica e fedifraga che continuavano a ripetersi che una donna qualunque, “normale”, non potrebbe essere così volubile da rischiare di cadere in una simile tentazione (che m’ha ricordato le scene col tentatore che insidia Magda Ghiglioni (Irina Sanpiter, R.I.P.) nell’iconico “Bianco, rosso e Verdone”). Non si capacitavano del fatto che una donna più giovanissima, a 33 anni, abbia potuto lasciare marito e due figli, per seguire la passione con un uomo conosciuto appena tre ore e di cui non si sapeva neppure se fosse un tipo affidabile… nonostante invece gran parte dei romanzi e dei “film per casalinghe” di pochi decenni dopo siano pieni di storie simili, per far sognare alla lettrice/spettatrice fighe romantiche e misteriose per scappare dalla routine.
Andando avanti, il libro mi è sembrato meno interessante, anche se compaiono ogni tanto alcune frasi che, nel contesto del racconto, esprimono bene alcuni tratti psicologici, ad esempio: si può capire molto del carattere di un uomo guardando come le sue mani maneggiano il denaro durante il gioco.
Non mi sento di consigliarlo, a differenza dell’ultimo libro dell’autore, ma può essere interessante per chi vuole immergersi in atmosfere “medio-alte” d’altri tempi.
Il popolo degli abissi, Jack London, Storico/Viaggio, 1903
Ora sarebbe probabilmente girato come un “vlog” (con forse in sottofondo “La città vecchia” di Fabrizio De André), con telecamera ininterrottamente sparata in faccia alla gente del posto, ma fortunatamente per il riserbo della gente dell’epoca non esistevano simili metodi molto invasivi e poco etici per raccontare la vita di un posto. L’autore era un londinese benestante. Tutti gli sconsigliano di andare verso una zona periferica della città, ma lui vuole condividere la vita con gli abitanti di quel posto per vedere da vicino come vivono. Al cocchiere, dice di voler andare nella zona degli stand, insistendo più volte perché il cocchiere voleva un indirizzo preciso (un po’ come se oggi qualcuno chiedesse ad un tassista di esser condotto allo ZEN di Palermo o in uno dei tanti noti rioni napoletani, senza fornire un punto esatto). Questo libro non è solo un racconto della vita “degli ultimi” in zone degradate, a distanza fisica e socioeconomica dalla città della “gente bene”, ma un prezioso contributo di pensiero da parte dell’autore, che adotta una mentalità da vero viaggiatore, con mentalità curiosa, aperta e non giudicante, libera da preconcetti moralisti. Tanto che, dopo essersi vestito come uno del posto, è lusingato d’esser quasi scambiato per uno di loro: non gli si rivolgono più come “sir“, ma come fosse uno dei tanti “compagni di sventura” in quel luogo. Ho prodotto una discreta quantità d’appunti ascoltando questo audiolibro, soprattutto durante l’abile tratteggio degli aspetti di vita di alcuni individui in particolare, che Jack London definisce pietre che il costruttore ha rifiutato: non c’è posto per loro nell’edifizio sociale, vengono relegati nei bassifondi; il mondo del lavoro non ha bisogno di loro, cerca soggetti più adatti alla lotta – una descrizione che m’ha subito riportato alla mente “Estensione del dominio della lotta” di Houellebecq, anche perché vengono evidenziate le difficoltà di alcuni giovani uomini che, ancora scapoli a 22 anni (all’epoca non si consideravano regazzini i 50enni, si metteva su famiglia ad un’età biologicamente sensata), erano ormai totalmente disillusi, rinunciando all’idea di cercar moglie e di procreare generando ulteriori poveri condannati ad un altrettanto grama vita.
“Non lasciarti invecchiare, ragazzo mio, muori prima! Guarda cosa ti aspetta!”, parole pronunciate da un anziano che sperava piuttosto di andare in carcere per avere vitto e alloggio anziché morire sotto la pioggia (unico problema che intravedeva non era la restrizione di libertà, ma l’assenza di tabacco nelle patrie galere). Non c’è solo la compassione verso questi individui, ma anche una giustamente feroce rilevazione di vergognosi comportamenti da parte di chi dovrebbe aiutali, come un aiutante dell’esercito della salvezza, con uno sguardo carico di disprezzo non da misericordioso galileo ma da centurione che rappresentava e deteneva il potere di Roma, che minacciava i 500 poveracci come a dire che era lui a decidere di far mangiare o meno.
Tra le tante considerazioni, che l’autore ha scritto probabilmente per cercare di smuovere le coscienze di una certa parte della società nei “salotti bene”, c’è quella non solo “evidente “semplice” della evidente disparità di ricchezza (cita anche Montesquieu: se servono tanti individui a vestire uno solo, gli altri non avranno di che vestirsi), ma anche della svalutazione della vita in certi borghi: rileva che all’alba, nel Tamigi, si vedono cadaveri, alcune volte padri di famiglia disoccupati, insieme alla loro famiglia che non si è sfamata, suicidi che non fanno notizia nella capitale. Cerca anche di metterla su un piano pragmatico-capitalista, notando che stimolare l’operaio inglese alla produttività e all’impegno è eccellente, ma ancora meglio sarebbe nutrirlo bene: un operaio malnutrito rende meno in azienda e di conseguenza alla nazione. L’autore dice chiaramente che ogni bambino che muore di fame, ogni ragazzina che si vende di notte in strada, ogni disperato che si getta nel Tamigi sono un insulto ai vivi nella loro dimora e ai morti; il lusso dei londinesi che abbondano di vino e buon cibo è un insulto agli 8 milioni di bocche mai saziate, ai 16 milioni di corpi dolorosi mai decentemente vestiti. Il progresso nella produzione permette a cinque uomini possono produrre pane e vestiti per un migliaio, mentre milioni di inglesi mancano di pane e di vestiti, quindi la civiltà inglese è un fallimento: la gestione sociale è cattiva. Parole di oltre un secolo fa, ma che sembrano scritte oggi.
