Un breve articolo, scritto di getto, sul concetto di anonimato e non.
Il titolo non è un errore di battitura, né un articolo su artisti ed attività che hanno già utilizzato questo nome: intendo banalmente la possibilità di fare “il matto” coperto dal mantello della (quasi) invisibilità, quindi di potersi esprimere liberamente (sempre nel rispetto della legge e degli altri – un conto è la critica possibilmente costruttiva come libera espressione delle proprie idee, un altro sono intimidazioni ed offese), senza temere troppe ritorsioni. In uno spettro di “profondità di impronte digitali”, all’estremo opposto c’è la ricerca di visibilità del tipo “Ehi, guardatemi, sono proprio io!”, che può essere accompagnata a dei contenuti interessanti oppure alla ricerca di fama di personaggi “famosi in quanto famosi”, come la folta schiera di personaggi inutili che affollano TV ed Internet per mezzo minuto di celebrità (sì, in origine erano 15 minuti, ma ora chi ce la fa a mantenere l’attenzione per un tempo così lungo?) o per 15 milioni di meriti.
A proposito del culto della personalità (o dovremmo meglio dire del “personaggismo”), il comico e attore Bo Burnham ha detto: “If you can live your life without an audience, you should do it“. Per uno come lui, nato nel 1990, è perfettamente comprensibile quest’atteggiamento “reazionario”, in un’epoca, quella della “me generation”, in cui si esaltano il proprio volto e il proprio nome, ovunque – e dove devi necessariamente esprimerti su qualcosa benché tu non abbia la minima cognizione di causa, guai a non polarizzarsi e a non schierarsi. Curioso che invece i giovani di pochi anni prima usavano fantasiosi nickname su chat come IRC e persino soprannomi quando si vedevano di persona (da non confondere con le generazioni precedenti, per le quali “appartenevi” ai tuoi genitori e quindi eri “Rosalia, la figlia della maestra” o “Bepin, il figlio del falegname”). Poi sono arrivate quelle piaghe chiamate social network, in cui eri esortato non solo a comunicare di continuo “a cosa stai pensando adesso”, nonostante il tuo parere fosse quello di uno dei tanti mediocri che non ha conoscenza o interesse per nulla, ma eri anche spronato a curare come un orticello la tua paginetta mausoleo, dove inserire una foto in cui si veda bene il viso (o le chiappe, evidentemente molte ragazzine scambiano la loro faccia con il culo – e per favore niente ipocrisia, prima di urlarmi “sessista” fatti un giro su Instagram e TikTok e fai caso a quanti maschi e femmine pubblichino foto di una certa topa un certo tipo). Salvo poi lamentarsi che datori di lavoro e opinione pubblica potrebbero avere da ridire su chi apre un profilo OnlyFans nel tempo libero quando si spoglia dagli abiti di maestra (ed evidentemente resta spogliata, forse lo stipendio da insegnante non permette di comprare altri vestiti); nessuna presa di posizione morale da parte mia, ognuno è libero (nei limiti delle leggi) di far quello che gli pare, ma avendo consapevolezza di eventuali conseguenze nel mondo reale, che potrebbe non coincidere con la rappresentazione del mondo che si ha in mente. Qui la trattazione sarebbe lunghissima, per non parlare del tragicomico “effetto Linkedin” (in cui un commesso nel negozietto di famiglia, con la quinta elementare, diventa un venditore al dettaglio in possesso di titolo di studio quinquiennale multidisciplinare che aiuta l’azienda nella customer satisfaction e client retention), che poi usa un profilo Youtube con lo stesso nome e cognome per commentare con emoji di frutta varia (melanzane, pesche, meloni, albicocche, banane – ma anche fiamme e spruzzi d’acqua, se uno ha inclinazioni come Grisù) sotto le foto delle ragazzine di cui prima (nella speranza che siano almeno “barely legal”, una locuzione anglosassone che mi dicono essere popolare su cui alcuni siti che non ricordo di aver mai visto, ma su cui è possibile farsi una cultura di lingua (inglese e non, ma proprio anche di lingua strictu sensu, in immagini dove ormai solo il senso è stretto) ed imparare gradi di parentela, con e senza “step-” prima del rapporto familiare, rapporto in tutti i sensi). Smetto di divagare, ci sarebbe tanto da scrivere ed analizzare in questa grande fiera campionaria delle bestie sul web 4.0, ma tutto ciò esula dall’obiettivo dell’articolo, di cui serve solo da contorno. Avendo vagamente chiara questa situazione, ci sono diversi aspetti di cui tener conto, qui ne scrivo solo quelli più comuni che mi vengono alla mente mentre digito, ma questo non vieta che in futuro potrei rifletterci ulteriormente e aggiungerci altro.
