Come consiglio di leggere un articolo di giornale o blog

Ciò che appassiona noi amanti dello spirito critico (non è detto che l’amore sia ricambiato dallo spirito critico, ma da parte mia faccio il possibile affinché anche lo spirito critico ami me) è spesso il “meta” (da non confondere con l’omonima azienda dei socialmerda), come ad esempio la metacognizione. Viviamo nell’epoca paradossale dalla post-verità, in cui anziché ragionare di più (come dovrebbe esser logico per una popolazione che sulla carta ha sempre più pezzi di carta, alti tassi di istruzione superiore – obbligatoria nel senso che, anche non volendo e pur restando analfabeti (almeno funzionali, se non proprio letteralmente illetterati), almeno il titolo di licenza media te lo affibbiano come appioppano la santità a Mariottide), abbiamo mediamente sempre meno voglia (senza nascondersi dietro la scusa del “non abbiamo tempo”, che già Seneca aveva debunkato ai suoi tempi) di verificare e approfondire informazioni, di incasellarle in opportuni contenitori mentali e collegarli all’esperienza pregressa – a tal proposito: ho scritto questo lungo periodo così, di getto e senza rileggerlo, perché sono abituato a pensare aprendo e chiudendo parentesi, quindi rivolgo i miei più sinceri complimenti a chiunque sia riuscito a non perdere il filo del discorso, considerato che siamo sempre più abituati al minimalismo di frasi composte da una manciata di parole elementari, come sempre più elementare sta diventando la nostra mente “scrollante” (per approfondire, raccomando la lettura di “The Shallows”, di Nicholas G. Carr).

Questo articolo, comunque, sarà probabilmente espanso; ho iniziato a scriverlo e lo condivido “meglio fatto che perfetto”, ma c’è tantissimo da aggiungere, per renderlo più utile – e dignitoso secondo i miei parametri minimi.