Certo,come ho anche scritto in precedenti articoli (come Qual è il miglior periodo in cui vivere? e La (s)fiducia nel futuro), oggi (almeno in una certa parte del mondo) viviamo fortunatamente in condizioni generalmente molto migliori, non è così comune vedere bambini morire di fame o non ricevere adeguate cure, ma resta una grande disparità, che non può essere descritta soltanto dal coefficiente di Gini di una certa nazione o dalla constatazione paretiana in rapporti sulla disuguaglianza nella distribuzione di ricchezza: al degrado economico, si unisce l’abbrutimento morale di persone incattivite (sia nel senso di diventare cattive, sia nel senso di vivere in cattività, intrappolate nelle loro gabbie virtuali); a volte, soprattutto nell’est Europa, ho sentito parlar bene della solidarietà che si sviluppa quando c’è povertà, ma parliamo comunque di una poco desiderabile condizione di miseria diffusa – spesso questa visione del “volemose bene” è più un’idealizzazione ad opera di chi non ha mai vissuto la fame.
Un libro che considererei forse obbligatorio, insieme ad altri (più propriamente saggistica) sul patto sociale.
CORSI
Generative AI for Healthcare Students and Professionals, University of Glasgow
Panoramica ampia dell’integrazione di queste tecnologie nel settore sanitario, con le diverse applicazioni dell’Intelligenza Artificiale (IA) e della Realtà Estesa (XR), che comprende la Realtà Virtuale (VR), la Realtà Aumentata (AR) e la Realtà Mista (MR), in àmbiti come la diagnosi medica, dove l’IA può analizzare immagini mediche con elevata precisione, e la formazione chirurgica, dove la VR e l’AR offrono simulazioni realistiche per gli studenti di medicina e i chirurghi. Viene anche discusso il loro ruolo nella riabilitazione dei pazienti, consentendo terapie personalizzate e monitoraggio remoto, e nella gestione del flusso di lavoro, ottimizzando l’efficienza ospedaliera. Vale la pena ricordare, comunque, che alcune applicazioni sono più raccomandate e precise di altre (ad esempio: in ambito immagini come in radiografia, sono ormai tanti anni che sistemi come IBM Watson superano di gran lunga interi gruppi di medici esperti; in altri settori, occorre andarci più cauti).
Vengono affrontate le sfide significative associate all’adozione di queste tecnologie, tra cui gli elevati costi di implementazione, la necessità di formazione specialistica per il personale sanitario e le complesse questioni etiche (per non parlare poi di temi come bias di azione e omissione, responsabilità e tanto altro). La riservatezza dei dati dei pazienti è una preoccupazione primaria, data la natura sensibile delle informazioni sanitarie (anche se poi parlano di “anonimizzazione”, mai fidarsi del tutto). La trasparenza degli algoritmi di IA (che spesso sono invece delle blackbox, come avevo scritto in Machine learning, determinismo e alchimia) è cruciale per garantire che le decisioni mediche siano comprensibili e affidabili. Vengono anche esaminati i quadri normativi in evoluzione che cercano (con molta fatica) di tenere il passo con i rapidi progressi tecnologici.
Vengono esaminati esempi specifici come l’uso dell’IA nell’analisi dei sorrisi dentali e nella radiologia, evidenziando il concetto di “proactive healthcare“, ovverosia un approccio alla salute che mira a prevenire le malattie piuttosto che trattarle. Un corso il cui target primario è chiaramente il personale sanitario o biomedico, ma che ritengo interessante per chiunque sia curioso di vedere come vengono adottate le nuove tecnologie in un campio che, bene o male, ci riguarda tutti.
Foundations of Healthcare Systems Engineering, Johns Hopkins University
Corso decisamente più tecnico del precedente. Bello anche a prescindere dall’aspetto specifico sanitario, perché permette di vedere come si ragiona quando ci sono di mezzo sistemi: Sistemi complessi (singole unità integrate mirate a un obiettivo definito, come un ventilatore polmonare), Sistemi di sistemi (federazioni di più sistemi complessi che operano insieme per un fine comune) e Sistemi enterprise (ecosistema allargato che fonde tecnologie, protocolli operativi, reti organizzative, vincoli normativi e, soprattutto, persone – operatori, pazienti e famiglie). Si va nel dettaglio, con tanto di grafici ben fatti diversi diagrammi (soprattutto per illustrare i framework) per parlare poi nello specifico del ciclo metodologico dell’ingegneria dei sistemi: Analisi dei bisogni (individuare il divario/gap qualitativo o operativo separando i bisogni reali dai meri desideri nice to have), Definizione dei requisiti (tradurre le necessità in specifiche quantitative e misurabili, quindi cosa deve fare il sistema, senza prescrivere a priori la soluzione tecnologica specifica), Architettura e allocazione funzionale (modellare flussi informativi, interfacce e layout operativi per allineare gli stakeholder – o in italiano: le persone/organizzazioni interessate) e Integrazione, test, validazione e monitoraggio continuo (verificare sul campo l’efficacia delle soluzioni, integrando fattori umani e cultura organizzativa per ridurre degenze ed errori, con tutta la parte di feedback, lezioni apprese, ecc…).