Anonimato totale, pseudonimi, info parziali, identità reale
La principale differenza alla base sta nel decidere se essere completamente anonimi oppure costruirsi un’identità digitale coerente, da utilizzare in maniera settoriale (es.: un nickname per ogni tipologia di contenuti oppure divisa per tipologia di piattaforme) oppure a tutto tondo, che sia su piattaforme online, su libri, in eventi dal vivo e così via, magari anche trattando diversi interessi non necessariamente collegati tra loro. Le due scelte non sono mutuamente esclusive: possono comunque esserci alcuni ambiti in cui un personaggio famoso potrebbe preferire non qualificarsi in alcuni contesti, ad esempio commentando in spazi in cui vuol essere giudicato “alla pari” scevro da effetto alone o da timore reverenziale, ma anche perché potrebbe proprio non c’entrare nulla con i settori in cui opera il personaggio stesso (ad esempio: una nota professoressa di genetica che si reca ad una gara di aeromodellismo o commenta in un forum di appassionati di moto da cross, potrebbe reputare inutile o fastidioso farsi notare come “quella che divulga genetica in televisione”). Qui non mi avventuro nei discorsi di “personal branding” e di tutte quelle americanate tanto care a chi si occupa di market(t)ing, cionondimeno provo a schematizzare pro e contro delle diverse possibilità.
| Tipologia di Anonimato / Identità Online | Descrizione | Pro principali | Contro principali |
|---|---|---|---|
| Anonimato totale | Nessun dato reale rivelato volontariamente; identità completamente nascosta; volto e nome non mostrati. *attenzione alla percezione di completa invisibilità: con opportune risorse (tempo, capacità, impegno), spesso è possibile ricavare informazioni | – Massima protezione della riservatezza e sicurezza personale – Libertà di espressione senza timori di ripercussioni – Separazione netta tra vita pubblica e privata, difficilmente si possono scoprire particolari interessi ed inclinazioni di una persona (es.: schieramento politico, preferenze sessuali, culto, oltre a tanto altro che può emergere dall’attività online, deliberatamente raccolta oppure sparsa in commenti) | – Difficoltà nel costruire fiducia e credibilità col pubblico – Limitazioni in opportunità professionali e commerciali, ma anche personali – Percezione possibile di scarsa trasparenza o affidabilità – Essere “labili” permette di far perdere le proprie tracce, ma allo stesso modo rende difficile essere seguiti per chi è interessato a saperne di più |
| Pseudonimia stabile | Uso di un nome o brand fittizio ma costante, che crea un’identità digitale coerente e (facilmente) rintracciabile | – Consente una certa riconoscibilità e “branding” indipendente dal nome reale – Protezione moderata della privacy (purtroppo nulla è gratis, un po’ di riservatezza va ceduta in cambio di visibilità) – Facilitazione di comunità e iscritti affezionati (ma occhio agli effetti negativi di parasocialità) | – Possibile confusione o sfiducia legata a mancanza di dati reali (ma sempre meno che nel caso precedente) – Necessità di mantenere coerenza del personaggio (e inoltre si viene subito “sgamati” se si prova goliardicamente e polemicamente/provocatoriamente a scrivere qualcosa di palesemente diverso) – Problemi legali e contrattuali se lo pseudonimo non è riconosciuto dalle istituzioni (che è anche il motivo per cui ad esempio esistono “leak” di informazioni di noti creatori di contenuti quando partecipano ad alcuni eventi pubblici, in cui organizzatori, istituzioni e giornalisti |
