Stiamo perdendo il gusto

Prima che qualcuno pensi ad una nuova ondata di coronavirus col noto possibile sintomo della perdita di gusto e olfatto, tranquillizzo: non parlo della perdita della capacità di distinguere a livello fisiologico odori e sapori (anche se il declino in tal senso c’è, perché c’è, sia nel senso che diminuisce invecchiando, sia nel senso che siamo meno abili da questo punto di vista rispetto ai nostri predecessori – per chi fosse nuovo su questo blog, gli studi e gli approfondimenti si trovano in calce al presente articolo). Quando si parla di “società dell’immagine”, non si esagera, non è un’iperbole: la “visual dominance” è ora molto più evidente rispetto a qualche decennio fa, non solo perché la maggior parte delle “informazioni utili” la scambiamo in forma visiva, ma perché anche l’intrattenimento viaggia sempre più sul solo canale immagine/video. Del resto lo può intuire anche un bambino: durante gli anni come scout, tra le tantissime attività (ricordo la grande valenza pedagogica del: “Tutto col gioco, ma niente per gioco”), c’era il gioco di testare i propri sensi da bendato; all’epoca, non esistevano (fortunatamente) dispositivi elettronici pervasivi come gli smartphone, ora provate a dire a qualche ragazzino di stare per qualche minuto bendato senza poter vedere schermi. Non sono solamente i sensi ad essere assopiti, ma stiamo addormentando anche la nostra capacità di assaporare la vita, pur nella situazione paradossale di poter vivere nel migliore dei periodi storici fino a questo momento (come avevo già scritto in Qual è il miglior periodo in cui vivere?). Queste considerazioni sono frutto di osservazioni e riflessioni che ho maturato nel corso degli anni, ma il “trigger” nello specifico è stato un articolo che mi è stato condiviso a distanza di pochissimo tempo da due amici, due bravissimi padri che, come me, sono ingegneri con tanta esperienza nell’informatica e tanto interesse nella psicologia dell’età evolutiva (e quindi in grado di capire anche il “backend” tecnico e l’impatto delle nuove tecnologie sul comportamento soprattutto dei più giovani, ma non solo). Questo l’articolo in questione: “The dawn of the post-literate society. And the end of civilisation“, di James Marriott, pubblicato lo scorso mese (che vede al momento già oltre mille commenti) – per chi vuole, c’è anche una lettura in italiano commentata dal “Sommobuta”. Quanto viene detto è per me arcinoto, su molti aspetti ci ho scritto qui nel blog, ma anche sul libro che ho scritto con un mio amico (ah, già, devo ancora scrivere un articolo su come è stato realizzato quel libro e diverse riflessioni in merito). Ci sono però alcuni aspetti a contorno, degli “effetti collaterali” che, come dicevo, ho notato nel tempo e che hanno subìto una impressionante accelerazione, con smartphone e diverse piattaforme (social e non) che hanno agito da catalizzatore. Cerco di essere il meno prolisso possibile, proprio in virtù del fatto che abbiamo sempre meno voglia e capacità di leggere contenuti lunghi: prometto di contenere tutto in meno di 15min di lettura.