Questo è un riassuntazzo brutale, ma il corso va davvero in dettaglio al punto che lo raccomanderei a chiunque voglia capire un po’ più seriamente come funziona l’ingegneria dei sistemi, a prescindere dal caso specifico sanitario. Tanti esempi pratici aiutano a capire come vengono applicate (almeno in parte) le diverse metodologie, quindi direi non un corso fondamentale/essenziale ma di certo consigliato.
Model thinking, Michigan State University
Chi non è nuovo al pensiero critico (e a questo sito), sarà abbastanza avvezzo all’uso di modelli mentali (ne avevo riassunti un bel po’, dal noto libro di Farnam Street, in questi 3 articoli); mi si perdoni la marchetta interessata (sono co-autore) se consiglio il corso di pensiero critico, “Critical Sensei”, divulgato da AdC e Mr. RIP.
Questo corso dell’università statale del Michigan, primo di 3 di una specializzazione, sostiene l’approccio del Many-Model Thinker, per interpretare la complessità del mondo reale e prendere decisioni migliori, disponendo una “cassetta degli attrezzi” composta da diversi modelli matematici, comportamentali e sistemici (altrimenti si continua ad utilizzare un martello per ogni tipo di lavoro, quando sarebbe più consono ad esempio un cacciavite).
Richiamando prima George Box (“Tutti i modelli sono sbagliati, ma alcuni sono utili”), ricorda poi la metafora di Isaiah Berlin: gli individui che agiscono da istrici/ricci (interpretando ogni fenomeno alla luce di un’unica grande idea) commettono errori predittivi sistematici; al contrario, le “volpi” (che combinano modelli eterogenei) ottengono stime e decisioni più calibrate e accurate, comprendendo quando un sistema tende all’equilibrio, al ciclo, alla casualità (o alla causalità!) o a comportamenti caotici. Il corso è piuttosto lungo, proverò solo ad elencare la maggior parte di modelli schematizzazioni spiegati (nota per onestà intellettuale: ho utilizzato un LLM per questo elenco, altrimenti ci avrei davvero messo troppo, senza alcun valore aggiunto):
- Processi Decisionali e Aggregazione: Modelli Decisionali Multi-Criterio (Multi-Criterion Decision Making), Valutazione qualitativa e quantitativa (pesata) di alternative basata su attributi multipli: Modelli di Scelta Spaziale (Spatial Choice Models): Rappresentazione delle preferenze e delle alternative in uno spazio geometrico/multidimensionale (modelli di Hotelling e di Anthony Downs); Alberi Decisionali e Valore dell’Informazione (Decision Trees & Value of Information): Modelli probabilistici per decidere in condizioni di incertezza e quantificare il valore economico/operativo dell’acquisizione di nuovi dati; Modelli di Aggregazione delle Preferenze e Paradosso di Condorcet: Analisi delle decisioni di gruppo e delle incoerenze/cicli irrazionali emergenti dal voto a maggioranza.
- Modelli Comportamentali e ad Agenti (Agent-Based): Modello dell’Attore Razionale (Rational Actor Model): Assunzione di ottimizzazione dell’utilità individuale con vincoli logici e transitivi; Modelli Comportamentali (Behavioral Models): Integrazione di bias cognitivi ed euristici (es. Prospect Theory, avversione alle perdite, hyperbolic discounting, status quo bias); Modelli Basati su Regole (Rule-Based Models): Agenti che seguono euristiche semplici di interazione locale; Modello di Segregazione di Schelling: Spiega come lievi preferenze individuali di vicinato generino forte segregazione spaziale a livello macroscopico; Modello di Granovetter (Soglie di influenza sociale): Modello a cascata basato sulla distribuzione delle soglie individuali di partecipazione ad azioni collettive; Modello della Standing Ovation: Dinamica di conformismo, informazione ed effetti tra pari (peer effects).
- Automi Cellulari e Complessità Emergente: Gioco della Vita di Conway (Game of Life): Automa cellulare bidimensionale che mostra l’auto-organizzazione e l’emergenza di pattern complessi e oscillatori da semplici regole binarie; Automi Cellulari 1-D (Wolfram): Sistemi computazionali monodimensionali (es. Regola 30 caotica, Regola 110 complessa) classificati tramite il parametro Lambda di Langton.
- Contagio, Percolazione e Punti di Non Ritorno (Tipping Points): Modelli di Percolazione (Percolation Models): Reticoli a soglia critica di connettività applicati alla propagazione di incendi, crisi bancarie sistemiche e trasmissione di rumor; Modello SIS (Susceptible-Infected-Susceptible): Modello epidemiologico basato sul tasso di riproduzione base e soglie di vaccinazione critica; Modello di Diffusione Pura (Diffusion Model): Propagazione di idee, infezioni o innovazioni con curve a “S” senza fase di guarigione; Modelli di Urna (Urn Models): Modellazione della path dependence (dipendenza dal percorso) e dell’evoluzione stocastica delle probabilità storiche; Modelli di Punti Critici (Direct & Contextual Tipping Points): Transizioni di stato improvvise misurate tramite la riduzione dell’Entropia e dell’Indice di Diversità.