| Semi-anonimato | Uso del nome reale ma senza mostrare il volto o altri dati identificativi precisi – oppure il contrario: mostrare il volto ma senza specificare cognome e posizione | – Equilibrio tra autenticità e riservatezza – Facilita relazioni più personali senza eccessiva esposizione – Riduce rischi di molestie o stalking (ma sempre meno che nei casi precedenti) | – Meno protezione della riservatezza rispetto anonimato totale – Pubblico può percepire incompletezza o ritrosia: come scritto prima, tutti abituàti a nome, cognome e volto sui social, quindi si ha sempre la percezione di “qualcosa da nascondere” – Limiti al networking personale diretto rispetto all’essere totalmente noti |
| Identità reale completa | Nome e volto reali chiaramente associati ai contenuti; nessun nascondimento | – Facilita la costruzione di fiducia, credibilità e autorevolezza – Maggiori opportunità di networking, sponsorizzazioni e collaborazioni – Coerenza totale tra identità pubblica e privato | – Espone a rischi di stalking, discriminazioni, hater con “effetti cinetici nel mondo reale”: non dico necessariamente trovarsi, sotto casa, delle frasi intimidatorie scritte con una testa di cavallo intinta in escrementi umani (un connubio tra un mitologico centauro e una merda d’artista , ma rischio anche di aggressioni o atti molesti in pubblico, anche banalmente l’essere riconosciuti e fermati di continuo – fino ai livelli degli scocciatori nell’ultimo “inseguimento” a Lucio Battisti che risponde a tono) – Possibili noie a lavoro, che sia da dipendenti o da liberi professionisti (molto semplicemente, nei casi più banali: attriti con colleghi, superiori o clienti con opinioni divergenti) – Molto meno controllo sulla riservatezza personale – Difficoltà a dissociare vita privata e pubblica, che sia a livello professionale, ma anche personale |
Ci sarebbero anche altri aspetti, ma per ora chiudo qui la tabella.

Inoltre, non sto tenendo in considerazione importantissimi aspetti dovuti a “sorveglianza digitale” (per chi è interessato, ci sono un po’ di libri per approfondire, in calce a questo articolo), di cui tenere comunque conto, anche se non si è in Cina. Del resto, anche in Unione Europa stanno procedendo con l’implementazione di diversi progetti a dir poco invasivi di monitoraggi e scansioni massive, sempre al grido dell’eterno “qualcuno pensi ai bambini e al rischio terrorismo” – tanto non hai nulla da nascondere, quindi facci collezionare un po’ di dati per schedarti come cittadino e anche da vendere o regalare a data-broker dall’etica inferiore a quella degli stessi maniaci sessuali da cui dicono di volerci proteggere, del resto il personaggio interpretato da Woody Allen, in “Annie Hall” (“Io e Annie”), dice: “[…] is a politician, you know the ethics those guys have: it’s like a notch underneath child molester” (ma noi rapidamente ci dissociamo).
Come anche non considero in questa sede complessità di ordine superiore, come il rischio di essere impersonificati sia per truffe in pubblico (come Mr. RIP e Pietro Michelangeli vittime di video falsi (“deep fake“) in cui dei “sosia” realizzati con reti neurali artificiali, grazie a diverse ore di contenuti video da loro stessi pubblicati, sfruttano la credibilità dei “personaggi veri” per proporre prodotti e servizi finanziari senza il loro consenso… video che poi circolano indisturbati su monnezze di noti social network che prontamente bannano chi mostra il disegno di mezzo capezzolo, ma non chi deliberatamente pubblica chiare truffe creando truffati e anche danni di immagine), sia per truffe “private” (come l’utilizzo della voce dei soggetti per cercare di truffare amici e familiari, ad esempio utilizzando tale voce per far chiedere un ingente quantità di contanti come riscatto immediato a seguito di cattura).