La scelta

Partiamo proprio dal primo passo: quale articolo dovrei leggere e perché? La domanda non è affatto banale: in un fiume larghissimo, dalla portata enorme e dal flusso inarrestabile di virtuali rotative in funzione h24 (perché “the show clickbait must go on”, altrimenti gli inserzionisti non sganciano pecunia, per non parlare dell’incessante lavoro di raccolta dei caz cookie nostri per alimentare il capitalismo della sorveglianza), su cosa dilapidare il nostro prezioso tempo e la nostra limitata attenzione? Sconsiglio vivamente di affidarsi a eventuali “curatori” del giornale, giacché il loro obiettivo non è (quasi mai, salvo incredibilmente rare eccezioni) rendere erudito il pubblico in merito a fatti realmente rilevanti e che possano far crescere/migliorare i lettori, mossi dal nobile intento di migliorare la società, quanto invece quello di solleticare stimoli primordiali, nell’arcinota collezione di fatti di sangue, sesso, soldi, sport e tutto ciò che generalmente inizia per S (quindi sozzerie varie). Così nel paginone in prima pagina di pochi giorni fa c’è la squadra che ha vinto il campionato di quel gioco nazional-popolare seguito da una folta schiera di cerebrolesi che urla “abbiamo vinto” non vincendo nulla (gli unici a vincere qualcosa sono i multimilionari in calzoni corti che percepiscono ingenti somme da diritti televisivi e sponsor vari, mercenari che si dichiarano onorati di indossare la casacca più bella, fino a quando non ricevono un’altra offerta); del resto, come argutamente diceva Piero Angela: all’Italia non frega nulla di trattenere e attrarre cervelli, ma solo piedi (non nel senso delle foto di piedini vendute a caro prezzo su una nota piattaforma coi colori – per restare in tema di calcio – delle squadre di lazio e napoli). Sempre che non ci sia “il morto del giorno in HD” (cit. Maccio) o il mostro da sbattere in prima pagina; la moda degli ultimi anni è parlare di continuo di vittime di sesso femminile, per poter poi attivare euristica di disponibilità, bias di “recency” (“freschezza”/attualità) e un grande effetto di conferma, per far contente le coorti di minus habens che starnazzano “ci uccidono come mosche”, che a uno, leggendo questi paginoni, gli pare d’essere nell’El Salvador prima dell’istituzione del CECOT, nonostante (in merito ai crimini violenti) l’Italia sia tra le nazioni più sicure al mondo. A voler aprire una parentesi (un’altra tra le tante in questa pagina) sull’ultimo punto: pochi giorni fa, una delle tantissime istituzioni multinazionali “di cui si sentiva proprio il bisogno” (cit.) nota come Parlamento Europeo ha deciso (con una larghissima maggioranza) che “Rape must be defined based on the absence of consent in all EU countries“, il che si tradurrà in sostanza nell’inversione dell’onere della prova; una donna (perché, non prendiamoci in giro, si legge chiaramente che si tratta di provvedimenti che vanno ad esacerbare il crescente clima sessista in una serie di nazioni in cui, nascere con un pene, sta diventando una colpa peggiore dell’essere nati ebrei in territori controllati dalla Germania quasi 100 anni fa – ma ora sembra quasi che essere antisemiti, in Italia, sia un vanto persino per i sinistroidi, ma tanto loro so’ le anime belle che dettano cosa è buono) può dire, anche molti anni dopo un rapporto non forzato, che non era pienamente d’accordo e… starà poi all’uomo dimostrare che c’era “consenso esplicito per tutta la durata” (il che è ovviamente un grande problema di logica, perché nessuno – almeno con la tecnologia attuale – può controbattere l’insindacabile foro interno del cervello di una persona e persino a distanza di anni, ecco perché la prova del consenso non è un’idea di facile implementazione nel mondo reale, a meno di filmare tutto l’atto in presenza di un notaio… e persino in tal caso è possibile ritrattare dicendo che non si era poi così convinte). Chiudiamo questa parentesi di moderno ritorno al medioevo e alla santa inquisizione (sono sinceramente dispiaciuto per gli attuali 14-30enni eterosessuali nati con con cromosoma XY, ma “così va la vita”, cit. da Vonnegut). A tal punto, mi si obietterà (a ragione): ma stai andando un sacco fuori tema, con tutto questo divagare che m’è amaro in questo mare, come faccio a concentrarmi e trovare l’informazione che è davvero utile per me? Ecco, questo è niente. Perché, come dicevo prima delle deviazioni, le notizie che si trovano nei vari paginoni sono spesso fatti di cronaca che non hanno alcuna rilevanza per il lettore (episodi privati che dovrebbero restare, appunto, privati – e non dati in pasto a orde di morbosi perditempo con la passione degli aggiornamenti continui del true crime di moda in un dato momento), oltre a informazioni buttate lì, distorte e senza contesto, spesso scritte in tono fazioso di modo tale che l’avventore del bar virtuale possa indignarsi e star lì a far monetizzare l’editore. Il mio consiglio è semplice: a meno che non siate in qualche modo interessati alla notizia per lavoro oppure non sia un reale fatto che trovereste rilevante/importante anche tra anni o che … chiudetevi a riccio! Saltate immediatamente prima di finire il titolo e andate sotto, in cerca della notizia per voi più pertinente. Oppure costruite/personalizzate un sistema in stile Feed RSS, ricevendo notifiche (o semplicemente accumulando) notizie in base a quello che potenzialmente ci può interessare. L’ideale, per noi che cerchiamo di vivere all’insegna dell’intenzionalità, sarebbe poi andare a cercare direttamente una notizia precisa quando serve, alla bisogna; ad esempio: si è interessati agli ultimi sviluppi tecnologici e normativi nel settore automobilistico, ad esempio perché intenzionati a scegliere un’auto nuova? Bene, si va sui siti specialistici (o anche partendo da un motore di ricerca) ad aggiornarsi sulle ultime novità in quell’àmbito; inutile stare a guardare di continuo la pagina “motori” con tutte le condivisioni di possibili potenziali eventuali future proposte di modifica di disegno di legge o con gli ultimi rumors di come cambierà lo specchietto retrovisore della concept car che si pensa presenteranno all’esposizione dell’autoveicolo durante la sagra della fregnaccia (che non è una bufala, che invece si trova alle sagre in Campania) o della polenta taragna alla ‘nduja (un possibile piatto fusion per festeggiare l’inclusività da parte di un noto partito col segretario appassionato di sagre, che apre alla Calabria togliendo il “nord” dal simbolo e sapendo che gli elettori italiani hanno mediamente la memoria del pesciolino Dory).