- Reti, Sistemi Dinamici e Statistica: Teoria delle Reti (Network Models): Reti orientate e non orientate analizzate per grado, clustering, connettività e proprietà emergenti (come i “sei gradi di separazione”); Catene e Processi di Markov (Markov Models): Sistemi stocastici privi di memoria con distribuzioni stazionarie di equilibrio; Funzioni di Lyapunov: Funzioni energetiche per verificare la convergenza verso equilibri stabili in dinamiche culturali e giochi di coordinamento; Modelli Lineari e Categorici: Regressioni lineari per l’interpretazione dei dati e approssimazione a tratti di funzioni non lineari; Modelli di Random Walk e Distribuzioni di Probabilità: Teorema del Limite Centrale, distribuzioni gaussiane e casualità.
- Teoria dei Giochi, Meccanismi e Crescita Economica: Dilemma del Prigioniero (Prisoner’s Dilemma): Interazione strategica e problemi di azione collettiva / cooperazione; Gioco del Colonnello Blotto (Colonel Blotto Game): Modello di allocazione strategica di risorse scarse su più fronti/campi di battaglia; Modelli di Progettazione di Meccanismi (Mechanism Design): Progettazione di incentivi e istituzioni per indirizzare comportamenti strategici verso fini desiderati; Modelli di Crescita Economica (Esponenziale e Solow): Dinamiche del PIL, accumulazione di capitale, deprezzamento e ruolo moltiplicatore dell’innovazione; Modello di Disuguaglianza di Piketty: Dinamiche della distribuzione del reddito e rendimenti del capitale; Teorema della Diversità Predittiva (Predictive Diversity Theorem): Formalizzazione della saggezza della folla (Wisdom of Crowds) basata su competenza e diversità cognitiva.
Riassumendo ancora di più: assolutamente consigliato per chiunque voglia capire meglio i fenomeni, anche complessi. Unica nota: il corso non richiede grande conoscenza pregressa (anche se aiuta), ma raccomanderei un minimo di integrazione di matematica (in particolare di statistica di base), anche se (quando vengono mostrate formule) viene tutto spiegato.
Global Politics, Università di Napoli “Federico II”
Questo corso analizza l’evoluzione che va dalle tradizionali relazioni tra Stati alla politica globale, un campo interdisciplinare e “pluriversale” che integra nuovi attori (corporazioni, think tank, comunità “scientifiche” (eviterò di aprire polemiche sul concetto di scienza inteso qui)), beni comuni planetari e tradizioni di pensiero non occidentali, superando la dicotomia tra Occidente e resto del mondo; supercazzola adatta per Linkedin, a cui potrei solo aggiungere: “con un approccio olistico”.
L’analisi dell'”ordine internazionale” usa le teorie positive, focalizzate su dinamiche empiriche, vincoli strategici e teoria dei giochi, oltre alle teorie normative, orientate alla legittimità etica, ai valori di giustizia e alle condizioni per una cooperazione (duratura o meno).
Sul piano storico, parla ovviamente della Pace di Vestfalia (1648) sul principio di sovranità statale in un mondo dove regna l’anarchia, sintetizzata dalla metafora della “Costante di Hobbes” (mentre a livello domestico i cittadini possono cedere il monopolio della forza al Leviatano in cambio di protezione, a livello internazionale non esiste un governo sovranazionale analogo). Si parla altrettanto ovviamente dello sviluppo progressivo di istituzioni e organizzazioni multilaterali (dal Congresso di Vienna alla Società delle Nazioni, fino all’ONU e tutto il resto). Per essere legittimo e sostenibile, l’ordine contemporaneo deve configurarsi come una rete complessa, capace di conciliare le prerogative della sovranità nazionale con l’efficacia della governance globale… mentre si parla anche di egemonia militare.
Corso consigliato per “professionisti”, wannabe-analisti geopolitici, diplomatici e laureati in “scienze” politiche, economiche o giuridiche. E per chi vuole darsi un tono al bar e sui social, sfoggiando un po’ di cultura storico-politica (internazionale), facendo intendere di essere in grado di comprendere l’ordine mondiale e di aver interiorizzato le profonde cause alla base di conflitti e cooperazione.
Career Development specialization, Macquarie University
Per chi non fosse pratico di MOOC, “Specializzazione” è il nome con cui Coursera chiama alcuni “raggruppamenti” di corsi erogati dallo stesse ente (università o azienda) sulla sua piattaforma. In questo caso, l’unico motivo per cui ho completato questi 4 corsi è per cercare di essere ancora più utile, sia ad amici sia a chiunque decida di avvalersi del mio servizio di coaching.
