Sono giunto ai limiti della conoscenza. E ora?

Il titolo può far pensare che m’abbia colto un delirio mica da ridere; quindi, prima che qualcuno chiami la neuro per ordinare un TSO, spiego cosa origina questa affermazione e il conseguente interrogativo.

La “gamification” e la “quantification”

Ho approfondito entrambi i concetti in passato (in estrema sintesi: concetti e tecnologie per rendere attività come l’apprendimento misurabili e “ludiche” in senso lato), quindi vado subito nello specifico. Coursera (la piattaforma e-learning/MOOC di cui ho scritto tante volte, ad esempio in MOOC: the cheap (or even free!) yet powerful and stimulating way to learn) mi spedisce per posta elettronica (quanto fa vecchio chiamarla così) diversi messaggi, tra cui notifiche di “corso completato”, nuovi corsi da visionare/testare prima del lancio (sì, sono un beta tester di Coursera da tantissimi anni) e… “your skill progress”: si tratta di notifiche periodiche sui punteggi relativi alle competenze che si sviluppano completando dei corsi. Per fare un esempio pratico: se si completa un corso intermedio di visualizzazione dei dati tramite foglio di calcolo, probabilmente verranno incrementati i punteggi relativi a statistica, visualizzazione dati, fogli di calcolo ed eventualmente programmazione o altri aspetti presenti nel corso. Di conseguenza, nel tempo, ho sviluppato un portafoglio di competenze/conoscenze misurate dalla piattaforma, un profilo così ampio da far dire ad alcuni (evidentemente giovani) che ho “platinato” Coursera (per i non giovani: che ho praticamente completato tutto). A dir il vero, in molti settori, per qualche strano motivo, sono arrivato a punteggi molto vicini al massimo, ma non proprio il massimo – la spiegazione empirica e blackbox che mi son dato è che esistono alcuni corsi in cui una certa competenza marginale può contribuire a completare il punteggio di riferimento, ad esempio: in quella grande fuffa che va sotto il nome di “intelligenza emotiva”, ho conseguito un punteggio avanzato, ma non al massimo, perché esistono decine di corsi (i più disparati e disperati) che in qualche modo si classificano anche con quell’etichetta, quindi l’aver completato tutti i corsi di psicologia, per dire, non mi permette di raggiungere il massimo punteggio in quella skill. Sono quindi rimasto F4-basito (cit.) quando, tramite e-mail, ho scoperto di aver realizzato un punteggio pieno in una skill, che vado di seguito a flexare:

La reazione del mio modellino di Vegeta, quando ha riconosciuto la mia aura potentissima di 500/500!

Questo show-off non è per moggare nessuno, non sono mica qui a braggare (OK, la smetto di fingermi giovane come il signor Burns con la maglietta nera col teschio). Anche perché non si tratta di un punteggio “qualitativo” sui risultati dei test dei vari corsi (in tal senso, non posso vantare un “perfect 10” come Nadia Comăneci alle olimpiadi di Montreal 1976), quanto “quantitativo” (quanto suona cacofonico l’accoppiamento? “Tu dimmi quanto quanto”, cit. da un Pino Daniele pronunciato male), in altri termini: quel punteggio 500/500 dice che ho terminato il sapere, su quell’argomento, su quella piattaforma di e-learning (che comprende corsi di università, enti e aziende). Il motivo per cui condivido questo punteggio e relativa spiegazione è soltanto uno, nell’ottica di questo blog (“ottica” non a caso, da questi different glasses): portare spunti di riflessione. Nel caso specifico, la considerazione non è tanto quella di “E mo’ che ce faccio co’ ‘sta conoscenza?”, anche perché mi son già espresso in merito, sull’amore del sapere per il sapere (“for the sake of it”, sake da non confondere col sakè, sa che a proposito questa bevanda alcoolica nipponica è diventata lo scorso anno patrimonio immateriale UNESCO? che poi sarà “immateriale”, ma quando lo bevi lo senti… un momento, sono caduto ancora come James Joyce – non mi riferisco al suo gran bere (non saké), ma al flusso di coscienza di un suo arcinoto romanzo). Il senso di vuoto che mi pervade dopo aver completato alcuni corsi è un misto tra la soddisfazione di aver imparato qualcosa e una sensazione simile a quella che coglie molti spettatori di serie/telefilm/telenovelas (ma nel mio caso solitamente senza attaccamento ai personaggi, anche se di alcuni docenti seguirei persino le letture di etichette di capi di abbigliamento, quasi come fossero Vittorio Gassman).

