Seriamente, non prendiamoci troppo sul serio

Questo articolo “breve” (per questa lettura, servono comunque “una ventina di minuti”, come quelli necessari per una gustosa pausa suggerita da un vecchio video di Don Zauker) nasce come excusatio non petita dopo il mio recente articolo su Il segreto della conoscenza, finalmente rivelato. Qualcuno lì avrà superficialmente notato soltanto la goliardia, senza rendersi conto che i concetti espressi son tutt’altro che faceti. Vorrei quindi ammorbarvi con un po’ di considerazioni, se proprio non avete nient’altro di meglio da scrollare o vedere.

Il gioco è un’attività seria, serissima

Uno dei concetti che ho da subito adorato da scout è: “Tutto col gioco, niente per gioco”. Non si parla di gamification (di cui ho trattato qualche giorno fa), ma del fatto che est modus in rebus (come direbbe Quinto Orazio Flacco) e quel modo può (e auspicabilmente, in molte situazioni, deve) essere il gioco. O almeno ricordarsi che “c’è anche la gioia” (cit.).
In questi “Tempi Moderni” (rif. al film con Charlie Chaplin) sempre di fretta, in cui ci si sente incapaci di fermarsi (come fossimo sui veloci rulli descritti da Isaac Asimov in “Abissi d’acciaio”), con la soglia dell’attenzione dell’epoca post-MTV, che già è un miracolo se arriva a 2 minuti continuativi, ininterrottamente bombardati da interruzioni come Lino Banfi pieno di tic in fabbrica, è una meraviglia poter ancora osservare lo stato di Flow in chi gioca (anche da adulto, m’è capitato di recente di osservare lo spettacolo di due amici adulti che giocavano ad un gioco da tavolo – dietro quei giochi c’è un mondo, chi vuole approfondire può iniziare con un video di Mr. RIP: “Parliamo di Boardgames“, da cui ho ovviamente prodotto appunti, non so se li pubblicherò mai), o nei dettagli maniacali che si osservano nei cosplayer e in chi si dedica al fantasy in diversi modi.
Ancora più importante è nell’età dello sviluppo, al punto che non solo è oggetto di serissima trattazione da parte di alcuni medici e psicologi, ma in Stolen Focus l’autore dedica un intero capitolo nel sostenere che un certo grado di libertà (che comprende anche il gioco e l’immaginazione) sia più effettivo dell’insegnamento frontale classico. Ai bambini vanno presentati gradualmente diversi concetti, anche quelli tristissimi come la sofferenza e la morte (propria e dei propri cari), ma questo non significa che si debba cercare gravità in tutto, per non parlare della deriva – tanto cara ai cattolici – del “peccato originale” (come non bastasse nascere con debito pro-capite nazionale), dell’agghiacciante moda di dire ai giovani, persino nelle scuole, di pentirsi e sentirsi in colpa ad esempio per essere nati bianchi o, mai sia, maschi (come scrisse una simbolA delle femministe, Michela Murgia: “Nascere maschi in un sistema patriarcale e maschilista è un po’ come essere figli maschi di un boss mafioso” – son sempre stato curioso di sapere cosa ne pensassero di questo bizzarro insulto i figli maschi di vittime di mafia). Digressione a parte, è possibile trattare anche argomenti “seri” e complessi con leggerezza, “Ridendo in faccia a monna morte e al destino” come recita l’inno dei sommergibilisti. E questo lo si può fare (in tema di giuoco) anche con i vari “giochi di ruolo” eventualmente anche con un amico immaginario, che hanno diversi benefici, tra cui: sviluppo autocontrollo emotivo, facilitazione funzioni esecutive nei bambini (neurotipici e con tratti dello spettro autistico), miglioramento di empatia, riflessione/mentalizzazione e ragionamento.