In tutta onestà, sperando di non sembrare un saccente arrogante che flexa conoscenza ed esperienza (tra l’altro, data anche la differenza di età tra me e il lettore medio del mio blog, apparirei un po’ come Giovanni Storti che mogga i ragazzini), la quasi totalità del contenuto di questi corsi mi è sembrata “banale”, ma del resto un po’ me l’aspettavo: dopo aver letto (ed esperito anche in prima persona) tantissimo, mi sarei stupito di trovare qualcosa di “sconvolgente”. Considero quindi tempo perso quello speso nel seguire questi corsi? Solo in parte: anche se magari il “ritorno d’investimento” del mio tempo non è stato così alto rispetto a quanto avrei potuto ottenere studiando argomenti completamente nuovi, è sempre utile ripassare alcuni vecchi concetti e vedere come qualcun altro li “assembla” in un corso, come sviluppa il percorso, cosa filtra e quanto peso dà a singole nozioni o interi temi. Premetto quindi che l’intera specializzazione è per me valida, soprattutto a chi (immagino principalmente persone molto giovani che non hanno mai lavorato in grosse realtà strutturate) non ha mai incontrato concetti di miglioramento personale e professionale, mai usato sistemi di pianificazione e gestione del tempo, mai visto il solito diagramma di Venn che schematizza l’ikigai, mai gestito persone e/o progetti, mai sentito parlare di “pensieri lenti e veloci”, di “flow“, di differenza tra urgente e importante, di diversità culturale, ecc…
Approfitto per ricordare nuovamente che il concetto di “banale” è sempre relativo: non mi sognerei mai di deridere chi non ha mai neppure immaginato qualcosa che io invece do per scontato; ognuno ha ricevuto una certa combinazione di educazione, formazione, esperienze, come anche purtroppo la curva dell’oblio fa il suo corso, quindi ci può stare che un certo concetto è stato magari ascoltato a lezione durante la scuola dell’obbligo, ma ci si è completamente dimenticati anche solo di averlo appreso ed apparire quindi “sbiadito” o del tutto nuovo quando viene nominato. Del resto, è uno dei motivi per cui incoraggio a sviluppare un proprio sistema di conoscenza personale, un archivio in cui scrivere ciò che impariamo, che ha il grande vantaggio di essere scritto in un modo a noi congeniale (anche se può essere il caso di controllare poi su buone fonti, perché il concetto potrebbe essere stato “riveduto e corretto” nel tempo, perché potremmo aver capito male all’epoca in cui abbiamo prodotto gli appunti e per tanti altri motivi). Eccallà, ho di nuovo divagato; torniamo invece a parlare di questi corsi.
1. Build personal resilience
Basi biologiche, psicologiche e comportamentali della resilienza (marchio registrato, non so se sia ancora la parola più tatuata) per prevenire il logorio professionale (a.k.a. er barnaut). Parte dalla comprensione dello stress, con la nota reazione ancestrale (fight-or-flight) che oggi viene innescata da quattro categorie di agenti stressanti: vincoli temporali, relazioni interpersonali conflittuali, pressioni situazionali e ansia anticipatoria per il futuro (ovviamente non è un corso specifico sullo stress, raccomanderei un approondimento con libri come “Perché le zebre non hanno l’ulcera”, di Robert Sapolsky). Attraverso la legge della performance a U invertita, si distingue il deterioramento del distress cronico dalla carica positiva dell’eustress.
Il corso affronta due grandi ostacoli della produttività: il perfezionismo e la procrastinazione. Il primo nasce spesso da standard irrealistici e dal timore dell’errore; la seconda agisce come una forma di autosabotaggio alimentata da obiettivi ambigui, svalutazione delle ricompense future e distacco psicologico dal proprio “io futuro”. Per disinnescare questo circolo vizioso, si propone l’autocompassione cognitiva: accettare gli errori, riformulare i pensieri negativi e focalizzarsi su micro-traguardi concreti. Per approfondimenti, consiglio il corso di AdC che avevo recensito in Meno procrastinazione, più produttività (questa marchetta è gratuita :P).
Si evidenzia l’importanza di agire su tre leve:
- Fattori fisiologici e ambientali: igiene del sonno, alimentazione corretta, attività fisica e organizzazione dello spazio di lavoro;
- Capitale sociale: coltivare relazioni di fiducia reciproca come “conti correnti emotivi”, capaci di attutire i colpi nei momenti di crisi;
- Competenze operative: gestione rigorosa del carico (es. approccio zero inbox), empatia e padronanza dell’ascolto attivo tramite il modello HURIER (Hearing, Understanding, Remembering, Interpreting, Evaluating, and Responding)
Data l’intenzione di essere un corso pratico, termina con la redazione di un Action Plan individuale: un’autovalutazione del proprio livello di esposizione agli stressor, l’identificazione del proprio scopo profondo (big why), la creazione di una rete di supporto composta da mentor o coach e il monitoraggio continuo tramite journaling e visualizzazioni guidate (attenti a non scadere ne “Il segreto”, non la telenovela ambientata a Ponte Vecchio non fiorentino, ma quella fuffa sulla legge dell’attrazione).
2. Cultural intelligence – become a global citizen
Cercherò di non imprecare parlando di questo corso incentrato sulla n-esima “intelligenza” tra le “intelligenze multiple” (non aggiunto altro, non incoraggio ad approfondire questo concetto fuffoso), nonostante dovrebbe essere chiaro a chiunque abbia un minimo di intelligenza (propriamente detta) che è solo un “premio di consolazione” per chi non sa ragionare di scienza dura – invito piuttosto alla lettura del libro “In the Know: Debunking 35 Myths about Human Intelligence“, in cui Russell T. Warne nel 2020 ha parlato anche di quest’altra cialtronata. Comunque, di seguito, un estremo riassuntazzo su questo secondo corso della specializzazione.