Qualche breve esempio
Prima di chiudere, qualche esempio contemporaneo e non.
- Canali “commentary”, di quelli che commentano attualità (fenomeni web, ma anche televisivi e di giornali a copertura nazionale), soprattutto come “voci fuori dal coro” (nessun riferimento al programma televisivo in cui si distruggono americanissime zucche di Halloween… con un’altrettanto americanissima mazza da baseball, tentando invano di renderla meno americana dipingendoci sopra l’italico tricolore). I più famosi son quelli che cercando di far notare gli effetti di quello che Elon Musk chiama “il virus woke”, ma ne esistono anche della fazione opposta, cioè quella dei vittimisti che sostengono ci sia bisogno di più woke. In entrambi i casi, soprattutto perché si tratta di un argomento tendenzialmente molto polarizzante (tradotto: c’è gente che urla a gran voce la necessità di più diversità nei personaggi di film anche a costo di snaturare grottescamente avvenimenti storici e chi all’estremo opposto urla scandalosamente al sacrilegio quando un personaggio di fantasia viene interpretato da un attore con una tonalità di pelle differente da quella descritta o addirittura solo ipotizzabile in un racconto inventato), si cerca di non esporsi troppo, per mantenere una certa libertà di espressione. Perché, come ricordano molti comici satirici, non è che non si possa più dire niente (la “censura vera”, salvo casi eccezionali, è praticamente terminata con l’avvento di Internet), ma ci si deve assumere la responsabilità di quello che si dice, talvolta anche nei casi in cui goliardicamente si pronunciano parole o espressioni che possono offendere qualcuno, in quest’epoca di vittimismo e piagnisteo, oltre che di giustizialismo fai da te a colpi di visualizzazioni e condivisioni, che purtroppo in molte nazioni (come l’Italia) influenzano politica e decisioni giudiziarie in base a chi si indigna e piange di più, si veda come lampante esempio tutto quel circo creato attorno a quella piaga sociale che è il femminismo, che ha portato (e continua a spostare la sua finestra di Overton) ad un sistema palesemente discriminatorio e sessista, in cui si ha ormai paura di ripercussioni professionali e personali nel caso in cui si voglia solo dire “sì, però”, come nella famosa storiella di Trilussa, magistralmente raccontata dal grande Gigi Proietti.
- Personaggi che decidono di mostrarsi parzialmente anche in pubblico, ad esempio a teatro o in televisione, come il trio comico della “Gialappa’s band” (le voci dietro tutti i vari programmi “Mai dire…”), che ora sono rimasti in due e hanno infine deciso di farsi riprendere anche in volto. In questa categoria, ci sono anche personaggi come “Lo sgargabonzi” (al secolo, Alessandro Gori), che però in pubblico si palesa esclusivamente con un passamontagna. Esistono anche esempi musicali, come i musicisti del gruppo rock svedese “Ghost”, benché il cantante mostri il volto dietro uno spesso strato di trucco (da poter competere con i Kiss).