Ai bambini (quando non vengono rovinati dall’ambiente circostante, a partire dalla famiglia e man mano verso gli altri ambienti (per chi vuole approfondire: ne ho parlato meglio in Think of the children (development), illustrando la teoria dei sistemi ecologici di Bronfenbrenner), basta davvero poco per divertirsi, non è un luogo comune. Il concetto è ben rappresentato (insieme a sottostanti legati ad alcuni bias come quello del possesso, della perdita e fenomeni come l’invidia) in una puntata in cui Spongebob Squarepants si diverte un mondo con un foglietto gettato via dal suo amico Patrick Star – la creatività e il divertimento sono negli occhi (e nelle mani) di chi gioca; che è anche il motivo per cui non amo particolarmente chi passa ore davanti a quella nuova TV che è Twitch (o altre piattaforme di streaming e/o Video On Demand), perché giocare e guardare sono cose decisamente diverse, favorendo purtroppo una società passiva che preferisce vedere cucina e sesso praticati scenograficamente dagli altri anziché provare a praticare attivamente.

Pedagogia e insegnamento

Nella mia intensa vita precedente (la carriera da ufficiale), son stato anche docente e istruttore, di diverse tematiche (in gran parte serissime) e con diversa “audience”. Ho dato sfogo a tutta la creatività possibile, son stato decisamente sui generis, qualche militare ancora se le ricorda le mie presentazioni eccentriche, ma che proprio per questo facevano rimanere molto più impressi gli argomenti importanti e soprattutto i pericoli (in buona parte, riguardavano “rischi di cose” virtuali e fisiche – dagli effetti della negligenza nella gestione di informazioni classificate a quelli dell’indossare non correttamente una maschera antigas, passando per una moltitudine di argomenti che qualcuno potrà immaginare). Per quanto mi riguarda, ogni espediente è lecito (nei limiti della decenza, del rispetto e della legalità) per trasmettere il messaggio. Fermo restando che ci sono dei limiti nell’offendersi (se mostro uno sfondo verde e qualche meridionale si lamenta perché gli ricorda il colore usato dai secessionisti padani, problemi suoi, potrei al limite consigliargli di andare in psicoterapia per superare questo trauma), come anche sono consapevole della responsabilità del messaggio e dei modi, ma ad un certo punto io son responsabile di quel che dico, non di quel che gli altri capiscono. Del resto, non solo ho ottenuto empiricamente ottimi risultati in termini di attenzione e comprensione nel mio “pubblico”, ma ci son proprio degli studi (che si possono trovare in calce a quest’articolo) a supporto dell’importanza del gioco e del rendere leggeri/spiritosi alcuni argomenti: aumento di comprensione, memorizzazione (retention), interazione, sviluppo cognitivo ed emotivo, gioia (utile non solo quando si ha che fare con studenti giovanissimi). Anche nei corsi universitari che seguo su Coursera, capita di trovare professori che trasmettono la loro passione anche tramite qualche battuta, col linguaggio del corpo e con domande provocatorie. Tanto per fare un esempio, penso che i suoi studenti ricorderanno bene i concetti di energia potenziale, energia cinetica e conservazione dell’energia:

“Physics works and I’m still alive” – Penso che Nicholas Taleb non possa rinfacciargli di non averci messo la faccia: il fisico ha fisicamente “skin in the game”

E l’esser gioviali si trasferisce anche al modo di vivere. Il primo impatto forse l’ho avuto proprio negli USA, durante un coast-to-coast: mi trovavo in uno di quei saloon sperduti in periferia di una grande città del sud, di quelli popolati da proprietari terrieri di ranch e da biker non più giovanissimi, che lì si riposano chiacchierando, bevendo birra e ballando lenti country. Vedendo un signore in jeans e camicia a quadri giocare da solo al biliardo, gli chiedo se posso prendere una stecca (né di sigarette, né musicale) e fargli compagnia, lui accetta e mi scappa una battuta matematica sul tempo che si ridurrà nell’andare in buca in due, mi scuso per la “nerdata”, ma invece lui sorride dicendo che insegna matematica all’università. Chi non è pratico di materie scientifiche, forse non sa che il tempo per “sgamare” chi si atteggia esperto in materie STEM è molto ridotto:

Striscia di xkcd

Non potrò essere sicuro se fosse davvero un professore universitario o soltanto uno studioso, ma di certo conosceva bene l’argomento, tanto che in poco tempo siamo arrivati ad uno dei noti punti di scontro o incontro tra statistici: frequentisti vs. bayesiani… sì, davanti ad un tavolo da biliardo in quel pub americano di periferia, senza bisogno di atteggiarsi a grandi maître à penser.
“Ma non c’è da pensarci su / non c’è da stenderci su la mano / cercando di capire / qual è il punto dove colpire;
tic-tac tic-tac per ogni geometria / tic-tac tic-tac ci vuole fantasia” (da “Il giocatore di biliardo”, Angelo Branduardi, così perché m’è venuta in mente).
Era un sedicente professore universitario, con vestiti e modi indistinguibili da quelli dei cowboy del posto (del resto, non sono attività mutuamente escludenti); ho pensato ai professori universitari con cui ho avuto a che fare in Italia, soprattutto a quelli dai modi altezzosi, che si credono st0cazz0: la differenza era incredibile.

Ricordo ai tempi dell’accademia militare, quando alcuni colleghi pensavano che io e un altro collega suonavamo jazz “per darci un tono” e non perché ci piacesse sul serio (a tal proposito, ricordo un detto che girava tra musicisti: “Il jazz è come le scorregge: piace solo a chi le fa”). E, ancora prima, da minorenne, ricordo lo stupore di chi mi chiedeva come mai ascoltassi metal pur non indossando borchie e stivali di pelle – ho sempre prontamente risposto che ascoltavo anche musica sinfonica da camera, quindi non potevo girare con un baule di teatro pieno di parrucche e abiti in base al genere musicale che decidevo di ascoltare, per conciarmi come Mozart e immediatamente dopo, veloce come Arturo Brachetti, mostrarmi vestito come Alice Cooper al Maurizio Costanzo Show. Si ricade spesso in uno dei miei paradossi preferiti alimentati proprio da chi sulla carta dice di cercare di combattere stereotipi di genere, razze, orientamenti, idelogie, ecc…, ma che invece sono i primi a ingabbiarsi in trappole identitarie; vedere lo stupore di chi mi conosceva in un certo contesto e poi scopriva che avessi interessi “inaspettati” (come essere un ufficiale ingegnere, ma al contempo un artista bontempone), mi ha sempre divertito. Questo diceva molto più del mio interlocutore che non di me: indica una visione della realtà in contenitori rigidi, in cui classificare e catalogare secondo predefinite categorie, secondo modelli per loro ormai fissi superata l’età evolutiva.

Atteggiarsi per gli altri e per noi stessi

“I forzati dell’immagine” (dal titolo di un brano di Max Gazzé), ancora più che in passato, attribuiscono maggior peso all’apparire che all’essere, al punto di interiorizzarlo e quindi vivere “instagrammabilmente” anche quando sono da soli. Come cantava/recitava il buon Giorgio Gaber ne “Il comportamento”:
“Qualche volta metto il mio giaccone grigioverde tipo guerrigliero
e ci metto dentro il mio corpo e già che ci sono anche il mio pensiero.
Quando invece sto leggendo Hegel, mi concentro, sono tutto preso
non da Hegel naturalmente, ma dal mio fascino di studioso.
E se mi viene bene, se la parte mi funziona
allora mi sembra di essere una persona”.

Ci piace infatti sentirci colti e sensibili, oltre che buoni, come avevo scritto qualche anno fa in Noi e il male (fuori e dentro di noi).

Dello stesso GG, tra i tanti pezzi, mi piace citare anche “Io se fossi dio”:
“Infatti non è mica normale che un comune mortale
Per le cazzate tipo compassione e fame in India
C’ha tanto amore di riserva che neanche se lo sogna
Che viene da dire: “Ma dopo come fa a essere così carogna?””.

Quando qualcuno tira fuori le lacrime, a me (metaforicamente) vien da tirar fuori la pistola. La penso come Jiddu Krishnamurti, che in “Freedom from the known”, riassume brillantemente il concetto:
“You have cried, but do those tears come out of self-pity or have you cried because a human being has been killed?
If you cry out of self-pity your tears have no meaning because you are concerned about yourself”.
Fu scritto nel 1969, l’autore è morto nello scorso millennio, s’è risparmiato la visione dei vari piangina su Instagram, TikTok ed altre piattaforme monnezza varie, dove giovani e meno giovani indinniati!1! si riprendono prontamente davanti una telecamera, in atti teatrali da spendere (o meglio: da monetizzare in dollari e visibilità) per presunti “attacchi sistemici” contro di loro e soprattutto per tragedie umanitarie (accadute, in atto o potenzialmente verificabili).