La fonte

Ci stiamo abbeverando a una fonte decente? Non solo a livello macroscopico (es.: sito o giornale che scrive la notizia, che spesso è una spudorata condivisione in stile copia-incolla, errori compresi), ma anche proprio a livello di singolo autore (quando specificato, dato che spesso si lascia un non meglio precisato “Redazione giornale”). Quando possibile, cerchiamo di non cadere nell’amnesia di Gell-Mann, ma più in particolare chiediamoci, come Checco Zalone: “Ma è del mestiere questo?” ; non solo se l’autore è una persona competente in generale, ma cerchiamo di capire grosso modo quali sono le sue idee e il suo orientamento nelle varie declinazioni (se anti-nucleare convinto, magari un certo tipo di notizia su centrali nucleari potrebbe essere parziale o distorta, quindi avrò bisogno di approfondire altrove; se parteggia per una certa nazione, le notizie di politica estera potrebbero essere fortemente manipolate e scritta in maniera faziosa; gli esempi sono innumerevoli). E dato il nome di questo sito, ricordiamoci che ogni persona vede il mondo attraverso certi specifici tipi di lenti (in pochissimi sono capaci – o semplicemente in pochi hanno voglia – di indossare lenti diverse), quindi una persona con una formazione umanistica e che magari si vanta anche di non aver mai capito una fava durante l’ora di matematica potrebbe non essere la persona migliore per scrivere dati, peggio ancora se prova a commentarli; similmente, una persona con un’infarinatura (quando va bene) di storia, antropologia e religioni potrebbe creare una confusione incredibile tra ebrei, israeliani e sionisti, nonché tra arabi e musulmani e così via, spesso si tratta di autori con gravi problemi di comprensione logica degli insiemi, sommando l’incapacità di lettura di diagrammi di Eulero-Venn con una profonda sciatteria, che si dimostra anche nel modo di scrivere. Non biasimo troppo gli articolisti, che spesso sono neolaureati in facoltà che potrei forse definire (non dire inutili, non dire inutili…) sovrabbondanti/ridondanti, pagati un sacchetto di noccioline per ogni certo numero di parole digitate; il mestiere è inoltre a forte rischio estinzione, dato che gli attuali LLM scrivono non solo più velocemente, ma persino meglio (quando leggo alcuni articoli, mi viene il dubbio che molte redazioni non conoscano neppure l’esistenza dei correttori ortografici, forse pigiano ancora i tasti della stessa Olivetti Lettera 32 su cui Francis Ford Coppola ha scritto la sceneggiatura de “Il padrino”).

Ancora una volta, la differenza nel futuro imminente la farà la capacità di capire, di concentrarsi, di approfondire: aumenterà il divario tra l’articolista mediocre e il vero giornalista (riporto in calce, nella sezione approfondimenti di questo articolo, alcuni film sul giornalismo, basati su episodi realmente accaduti). Anzi, molto probabilmente non ci sarà più bisogno della manovalanza che scrive due stupidaggini veloci, mentre saranno molto valorizzati (continuo a sperarci, benché diversi amici siano molto pessimisti) i top player capaci di scrivere grandi pezzi d’inchiesta.

Caso studio: un articolo pubblicato oggi

Oggi (alla data in cui scrivo quest’articolo) è stato pubblicato un articolo da ANSA (che tanti anni fa reputavo una fonte decente d’informazione) dal titolo “Lavora solo il 58,2% delle madri con figli piccoli, il rapporto sulla maternità di Save the Children“. L’articolo riporta ciò che l’organizzazione Save the Children “denuncia” (usa proprio questa parola, non un più neutro “afferma”), ovverosia che in Italia solo il 58,2% delle madri con figli in età prescolare ha un impiego e che “la penalizzazione associata alla maternità è pari al 33%”. Già a questo punto, in chi legge col cervello acceso, le domande dovrebbero essere tante: perché “solo” più di metà? Ci sta dicendo che è auspicabile raggiungere il 100%?

Non stiamo parlando di “famiglie”, ma di “madri”, che comprende sia madri single sia con un partner stabile, si potrebbe quindi anche trattare di famiglie monoreddito. Stiamo assumendo che una famiglia monoreddito sia una condizione non desiderabile? Per quanto in alcuni settori lavorativi la carriera non paghi (in senso letterale) e quindi specializzarsi non porta un aumento consistente nei guadagni, esistono casi in cui una singola persona, se specializzata e con esperienza, possa guadagnare molto più della coppia nel caso in cui entrambi restano ad un livello basso: in altri termini, la suddivisione dei ruoli (e non sto assolutamente assumendo un genere “migliore” di un altro per certe mansioni, anche perché si potrebbe trattare ad esempio di una famiglia con genitori omosessuali) potrebbe essere la scelta economicamente migliore, almeno per un determinato periodo di tempo. Quello che sembra, dalla lettura di certi articoli come quello analizzato, è che si stia spingendo per “normalizzare” (visto che ad alcuni piace tanto questa parola) la famiglia in cui entrambi i genitori lavorino; intendiamoci: quando è una scelta, non c’è problema, ma in diversi contesti sta diventando, come il titolo di un brano e album di Carmen Consoli, uno stato di necessità. Mentre ai tempi di Fantozzi, da monoreddito, era possibile condurre una vita tutto sommato agiata (con casa di proprietà, automobile e qualche piccolo lusso, vacanze comprese), oggi si dà per assodato che entrambi i genitori debbano essere spinti a cercare e mantenere un impiego. Qui, in teoria, seguirebbe una ricerca ben fatta su questo aspetto, sulla condizione di monoreddito che ha tempo/modo di specializzarsi rispetto a due redditi in cui nessuno dei due riesce a far carriera.

