Capire il non-reale (da intelligenza artificiale o umana)

Ho in bozza decine di articoli da rifinire e completare (maledetto perfezionismo), ma ogni tanto metto tutto in pausa, ad esempio quando mi capita di fruire di un contenuto (o a volte anche la sola lettura di un titolo evocativo) che tratta di un certo argomento, di cui in realtà nel tempo mi son già formato delle opinioni, spesso frutto di studio, pratica ed approfondimenti nel corso di anni. Sì, so che forse non usa più, maturare dei punti di vista prendendosi del tempo per studiare e riflettere, in un mondo sempre più polarizzato che spinge non solo ad avere, ma anche ad urlare, delle forti opinioni di pancia, spesso per pura partigianeria, tifando per una certa fazione, piuttosto che analizzare sul serio i dettagli. Esistono poi diversi casi in cui evito di esprimermi, non per pavido e conciliante atteggiamento democristiano, quanto piuttosto per la mancanza di seri elementi di informazione e per una carente visione su un sistema molto complesso, come può essere ad esempio qualche considerazione su un conflitto internazionale (purtroppo, nei vari anni di studio ed esperienza come ufficiale, anche in contesti internazionali, non ci hanno insegnato a pescare dall’armadio la bandiera in voga in un determinato momento e a urlare cori da stadio in piazza, con slogan adatti solo a bambini non particolarmente svegli, senza neppure saper indicare sulla cartina dove si trova una certa nazione – non è un’iperbole, ho già mostrato in passato uno studio in cui molti cittadini negli USA non avevano la minima idea di dove fossero Iran e Ucraina, posizionandole in mezzo all’oceano o addirittura all’interno degli stessi confini USA). Su alcuni argomenti, come la tanto “hypata” (di moda) intelligenza artificiale, ho ben più di una vaga idea, avendola studiata e “praticata” ben prima che divenisse un argomento familiare anche al laureato umanistico che cerca disperatamente di riqualificarsi come markettaro in ambito tech o alla pensionata che passa diverse ore al giorno davanti alla TV che “fa tanto compagnia” (e che spesso non è troppo diversa dal brainrot). Ho ascoltato e visto un po’ di video, ultimo quello pubblicato oggi da Rick DuFer, in merito alla “AI slop” (link in calce al presente articolo).

Scrivo quindi queste parole non tanto come se scrivessi un commento o una “reaction”, quanto come riassunto di alcune considerazioni che ho in mente da diverso tempo. Importante premessa: in quello che segue, non tratterò la parte tecnica della generazione di “contenuti artificiali” o l’impatto ambientale/energetico, che richiederebbe un po’ di conoscenza di base (lascio alla fine qualche risorsa per approfondire), mi limiterò alla parte di più “alto livello” dei possibili effetti sul singolo e sulla società da un punto di vista generico della diffusione di qualcosa di “finto” (senza neppure prendere in considerazione l’impatto del brainrot, dei deepfake utilizzati per bullismo, dei “deepnude”, dell’impatto sull’arte e sulla musica, ecc…). Cerco di essere il più breve possibile, ma chi mi conosce sa che non ritengo possibile comprimere argomenti complessi senza ridursi a banalità, omissioni ed errori; chi ha problemi nello stare concentrato per un tempo “prolungato”, oltre il minuto, può andare a leggere qualche “tweet” (o come si chiamano ora) o scorrere qualche meme, a tutti gli altri che si avventurano verso queste circa 5.000 parole, buona lettura.