Si ride per ciò che non si deve e viceversa, come detto nel film del 1980 “La terrazza”, in cui si prende in giro di gusto una certa medio-alta borghesia che si riuniva nei salotti della Roma bene, simile a tanti film dove si fa il verso a una certa parte intellettuale – a volte, non si capisce davvero se sia una parodia oppure se “se la credono”, come nei film di Nanni Moretti con Silvio Orlando (sagacemente riassunto in una parodia di Max Tortora che ho accennato in passato, parlando del buonismo e del virtue signalling che ho trovato insopportabili nel libro di un noto fisico italiano, qui accennato). Per molti, “su queste cose non si scherza”, se ridi su alcuni argomenti o situazioni sei una persona orribile. Oppure, semplicemente, la ricerca della risata e del divertimento è sintomo di frivolezza, di persona vuota: se comprendi che siamo in crisi e che ci sono guerre, che c’avrai da ride? Corri a indossare una spilla con un fiocco (nero oppure con i colori del momento, non sono aggiornato se il giallo-blu sia ancora di moda) e vai subito a far sapere al mondo quanto sei triste! Ho sentito proprio oggi una persona intervistata in merito al suo film, cosìdebottosenzasenso ci teneva a far sapere (rigorosamente indossando la spilletta con un fiocco) che non riesce più a ridere da quando ha saputo che ci sono bambini che muoiono in una specifica guerra (che non è “nuova”, forse a scuola non ha studiato che ha alti e bassi da qualche decennio) – chissà se/quando scoprirà che invece prima rideva mentre c’erano (e ci sono ancora) in atto una cinquantina di conflitti armati nel mondo. Forse dovremmo mostrarci perennemente seri come Isaac Newton che pare nessuno abbia mai visto ridere (sarebbe stato un gran concorrente in “LOL, chi ride è fuori”).

Come siamo passati dal farci due risate col video di Truce Baldazzi che canta vendetta contro la sua scuola e dal sorridere sul video di “Difficoltà nel ghetto” (“vedo i bambini puoveri”)… a prendere sul serio video di brani trap? Piccola nota di colore: ad un figlio di amici, a cui avevamo dato libertà di scegliere le canzoni durante un viaggio in auto; ad un certo punto, mentre canticchiava quei brani trap in sottofondo, gli ho chiesto se conoscesse il significato di quei testi che aveva imparato a memoria, mentre ripeteva il nome di droghe e antidepressivi: non sapeva neppure che le parole che aveva memorizzato erano relative a farmaci – stiamo diventando più stupidi dei chatbot che non hanno reale cognizione di quello che scrivono? Diceva bene il pioniere informatico tedesco Konrad Zuse: non è tanto grave il pericolo di avere computer che si comportano come persone, quanto il rischio di avere persone che si comportano come computer.
Non è relativo al solo genere musicale, in passato conoscevo una persona che si vantava di conoscere quasi tutti i brani di Fabrizio De André a memoria, ma una sera citai una frase da una sua canzone (“La città vecchia”) e questa persona mi guardò serissima e sconvolta, con una specie di momento rilevazione negli occhi, dicendomi: “non avevo mai notato che alcune sue canzoni fossero tristi”. Questo rende evidente, qualora non fosse chiaro, che fruire di un certo contenuto non implica automaticamente capirlo, per non parlare dell’apprezzamento molto soggettivo – anche se mi stupisce che alcuni contenuti piuttosto chiari/espliciti producano sentimenti molto diversi in chi li vede/ascolta/legge, neppure fossero delle nuvole o delle macchie di Rorschach in cui ognuno ci vede qualcosa di diverso. Capisco che il comune senso del comico e del ridicolo possano variare nel tempo e nello spazio geografico, oltre che tra contesti socioeconomici, oltre ad esistere comunque sensibilità personali, come Adriano Celentano che empaticamente si rattrista guardando filmati di chi cade dalle scale ne “Il bisbetico domato”. Questo però non mi aiuta molto nel rispondere alla domanda: come siamo arrivati a ragazzi che trovano divertenti Skibidi Toilet e a Bombardino Crocodillo? Questi, per chi non li avesse mai sentiti, fanno parte di fenomeni di cui ho parlato nel libro che ho scritto insieme ad un amico ed ex-collega (“Epic Fail: divinità a caccia di like”), nel capitolo su Crono.

