(Quello che segue è ovviamente solo un esempio, una delle possibili interpretazioni della realtà, con tutte le limitazioni del caso – il concetto di “Different Glasses” suggerisce di poter guardare la realtà con lenti diverse, ma senza finire in complottismo con gli occhiali che si vedono in “They live“, il noto film del 1988 tratto dal racconto “Eight O’Clock in the Morning” di Ray Nelson).
Ho più volte trattato, in questo blog, di pensiero critico: un argomento che, purtroppo, è spesso nella bocca o nelle mani di tanti cialtroni, che cercano paradossalmente di validare un loro punto di vista bislacco, tentando di mostrare di avere la verità oggettiva in tasca (ricordando che di “verità” non ce n’è solo una, come ho lungamente scritto in uno dei miei primi articoli). Questa dello spacciarsi per “pensatori critici” è purtroppo una delle piaghe dei tempi moderni, tempi in cui tutto si può ammantare di “scienza” (mollissima), portando sempre più alla morte non solo dell’esperienza (come titola un libro di Tom Nichols), ma dello sforzo necessario per una più possibile corretta interpretazione del mondo fuori e dentro di noi; a volte, mi sembra quasi di veder tornare un medioevo della ragione, di assistere ad un progressivo spegnimento della candela del ragionamento (per prendere in prestito un’immagine da Carl Sagan). Per evitare di restare sempre nel troppo teorico e nel “meta”, prendo come spunto una notizia di cui son venuto a conoscenza poc’anzi, un fatto di per sé “poco impattante” nella mia esistenza, ma che trovo utile per mostrare uno dei modi in cui “reagisco” (mentalmente) ad una delle tante notizie, fermo restando che ormai da anni ho chiuso quasi del tutto il rubinetto da cui un tempo fluiva l’attualità: essendo in gran parte rumore che avvolge ben pochi fatti rilevanti, difficili da filtrare, ho optato per una drastica chiusura: meglio rischiare di perdere quell’1% di “veri positivi” rispetto a saturare le mie risorse cognitive e il mio tempo col 99% di acqua sporca che spesso è anche velenosa (per l’anima). Senza cianciare oltre, inizierei con la “parte pratica”, col caso studio, cercando di restare entro le 4.000 parole (circa 20min di lettura), riferimenti esclusi, ma citazioni incluse. Mi dispiace, ma è difficile analizzare qualcosa in tempi più ristretti, su questo sono pienamente d’accordo (nella sostanza, ma assolutamente non nei modi) con quanto esternato da Michele Boldrin ieri (13 agosto) quando l’intervistatore Ivan Grieco gli ha mostrato un breve video (che in tutta onestà ho trovato insopportabile per modalità e montaggio, ma so anche di essere palesemente fuori target): il professore di economia (Boldrin) è scaduto in una pesante critica sul fatto che video brevi in cui ci si limita a ripetere notizie non aggiungono assolutamente nulla (qui il video, il pezzo è da 42:54, per circa 5 minuti) – evito di commentare la recente risposta della persona del video di partenza, perfettamente in linea con “la cultura del piagnisteo” che Robert Hughes descriveva nell’omonimo libro nell’ormai lontano 1993, giocando la carta vittima dopo aver scelto una categoria a caso tra quelle di appartenenza, in pieno stile “trappola identitaria”, come la chiama Yascha Mounk in un libro più recente. (Ringrazio AleHerz per la segnalazione della reazione piangina su Instagram, da cui son partito per il rabbithole a ritroso, per poter ricostruire uno dei tanti battibecchi cross-piattaforma dei nostri tempi).