Lo slippery slope dell’AI slop

Tu mi understand ammè? Dato che non siamo in un film italo-americano del secolo scorso, traduco brevemente il titolo di questo capitolo: la fallacia della china pericolosa in merito al proliferare di contenuti monnezza generati da AI.
Come scrisse Unabomber (al secolo, Ted Kaczynski) nel suo “manifesto” del 1995, “Industrial Society and Its Future”, ciò che un tempo sembrava fantascienza irrealizzabile (o da guardare in un futuro remoto) può diventare realtà molto prima di quanto si possa immaginare, a volte superando le aspettative con qualcosa di completamente diverso (lascio il link a un corso per “futurologi”, nei riferimenti). Come accennato anche da Michele Boldrin nel suo corso di principi di economia politica, molti grafici a mazza da hockey sono il risultato (che a noi sembra “improvviso”) di tanta diversa conoscenza che viene assemblata come un puzzle – in questo articolo, eviterò di citare ancora il libro “Range” di David Epstein, non lo troverete nei riferimenti. Nel caso dell’intelligenza artificiale, gli impressionanti risultati sono stati possibili soprattutto grazie alla disponibilità di tecnologia molto più potente ed efficiente di quella presente ai tempi di Alan Turing (ogni tanto mi piace chiedermi cosa direbbe dei risultati raggiunti e soprattutto degli utilizzi). La domanda che si pone Riccardo Dal Ferro (“Rick DuFer”), insieme a tantissimi altri, riguarda i possibili effetti della produzione e diffusione di contenuti artificiali sempre meno distinguibili dal vero. Lo si può vedere nel cinema, ad esempio nell’evoluzione degli effetti speciali: ho visto di recente il film “Quei temerari sulle macchine volanti” (per coincidenza, anche in quel caso si parlava di progresso tecnologico), gli effetti utilizzati per far sembrare che gli attori stessero realmente volando sono poco credibili e oggi anche ridicole in maniera bonaria, se non ci si lascia trasportare dalla necessaria sospensione di incredulità durante la visione. Lo stesso vale per i tantissimi fotomontaggi visti in passato o per gli scherzi audio tramite i primi modelli di telefono cellulare. Quello che accade, alzando parecchio l’asticella della finzione, riducendo il divario tra gli artifatti e la (ri)produzione del vero, è che diventa molto più difficile identificare cosa sia vero da cosa sia “verosimile” (nel senso stretto di “simile al vero”). A meno di artefatti “allucinati” che ci ricordano di essere davanti all’uncanny valley e che vanno via via riducendosi (non era troppo tempo fa che le immagini generate mostravano inquietanti facce squagliate ed un numero variabile di dita per mano). Ed è una lotta impari, come quella vissuta da Garry Kasparov nel confronto scacchistico con una macchina (ben narrato in un suo libro): le nostre limitazioni in termini di memoria e di velocità di calcolo non sono minimamente paragonabili neppure con un PC di tantissimi anni fa. Da un certo punto di vista, dobbiamo accettare di “soccombere” sotto il peso computazionale delle macchine che porta ad una generazione massiva, anche se l’idea (condivisa da molti) di obbligare a mettere un bollino in caso di produzione tramite sistemi di intelligenza artificiale generativa aiuterebbe – chiaramente non sarebbe una soluzione definitiva, ci sarà sempre chi produrrà e diffonderà in maniera abusiva, ma almeno si limiterebbe il fenomeno. Quello su cui mi focalizzerei, comunque, non è tanto il problema del perfezionamento in sé di questi sistemi, quanto delle “contromisure umane”. Come qualcuno saggio ha osservato prima di me, a volte è utile guardare al passato per capire meglio il presente (e ipotizzare il futuro). Quindi trovo interessante vedere cosa avviene già adesso, a livello di percezione del falso. Eviterò l’argomento dei falsari, del riconoscere opere d’arte autentiche, orologi veri dalle patacche e così via… “sennò facciamo notte, in inglese Fahrenheit” (cit.).

Quando la realtà non è sempre così lineare

Non so se il titolo sia calzante, perché non parlerò qui della complessità e della non-linearità dei vari modelli con cui si può rappresentare la realtà, quello sì che è un argomento tostissimo (nel caso, invito a partire dai modelli mentali riassunti nei 3 volumi di Farnam Street, che ho già trattato in passato: 1, 2 e 3. Parlo invece della comprensione di realtà e finzione, anzi di un livello ancora più basso: il semplice capire che ci si potrebbe trovare davanti a finzione, pur non capendone il contenuto.

Il riconoscimento di autenticità di alcuni video è molto complesso, richiede tempo, tante risorse a disposizione, spesso in un lavoro di squadra e con accesso ad alcune fonti che non sono proprio così “aperte” al pubblico. E aggiungerei anche una certa dose di intelligenza, da non dare per scontata, insieme a tantissima esperienza, unita a capacità di continuo ragionamento e di sano scetticismo. Capisco non sia qualcosa che si possa pretendere dall'”uomo della strada” (nessun riferimento all’album musicale di Piero Perù), fin qui è pacifico; ma cosa accade quando l’artificio è, per così dire, “evidenziato”/”sottolineato”?