A confronto, rimpiango i tempi di “Kung-Fury” e persino del trash estremo (mio guilty pleasure, che sia di nicchia o popolare) – a volte parodia, ma a volte non intenzionalmente comico, come qualcuno avrà presente alcune scene da Bollywood. Parlando invece di vita “reale” (per strada), quasi rimpiango i tempi rappresentati dalle “burle micidiali” di Marioloide (in “Mario”), ma tanto i giovani escono sempre meno.

I rischi del bigottismo

Come la religione ha avuto (e ancora adesso ha, in alcune zone del mondo non secolarizzate) un’importante funzione di controllo etico-morale (qui rimanderei anche alle battute di George Carlin, a cui Daniele Luttazzi si è “ispirato” nel suo spettacolo Satyricon), così il “politicamente corretto” è partito inizialmente, nonostante il suo retrogusto vittoriano del “si fa, ma non si dice”, con il nobile intento di proteggere alcune “minoranze” da discriminazioni e battute di cattivo gusto – su questo tema potrei scriverci un libro intero, ma non lo farò, mi limito a suggerire un po’ di libri alla fine di questo articolo, in merito al vittimismo, al continuo lamento di “non si può più dire niente” e “non puoi scherzare su X se non sei come X” e tant’altra isteria collettiva.
Stiamo perdendo non solo il gusto del farci una sana risata sul mondo in cui viviamo e sui noi stessi, ma anche gli anticorpi per discriminare se si tratta di discriminazione (bisticcio di parole voluto) o di battute senza fine denigratorio (per favore, qui niente gioco di parole o mi buttano giù il sito come fosse un ricordo del Generale Lee – parlo della statua rimossa, non dell’iconica Dodge Charger dei cugini Duke in “Hazzard”).

Qui fortunatamente non si vede bene la bandiera sul tettuccio, altrimenti mi cancel-culturano. Foto caricata da Schmendrick

Il wokamente corretto sta portando non solo ad un grande campo minato per chiunque voglia genuinamente farsi due risate (come analizzato 4 giorni fa nel video “Why Comedy Movies Died“, condivisomi da un caro amico), ma a non saper più distinguere il contesto, a piattaforme che automaticamente segnalano chi in buona fede utilizza parole e immagini proprio per mettere in guardia da chi invece vuole davvero offendere o ingannare – ricordiamoci che siamo nell’epoca in cui condividere la foto del proprio figlio col proprio pediatra può far partire blocco dell’account e denuncia semi-automatica alle autorità, venendo scambiati per l’australiano Peter Gerald Scully (questo è uno dei rari casi in cui sconsiglierei di cercare il suo nome o ancora peggio il titolo dello straziante video su una bambina di un anno e mezzo, che lo ha reso “celebre” tra gli “appassionati”, titolo che evito di scrivere). Stiamo forse andando velocemente verso un futuro degno di Black Mirror, in cui non si sarà più capaci di distinguere lo scherzo dalla realtà e quindi nel dubbio sarà molto meglio evitare una qualsiasi battuta per evitare di trovarsi (quando va bene) censurati e cacciati come dei comici italiani di qualche decennio fa, colpevoli d’aver raccontato barzellette su politici e partiti – qualcuno avrebbe detto “un uso criminoso” dei canali di intrattenimento. Ecco, divagato nuovamente, ritorniamo sulle risate.

Ridere e far ridere: una cosa seria

Ridere produce un sacco di effetti positivi, come riduzione del rischio di mortalità soprattutto per malattie cardiovascolari (in particolare per donne e anziani), riduzione di pressione sanguigna e del ritmo di battiti cardiaci, riduzione rischio ictus cerebrale, riduce anche il cortisolo (“ormone dello stress”) e persino l’indice di massa corporea, migliorando qualità cerebrale e della vita in generale.