- Artisti con diversi pseudonimi. Qui gli esempi sarebbero tantissimi, ad esempio gli scrittori, da quel king di Stephen King a J. K. rowling, Agatha Christie, Italo Svevo, Pablo Neruda, Nora Roberts… e le motivazioni sono tante: chi per timidezza e mantenere tranquillità/riservatezza (come ha ammesso la scrittrice italiana Erin Doom), chi per scelta stilistica, chi per nascondere le proprie idee a familiari e conoscenti se non addirittura al proprio governo, chi per aggirare pregiudizi (sesso, razza, religione o altro “non conforme” al contenuto e alla società a cui si rivolge), chi per tenere distinti i generi (ad esempio: uno scrittore di fiabe potrebbe voler pubblicare anche racconti per adulti, ma tenendo ben separati gli alias come autore) e così via. In alcuni casi, lo pseudonimo è rimasto durante tutta la carriera, a volte collegando il nome vero, altre volte invece non facendolo mai sapere alle masse, in altri casi “uccidendo” lo pseudonimo (come nel caso di quello utilizzato da Stephen King) ed utilizzando poi il vero nome. Nella musica italiana, ad esempio, ci sono Renato Zero, Levante, Madame, Noemi, Achille Lauro, Sfera Ebbasta, Ruggero dei Timidi, Immanuel Casto, Ceppaflex e Sbohr (dei Prophilax), i componenti del gruppo Elio e Le Storie Tese, ecc… che sono noti col loro nome d’arte e, per quanto sia facile scoprire il vero nome, son semplicemente rimasti con quel nome (in rari casi, cambiandolo, come ha fatto Caparezza, nel drastico cambio di contenuti rispetto a Miki Mix), salvo alcuni casi come via di mezzo, ad esempio Mina (qualche rara volta aggiunta col nome Mazzini); in altri casi, invece, è stato il cantante stesso a voler far emergere il nome e/o cognome vero accanto al nome, come per Zucchero, Jovanotti e Nek.
- Casi particolari di interferenza lavorativa, come lo “Student” (sì, quello della “Distribuzione t di Student“) che non poteva uscire col suo vero nome (William Sealy Gosset) mentre lavorava alla fabbrica di birra Guinness – per estensione, anche tutti quei casi in cui il contratto di lavoro prevede l’esclusiva e/o in cui non sia possibile svolgere alcune attività senza esplicito permesso. Valgono ovviamente anche tutti quei casi in cui, per codice deontologico o etichetta istituzionale (nel caso dei militari, proprio per legge), non si vuole incorrere nel rischio di pubblicare qualcosa che possa essere anche solo lontanamente classificabile come “lesiva dell’immagine” (delle istituzioni, della categoria professionale o dell’ente/azienda a cui in qualche modo è possibile risalire), anche nei casi in cui, in buona fede, si pensa di fare il bene della propria organizzazione (ad esempio, un docente che pubblica lezioni registrate durante le ore di lezione a scuola, oppure in seguito ma scroccando gli spazi e i materiali della scuola pubblica).
Bene, ma perché questa riflessione?
Sto valutando se sia il caso di fare un “coming out” e quindi collegare questo sito (in cui ho anche scritto, quantunque opportunamente filtrati, alcuni aspetti della mia vita, nonché mie considerazioni, benché non sia possibile sapere quanto io sia “sincero” e quanto invece sia costruito o provocatorio, nel senso di provocare riflessioni con ottiche diverse, da cui il nome del sito “different glasses”). Collegarlo a cosa? Be’, ad altre mie attività. Quando ero un ufficiale, il consiglio ricevuto dai miei superiori era quello di partire “stretti e lontani”, nel non dare confidenza ai propri collaboratori (non ho mai usato il termine “sottoposti” o il fantozziano “inferiori”), per poi eventualmente allentare verso chi si mostra rispettoso e meritevole di un certo grado di rapporto di amicizia, perché il procedimento contrario va contro le leggi della termodinamica, contro il naturale evolvere dell’entropia: difficile “ritirare” la confidenza, senza quantomeno perderne in credibilità. Per il “mostrarsi” in pubblico vale lo stesso principio: quanto viene