Ricordando che l’analfabetismo funzionale in nazioni “avanzate” (?) come l’Italia è presente a livelli a dir poco imbarazzanti, il che si traduce nella seria incapacità (a volte anche solo mancanza di volontà) da parte di adulti di capire un testo elementare destinato, appunto, a bambini della scuola elementare, siamo sicuri che anche quando sia ben chiaro che si tratti di una battuta, tutti la capiscano? Vado anche oltre: che tutti, anche nel caso non capendo la battuta, capiscano che si tratti appunto di un motto di spirito? A giudicare da quello che a volte osservo in commenti sotto video Youtube (di recente, anche qualche video TikTok… sì, come guilty pleasure, ogni tanto, mi piace sguazzare nel torbido disagio del deficit mentale degli utenti), direi di no. Qualche volta, ne parla appassionatamente anche Luca Bizzarri nel suo podcast “Non hanno un amico”; come accade vedendo i provini per il “Grande Fratello”, a volte si è cauti nel giudicare e si ha sempre il beneficio del dubbio, di pensare che molti “ci facciano”, che non siano davvero così a telecamere spente, ma girando in grandi città come Roma ho ascoltato discussioni (nei mezzi pubblici, nei ristoranti, per strada, ovunque) che mi davano parecchio da pensare sul livello cognitivo di parte della popolazione. Jordan Peterson si chiede quale lavoro dovremmo affidare a persone con un QI<85, ma tale domanda la estenderei al diritto di voto, di discussione pubblica e così via, MA metto subito le mani avanti (non per codardia, ma perché lo penso sul serio): non mi permetto di giudicare moralmente chi ha avuto la sfortuna di nascere meno intelligente e crescere in un contesto sfavorevole. Nella lotteria della vita, ho avuto il culo (termine tecnico) di non nascere e crescere in quelle condizioni, c’è poco da vantarsi di una condizione non “meritata”. Il problema è che tra le persone che non capiscono quando ascoltano una battuta e quando invece ascoltano qualcosa di tendenzialmente vero (benché da verificare) c’è anche chi non ha particolari disturbi o ritardo mentale, ma semplicemente ignoranza e/o pigrizia mentale. E verso tali individui non me la sento di mostrare troppa clemenza: porto pazienza, quello sì, ma non posso far a meno di esprimere nella mia mente un certo giudizio ben poco lusinghiero, perché in quest’epoca l’ignoranza è una scelta deliberata: occorre proprio sforzarsi di evitare ad ogni modo ogni possibile barlume di pensiero critico. Se buona parte della popolazione non sa distinguere la verità o proposte ragionevoli dalle balle propagandate o promesse da parte di alcuni cazzari (ignoranti e/o malvagi, da appurare a volte col rasoio di Hanlon, v. The Great Mental Models – General Thinking Concepts), allora sì che il conte Joseph Marie de Maistre aveva ragione: “Ogni nazione ha il governo che si merita”. Ecco, sono andato troppo in alto, torniamo un momento più a terra.

Non tirerò quindi in ballo piani machiavellici per fare propaganda e contropropaganda, astute PsyOps e controinformazione pilotata, ma giusto per inciso: il cervello umano, quando adeguatamente allenato, riconosce diversi livelli di astrazione e diversi “passaggi” mentali (senza necessariamente scadere in becero complottismo da quattro soldi), in maniera tale che non si limiti a pensare “la persona di fronte potrebbe dire il falso”, ma andare oltre, ad esempio: “potrebbe dire il vero, pensando che io lo tratti di default come bugiardo e quindi pensare che stia dicendo il contrario di quello che sta dicendo”; ci sarebbe poi l’esempio arzigogolato della scena di Pinocchio in Shrek 3 (Pinocchio top politico!). Se ad esempio durante un’ispezione non so dove gettare un articolo illegale, potrei semplicemente lasciarlo fuori la porta, in maniera tale da poter rispondere: “E se avessi voluto nasconderlo, l’avrei davvero nascosto vicino? Chiaramente è stato gettato da qualcuno per screditarmi e allontanare i sospetti da sé!”. A livello dialettico, è noto da tempo il modo di buttarla in caciara o di affermare qualcosa scherzando (“Ridentem dicere verum: quid vetat?“). In tal caso, diventa difficile, per l’ascoltatore, discernere il contenuto dal modo con cui viene veicolato: il linguaggio paraverbale e non verbale sono fuorvianti, come l’indicazione della propria fidanzata che impassibile dice “Vai, fai come ti pare” (spero non mi si dia del qualunquista sessista, è semplicemente un esempio, per quanto stereotipico, da casi molto comuni). I segnali discordanti generano confusione, che non piace al cervello in cerca di continue conferme semplici, come a un bambino non piace vedere la propria madre brandire un cucchiaio di legno o una ciabatta, mentre con malcelata tranquillità ed un sorriso falsissimo dice “Vieni qui che non ti faccio niente”.

