Provo con questo articolo un breve esperimento. A partire dal primo paragrafo, imposto 30 minuti sulla sveglia: tanto è il tempo che mi darò per leggere un articolo, commentarlo e scriverlo di getto qui sopra, senza rileggere. In tal modo, provo a simulare il tipo di attività che dovrebbe essere necessaria per una persona di un livello di istruzione medio-alto (e qui non c’è classismo: ci si può informare e si può studiare ormai praticamente gratis anche se a tempo debito ci si era fermati in quinta elementare, quindi non ne faccio una questione di titolo di studio accademico, nè di censo). E chi pensa che sia possibile ragionare in meno di mezz’ora su questioni sociali tendenzialmente molto complesse… può tornare a spulciare il proprio vicino all’ombra dell’albero (nessuno stigma verso chi pratica social grooming), oppure dedicarsi ad attività che richiedono molto meno impegno dello spidocchiamento, come lo scrolling apatico o compulsivo su dispositivi elettronici. Concentrarsi e ragionare non è per tutti. Pe’ tutti l’artri, iniziamo. Mentre ascolto questa calzante playlist classica che m’incalza.
L’articolo in linea con la propaganda
Nella cultura del piagnisteo, “l’Agenda” vuole (ehi, niente complotto: intendo davvero l’Agenda ONU, “Goal 5: Uguaglianza di Genere”, oppure quella dell’Unione Europea) che una certa “metà del cielo” sia svantaggiata sempre e comunque (curiosamente non si mostrano mai le statistiche per sesso di suicidi, circa 80% maschi, né di morti sul lavoro, circa 90% maschi, insieme a tante, tante altre situazioni, perché tanto l’uomo è “privilegiato”, sta sempre ‘na crema, è tutta ‘na pacchia, quali problemi maschili?). Qualcuno potrebbe pensare che, oltre al proliferare di tanti organismi (pubblici e privati) interessati al tema in cui se magna che è ‘na meraviglia, ci sia quasi una volontà di fomentare un clima da divide et impera (qualcuno, dico, non io, non mi assumo alcuna responsabilità per queste ipotesi). In tale ottica, prendono piede narrative come l’ormai ripetuta ad nauseam “Non c’è parità, perché a parità di lavoro, le donne guadagnano meno”. E quindi in questo clima spunta l’articolo:

Interessante. Intanto, ad esser pignoli, (107,5-79,8)/107,5=0,2576. Chiunque abbia studiato matematica alle elementari sa che, in casi normali (salvo dovute eccezioni, in cui non rientra questa), si arrotonda all’intero più vicino, che può essere per eccesso o per difetto, quindi sarebbe 26% (percentuale che in Italia forse incute malumore, associata a cedolare secca, a tasse sui guadagni, ecc…), quindi ancora più funzionale alla narrativa, no? Lasciamo comunque il 25. L’articolo recita (riassumo per evitare problemi di copyright) che, come annuncia il titolo, la media è di circa il 25% in meno.
Già qui un punto importante: la media, non la mediana. Cosa cambia? Che la prima, sicuramente più facile da capire per un pubblico generalista di analfabeti funzionali (nessuna offesa, lo dicono i dati, Italia messa non benissimo) e di illetterati matematici, ma è molto più sensibile agli outlier, perché bastano una decina di miliardari uomini a spostare parecchio quest’indice tutt’altro che robusto, a differenza della mediana, che è invece molto più interessante come dato. Corro perché i 30min son pochi. Quindi vado a cercare questo rapporto “Rendiconto sociale dell’Inps presentato oggi”. Il sito dell’INPS dice che verrà presentato oggi il rendiconto sociale, ma lì c’è solo il link a due pagine di PDF e alla presentazione su Microsoft Teams, caricata ora anche offline: 3h 54min senza suddivisione in capitoli o altro. E quindi qui la tentazione di arrendersi è tanta: vado sui link dei rendiconti sociali, vedo che sono elencati solo quelli fino al 2023, anche se poi si espande e si scopre un 2024, ma sono suddivisi per regioni e province, niente aggregati… devo fare i calcoli per conto mio? Quasi quasi prendo uno per uno quelli delle singole regioni, ma… ne mancano due! Veneto e Valle d’Aosta previste nel prossimo mese. E quindi che si fa? Intanto trovato il punto del video dove compare una delle tante tabelle, eccola! Al minuto 45 (sì, la qualità è quella che è):

A cui fa seguito:

Curioso notare come in alto a destra nella prima delle due diapositive, estrazione di minerali da cave e miniere, il reddito medio sia maggiore per le donne, forse scavano meglio (giammai penseremmo che invece ci siano potenziali “quote rosa” solo ai piani alti letteralmente alti, lontano dal sottosuolo dove operano invece gli uomini). Qui si evidenzia inoltre quanto detto prima: la media è talmente poco robusta da essere passata da 28% a 21% di differenza in un anno, è probabilmente bastato sostituire qualche uomo con qualche donna in qualche alta carica pubblica.
Davvero curioso pagare in modo così diverso due gruppi che producono lo stesso lavoro
Continua a non tornarmi: se davvero è tutto in quei numeri, forse i maschi sono più produttivi delle femmine, altrimenti (soprattutto nel privato, dove vige spesso la logica del profitto) un datore di lavoro non masochista assumerebbe principalmente donne, che a conti fatti costano meno degli uomini. Se invece uomini e donne svolgono esattamente lo stesso lavoro in termini di qualità e quantità (e di tanti altri parametri da considerare), pur ricevendo paghe diverse, cosa aspettano le donne a fare causa al proprio datore di lavoro e farsi bei soldoni vincendo facile? Tale discriminazione sarebbe infatti severamente punita dalla legge. Mentre mi sto arrovellando il Guliver (cit.), do un’occhiata ad un altro articolo e leggo subito nel titolo:

Momento momento momento, direbbe Peter Griffin, qui cambia tutto! E allora l’articolo di ANSA sembra aver omesso dei “dettagli” mica da poco, nel calderone è stato inserito tutto: tutti i tipi di lavoro e in tutte le modalità, soprattutto chi lavora a tempo pieno e chi a tempo parziale! Ho letto velocemente gli articoli sul tema, simili distorsioni dei dati e della realtà non si vedevano dai tempi dell’unione sovietica. Non solo è stato scelto un indice poco robusto (media e non mediana), ma c’è una grandissima omissione di dettagli e contesti, un grande mischione. Quindi, come intuibile, molto probabilmente non è stato tenuto conto di fattori quali lavoro straordinario, mansioni aggiuntive, turni di reperibilità, assunzioni più alte di rischio e così via. E allora grazie al ca… ah no, non posso scriverlo, è retaggio patriarcale. Quello che mi rincuora è che esistono altre persone che ragionano e che si prendono del tempo per andare in profondità, come si può vedere in un commento a questo articolo del Sole 24 Ore (sarebbero da controllare i calcoli, ma lo riporto solo come esempio di possibile analisi approfondita, come andrebbe fatto):

Qui il tempo si conclude, salvato in extremis da una scorciatoia presa tramite titolo del Fatto Quotidiano, che da sola basta a ricordare quanto quella del “gender pay gap” sia una delle tantissime bufale (detta in altri termini: esistono sì differenze economiche, ma non “a parità di tutto”, tutt’altro). Avanza 1min, quindi suggerisco di leggere “Mentire con le statistiche” di Darrell Huff (uno dei tanti libri che ho letto e fotografato in Pensiero critico e processo decisionale, un paio di riflessioni (molto) personali).
E di continuare ognuno per conto proprio ad approfondire gli argomenti, ricordandosi di andare in profondità, se si vuole davvero capire come stanno le cose, soprattutto quando (come in questo caso) alcuni titoli possono risultare falsi o tendenziosi.
Breve considerazione finale
Edit (terminati i 30 minuti di analisi articolo): giusto per essere chiari, questo è stato un esempio del processo minimo assoluto quando si legge una notizia, perché in realtà, sulla maggior parte degli argomenti (quelli che mi interessano), ci spendo ore, settimane, mesi (senza contare gli anni di studio per maturare pensiero critico ed una solida base di conoscenze “di base” che poi in realtà tanto base no sono). In un’epoca di sempre maggiore superficialità e polarizzazione, sta a noi scegliere se essere degli “utili idioti” che si bevono la qualunque (e che condividono ogni possibile materiale cliccabile, amplificando propaganda e pressapochismo) o se invece tendere ad essere saggi, prendendosi il tempo per approfondire e riflettere. Possiamo decidere se sbraitare tramite tastiera e scendere in piazza ad urlare slogan come tanti pupazzi animati, mossi da chi ha interesse (molto spesso economico) a mobilitare l’opinione pubblica e quindi a influenzare le scelte di politicanti che legiferano in base al “sentiment” delle minoranze più rumorose… oppure se tendere a diventare adulti pacati e ragionevoli, capaci di vedere la realtà tramite diverse lenti differenti (da cui il titolo di questo blog) e da diversi punti di vista, in un mondo complesso. Vedere il mondo in rappresentazione a 1 bit (buono o cattivo, giusto o sbagliato) è accettabile per un bambino piccolissimo, nelle prime fasi dello sviluppo (per chi è interessato: Think of the children (development)), ma già dalle scuole medie sarebbe auspicabile un certo grado di comprensione di diverse sfaccettature della realtà e di diversi fattori. Certo, mi rendo conto che non tutti hanno capacità e voglia di spendere del tempo ad approfondire, ma allora è anche possibile sospendere il giudizio, per quanto non sia “cool” non parteggiare per una fazione o per l’altra. Ai tempi dell’accademia (e in realtà anche prima), sono stato educato ad ammettere prontamente l’ignoranza (mentire può comportare l’espulsione o avere ripercussioni anche più gravi), si veniva invitati a “informarsi e ripresentarsi” con l’informazione precisa: come accenna anche Morgan Housel in “Come sempre“, i militari fanno tutto sul serio e col massimo impegno perché, a differenza di chi lavora strapagato in multinazionali, in ballo non ci sono solo un sacco di soldi, ma la sicurezza di nazioni – per questo è fondamentale capire bene i dettagli e potersi fidare dei colleghi (ed è il motivo per cui in crisi serie, quando non è tempo di giocare, sono i militari ad entrare in azione a diversi livelli). Non solo prendersi del tempo per riflettere permette di capire meglio, ma aiuta anche a discriminare meglio chi c’è intorno: bimbiminkia polarizzati (a prescindere dall’orientamento politico, oltre che a prescindere dal livello di istruzione) che ci chiedono a bruciapelo di rispondere su una questione molto complessa e potenzialmente divisiva (che siano guerre, risposte a pandemie, decisioni sul cambiamento climatico, migrazioni, alimentazione, diritti e doveri, ecc…) allocando per una risposta solo due lettere (“sì” o “no”), è meglio perderli che trovarli.
“Com’è difficile restare calmi e indifferenti, mentre tutti intorno fanno rumore”, cantava Franco Battiato in “Bandiera Bianca”, però possiamo almeno provarci, a non essere parte del rumore.

Esempio di distribuzione di paga giornaliera in due diversi gruppi. Immaginiamo di voler andare a lavorare come impiegato in uno dei due gruppi: siamo sicuri che quello che ci interessa davvero sia la paga media e non quella mediana?