Inoltre, visto che segue un confronto con l’altro sesso (è ormai da tempi non sospetti che segnalo, ai miei conoscenti, il pericolo di questa “guerra tra i sessi”, forse un giorno anche la massa si renderà conto), riportando che “tra i genitori 20-29enni è inattivo il 59,8% delle madri (che aumenta al 70% con due o più figli), contro appena il 6,2% dei padri (in flessione al 5,8% con due o più figli)”. Ora tralasciamo la pressione sociale sul maschio (che inizia già in giovanissima età, basta vedere le statistiche per sesso sull’abbandono scolastico, spesso per iniziare a lavorare (quando non per isolamento sociale estremo, altro problema a grande connotazione maschile), ma tanto sono molti più i maschi, quindi sticazzi l’empatia, ormai se un problema non è principalmente femminile non esiste), qui non è possibile andare ancora avanti col doppio standard: il fatto che il padre non veda quasi mai i figli (pensiamo a chi lavora in trasferta o come pendolare, se non addirittura chi svolge più lavori, oppure è un imprenditore senza orari, ecc…) va benissimo? Perché qui la situazione più plausibile è che la coppia scelga che il padre si sacrifichi (e, considerato il genere di lavoro per genere, gioco di parole voluto, spesso “ci si dimentica” che le “quote rosa” sono pressoché assenti nei lavori dove ci si spacca la schiena e dove si rischia la vita – ne ho parlato più in dettaglio in Vittime di genere), dando possibilità alla madre di stare con i figli.

Si dovrebbe capire meglio cosa sia questa penalità del 33%: rispetto a cosa? Con quale varianza? E su quali fasce di occupazione? Soprattutto: stiamo parlando di “obbligo” da parte di legge e di datori di lavoro? Oppure di scelte? (Senza andare poi nella solita retorica della “scelta obbligata”, perché vorrei lavorare, ma qualcuno deve badare al pupo, ma poi vorrei anche il tempo per lo shopping con le amiche e per la skincare routine senza che i pargoli vengano a bussare in bagno e poi…”e quanti cazzi, Seppia!”, cit.). Va bene, va bene, in questo esempio stereotipico sembra che io sia insensibile, ma invece qui c’è lo spunto per tanti temi da analizzare: si sta spacciando l’immagine che una donna felice e realizzata sia esclusivamente una lavoratrice a tempo piano, una moderna schiava che ha bisogno di portare il secondo stipendio perché altrimenti la famiglia non ce la fa a vivere dignitosamente (non è il caso di addentrarsi nell’analisi su quanto sia effettivamente “bisogno” e quanto invece siano “moderne “necessità””, come pagare diversi abbonamenti a servizi di certo non essenziali, a passare il tempo su piattaforme e-commerce per continui piccoli acquisti compulsivi e per cambiare vestiti e dispositivi elettronici ogni volta che cambia la moda ed escono nuovi modelli). Senza “lanciare un invettiva ai danni del capitalismo” (cit. EELST), sembrerebbe che, contestualmente alla modernità liquida ben descritta da Zygmunt Bauman, molti si siano infilati in una moderna schiavitù, non imposta come immaginato da George Orwell, ma piuttosto come tratteggiato da Aldous Huxley (estendo quindi il pensiero di Neil Postman in merito, un po’ come c’è stata “l’estensione del dominio della lotta”, cit.); chiudo qui il pensiero, prima d’essere scambiato per Diego Fusaro contro il turbocapitalismo e per le sue considerazioni in merito ai costumi del “nuovo ordine erotico”.