Il fast-food, il fast-fashion… la fast-life

“Quanta fretta, ma dove corri, dove vai?”, principia un noto brano di Edoardo Bennato. Sulla frenesia della vita sembra quasi sia stato detto tutto, in ogni possibile aspetto: che si tratti delle immagini di celebri capolavori internazionali come Metropolis e Tempi Moderni, oppure del contrasto del trattore di Artemio che entra a Milano, ma anche di cortometraggi/lungometraggi di animazione e tanti romanzi, saggi, documentari, podcast, …in migliaia hanno affrontato la questione, dal consumismo, ai ritmi di lavoro e di vita, allo stress che viene trasmesso già a bambini in età pre-scolare sballottati da una parte all’altre a causa degli impegni dei genitori e persino degli impegni stessi di ‘ste povere creature oberate di corsi, sport e attività in generale, che mai sia un bambino abbia il tempo di stare un attimo fermo a sviluppare quella sana “noia” che diventa poi motore per creatività e riflessione. Quello che però mi sembra non venga evidenziato spesso è la perdita del gusto. Mi spiego meglio, partendo proprio dal gusto nella sua accezione primaria, quello del senso del gusto, appunto. Conosco persone che giudicano l’alimentazione una pratica da sbrigare col minor costo (temporale ed economico) possibile: non condivido questo approccio, ma se è una loro scelta consapevole li capisco e li rispetto. Per quanto mi riguarda, a volte mi ritengo più simile agli ominidi preistorici, che spendevano gran parte del loro tempo in attività legate all’alimentazione (non devo fortunatamente sbattermi per caccia e raccolto rischiando la fame, ma spendo una buona quantità di tempo nella preparazione, come dice il comico Vito in un video del Gambero Rosso: “Un po’ di tempo si deve perdere in cucina, è bello cucinare, ci vuole tempo”). Quello che invece mi fa impressione è chi, in maniera tutt’altro che intenzionale, mangia mentre la mente altrove, al punto che potrebbe domandarsi “Chi ha terminato il mio piatto? Dov’ero io?”; la domanda è retorica, la risposta non è neppure “nei propri pensieri”, ma nei pensieri degli altri, quelli di chi ha scritto il contenuto (doom-)scrollato velocemente (quando va bene, perché spesso non sono neppure pensieri generati da un creatore di contenuti, ma puro brainrot o “AI slop”). Quindi è la vittoria del fast-food, non “Franza o Spagna purché se magna”, quanto piuttosto: piatto stellato, ricetta familiare preparata con amore, cibo sano oppure piatti pronti con grassi e sale in abbondanza, purché se magna – “Questa o quella (pietanza) per me pari sono” (cit. adatt.). Ora non propongo le varie forme di meditazione mindfulness che suggeriscono di gustare un chicco per volta (ed esprimere gratitudine per tutti gli esseri che hanno contribuito a farci nutrire con quel chicco), ma manco a magna’ senza accorgersene, che tanto vale allora ingoiare pillole o girare con una flebo. Stiamo perdendo il gusto nella musica (che, al mio orecchio da polistrumentista di lunga data, sembra tutta uguale, con una varianza appena percepibile tra un brano commerciale e l’altro, per non parlare di quelli generati con sistemi AI), nell’arte (idem), nella moda, nei modi… e lo stesso principio vale per tantissimi aspetti della vita, persino per uno che in teora dovrebbe essere abbastanza importante: si lavora e si fatica per… “la legge dell’ortica” (Caparezza mi salva dall’essere scurrile). Insomma, voglio dire: con una simile superficialità, si affrontano anche rapporti legati ad altri piaceri della carne (non alimentare).

Il gusto delle relazioni

In un’epoca sempre più di fretta anche quando non ce n’è assolutamente bisogno, sta scomparendo anche il gusto nelle relazioni passionali (vorrei dire sentimentali, ma di sentimento ne resta poco). I più romantici conosceranno il Cyrano de Bergerac, che nell’ombra conquistava donzelle grazie alla sua cultura e alla sua dialettica, ma cosa farebbe oggi il povero Cyrano? Non solo perché nessuna (per essere inclusivi: nessuno in generale, a prescidere da genere e orientamento sessuale) ha più tempo, voglia e capacità di capire lunghe ed articolate dichiarazioni d’amore (ho scritto più volte in merito all’analfabetismo funzionale e alla continua riduzione del tempo di attenzione e concentrazione), ma proprio perché sarebbe scartato in partenza, in pre-selezione. Per capirlo meglio, dato che un’immagine vale mille parole (e un video moltiplica perché sono diverse immagini al secondo), si può dare un’occhiata a questo grafico animato che mostra come i giovani (peraltro sempre meno interessati al sesso) si incontrano oggigiorno:

“How couples met (1930-2024)”, Eeagli

E purtroppo Cyrano non avrebbe avuto troppo sucesso, data la sua immagine profilo… di profilo. Chi gli dà il tempo di parlare, se in una frazione di secondo si può fare “swipe” su un’applicazione di incontri e cercare qualche bel “chad“, semianalfabeta ma belloccio? Già tanto se si va a leggere la descrizione in “bio” (spesso copia-incolla di tante altre). E questa tendenza, ormai marcata, contribuisce ad aumentare la quantità e l’intensità dei problemi soprattutto nei giovani.s Si potrebbe dire che da sempre l’aspetto esteriore gioca un ruolo importante (senza necessariamente estremizzare un approccio riduzionistico in stile teoria LMS), vero, ma i social network (e, ancora prima, i media più “tradizionali”) hanno enfatizzato quest’aspetto e anche portato ad un’omologazione dei gusti. O meglio: stiamo perdendo il gusto anche in questo aspetto.

Viaggiare solo per il meme, per il selfie, per il content

Il tema del viaggio ha per me un certo peso, ho in bozza un lungo articolo con un certo numero di considerazioni e consigli, ma qui mi limito ad osservare un aspetto in particolare. Chi è stato con me in un museo, ha forse notato che sarei capace di stare diversi minuti davanti ad un singolo dipinto, per osservarlo nell’insieme e nei dettagli, dove con dettagli intendo anche avvicinarmi il più possibile (consentito) e guardare il tocco dell’artista: quanto colore ha caricato, quali versi delle pennellate e così via. Un tempo, credevo fosse la norma, ma a quanto pare siamo rimasti in pochi, “feticisti dell’arte”: molti musei, in un disperato tentativo di attrarre giovani (e non solo), si stanno trasformando in luoghi kitch-multimediali, dove l’utente finale può “condividere l’esperienza”, perché altrimenti, oh, a vede’ i quadri statici de Van Gogh… du’ palle! Sia mai che si soffermi un attimo a vedere lì, dal vivo, di persona, in presenza, l’opera; e quindi daje de giochi di luci, di specchi, di effetti speciali che tanto vale che me ne stavo a casa comodamente spaparanzato sul divano a vedere “immersivamente” ‘ste cafone dentro ad un visore VR. Ah, già, la differenza è che così poi non posso condividere sui social un selfie scattato nel museo, mentre si intralcia chi invece lì (come me) è andato per godere dell’unica “experience” che gli interessa davvero: ammirare, in tranquilltà, un’opera d’arte. Ho visto migliaia di persone (di persona, nel senso davanti ai miei occhi), attendere interminabili minuti in fila solo per piazzarsi davanti a una scultura o un reperto, spararsi una posa con l’opera alle loro spalle (neppure degnata di uno sguardo), condividerla in tempo reale con qualche “hashtag” (che ormai è diventato, per molte persone, il testo più lungo che gli capita di leggere in un anno) e andare in cerca del prossimo “must” da fotografare e condiviidere, nell’ottimizzazione del maggior numero di condivisioni di “me con cose famose in giro”. Fosse solo nei musei… e invece questo atteggiamento l’ho notato da diversi anni e in modo crescente, in termini di percentuale di persone frettolose e in termini proprio di frenesia delle stesse. Sia chiaro: il turismo “mordi e fuggi” esisteva anche qualche decennio fa, col classico turista dagli USA che cercava di vedere Venezia, Firenze e Roma in giornata (intendo proprio cercare di vederle tutte e tre nello stesso giorno), quando io in queste città ci sono stato mesi e ancora avrei voluto visitare (e soprattutto: vivere, gustare) qualcosa, cercare di capire come vive la gente del posto e così via. Sto vedendo sempre più bambini obnubilati dagli schermi, non solo mentre mangiano (con genitori contenti nel breve periodo, così i propri figli non rompono… genitori che a loro volta a tavola toccano più spesso i propri dispositivi elettronici che non le posate o il proprio partner): ragazzini che hanno la fortuna di poter visitare posti bellissimi e interessanti, ma che guardano più spesso il proprio smartphone che non il castello o la montagna che hanno di fronte. Se guardano quei posti, lo fanno come fanno ai concerti: attraverso lo smartphone che registra foto o video, frapponendosi tra loro e la realtà, una realtà che finirà digitalizzata su memorie dimenticate (ovverosia: su dispositivi di memorizzazione che non saranno più collegati, all’estremo opporto degli album di famiglia che ogni volta i parenti tiravano fuori, mostrando le stesse foto centinaia di volte). Si vive di meno il posto, ma poi magari si seguono per lunghe ore alcuni streamer/vlogger/”digital travel content sonasegaìo nomad” che a loro volta non si vivono il posto, intenti a sembrare interessanti per i loro spettatori a migliaia di km, mica a comunicare genuinamente con chi si trova a mezzo metro da loro!