Parodie, ironia, satira

Non parto dal definire cosa sia reale, per non avventurarmi in lunghi discorsi filosofici. Né parlerò di percezione della “realtà di base” proprio a livello organico, un argomento estremamente interessante, ma lunghissimo (invito però ad approfondire neuroscienze). Ipotizziamo di essere tutti d’accordo su cosa sia “reale” (a parte qualcuno, come chi soffre di qualche serio disturbo come la schizofrenia). Ed escludiamo dal ragionamento ciò che, sempre a parte rari casi con problemi, è chiaramente opera di fantasia, come possono esserlo racconti per bambini in cui animali antropomorfi discutono come fossero esseri umani (in tal senso, consideriamo “La fattoria degli animali” di George Orwell come fosse una semplice favola – quantunque in realtà mi unirei volentieri al meme: “Quelli che scriveva Orwell volevano essere romanzi, non manuali!”). Esiste però tutta una zona del “credibile o forse incredibile”, ma non “realmente impossibile”: ne fanno parte, ad esempio, alcune situazioni riportate da giornali e condivise da gruppi/pagine come “Ah, ma non è Lercio”, in cui alcune notizie potrebbero tranquillamente essere opera della creatività degli autori di “Lercio” (parodia del noto quotidiano gratuito “Leggo”), appunto, o de “Il fatto quotidaino”. Si tratta di fatti assurdi per diversi motivi, a volte situazioni tragicomiche quasi surreali, ma che non appartengono a quella classe di fantasia “chiaramente impossibile”, come ad esempio accade con parodia e satira, che spesso volutamente esagera portando all’estremo (fino a quando però non viene superata dalla realtà!). Per chi davvero fosse a digiuno di questi argomenti (magari perché vive sotto una roccia, come Patrick Stella di Spongebob): la parodia è un’imitazione volutamente esagerata e caricaturale di un’opera, un genere (o stile applicato a diverse tipologie di opere) che ha l’obiettivo principale di divertire, attraverso il riconoscimento e la derisione degli elementi noti; non ci si limita a rappresentare la realtà, ma la si trasforma in chiave comica o grottesca, enfatizzandone i tratti più evidenti. Questo però richiede uno sforzo non banale, che spesso avviene immediatamente a livello inconscio; prerequisiti: conoscere la realtà, averci riflettuto un minimo senza pilota automatico e riconoscere gli aspetti che vengono esaltati. In caso contrario, possono accadere diversi risultati diversi da quelli che l’autore della parodia si aspetta, che in genere è risata; risata che è ancora più “liberatoria” quando si sfocia nella satira verso usi e costumi, verso lo status quo della società (da scandali di politici e “potenti” vari fino a consuetudini e azioni quotidiane che spesso svolgiamo senza domandarci cosa stiamo facendo e perché). Accade così che lo spettatore non capisce quale sia effettivamente l’aspetto della satira/parodia che la dovrebbe rendere divertente, ma generalmente in pubblico si rende conto che è qualcosa di buffo, pur non comprendendo cosa: vede gli altri ridere (parlo di altri con lui, non la clack o le risate finte da sitcom all’americana) e spesso, per non sembrare idiota, ride con loro, pur non capendo perché. Il problema è quando poi lo spettatore è da solo (ormai il cinema è sempre più rimpiazzato dalla visione in solitaria, a casa propria, tramite TV o monitor del PC – mi rifiuto di scrivere che c’è chi guarda video da un dispositivo elettronico con uno schermo più piccolo di una cartolina postale… e spero di non dover spiegare cos’era una cartolina). Paolo Villaggio, intervistato in merito al successo di Fantozzi, raccontava che in molti gli dicevano “mi ricorda tanto il mio vicino, il mio collega, il mio amico”, molto raramente “mi ricorda me stesso”; lo stesso fenomeno l’ho osservato con un ex-collega, che rideva tantissimo guardando il cortometraggio “L’Italiano medio” di Maccio Capatonda, non capendo che era proprio lui (tifoso milanista, che guardava partite di calcio e TV spazzatura, totalmente ignorante di temi che non fossero i minimi indispensabili richiesti per il suo incarico specifico) l’oggetto della satira… per un attimo ho rabbrividito, pensando che come lui ce ne sono tantissimi. Non si tratta di credersi i furbi e tutti gli altri sono scemi (ma vedere il mondo così certamente aiuta a spegnere il proprio cervello), ma proprio di non capire che un altro stia cojonando (altro termine tecnico, per i non romani: “perculando”, prendendo per i fondelli) proprio noi. Quando la satira si rivolge ad altro, dovrebbe essere più semplice riconoscerla, ma anche in tal caso c’è chi tarda a captarla, come avviene quando due persone citano un loro “inside joke”, che per un non-addetto ai lavori o una persona fuori dalla loro cerchia sociale diventa assolutamente indistinguibile da un racconto “normale”, non divertente.