A volte, terminato un approfondimento, ciò che ho imparato non mi basta, mi prende quell’assillante “Ancora ancora!” dei Teletubbies (“Quanti siamo? Ricominciamo!”, altra citazione dai Simpsons), quindi vado alla spasmodica ricerca di altri corsi, ma anche libri, siti, video, qualunque cosa, “qualcosaaaa” – qui il riferimento è a Elio e Le Storie Tese che, in Baffo Natale, ben rappresentano la ricerca all’ultimo momento di un qualunque oggetto da regalare a Natale, prima che il negozio chiuda… e l’analogia è tristemente calzante, perché in questo caso la FOMO non è trascurabile, non tanto per l’eventuale scadenza di abbonamento ad una piattaforma (che sia di audiolibri, serie, corsi o altro), quanto della (almeno per ora) inevitabile deadline definita: quella che appunto conduce (noi) allo stato di dead, la scadenza improrogabile della nostra esistenza materiale. Di questa specie di ansia data dal sapere infinito da non poter “finire” in un tempo di vita umana limitato, ne ho già discusso in Bulimia informativa. Forse seriamente un disturbo. Siamo a conoscenza della nostra finitezza (soprattutto temporale), quindi non possiamo “catturarli tutti” (i corsi, non i Pokémon). In questo caso, provo ad aggiungere qualche breve considerazione.

Le “direzioni” del sapere

Non scriverò ancora una volta delle n dimensioni degli interessi delle persone, delle competenze trasversali, dell’importanza di una conoscenza ampia (chi mi legge da un po’ e non ha ancora letto “Range” di David Epstein, corra a rimediare) e tutto il resto, ma condivido qui un ragionamento: cosa intendo con “limite del sapere”? E come si può (se/quando si può) superare?

Schematizzo la conoscenza umana come una nuvola, per diversi motivi: non è “uniforme” in tutte le zone del sapere, soprattutto i confini spesso non sono ben definiti e mutano nel tempo. Partendo da questo modello, le considerazioni sono diverse, cercherò di essere brevissimo e schematico.

Si può sempre specializzarsi a piacere

Ci sono i famosi modi di dire, che cambiano in base a chi li pronuncia, se un generalista o uno specialista, del tipo: “uno specialista è uno che approfondisce sempre di più in un settore sempre più ristretto, fino a sapere tantissimo di pochissimo” (e vale anche il contrario, un generalista che sa quasi niente di quasi tutto). Ed è in effetti quello che accade, quando ci si specializza sempre di più in settori di nicchia, per una questione, ancora una volta, di tempo: spendere tante ore al giorno per tanti anni su un singolo ramo specifico di ricerca porta inevitabilmente a non poter conseguire una altrettanto profonda conoscenza in tanti altri settori molto diversi. Esistono ovviamente delle vie di mezzo, il progetto dell’umano universale è nato proprio in tal senso, come accettabile compromesso. Qui invece parliamo proprio della “conoscenza massima” in una determinata piccola sezione del sapere. Nel caso che ho riportato all’inizio, “intelligenza artificiale generativa” è una sottocategoria di una categoria più ampia, quindi equivale a “zoomare” sulla nuvola, rendendo possibile la scoperta di porzioni sempre più piccole:

In questo modo, si nota che la conoscenza che credevamo d’aver raggiunto ai limiti (al bordo della nuvola) lascia ancora dello spazio. Quindi si può prendere un singolo concetto che si credeva aver già sviscerato nel profondo e scoprire che ci sono tanti mondi al suo interno. La conoscenza è in pratica una grande serie di frattali (da non confondere con frattaglie, tipo i “fegatelli” de Boris), ma dei frattali comunque disegnati in bitmap: a ‘na certa, la risoluzione presenta i suoi limiti, i bordi si vedono sempre più “pixellati”, la conoscenza al limite inizia a essere meno definita, più “nuvolosa”, appunto. Questo avviene per diversi motivi: non solo la ricerca a volte brancola “a dentoni nel buio” (cit.), ma anche perché alcune categorizzazioni non sono immediate e a compartimenti stagni, è un attimo partire dall’economia per ritrovarsi a leggere pertinenti (o impertinenti) esperimenti di psicologia sociale, il rabbit hole è sempre “dietro l’albero” (altra cit.). Il che porta al punto seguente.

Si possono percorrere i confini

Arrivati al bordo in uno specifico punto, è possibile spostarsi lateralmente (non parlo qui di tecniche di attacco informatico), quindi – proprio come si possono costeggiare i confini fisici di un territorio – una volta giunti al limite invalicabile… ci si può muovere accanto. Nel caso della competenza che ho portato come esempio, ci sono tanti settori (contigui e non) che possono essere esplorati. Non è neppure detto che uno debba seguire linearmente/sequenzialmente quello che è accanto, a volte ci sono materie che nascondono interessanti “warp zone”, come i tubi nascosti in alcuni livelli di Super Mario, spostandosi di palo in frasca: hai approfondito le reti neurali? Bene, perché non vai ad approfondire ora le reti neurali “originali” (quelle del cervello umano)? Hai visto che è possibile confondere un classificatore d’immagini collegato ad una telecamera di sorveglianza, cosa ne pensi di andare a vedere come funziona dal punto di vista optoelettronico un sensore di una telecamera? Per quanto possano sembrare argomenti molto distanti tra loro (e se “distanti”, quanto e con quali metriche?), molti concetti e modelli potranno tornare utili nello studio dei nuovi argomenti. In alcuni casi, si sarà quasi completamente ignoranti di un certo settore, ma in altri casi si partirà già da una certa conoscenza di base della materia, quindi lo spazio che intercorre tra la nostra conoscenza e il relativo limite di quel settore sarà diverso. Si arriva (dopo un bel po’ di tempo) ad un nuovo limite? Perfetto, spostiamoci verso altri punti nei confini! E se dovesse terminare la conoscenza? No, dai, questo possono pensarlo solo bambini poco svegli che credono che tutta la cultura sia racchiusa all’interno delle pagine del loro sussidiario. Più probabile, invece, è che uno si impunti sul serio in un certo settore e… lì avviene la magia, il momento di consapevolezza di due possibili opzioni, che ora illustro.

Spingi i limiti!

Tranquilli, non siamo finiti nella pagina motivazionale di un personal trainer che incita a pompare più ghisa di quanto il tuo cervello pensa sia possibile per il tuo corpo. Mi riferisco al poter andare oltre i limiti oggi esistenti, nei vari campi della conoscenza. Qui la casistica è a dir poco variegata, a seconda che si tratti del limite nella comprensione dell’universo, della mente umana, del comportamento evolutivo di animali e piante, del cosa si trovi sotto la superficie terrestre, di cosa ci attenda dopo la morte e cosa ci attenda allo sportello postale (“sono subito da lei”, cit.). Ovviamente alcuni quesiti sono vicini all’essere scoperti, altri misteri probabilmente non li sveleremo mai, per altri arriveremo a una risposta (“che però è sbagliata”, cit. dal profeta di Quelo, ma anche da profeti di grossolani errori nella ricerca, che sia in buonafede o con dolo), altre volte invece una singola risposta da sola senza contesto (“42”, cit.) non ci sarà di grande aiuto. In linea di massima, per casi non troppo complessi, si può procedere in un modo simile (da adattare a seconda del contesto, del settore, della tipologia di ricerca e così via):