L’intelligenza culturale (CQ) e la sua importanza nel contesto della globalizzazione e della diversità, partendo dalle origini storiche della globalizzazione, i fattori trainanti della migrazione, la vita nel “villaggio globale” (Marshall McLuhan) e le sue sfide, per arrivare a dinamiche contemporanee ed impatto soprattutto da un punto di vista di integrazione di economie. Si parla di affinità e diversità, di “capitale culturale” (termine con cui Pierre Bourdieu racchiudeva l’insieme di conoscenze, competenze, gusti e titoli di studio istituzionali acquisiti), di modello dimensionale di Geert Hofstede (distanza dal potere, individualismo/collettivismo, evitamento dell’incertezza, mascolinità/femminilità, orientamento a lungo/breve termine e indulgenza), evidenziandone utilità tassonomica e limiti euristici. A questo si affiancano i tre archetipi culturali di Leung e Cohen: la cultura della Dignità (tipicamente occidentale, centrata su autonomia e contratti), della Faccia (est-asiatica, orientata ad armonia di gruppo e rispetto delle gerarchie) e dell’Onore (medio-orientale e latino-americana, incentrata su lealtà e reputazione comunitaria). Gestire gruppi eterogenei, secondo gli autori di questo corso, richiederebbe la decostruzione (quanto piace ai woke ‘sta parola, evidentemente avevano traumi giocando male le costruzioni da piccoli) dei sottogruppi faziosi (faultlines), la promozione della sicurezza psicologica e il passaggio da una visione etnocentrica alla cittadinanza globale, bilanciando conformità locale e valori etici universali (?) di giustizia e inclusione… almeno di facciata – mi si perdoni la disillusione.
3. Career planning – your career, your life
approccio strategico e proattivo alla carriera, fondato sul paradigma boundaryless (senza confini fissi) e sui principi del Design Thinking applicati alla vita professionale (v. Designing Your Life: Build a Life that Works for You (with interactive mind map!)) . Riconoscendo che la responsabilità della crescita ricade sul singolo e non sull’azienda, il testo invita a esplorare percorsi “non lineari”: dall’avanzamento aziendale tradizionale al lavoro indipendente, fino alla diversificazione delle entrate tramite progetti paralleli (side hustles – che ho sentito tradurre letteralmente da una youtuber di “finanza personale” come “trambusto laterale”…).
Viene mostrato per l’n-esima volta l’arcinoto diagramma dal concetto giapponese dell’Ikigai, che individua l’equilibrio professionale all’incrocio tra quattro aree: ciò che si ama, ciò in cui si è capaci, ciò per cui il mercato è disposto a pagare e ciò di cui il mondo ha bisogno. A livello strategico, ispirandosi al modello imprenditoriale The Start-up of You, suggerisce di strutturare la pianificazione su tre livelli:
- Piano A: il percorso attuale, da ottimizzare costantemente;
- Piano B: due o tre opzioni adiacenti e concrete pronte per un pivot rapido se il contesto cambia;
- Piano Z: una strategia di ripiego sostenibile per riorganizzarsi a seguito di scenari avversi gravi, preservando salute e reputazione.
La gestione proattiva (termine che se la gioca con “resilienza”) richiede anche la consapevolezza dei tratti oscuri della personalità (Dark Side Traits di Hogan) che emergono sotto stress (distaccanti, seduttivi, compiacenti) e che rischiano di creare danni in carriere altrimenti promettenti. Si affrontano anche le transizioni di medio termine e l’immancabile personal branding: valorizzare il capitale professionale trasferibile, curare strategicamente la presenza online (in particolare su LinkedIn, ça va sans dire) e costruire una rete flessibile (er netuorchi) sfruttando la forza dei legami deboli (weak ties), ponti ideali verso nuove e inaspettate opportunità lavorative, più che legami forti che probabilmente sono all’interno della stessa bolla.
4. Professional development – Improve yourself, always
L’ultimo corso della serie tratta lo sviluppo professionale come processo continuo e autodiretto (Self-Directed Learning), indispensabile per mantenere competitività in un mercato trasformato da innovazione tecnologica, intelligenza artificiale e lavoro ibrido. Il testo evidenzia come i fallimenti di carriera e il declino della leadership derivino raramente da carenze tecniche, ma piuttosto da rigidità comportamentale, scarsa intelligenza interpersonale e incapacità di costruire team coesi e adattarsi ai cambiamenti organizzativi – fino a ‘na certa, dipende in larga parte dal tipo di lavoro, soprattutto considerando che i vari passacarta e copia-incollatori di PowerPoint stanno venendo rimpiazzati dagli LLM.