La notizia
Apprendo, da una fonte, che la polizia della Gran Bretagna Regno Unito (nome completo di quella che alcuni chiamano ancora “Inghilterra”, che invece ne costituisce solo una parte) ha iniziato un’operazione sotto copertura per stanare potenziali malintenzionati. Prima di descrivere oltre di cosa si tratta, ho intanto verificato che la notizia fosse attendibile, in un mare di bufale (sì, le chiamo ancora così, in italiano, quello che in molti per darsi un tono internazionale chiamano “feic gnus”, dato che non è un fenomeno nuovo – i cazzari esistono da svariate generazioni). Di seguito, il video (o meglio, “lo short”, visto che la maggior parte degli utenti Internet non ha più la capacità di seguire contenuti che richiedono più di un paio di minuti):
In breve, per i non anglofoni: due donne (siccome non voglio essere accusato di “misgenderare”: quelli che appaiono in video come due esseri umani che sembrano adulti presumibilmente biologicamente di sesso femminile) si danno ad una corsetta per tentare di adescare persone (qui nessuno sta dicendo maschi eterosessuali – “nessuno sta fumando”, cit.) che si permettono di fissare e di guardare dalla finestra delle donzelle che corrono in contesto urbano; come dice una delle due agenti, il fenomeno “è così così così diffuso” (assumo che il “so” (“così”, in Italiano) ripetuto tre volte non sia un principio di balbuzie). Il breve servizio continua: squadre di polizia sono pronte ad in intervenire nel momento in cui qualcuno si mette a suonare il clacson (immagino che il poliziotto vada a chiedere “Lei ha clacsonato?”, come il vigile in “Amici Miei”), seguire o schiamazzare; in tal caso, gli agenti (che seguono in auto i due colleghi corridori di sesso femminile, come si seguono gli sportivi durante allenamenti e competizioni – e sono quindi gli unici autorizzati a seguirle) accostano e fermano il farabrutto (cit.).
Il poliziotto intervistato alla fine dice: “Questi tipi di comportamenti potrebbero NON essere dei reati di per loro, ma comunque necessitano di essere affrontati. E ovviamente le persone che potrebbero essere solite commettere questi comportamenti, sapete, potrebbero continuare e commettere reati più gravi”. Piccola nota, prima di commentare il tutto: se dico che un’azione X non è un reato, non è corretto dire che X può portare ad un “reato più grave”, dato che X non è un reato per nulla, quindi sarebbe corretto dire che X potrebbe portare a reati.
Mentre ho preso del tempo per ragionare, vedo che un video sull’argomento è stato rilanciato anche da “The Independent”, così fresco che nel momento in cui scrivo ha meno di 100 visualizzazioni. Ecco il video in questione:
Una delle agenti dedita alla corsetta sotto copertura spiega come ci si possa sentire ad essere osservati e ricevere apprezzamenti, mentre si sta correndo.
Analisi della notizia
Ed è qui, in una specie di “react” interna, che ognuno recepisce la notizia in modo diverso, a seconda del proprio vissuto e soprattutto di ciò che ha (e non ha) studiato, in base a riflessioni estemporanee che solitamente (se non si è in completa balia delle emozioni scaturite da agenti esterni come la ricezione di queste notizie) poggiano su basi un po’ più solide, avendo costruito nel tempo (si spera) un sistema di valori, di ragionamento, di nozioni ben apprese ed integrate. Ciò che, insomma, purtroppo nella maggior parte dei casi non si impara a scuola ed è lasciato alla fortuna del contesto socioeconomico in cui si nasce e cresce – e alla buona volontà/intenzionalità di chi vuole esporsi a punti di vista diversi dal proprio e soprattutto a cercare di capire come funzionano le cose, con una visione integrata, di sistema.