Ho ascoltato tante interviste di comici, tutti ripetono lo stesso concetto: a far piangere basta poco, giusto combinare qualche lacrima sulla morte della mamma con una canzone lacrimestrappa (cit.), ma far ridere di gusto è difficile. Che sia slapstick (per capirci: Stanlio e Ollio o Mr. Bean) o giochi di parole (come quelli di Nino Frassica, ma anche di Toni Bonji e Valerio Lundini), gag su scene surreali come quelle create da Lillo e Greg o dallo Sgargabonzi richiedono un certo impegno, invito ad ascoltare soprattutto interviste ad artisti di stand-up comedy, quando parlano di come scrivono e provano i pezzi.

Non solo barzellette, battute, gag e racconti (parlati o scritti), c’è anche la musica “demenziale” che demenziale non è. Squallor, Skiantos, Elio e le Storie Tese, Nanowar of Steel ed altri hanno diversi “problemi”:

  • le canzoni più famose spesso non sono quelle “migliori”: ricordo quando diventò popolare “Shpalman” degli EELST, è l’equivalente di “Gianna” di Rino Gaetano se non addirittura di “More than words” degli Extreme, canzoni assolutamente non rappresentative della discografia degli autori, a volte proprio fuorviante;
  • l’ascoltatore poco attento si ferma in superficie, alla parolaccia, sconvolgendosi e comunque senza capire;
  • non si percepisce che sono musicalmente (oltre che come testi) capolavori dell’intelletto, anche se “non sono per tutti”, perché per essere goduti pienamente necessitano di una certa preparazione, altrimenti è come mostrare una commedia con temi “da adulti” (non intendo a luci rosse, ma ad esempio con battute su politica, religione, economia) ad un bambino di 10 anni.

Una delle canzoni di Elio e le Storie Tese di certo meno popolare di “Shpalman” è “Cassonetto differenziato per il frutto del peccato”, che molto possono trovare di cattivo gusto, ma che invece penso valga molto più di tante canzoni di denuncia di pallosissimi cantautori impegnati (impegnati più che altro a compiacere il proprio ego e a cercare di rimediare la ragazzetta pseudo-alternativa nel circolo in cui si esibiscono, dove possono risparmiare in fumogeni, dato il “fumo naturale” ivi presente). Solo che, per molte persone che dicono di essere “aperte” (ma invero peggio dei “bigotti classici” conservatori e reazionari), per alcuni temi bisogna necessariamente parlarne affliggendosi ed urlando all’apocalisse. Senza contare che la drammatizzazione (come ampiamente dimostrato da studi durante la pandemia da CoViD-19 e non solo) peggiora la situazione, rispetto a trattare gli argomenti senza disperarsi.

Per quanto riguarda i film e i cortometraggi, “Fantozzi” e “Italiano Medio” portano alla buffa situazione di persone che ridono solo per le facce o per qualche breve battuta, anziché per il potente sottostante satirico tragicomico, a volte senza capire che si è (in parte) proprio il Fantozzi o l’Italiano Medio rappresentato sullo schermo!

Le persone più interessanti che ho conosciuto sono autoironiche, propense al nonsense, avide di battute e con un vasto repertorio memorizzato (inconscio o meno) dato dalla fruizione di comici d’autore e di trash.
Purtroppo son pochi gli amici con cui posso scambiare al volo citazioni di Franco e Ciccio, dei Prophilax, di Maccio Capatonda… ah, a proposito: di recente, m’è capitato di dover spiegare ad un cinquantenne chi era questo Maccio che avevo citato, è stato abbastanza strano. Più o meno strano come quando ho dovuto spiegare una gag di Homer Simpson (quella dell’uccellino perpetuo a liquido che pigia ripetutamente un tasto sulla tastiera) – in questo secondo caso, era un giovane di una nazione ex sovietica, che sapeva solo vagamente “Ah, i Simpsons, quelli gialli”: come cartone animato occidentale, conosceva solo Tom e Jerry. Triste pensare che le risate non arrivavano proprio dove ce n’era più bisogno.