La nuova leadership della conoscenza (richiamando Peter Drucker, che non poteva non essere citato in questi corsi) non consiste nel gestire passivamente le persone, ma nel guidarle liberandone i punti di forza. Per attuarla, i manager devono creare culture dell’apprendimento fondate sul coaching, sull’esempio personale e sulla trasparenza rispetto alle sfide aziendali, sostituendo le rigide revisioni annuali con dialoghi frequenti e informali sulle aspirazioni di crescita dei collaboratori – in altre parole: meno micromanagement, più autonomia e lavoro per obiettivi (premesso comunque che esistono delle linee guida e dei vincoli anche rigidi, per diversi motivi). A livello individuale, il motore dello sviluppo è l’autoconsapevolezza (Self-Awareness), distinta tra interna (chiarezza sui propri valori, passioni, aspirazioni e reazioni emotive) e esterna (comprensione oggettiva di come si viene percepiti dagli altri, verificabile solo richiedendo feedback sinceri a colleghi e mentor… e, come avevo scritto in passato, occhio al punto cieco nella finestra di Johari). Infine, la teoria del cambiamento personale intenzionale di Richard Boyatzis, strutturata su cinque scoperte progressive: delineare il proprio sé ideale, diagnosticare con onestà il sé reale identificando i gap di competenza, formulare un’agenda di apprendimento flessibile, sperimentare e praticare nuovi comportamenti fino a renderli automatici e fare leva su relazioni fiduciarie di supporto. L'”apprendimento permanente” (continuous learning, che immagino sia la prassi per i lettori di questo sito) termina di essere un adempimento burocratico e diviene una disciplina strategica per navigare l’incertezza e reinventarsi nel tempo (anche quando si pensa, a ragione o meno, di non averne bisogno… anche perché è comunque bello imparare e perfezionarsi, ma è solo il mio soggettivissimo parere, c’è chi sembra viversela bene anche non aprendo un libro dalla scuola dell’obbligo – legando appunto a questa parola, obbligo, l’imparare che dovrebbe essere un piacere).
FILM
Attenti al buffone, Alberto Bevilacqua, Drammatico, Italia, 1975
Combinazione bizzarra (almeno per me) di due attori abbastanza diversi: Nino Manfredi e Mariangela Melato. La pellicola è un po’ “strana”, nel senso che non saprei come descriverla, sia nel senso di sceneggiatura sia nell’implementazione. Non saprei neppure dire se qualcuno potrebbe trovarlo interessante, onestamente m’ha abbastanza deluso, quindi non ne consiglierei la visione; esistono tantissimi bei film con quei due attori, separatamente.
L’infermiera Nella Corsia Dei Militari, Mariano Laurenti, Commedia sexy all’italiana, Italia, 1979
Dopo aver rivisto due film degli Squallor (“Arrapaho” e “Uccelli d’Italia”), mi son detto: dopo trash e nonsense, andiamo col genere “Commedia sexy all’italiana”, quello noto per aver fatto decadere diverse diottrie a giovani e meno giovani di qualche decennio fa, in compagnia (virtuale) di Edwige Fenech, Ursula Andress, Laura Antonelli, Gloria Guida, Serena Grandi, Eva Grimaldi e tante, tante altre, con tante qualità non solo attoriali – che ora potrebbero forse essere malviste, in quest’epoca più ipocrita dell’epoca vittoriana, in cui si urla allu badriargaduh e allo “sguardo maschile” (e come dimenticare l’annoso problemone da primo mondo annoiato del “camera bias” verso le atlete alle olimpiadi!), mentre si celebrano donne “forti e indipendenti” che si denudano su OnlyFans monetizzando sulla disperazione di uomini soli – più tristi di quelli narrati dall’omonimo brano dei Pooh.
Non nutrivo, per dirla come i Pink Floyd, “High Hopes”, ma tutto sommato, a suo modo, film godibile (non necessariamente nel senso cantato da Riccardo Cocciante, “chiuso al bagno con una mano sola”). Quantomeno, una trama (comunque riassumibile in meno di due righe) leggermente più “interessante”/”elaborata” della media per i film di questo tipo. E un po’ di nostalgia nel vedere Alvaro Vitali (attore morto lo scorso anno – esordito con Federico Fellini e diretto da Roman Polański, Dino Risi, Mario Monicelli, Alberto Sordi e tanti altri, prima di darsi al genere di questo film e in particolare incastrarsi a vita nel ruolo di Pierino). Film leggero e molto blandamente erotico (nulla, se paragonato alle smandrappate d’ogni età che si esibiscono su TikTok e Instagram), per passare un pigro pomeriggio facendosi un’idea di questo tipo di cinema.
MUSICA
Per compensare mesi musicalmente scarichi, oltre al fatto di non leggere più quasi nulla, la sezione musicale di questo WILL è un po’ più corposa del solito.
Kaśka Sochacka, Pop, Polonia, 2010-.
Questa cantante ha una pagina Wikipedia nella sua lingua (polacco) e solo in un’altra lingua: italiano. Non è comunque così che l’ho scoperta. Il genere è il solito pop leggero che passava un tempo la radio commerciale – non credevo l’avrei mai scritto: considerata la musica che passa la Radio Ga Ga d’oggigiorno (il nome del brano dei Queen non è casuale, fu scritto dal batterista Roger Taylor ispirato dal figlio che ascoltava la radio passare un brano che non gli piaceva), quasi rimpiango “La bella canzone d’una volta” (cit. EELST) persino quando tale canzone è semplice pop anni ’90 o 2000. Parlando invece della polacca in questione, onestamente nulla di così particolare, né per la musica che segue sempre giri standard e nessun fraseggio degno di nota, né per i testi banali nella media del genere musicale. L’ho ascoltato solo per ricordarmi come sia il pop, che non ascolto molto di frequente (per usare un eufemismo); brano che l’ha resa popolare: “Ciche dni“.