Detta in termini di crittografia, per molti, la parodia e la satira sono equivalenti alla steganografia: non solo non colgono il messaggio trasportato, ma non si accorgono proprio che c’è un altro messaggio veicolato, che va interpretato in una maniera diversa. Esattamente quello che avviene mostrando film di Fantozzi a persone poco sveglie che si limitano a ridere per le facce buffe del protagonista e non per la critica al sistema. A volte, il messaggio “nascosto” va anche decifrato – nel nostro parallelo, è quando la satira richiede comprensione di avvenimenti specifici o complessi, come può accadere in battute del cartone americano Griffin (Family Guy), che soprattutto all’inizio (come South Park) portava riferimenti ad avvenimenti e personaggi specifici conosciuti dallo statunitense medio. Il problema sorge quando proprio non si percepisce che ci sia una battuta in una certa affermazione. Quando si tratta di politica, il problema è spesso dovuto ad unna situazione che diversi comici satirici hanno riportato più volte nel tempo: che la politica ha, da tanto, superato la satira; se, un tempo, era facilissimo distinguere un comizio di un candidato politico vero rispetto ad una scena girata da Antonio Albanese (il candidato calabrese Cetto La Qualunque che prometteva più pelo per tutti), ora non è più così semplice capire se una scena televisiva sia parodia o sia il vero, se non si analizza il contesto. Se un anziano, abituato “ai suoi tempi” a politici composti (non che fossero tutti dei santi, ma almeno si comportavano a modo nell’esprimersi e mostrarsi pubblicamente, non si tratta solo di “immagine”, ma di credibilità istituzionale e di serietà), vedesse ora un pezzo di filmato in cui una deputata della repubblica “abbaia”, non solo si chiederebbe cosa ne pensano le femministe (quelle del “una donna in politica sarebbe meglio di un uomo, a prescindere”), ma avrebbe seria difficoltà a capire se il filmato sia estrapolato da un contesto reale (questo aspetto lo tratto più avanti), se sia una goliardata in un momento di libertà (es.: politici invitati da un comico), se siano attori inscenanti una gag tra politici o se sia completamente generata da intelligenza artificiale (con o senza prompt specifico sull’abbaiare). La differenza la fa, appunto, l’identificazione del contesto.