Senza fornire un contesto più ampio, questi dati potrebbero causare più danno che consapevolezza. Quanti possono e vogliono dedicare tempo ed energia per approfondimenti? Tanto per fare un esempio, qui si sarebbe potuto indagare per capire meglio le cause e le implicazioni di differenze come: “Tra le madri 25-54enni con almeno un figlio minore il tasso di occupazione si attesta al 73,1% al Nord e 71% al Centro, mentre nel Sud e isole scende al 45,7%”. Cosa vogliono dire questi dati? Che al nord e al centro le mamme sono più felici? E se invece le madri che lavorano sono così tante perché vorrebbero stare a casa con i figli piccoli ma devono invece contribuire a pagare affitti più alti? (Il rapporto dei salari su costo della vita non è costante al nord e al sud). Oppure vanno a lavorare per poter pagare l’asilo nido o strutture per l’infanzia in generale o una serie di baby-sitter (e qui si dovrebbe poi andare al terzo ordine di analisi, ossia su quanto sia costo-efficace lavorare per pagare terzi che badino al bambino, coi pro e contro di passare più tempo in famiglia o con adulti estranei e altri bambini, con quale tipo di attività… ma anche a livello economico: soprattutto se è un lavoro senza prospettive di carriera, ha senso lavorare anziché prendersi una pausa?). E se la percentuale di madri lavoratrici al sud è più bassa perché in generale c’è meno lavoro? (Spoiler: sì, la disoccupazione, soprattutto giovanile, nel meridione è più alta). Andrebbero quindi riportate quelle percentuali in base al livello di occupazione medio per quell’area. Qualcuno potrebbe poi osservare che magari al sud è possibile disporre di più supporto da parte delle famiglie, considerato che generalmente è più probabile che ci siano più emigrati al nord rispetto al sud, che quindi non hanno a disposizione ad esempio i nonni. Sarebbe però una visione miope, che non tiene conto di una considerazione di ordine superiore: considerata la crescente età del primo parto per le madri italiane (con le dovute distinzioni tra nord e sud, oltre che sulla base di condizione socioeconomica e livello d’istruzione), è ragionevole pensare che i nonni siano ormai quasi settantenni alla nascita del loro primo nipotino (e sottolineo “ormai” perché, nonostante le stronzate su “i 70 sono i nuovi 40”, che vanno di pari passo con la propaganda di quelli che potrei chiare “negazionisti dell’orologio biologico”, avere 70 anni non è la stessa cosa che averne 30 in meno, per diversi motivi). Questo implica semplicemente che non è detto sia possibile affidare il proprio pargolo ai suoi nonni, che magari non si trovano nelle condizioni di poter badare bene neppure a loro stessi: un articolo del 2025 di American Scientific ,”Annual U.S. Dementia Cases Projected to Rise to 1 Million by 2060“, mostra un grafico abbastanza chiaro sulla previsione dell’evoluzione numerica dei casi di demenza – potrebbe non essere così saggio lasciare un bambino piccolo nella mani di chi potrebbe anche essere autosufficiente (e quindi non essere un pericolo per sé e per gli altri lasciando il gas aperto), ma che magari s’abbandona involontariamente al deliquio postprandiale, mentre la creatura affidatagli arriva già alla maniglia della porta d’ingresso.

Ci sarebbe tanto da analizzare, per poter capire realmente il quadro dietro quei numeri, tra cui anche la possibilità di poter lavorare da remoto (che in Italia è visto come una bestemmia, a cui poter ricorrere solo in caso di pandemia o di carenze di carburante), il che del resto è curioso, considerato che la foto scelta per l’articolo sulla madri lavoratrici è… una mamma a casa coi bambini! Dato che quindi è molto difficile che la madre lavori da casa, sono confuso: quest’immagine da “trad wife“, da “angelo del focolare” (inserire qui diapositiva di femminista triggered), stride contro l’immaginario della donna “empowered” forte e indipendente che sicuramente è più felice a lavoro che non a casa coi bambini in età prescolare (che orrore questo quadretto familiare, eh?).

Qui non si tratta di esprimere giudizi morali su scelte personali, che dovrebbero riguardare soltanto una determinata madre ed eventualmente la coppia, nelle dinamiche cantate da Claudio Bisio (“mi dicesti: “Siamo onesti, vuoi che resti per tarpare le mie ali ed impedirmi di volare, e come donna accarezzare nuovi scampoli di assenza”, io ti dissi: “No, prudenza, non potrei vederti senza quei tuoi scampoli di assenza””), ma di capire a livello macroscopico cosa significano quei numeri.

Andando sul report originale, quindi sulla fonte primaria, si notano altri dettagli, come “Il part-time è una realtà strutturale per molte madri: il 32,6% delle donne 25-54enni con figli minori lavora part-time, e in oltre un caso su dieci si tratta di part-time involontario (11,7%). Tra i padri la quota è nettamente più bassa (3,5%)”. Stiamo quindi dicendo che l’11,7% del 32,6% (che quindi vuol dire meno del 4% sul totale) “subisce” part-time involontario? In che senso?

Approfondimenti e risorse consigliate

  • “The Shallows” di Nicholas G. Carr
  • “Surveillance capitalism”, Shoshana Zuboff
  • Sbatti il mostro in prima pagina
  • Film su report giornalistici

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