Parto con una breve quanto doverosa premessa: non per “maniavantismo” (mettere le mani avanti in un mondo in cui la gogna mediatica è dietro l’angolo se non si collima pienamente col “pensiero di massa” del momento), quanto piuttosto perché lo credo fermamente, affermo che trovo i “catcallers” una manica di maleducati molto fastidiosi, di cui una società civile potrebbe (e vorrebbe) fare volentieri a meno. Una canzone che ha contribuito al successo di Fiorella Mannoia, “Quello che le donne non dicono”, cantata a memoria da tantissime donne ancora oggi, recita: “E dalle macchine per noi / I complimenti del playboy / Ma non li sentiamo più / Se c’è chi non ce li fa più”, parole scritte da due uomini, il grande Enrico Ruggeri e il suo storico chitarrista (Luigi Schiavone), con arrangiamento del recentemente scomparso (pochissimi giorni fa, 27 luglio) Celso Valli. Al festival di Sanremo del 1987, quel brano vinse il premio della critica e restò in cima alle classifiche per mesi (le canzoni restavano popolari per diverso tempo, sia perché c’era più qualità e meno quantità, sia perché le persone si stufavano molto più lentamente, consumando i dischi a forza di ascoltarli – ricordo un collaboratore, un giovane sottufficiale, che ad esempio indovinava un brano dal vivo dai primi secondi del chiasso registrato dal pubblico… mi spiegò che aveva memorizzato persino il rumore prima delle canzoni, a furia di riascoltare la musicassetta da piccolo). Erano altri tempi, d’accordo, son passati quasi quattro decenni, ma… siamo davvero sicuri che quel pezzo sia davvero così distante e che non ci possa dir nulla di oggi?
Ora probabilmente mi avventurerò per un attimo su un campo minato, ma ritengo che serva un po’ di coraggio per esprimere alcuni concetti, quindi immagino di dire “mi dissocio” come un moderno streamer, mentre vado avanti. Le donne che sono così, “dolcemente complicate”, in realtà non sono complicate, ma “prevedibilmente irrazionali”, come direbbe Dan Ariely: potrebbe essere che, per alcune persone (a prescindere da sesso (biologico/percepito) e orientamento sessuale), un certo complimento non sia indesiderabile a prescindere, come ben sintetizzato in una nota vignetta:

L’obiettivo di questo articolo, però, non è aiutare le persone ad osservare il proprio “elefante nel cervello” (per dirla come Kevin Simler e Robin Hanson), quanto quello di capire meglio e inquadrare il contesto. A prescindere dall’ipocrisia del filtro commenti in base al fascino del commentatore, resta il problema di fondo che la polizia cerca di risolvere/diminuire: i tamarri dietro l’angolo (cit.) che urlano “Bella patata / bel manzo!” (o peggio) esistono e danno fastidio. Come dà fastidio chi parla a voce alta di notte per strada, come dà fastidio chi gira in pubblico in abiti succinti (e non mi si dica che la malizia è nell’occhio di chi guarda anziché nel pantaloncino a mezza chiappa che lascia intravedere non solo il sesso, ma anche occupazione e stato di famiglia), come chi dà fastidio chi chiede soldi all’ingresso di un supermercato, come chi dà fastidio bivaccando in un parchetto giochi per bambini (impedendone la fruizione o facendo sentire a disagio minori e genitori in uno spazio che dovrebbe essere “protetto”) e così via – in alcuni casi non costituiscono infrazione a leggi e regolamenti, in altri sì. Alcune azioni si posizionano in un intervallo che va dal “socialmente accettato” al “potenzialmente illegale” (potrebbe diventarlo in alcuni contesti, come il bere alcoolici da una bottiglia in alcune aree urbane specifiche, o in concomitanza di altre azioni o in presenza di altri elementi). Il “fissare” una persona che corre è davvero già abbastanza per far scattare l’ammonizione verbale da parte di un agente delle forze dell’ordine? Siamo già arrivati al futuro distopico inscenato in “Modern Educayshun” (2:03 – 2:33)?