Il contesto

Non solo est modus in rebus, ma esistono luoghi specifici in cui uno si aspetta certe situazioni. Esistono luoghi idonei per certe cagate (proprio in senso stretto: posso trovare normale la presenza di feci in un bagno non troppo pulito, ma non di certo in un ristorante di uno youtuber, come avvenuto per uno scherzo di pessimo gusto, in tutti i sensi). Quando si verificano azioni fuori contesto, al di fuori di un film o di un racconto, possono esserci diverse reazioni, più o meno tese o gravi, tra cui appunto la risata. Poiché molte persone, per tornare al punto principale di questo articolo, non sono in grado di discernere il falso dal vero, se non viene chiaramente sottolineato (ne è una prova il bisogno di rimarcare ad alcuni “è una battuta!” – o come si usa scrivere al termine di un commento: “/s”, S come sarcasmo o “Esse come Savona”, seconda opera prima del genio Pelo Ponneso). Tralasciando i discorsi di offesa e suscettibilità, la difficoltà sta proprio nella comprensione che si stia scherzando.
Stando così le cose, è chiara la forte responsabilità di persone appartenenti alle istituzioni di non scherzare: se un presidente di una nazione (poniamo il caso, ancora: USA), durante una conferenza stampa in merito ad una pandemia in atto, coglie l’occasione (proprio in quel momento, davanti alle telecamere) per chiedere ad un medico se non sia il caso di effettuare studi sull’iniezione di disinfettante come rimedio al coronavirus, tale presidente non si rende conto che quella domanda, posta in quel modo in maniera estemporanea lontano dal microfono (ma comunque chiaramente udibile) può portare qualche persona poco sveglia a tentare quel “possibile rimedio” a casa. Quand’anche fosse stata una via perseguibile per la ricerca, di certo quello non era assolutamente il momento adatto, avrebbe potuto attendere qualche minuto e chiederlo una volta terminata la conferenza. Se poi a questo ci aggiungiamo la stampa pressapochista (e spesso in malafede) che riporta “Il presidente USA consiglia di iniettarsi il disinfettante”, il danno è assicurato – non tanto il danno reputazionale per il presidente in questione, quanto per la pletora di analfabeti funzionali che leggono i giornali, anche se spero che sempre meno gente legga certi giornali, in tal caso davvero “ignorance is bliss”.

Andando su un contesto di parodia/satira, si sprecano le imitazioni di alcune categorie di “professionisti” e non, in contesti che però sono solitamente chiari: spettacoli di teatro palesemente comici, canali di Youtube evidentemente comici, programmi televisivi che sono dei contenitori comici in cui diversi autori ed attori/presentatori possono esibirsi. È questo il caso, ad esempio, del comico Edoardo Ferrario che pubblica i suoi video, recitando nei panni di Maicol Pirozzi, CEO della “Biliardario SPA”, all’interno della trasmissione televisiva “Gialappa Show”. Prendo questo esempio (che tra l’altro è ‘n tajo, da mori’ dal ridere, anche se questo caso è come per la satira politica: a volte “gli originali” superano la fantasia della parodia) perché pare che ultimamente alcuni “creatori di contenuti” abbiano creato simili frasi-parodia, caricate poi su canali Youtube o su piattaforme social come Linkedin, ricevendo alcuni problemi, in quanto non era così chiaro a tutti che stessero scherzando, nonostante proponessero beni o servizi inesistenti, ma attenzione: che si trattasse di una presa in giro come caricatura verso i fuffaguru era chiaro sicuramente per molti, che si son fatti due risate ed hanno magari anche continuato il gioco nei commenti, ma potrebbe aver “ingannato” persone “meno sveglie” (o semplicemente meno addentro al mondo in cui queste parodie sono normali e divertenti). Quindi, ancora una volta: non è che alcune persone non abbiano riso alle battute, ma proprio non hanno colto che fossero battute, prendendole sul serio. La cosa non dovrebbe stupirci, perché pare ad esempio che il finto sponsor di una nota trasmissione di Renzo Arbore, il “Cacao Meravigliao” cantanto come sigla di “Indietro tutta!”, fosse effettivamente ricercato da alcuni telespettatori. Se non è chiaro che si tratta di un prodotto finto neppure all’interno di uno spettacolo comico televisivo, immaginiamo quanto sia più alto il rischio d’esser presi sul serio quando non si specifica chiaramente che si stia scherzando, in un contesto generalista, non all’interno di un contesto chiaramente comico. Questo è il motivo che spinge ad esempio alcuni comici a mettere in grande, in evidenza, delle scritte che possano far capire che si tratta di uno scherzo anche nell’eventualità il pezzo finisca fuori contesto (su questo ci arriviamo tra poco, nel prossimo capitolo). Per restare in tema di video artificiali: il canale “parodie artificiali”, oltre a scrivere appunto “parodia” nel titolo stesso (col logo e la scritta che compaiono costantemente in sovraimpressione – da non confondere con culimpressione, cit.), in un video in cui compare un finto TG, scrivono “TG Parodia”.