  1. Definire scopo della ricerca. Ricerca (accademica e non) in un processo sistematico di acquisizione e analisi dati, per rispondere a domande specifiche o verificare ipotesi (invito a leggere come funziona la ricerca, la maggior parte delle persone non ha minimamente idea di come si svolge una ricerca fatta bene… e mi verrebbe da dire che non lo sanno neppure molti praticanti di scienze molli, ma è un’altra storia). Metodi di ricerca fondamentali: quantitativa (analisi statistica di dati numerici) e/o qualitativa/empirica (studio approfondito di fenomeni attraverso interviste/colloqui, osservazioni/sperimentazioni, ma anche da lettura analitica di fatti e situazioni), compresa anche ricerca storica e documentaria (analisi di fonti e testi per ricostruire e interpretare eventi o tematiche).
  2. Implementare strategie pratiche per spingersi oltre i confini della conoscenza attuale. Formulazione di domande di ricerca innovative e sfidanti. Può avvenire con l’ausilio di tecnologie avanzate (ad esempio: intelligenza artificiale – appunto – con analisi big data per scoprire pattern nascosti). Importanti le collaborazioni tra studiosi (e non solo in fase di peer-review!), ma anche collaborazioni interdisciplinari per integrare conoscenze e prospettive diverse. Sperimentazione e prototipazione di nuovi modelli teorici e pratici, sempre con approccio critico e riflessivo per mettere in discussione paradigmi consolidati (e non innamorarsi di risultati ed idee! attenzione anche alla fallacia dei costi sostenuti).
  3. Avvalersi di strumenti di supporto alla ricerca. Collegato ai punti precedenti, la base di partenza possono essere banche dati e archivi digitali per accesso a informazioni scientifiche aggiornate (ce ne sono un sacco aperti e accessibili gratuitamente!). Se si utilizzano software statistici e soprattutto LLM allucinanti (nel senso che allucinano) ma anche solo prendere risultati esatti senza capirli, l’importante però è non dire cazzate (come ci ricorda Glauco). Contestualizzare i dati, verificare le assunzioni con delle controverifiche, chiedere una seconda opinione a qualcuno che abbia conoscenza ed esperienza di statistica e magari anche del fenomeno analizzato, altrimenti è un attimo dire che dobbiamo mangiare più cioccolata per vincere un premio nobbile (cit.), che utilizzare creme solari porti maggiore possibilità di contrarre tumori della pelle (effettuando il confronto tra chi usa creme solari per esporsi ore al sole rispetto a chi non ne usa perché è chiuso in casa), che sia più sicuro guidare di notte ad alta velocità perché avvengono meno incidenti stradali rispetto a viaggiare tranquilli di giorno e così via (invito alla lettura di libri sul pensiero critico, v. Pensiero critico e processo decisionale, un paio di riflessioni (molto) personali).
  4. Diventare “conoscitori spinti” a livello organizzativo personale. “Lifelong learning” (e tutte le varianti per esprimere lo stesso concetto), insomma formazione continua e aggiornamento tramite corsi specialistici, master, dottorati, ma anche in percorsi autonomi non strutturati, del resto la cultura esiste anche al di fuori delle università e ad un prezzo accessibile, come ricorda una nota scena di Will Hunting. Per “ottimizzare” (nell’accezione meno moderna/tossica possibile) questo modo di vivere, è fondamentale una gestione efficace del tempo e una definizione di priorità nella ricerca, per evitare di disperdere tempo prezioso (e riconoscere con tranquillità che non possiamo approfondire e ricercare tutto quello che ci piacerebbe), autovalutandosi criticamente su modo di pensare, metodologie e risultati.
  5. Valutare e diffondere. In gergo intellingece, potremmo dire “disseminare” (che tra l’altro è visivamente rappresentato, come fisicamente semi, nell’articolo di MoreToThat che ho citato più volte). A livello formale accademico, si possono pubblicare i risultati con la comunità scientifica, attraverso pubblicazioni (paper) peer-reviewed, ma possiamo anche provvedere a divulgare tramite spazi personali o su piattaforme di condivisione (generica o specifica), cercando di esporsi anche a commenti e critiche, a mo’ di feedback.