Qui infatti cadiamo in una diffusa fallacia logica, utilizzata in egual modo da conservatori e liberali, progressisti e reazionari, cambia solo la direzione: in un caso, criticando i cambiamenti nei costumi con “signora mia, se continuiamo così dove andremo a finire”, nell’altro “se non cambiamo (ed esattamente come suggeriamo noi), ci estinguiamo”. Mi riferisco alla “fallacia della brutta china” (o “slippery slope argument”, per gli anglofoni). Questi ragionamenti sono alla base di enormi idiozie che circolano in alcuni ambienti (anti-)culturali dove il pensiero critico viene continuamente calpestato, ad esempio quella della “piramide della violenza di genere”, in cui l’assunto è che il guardare una donna possa tranquillamente e velocemente portare al suo omicidio, un totale nonsense che ricorda la fallacia del grigio: se non sei un essere estremamente puro (usiamo ad esempio il bianco, senza alcuna accezione razziale, per favore), tra te che sei grigio chiaro (ad esempio: sei il cittadino modello, ma una volta hai gettato una carta per terra) ed individuo grigio scurissimo (dove il nero può rappresentare Stalin, Hitler o quello che si preferisce come cattivone per antonomasia) c’è pochissima differenza, siete entrambi grigi. Manca, insomma, un contesto quantitativo – cosa di cui invece la legge dovrebbe tener conto, in un mondo perfetto in cui il principio di proporzionalità viene applicato con criterio (es.: la pena comminata è funzione della gravità del reato commesso). Dire che una persona che fissa qualcuno che corre (che sia perché attirati fisicamente come anche il caso opposto, ad esempio vendendo una persona fuori forma in difficoltà) “potrebbe commettere reati” è l’equivalente di fermare chiunque gira con uno zainetto perché in quello zainetto potrebbe veicolare sostanze illegali oppure potrebbe nascondere refurtiva se ipoteticamente decidesse di recarsi in un negozio. Mancano approcci non solo quantitativi, ma anche statistici (es.: probabilità che una persona qualsiasi con uno zaino si rechi effettivamente a rubare; probabilità che una persona che esprime un commento positivo o negativo vada poi a effettivamente a usare violenza).
Siamo infatti ben oltre la copertura di chi si finge prostituta o cliente ed arresta (nelle nazioni in cui la prostituzione o il favoreggiamento è illegale) veri clienti e prostitute nel momento della transazione – per allontanarci un attimo dallo spinoso argomento carico di connotazione sessuale, diciamo: arresto durante la transazione di acquisto di droga da agenti sotto copertura o il pagamento di tangenti mentre la polizia d’accordo è a spiare dietro l’angolo. Qui è diverso, perché è come guidare un’auto sportiva sotto copertura e fermare qualunque persona fissi l’auto, magari esprimendo addirittura un commento, in quanto quella persona è potenzialmente malintenzionata e potrebbe voler rubare l’auto o danneggiarla per invidia – quello che cambia è la categoria della fattispecie di reato, nel caso che stiamo commentando è contro la persona, mentre nel caso di un’auto è contro il patrimonio, ma la logica sottesa resta identica.
Se accettiamo questa finestra di Overton che scorre verso il basso (e questa non è troppo più “china pericolosa” rispetto al considerare potenziale criminale chiunque guardi qualcuno che corre), ci dirigiamo verso una società in cui diventa non solo socialmente accettato, ma anche legalmente applicato, il processo alle intenzioni, peggio che in “The Minority Report” (romanzo di Philip K. Dick da cui è stato tratto il noto film), con l’angosciante aggravante che, rispetto al 1956 (anno di pubblicazione del romanzo), ora è anche possibile estendere l’analisi dei comportamenti anche ai dati scambiati tramite Internet: basta un attimo per ritrovarsi in sistemi ben più ansiogeni del credito sociale cinese – mi piacerebbe dire che sia fantascienza inapplicabile in occidente, ma… consiglio la lettura di “Weapons of Math Destruction” e soprattutto di dare un’occhiata all’High-Level Group / “EU Going Dark project” (e relativi sviluppi recenti). Vogliamo implementare una scala per i molestatori da puro/zero a omicida seriale, in cui anche solo essere un epsilon distanti da zero ci porta ad essere redarguiti e attenzionati/monitorati? Come ci ricorda Ted Kaczynski (“Unabomber”) nel suo manifesto (e correva l’anno 1995), quello che decenni fa sembrava troppo avanti persino per la fantascienza, ora è realtà, quindi occorre stare attenti a bollare come “distopia” ciò che già ora sarebbe possibile con i mezzi a disposizione. Come utile esercizio di pensiero, raccomando uno degli strumenti utilizzati da Jane McGonigal (e descritti nel corso “Futures thinking” dell’Institute for the Future, su Coursera): tracciare l’evoluzione di alcuni settori nel tempo, per poter stimare ciò che sarà possibile in futuro. Io l’ho fatto e preferisco tenere per me la mia visione del futuro sull’argomento, invito ciascuno a svolgere lo stesso esercizio (che è tra l’altro un bell’esperimento di pensiero).