scritto/pubblicato viene fatto con l’inchiostro e in alcuni casi è rintracciabile anche a distanza di anni (soprattutto su Internet, oltre che su giornali e TV, ci vorrebbe un bel disclaimer: “quello che pubblichi può essere usato contro di te”), difficile trovare un vero tasto annulla/cancella. Vero che “l’opinione pubblica dimentica”, ma sempre meglio evitare di “darsi” subito, non tanto “per avere più carisma e sintomatico mistero” (cit.), quanto per valutare gradualmente la reazione alla propria “scoperta” – non ne faccio insomma un discorso di “rendersi prezioso” come fanno alcune modelle ben consapevoli di perdere valore man mano che in foto scoprono centimetri di pelle (come è emerso chiaramente dei vari “Fappening”, in cui attrici o modelle di intimo hanno ricevuto un gran danno di immagine perché ormai erano state mostrate “svelate” e di conseguenza c’era meno desiderio morboso da parte del pubblico di scoprire come erano fatte “sotto i vestiti”, ma non ho voglia di impelagarmi in spinose questioni come quella di interpretare la fuga di foto di OnlyFans come possibile “Revenge porn” o semplicemente diffusione di materiale protetto da copyright, che svaluta i prodotti dell’originatore – anche perché non ho intenzione di mostrarmi in tal senso, non tanto per pudore, quanto per salvaguardare i vostri occhi //inserire qui GIF di Homer con la candeggina dopo aver visto le cognate oppure gli “occhi fumanti” (da non confondere con “occhi ***anti” sotto diritto d’autore in una nota recente vicenda mediatica) di un noto pesce in Spongebob, sempre che cogliate i troppi riferimenti che abbondano nei miei articoli e che sono uno degli ultimi baluardi nell’epoca di contenuti generati da chatbot LLM che appiattiscono tutto e che rendono i contenuti, quelli sì, davvero “anonimi” ed indistinguibili).
Si tratta di cercare un compromesso tra il vivere completamente lontani da dinamiche umane, nel più completo anonimato e nella più totale indifferenza come un moderno eremita digitale, e il desiderio di farsi conoscere per poter essere utile, il bisogno di realizzazione e di contributo nella piramide di Maslow; quando umilmente si pensa di aver qualcosa di utile da dire, restare in silenzio è un po’ una colpa. Per dirla come un finale di Marco Masini:
“Eppure c’è ancora qualcosa che vale:
la voglia di andare incontro alla gente.
La vita è un ragazzo che urla il giornale,
invece il silenzio è la voce del niente,
il nienteee, il nieeenteee, il nieeenteee, …”
Alla prossima.

Riferimenti e approfondimenti
Articolo scritto principalmente su riflessioni personali, ma se proprio devo consigliare risorse:
Libri
- Weapons of Math Destruction, Cathy O’Neil
- The Age of Surveillance Capitalism, Shoshana Zuboff
- The Art of Invisibility, Kevin Mitnick
- Permanent Record, Edward Snowden
- Culture of Complaint, Robert Hughes
Concetti/riflessioni sul tema dell’identità digitale
- “Identità virtuale“
- Marks, C. (2024). The evolution of digital identity in the postmodern age: An examination of the self in online spaces. SSRN. https://papers.ssrn.com/sol3/papers.cfm?abstract_id=5172668
- Rowland, J., & Estevens, J. (2025). What is your digital identity? Unpacking users’ understandings of an evolving concept in datafied societies. Media, Culture & Society, 47(2), 336–353. https://doi.org/10.1177/01634437241282240
- Robles-Carrillo, M. (2024). Digital identity: An approach to its nature, concept, and functionalities. International Journal of Law and Information Technology, 32, eaae019. https://doi.org/10.1093/ijlit/eaae019
- Lüders, A., Dinkelberg, A., & Quayle, M. (2022). Becoming “us” in digital spaces: How online users creatively and strategically exploit social media affordances to build up social identity. Acta Psychologica, 228, 103643. https://doi.org/10.1016/j.actpsy.2022.103643
Altro
- “The Me Generation” – Bo Burnham
- Chi se ne frega della musica, Caparezza (su personaggismo > contenuti)