Passano ancora lenti i treni per Tozeur“, ma sono vuoti: sia perché c’è sempre meno gente che opta per i viaggi lenti (da non confondere col buttarsi in un resort o una crociera all-you-can-eat, dove se va bene si può guardare di corsa una città per un paio d’ore prima di tornare ad abbuffarsi come maiali d’allevamento), sia perché è vuoto il cervello di chi dentro quei treni passa tutto il tempo a scrollare social monnezza: ho visto gente, dentro treni panoramici, guardare molto più spesso lo smartphone che non il finestrino. Ogni tanto mi chiedo se Marco Polo o Ernest Hemingway oggi avrebbero compresso le loro descrizioni nello spazio di una didascalia da social.

Un divario che però non interessa

A differenza delle disparità economiche che nazioni ragionevoli cercano di limitare (un coefficiente di Gini troppo elevato può generare importanti malumori che possono sfociare in pericolose rivolte, oltre a semplicemente portare al collasso la società), il divario tra chi è capace di gustarsi la vita (con tutto lo spettro del gusto che comprende sì il dolce, ma anche l’amaro, che comunque ci ricorda che siamo vivi) e chi invece vive in un perenne stato semicomatoso attacco alle macchine (non macchine salvavita, ma dispositivi di distrazione continua) non genera rabbia, nè consapevolezza in chi è addormentato digitalmente. Inoltre un governo scellerato avrebbe tutto il vantaggio a mantenere elettori inconsapevoli e distratti, che trova noioso un dibattito politico (di quelli seri, non di quelli popolati da scimmie urlatrici) e che non ha voglia di leggere neppure il titolo di un eventuale programma politico. Detta in altri termini: difficilmente, a differenza del povero che invidia il ricco, l’addormentato raggiunge uno stato di consapevolezza tale dal voler svegliarsi. Quand’anche qualcuno riesca a percepire una certa correlazione tra capacità di pensiero critico e capacità di accumulare patrimonio, vede la conoscenza non come un’opportunità, ma come un peso: “imparare” è un’attività che rimanda ai ricordi di scuola, alla noia di ripetere a memoria nozioni inutili e/o decontestualizzate. Più d’una volta, qualcuno m’ha chiesto consigli per migliorare la propria vita, ma aspettandosi una risposta breve come un reel: se la massima fatica mentale che si è disposti a sopportare è quella necessaria a vedere gattini che l’AI slop fa danzare, ci si può aspettare un miglioramento dello stile di vita proporzionale a tale sforzo profuso. Ne consegue che ci saranno probabilmente sempre più persone schiavizzate da vacue e veloci interazioni tecnologiche; tra di loro, pochissime persone interessate ad andare in proondità nel capire le cose, a godersi la bellezza di ragionamenti sulla base della conoscenze e del pensiero critico; gli altri, proprio come già fanno in viaggio, guarderanno di sfuggita, si esprimeranno de panza in pochi secondi e tireranno dritto. Si può cercare di arginare o quantomeno rallentare il fenomeno? Vedo possibili soluzioni? Forse sì, ma… spiacente, questo articolo è giunto alla lunghezza di 15min di lettura, ben oltre la capacità media di attenzione, quindi sarà per un’altra volta! 🙂
Buona riflessione e ricordiamoci di gustarci la vita.

Immagine generata da me tramite sistemi di intelligenza artificiale generativa

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