WoWaKin, Folk, Polonia, 2016-.
Trio di musica folk/tradizionale (il nome è composto dalla prima parte dei tre cognomi dei membri), stile semplice senza troppi arrangiamenti, come i gruppi di paese d’una volta. Brano più popolare: “Leć głosie po rosie“.
Echo Rodu, Electronic/Folk, Polonia, 2022-.
Ritorniamo al folk polacco. Suggerirei forse di partire dall’ascolto del loro singolo di debutto, “Koło Jana“, i cui primi 16 secondi mi hanno vagamente ricordato “Una chiave” di Caparezza e il cui testo (come mostrato nel video) parla di ragazze che si radunano per accendere un fuoco, da non confondere col tema nel brano del gruppo slovacco Hrdza che ho condiviso nello scorso WILL.
Mela Koteluk, Indie/Pop, Polonia, 2011-.
Che sia più indie rispetto alla cantante pop prima citata, lo si vede dal bokeh nel video di Dlaczego Drzewa Nic Nie Mowia. Stereotipi visivi a parte, è un “indie moderato”, quindi ascoltabile senza darsi un tono da finti alternativi. Brani come quello o come Odprowadź suggeriti come colonna sonora per serate tranquille o per ritirarsi a piedi sotto la pioggia dopo aver raccattato una serie di pali offrendo da bere a tipe che mollano due di picche per poi non farsi rivedere mai più. Gli altri sono più movimentati.
Daria Zawiałow, Indie/Pop, Polonia, 2007-.
Prometto l’ultima cantante indie o pop polacca. M’ha preso la scimmia e quindi so’ annato deep a ‘sto giro.
Consiglio l’ascolto di “Hej Hej!“, ma più che altro per il ritmo, visto che il testo è sempre il solito che si aspetta da un simile genere musicale, dei momenti che sono brevi e che non torneranno e tutta roba così (quantomeno nel rock si elabora un po’, come hanno fatto Die Toten Hosen con “Tage wie diese” o i Frei.Wild con “Unvergessen Unvergänglich Lebenslänglich“).
Percival Schuttenbach, Pagan/Folk Metal, Polonia, 1999-.
Guardando video di brani come “Branievo Song“, sembra d’esser finiti su una versione polacca degli Atroci (anche per la perculata al metal satanico), ma esistono anche brani “normali”, come nel folk slavo che emerge prepotente in “O mój wianku” o in “Pałacyk Michla“. Per la parte metal, “Rodzimej wiary nie wyrwiecie z naszych serc” (e in generale tutto l’album “Svantevit”).
Руян, Pagan/Folk Metal, Russia, 2010-.
Per chi regge il doppio pedale e una cantante che talvolta passa, così de botto senza senso, da un registro folk tradizionale a un growl (tutto sommato “melodico”), potrà apprezzare le sonorità folk (non persistenti per l’intera durata dei brani) dei Ruyan. Personalmente, lamento l’assenza di fraseggi incisivi e la completa mancanza di assoli, ma comunque consigliati; partirei con l’ascolto di Дружина.
Dalriada, Folk Metal, Ungheria, 1998-.
Come sopra, anche qui la cantante si prodiga di tanto in tanto in vocalizi moderatamente ruttanti, ma complessivamente producono brani molto melodici, dove l’elemento popolare (di archi e fiati, ma non solo) è molto più pronunciato rispetto al gruppo russo prima menzionato. E finalmente fraseggi e assoli (benché brevi e poco memorabili). Consiglierei di iniziare l’ascolto con Hajdútánc e sfiderei a restare immobili durante l’ascolto di Búsirató, canzone che proporrei in ogni sagra a base di birra, piena di belle donne dell’est (pleonastico).
Fferyllt, Pagan/Folk Metal, Russia, 1997-.
M’è partita un po’ di nostalgia ascoltando “Йолль” (“Yule”), per aver riscontrato un tipo di metal “casereccio” che ascoltavo/suonavo nei primi anni 2000, anche per un po’ di sonorità “tipo “Children of Bodom”, ma amatoriali” (spero non si offendano). Non un gruppo prolifico, ma qui non siamo amanti della quantità a prescindere. A chi non è avvezzo al genere possono andare un po’ a noia, ma meritano l’ascolto di un paio di loro brani.
Netherfell, Folk Metal, Polonia, 2008-.
Sì, ancora chitarre distorte, voce molto lontanamente growl e violini, non aggiungerò altro.
Buon ascolto con “Światło i Cień“, i cori in Kónik Zmók e le ghironde in “Mokosz“.
Грай, Pagan/Folk Metal, Russia, 2007-.
Anche i Grai suonano da Naberezhnye Chelny, repubblica del Tatarstan, come i Руян (Ruyan).
Come può capire in raduni durante concerti di gruppi simili, si passa dalla medievalità al pogo, v. le riprese per “Песнь о Земле Родной” (“Il canto sulla terra natia”).
Come intuibile dal video, in “В объятиях Мары” (“Nella braccia di Mara”) si parla di severo inverno che arriva con la neve, ghiacciando cuore, anima e lacrime come il fiume… sì, per chi non fosse pratico di metal, spesso è riassumibile in “Natura e fredda solitudine, mai ‘na gioia”.
Buon consumo intenzionale e consapevole.