Dobbiamo trattare tutti come bambini? O, per lo meno, ricordarci sempre che potrebbe esserci un bambino all’ascolto? Che quindi, oltre ad utilizzare scene e linguaggi “familiy-friendly” (per non scatenare associazioni di “qualcuno pensi ai bambini”), dovremmo stare ben attenti che quello che viene detto non corra il rischio d’esser preso come veritiero o come consiglio.

Questo non riguarda solo la ricezione da parte del pubblico (perché uno a questo punto potrebbe anche dire: “e ‘sti cazzi, se qualche scemo non capisce che è una battuta, problemi suoi), ma spesso finisce in ambito legale. La legge, infatti, serve anche (e forse soprattutto) a tutelare tutti, in particolar modo chi è più indifeso, chi è più raggirabile (tanto che esistono proprio leggi e aggravanti in merito alla “circonvenzione d’incapace”, in diversi settori). Anche se questo crea sicuramente molti falsi positivi, leggi e regolamenti servono proprio a normare situazioni che possono essere anche solo ambigue, non malevole, per evitare che altri sprovveduti vadano incaprettati (versione sarda della nota citazione di Wanna Marchi, da alcuni anche ammirata). Dobbiamo quindi accettare limitazioni per evitare incidenti, come avviene ad esempio per l’obbligo del tappino rosso sulle armi giocattolo, un contrassegno ben visibile e obbligatorio, a meno di essere in un set cinematografico, altrimenti si rischia di morire sparati dalla polizia che può scambiare pistole finte (o ad aria compressa) per vere, come pare essere accaduto a due attori della nota serie televisiva “ER – medici in prima linea”.

Estrapolazione e diffusione fuori contesto

Un caso particolare, poi, è prendere un pezzo di standup comedy o anche di un discorso “vero”, tirandolo fuori senza il giusto contesto e magari anche leggermente montato, come Homer Simpson che parla del dolce dolce bon-bon (e come purtroppo la vergognosa stampa ci ha abituato, con virgolettati tirati ad arte).
Se prendessi una battuta di un certo comico di stand-up rivolta ad un certo gruppo sociale, per poi condividerlo in un contesto tipico di quel gruppo sociale “preso di mira” (in maniera comica), potrei ottenere risultati imprevedibili, perché non tutti riconoscerebbero il comico, potrebbero prenderlo per un discorso “vero” e quindi dare il via ad una shitstorm, quando va bene, se non proprio causare “effetti cinetici”, come scovare dove abita e fargliela pagare a modo proprio. E lo stesso vale se si dovesse prendere una singola frase pronunciata da uno psicologo che osa parlare di un problema maschile dopo aver messo le mani avanti e parlato di problemi femminili per mezz’ora: qualcuno lo potrebbe additare come misogino o peggio. Figuriamoci se si tratta poi di una battuta!

Come detto prima, infatti, una carica pubblica, una persona in divisa o con un camice ospedaliero deve stare particolarmente attento, anche in contesti che normalmente non sono riservati al pubblico: pronunciare qualcosa durante un momento di pausa con un collega, ma ripreso (volontariamente o di nascosto) e diffuso, può rivelarsi problematico. Le frasi, decontestualizzate, possono sembrare dette “normalmente”, non per scherzo. Per non parlare poi dei casi in cui effettivamente non stavano scherzando. Non si tratta del caso di offendere o bestemmiare fuori onda in un programma televisivo a risonanza nazionale, ma di affermazioni che, estrapolate dal contesto, diventano pericolose, sconvenienti o incredibili, come può essere, ad esempio, un medico che ragiona in termini etici ipotetici con un collega, se non sia meglio staccare la spina ad una persona anziana che soffre (vedi anche “eutanasia”), ma discutendo solo come ipotesi generale, non riferita davvero come ipotesi reale su un caso su cui sono responsabili. Il rischio è che l’audio di una simile discussione venga poi diffuso per poter scrivere il titolone “medici sadici che vogliono ammazzare i poveri nonnini”, che causa, ancora prima delle indagini, l’allontanamento in via precauzionale come risposta al temibile tribunale del popolo del web. E tutto per esserci semplicemente confrontati su alcuni aspetti etico-morali con un collega durante un momento di pausa. Se già queste situazioni possono causare danni, figuriamoci cosa potrebbe succedere con video artificiali.