Ora abbiamo possibilità non solo di fruire dei contenuti, ma anche di poter espandere i riferimenti citati, eventualmente in un rabbit hole (ad esempio: sui Simpsons esistono siti dedicati, oltre ad un libro, per raccogliere le chicche ideate dal gruppo di sceneggiatori che annovera anche scienziati e filosofi di tutto rispetto, a dispetto del fatto che sia “un cartone animato” – ma per approfondire, rimando all’ultima sezione di questo articolo). E invece, paradossalmente, sembra che stiamo diventando sempre più superficiali (come osservato anche da Nicholas Carr in “The Shallows”), il che spiega parzialmente perché non si ride più con lungometraggi, ma le commedie si son ridotte al tempo di uno “short” (oltre al tempo, si è ridotta anche la qualità).

Il “ridere per ridere” e il “si ride, ma si riflette pure”

Non me la sento di giudicare un genere di comicità migliore di un altro: le scorregge con le ascelle hanno un loro perché, non si può vivere di sola satira (qui eviterò citazioni praticamente chiamate, che suonano non al telefono, ma al campanello, non aprirò quella poooortaa – cit.), ecco, non ce l’ho fatta, avrei dovuto fare come il buon Max: anche se mi sembra di sentire il loro ricordo che bussa, io non aprirò).
Il problema è che ci sarà sempre chi non coglie il messaggio profondo in situazioni apparentemente leggere, come al contrario ci sarà chi cercherà necessariamente qualcosa di profondo in quello che pubblica (avviene spesso ai cantautori) – a volte, mi sento come Woody Allen nella scena della fila al cinema in “Io e Annie”, con la stessa vana speranza di poterla ripetere nella vita reale:

“Scherzando, Pulcinella disse la verità”: tutti i vari mostri sacri come George Carlin e Bill Hicks (solo per citarne alcuni) utilizzavano la comicità come veicolo per i loro messaggi, per l’invito a riflettere. Vogliamo evitare di riflettere seriamente o farlo solo con estrema pesantezza? Un vecchio detto (da cui mi dissocio) dice “Torinese, falso e cortese”, arriveremo presto al punto in cui non capiremo in cui qualcuno, col sorriso, ci percula e/o danneggio, mentre ce la prenderemo con chi ci dice la verità in toni perentori (come direbbe Rick DuFer: abbiamo anche bisogno di tram sui denti), perché non sempre la forma è sostanza, nè il mezzo è il messaggio.
Possono ovviamente esserci contesti e ruoli che richiedono un certo contegno ed una certa compostezza dei modi, non mi aspetto che qualcuno si presenti in parlamento italiano o europeo vestito da zecca fricchettona, che mangi mortadella, che si faccia portare via dall’aula sollevato a braccia, che vada in trasmissioni televisive a fare il verso del cane, a… ah no, scusate, sbagliato esempi.
Siamo sicuri che il medico Hunter Doherty “Patch” Adams (reso celebre appunto col film “Patch Adams” interpretato da Robin Williams) non abbia fatto del gran bene vestendosi da clown?
Se siamo al livello di confondere la preparazione con la (nostra personale o condivisa idea di) “serietà”, ci meritiamo gli imbonitori che calcano i palchi di televendite e di tribune politiche; ci meritiamo migliaia di stolti che considerano un medico autoritario chiunque su Internet si mostri indossando un camice e una faccia rassicurante come il “dott.” nel proprio nickanme (poco importa se sia una triennale in qualunque facoltà presa a calci nel sedere, se davvero conseguita). E ci meritiamo anche di non avere più sentinelle che ci segnalano, anche in maniera scherzosa, pericolose derive sociali. E, ancora più triste, ci meritiamo di non poter ridere più.
Io, personalmente, non ci sto; continuerò, pur studiando seriamente e provando ad essere utile agli altri, a farmi grasse risate di me e del mondo: boriosi personaggetti saccenti e seriosi, una risata vi seppellirà.

Immagine generata da me tramite sistemi di intelligenza artificiale generativa

Riferimenti e risorse consigliate

Libri

  • Stolen Focus, Johann Hari
  • Epic Fail: divinità a caccia di like, Fulvio Arreghini e Arturo Cobalto
  • Freedom from the known, Jiddu Krishnamurti
  • La scienza dei Simpson, Marco Malaspina
  • The Shallows, Nicholas Carr
  • Culture of Complaint, Robert Hughes
  • The identity Trap, Yascha Mounk

Studi

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