Importantissima considerazione che a volte “sembra” sfuggire a molti ricercatori (cerco di assumere buonafede): ricordarsi che anche non scoprire nulla è un risultato, come lo è (e valte tanto!) scoprire che quello che pensavamo di sapere non è corretto (in toto o in parte); certo, dà meno visibilità in un mondo (purtroppo anche quella della ricerca) pieno di mediocrità e basato su clickbait/visibilità sensazionalistica, ma anche una ricerca che mostra l’assenza di correlazione tra alcuni fenomeni, oppure che dimostra che un certo percorso di innovazione porta probabilmente ad un vicolo cieco (o quantomeno a inefficienza rispetto ad altre possibili strade), è degno di nota.

E se non mi va o non ne ho le capacità? Del resto, non tutti possono condurre esperimenti (se non di pensiero, ma che poi vanno validati cercando un riscontro nella realtà). Sono spesso richiesti fondi, tempo e competenze specifiche (e, in alcuni casi, come per l’ambito sanitario, anche qualifiche specifiche per poter intervistare, misurare, accedere ai dati). In tal caso, si attende che siano altri a spostare in avanti i limiti – e non si tratta di essere parassiti delle fatiche altrui, come accettiamo il fatto che in questa società non siamo realmente autosufficienti in senso stretto, perché il patto sociale prevede che ognuno faccia il suo, nel proprio settore di competenza.

Un discorso leggermente diverso è per il discorso di “fare”, quindi ricordo che qui parlo soltanto dell’imparare, anche quando si tratta di argomenti pratici, come può essere sviluppare codice in un linguaggio di programmazione – con la differenza che, in tal caso, una volta imparati i concetti (e magari viste decine di migliaia di righe di codice in diverse ambiti)

Il limite avanza… e tu?

Qui c’è uno dei concetti alla base del “lifelong learning”: non solo è buona norma diversificare perché se ti guadagni da vivere in un certo settore specifico e non approfondisci altro rischi di fare la fine dei “pin boys” con l’avvento dei macchinari nel bowling, ma occorre anche aggiornarsi nel proprio settore. Se questo è ovvio in ambito lavorativo, dovrebbe essere altrettanto ovvio con le proprie passioni: finché possibile, trovo sempre interessante aggiornarsi su alcune scoperte ed invenzioni, proprio come alcuni trovano bello aggiornarsi su dettagli morbosi di cronaca nera, di risultati sportivi, di gossip di persone famose in quanto famose o di inutili battibecchi tra politicanti. Non ne faccio una questione di meglio o peggio, de gustibus: ho una lista di oltre 500 libri da leggere e 200 corsi da completare (e continuo ad aggiungerne, in una sorta di “effetto buffet” o forse meglio dire abbuffet, come Lino Banfi pronuncerebbe “abbuffata”), il costo/opportunità è troppo alto per perdere ore preziose a scrollare stupidaggini di influencer. A volte si tratta di “aggiornamenti minori”, una specie di kaizen nell’incremento e perfezionamento, ma a volte (e sono i casi in assoluto più interessanti) ci sono veri e propri eventi “disruptive” ((di)rompenti), inn cui vecchi modelli e paradigmi vanno completamente rivisti o abbandonati – è il bello del progresso, nel senso più stretto del termine. Quindi in tal caso, se uno non ha voglia o possibilità di contribuire attivamente all’avanzamento dei limiti, può semplicemente aspettare che altri (con volontà e mezzi) lo facciano per lui, per poi aggiornarsi e diventare eventualmente anche un “early adopter” dell’informazione o dell’invenzione.

In un mondo in cui si sta tornando a parlare sempre più spesso di confini e limiti fisici, la vera rivoluzione parte dall’avvicinarsi ai limiti della conoscenza e, quando possibile, cercare di superarli, spingendo tutti insieme, facendo ognuno la sua parte.

Buona conoscenza a tutti.

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