I pro e i contro dell’evoluzione

Il contratto sociale è sempre più pressante, ci sono sempre più regole, alcune più stringenti, altre più ambigue; diventa sempre più difficile interpretare il mondo in cui viviamo. Ci siamo aggregati e ci siamo evoluti anche per emanciparci dalla natura “crudele” (tra l’altro, la natura semplicemente “è”, siamo noi ad attribuire significato e morale ad un pinguino necrofilo e ladro di cuccioli altrui o a tanti altri comportamenti che è possibile ammirare “riassunti” ad esempio in “Scienza brutta” di BarbascuraX). La questione della tecnologia e del suo utilizzo è una faccenda vecchissima, sebbene sempre attuale, da quando i primi utensili degli ominidi potevano esse piuma o esse fero (cit.), potevano essere utilizzati per cacciare e farsi largo nella giungla oppure per uccidere un proprio simile. Come molti “teorici dell’intelligenza artificiale” sostengono, sta a noi guidare il progresso, per non subirlo. C’è anche da dire che buona parte della colpa nel caso del credere o non credere a quello che si vede o si sente, direttamente o riportato, è da attribuire (al netto dei nostri numerosi bias) a tutta l’importanza data al come si raccontano e rappresentano situazioni anziché al contenuto: si continua a dare potere allo “storytelling” e a quanto un venditore sappia intortare a suon di sensazionalismi, lacrime strappastorie (cit.), clickbait, faccine e squallidi stratagemmi, anziché convincere mostrando fatti (senza distorcerli). E così abbocchiamo al testo, all’immagine, al video che sembrano più “convincenti”, giudicandone la forma, anziché interrogarci sulla sostanza, incapaci di andare a verificare o anche solo di farsi venire il dubbio.
Esattamente come avveniva per l’umano primitivo che nasceva nella natura selvaggia, non abbiamo scelto noi dove nascere e in quale ambiente crescere. La differenza è che in quest’era, una volta adulti, disponiamo di molte più possibilità di scelta, per poter cambiare posto (socialmente e geograficamente) e vivere diversamente. Possiamo scegliere di crearci il nostro luna park con blackjack e squillo di lusso (cit.), ma senza l’intelligenza artificiale (o meglio: filtrandola a nostro piacere). Abbiamo gli strumenti per limitare la fruizione di alcuni contenuti (artificiali o meno) o, nel caso, per imparare a verificarne il contesto e la veridicità. Chi dice che “è difficile e richiede troppo tempo”, non ha forse ben presente la difficoltà e il tempo richiesti per sopravvivere ai tempi dell’homo habilis (a meno che uno non sia un seguace di Umberto Galimberti e veda il passato come un’epoca molto migliore rispetto all’era della tecnica). Chi ha timore che l’AI Slop possa diistruggere la democrazia o altro (ammesso che sia qualcosa da difendere e che invece l’intelligenza artificiale non ci aiuti a progredire in tal senso verso qualche forma migliore che magari oggi neppure immaginiamo), può scegliere di essere parte della soluzione e non del problema: la chiave di tutto sta nel pensiero critico e nello sviluppare competenze pratiche per distinguere il vero dal falso (con ampio spazio per l’incerto e l’accettare il semplice “non sono in grado di distinguere o comprendere”, di cui ho già scritto in passato) e, una volta imparato, cercare di aiutare anche gli altri a ragionare. Non esistono, al momento, degli occhiali speciali (dei “different glasses”) da indossare per riconoscere immediatamente un deepfake, ma è possibile vederci meglio, ragionando e provare ad aiutare gli altri. Non possiamo competere con le macchine in quantità, cerchiamo di difenderci con la qualità.

Spero che questa immagine non generi preoccupazioni globali nel vedere Spongebob al parlamento europeo.
Immagine generata da me tramite sistemi di intelligenza artificiale (come scrivo dalla prima volta che ho inserito immagini generate in questo modo)

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