La percezione
“Il paziente riferisce…” è così che un medico solitamente descrive i sintomi che una persona dice di percepire.
Il problema di fondo è che quell’operazione di polizia parte probabilmente da una percezione diffusa (e magari percepita come crescente) dovuta spesso più all’esposizione a social media (e mezzi tradizionali come TV e giornali, nel caso dei più anziani) che alla realtà esperita davvero di persona. Ricordo una volta un’anziana (con cui avevo appuntamento per la visita di un appartamento, ora e luogo fissati proprio da lei) che era restia nell’aprirmi la porta e ha voluto vedere i miei documenti, aggiungendo “sa, con quello che si sente in televisione” (risposi: signora, per il suo bene, la spenga). Ci sono luoghi in cui la criminalità è di per sé bassa e per giunta in declino, eppure molte persone che ci vivono continuano a percepire una situazione molto pericolosa di quello che è effettivamente. Personaggi televisivi e giornalisti, a volte anche pagati coi soldi pubblici, che “fanno un uso criminoso” (per citare qualcuno) dei mezzi di “informazione” (quando va bene è infotainment, ben oltre quanto previsto dai lungimiranti Marshall McLuhan e Neil Postman). Puoi mostrare quanti dati vuoi sulla sicurezza di un posto, ma non puoi contrastare la percezione di una persona che ti dice “in questo posto non mi sento al sicuro”. Se si dovessero davvero proporre notizie in percentuale al loro peso sulla gente (es.: salute, lavoro e pensioni, istruzione, ecc…), intanto non si parlerebbe quasi per nulla di cronaca nera (con buona pace di chi campa di “true crime“), ma soprattutto si parlerebbe diversi ordini di grandezza di più di chi muore di morte naturale, magari anche pacificamente e circondato dall’affetto dei suoi cari, che non di chi muore per mano di qualche aggressore, come anche si parlerebbe molto più di eventi lieti come nascite, ma sappiamo tutti il discorso del cane che morde l’uomo per fare notizia e non siamo così ingenui da non capire perché si segue morbosamente il terzo grado di parentela di una vittima di omicidio anziché intervistare giovani che tornano a casa sani e salvi il sabato sera. E quindi daje de rubriche come “Il morto del giorno in HD”, sagacemente parodizzato da Maccio Capatonda nel suo Micidial TG (nella serie “Mario”). Questo si trasforma nella percezione diffusa che “moriamo come mosche” (cit.). Non stupisce, quindi, che – come ho citato in Vittime di genere, mostrando i dati – le nuove generazioni siano sempre più ansiose nei rapporti sociali e che un crescente numero di adolescenti e giovani pensa che persino offrire da bere possa essere considerato molestia. In parte, è sempre questa paura a portare oltre il 60% (in crescita) di persone di coppie eterosessuali a conoscersi online, in un mondo dove si è presunti colpevoli fino a prova contraria, per non parlare dello spinoso argomento del consenso nei rapporti sessuali (consiglio ai pensatori critici la visione di “Tea, it’s a bad idea!“, un capolavoro di logica in risposta ad un video simile che diceva che è facilissimo scambiarsi/comunicarsi consenso). La percezione dipende da tantissimi fattori, i media sono responsabili, con le loro rappresentazioni, di generare e alimentare diversi bias, intervenendo sull’euristica di disponibilità, sull’esser sempre fresche ripetute in memoria, con un principio di autorità (per chi si aspetta che quei cialtroni che parlano e scrivano sui media siano “professionisti”), distorsione (spesso in mala fede) dei dati, errore di attribuzione fondamentale, falsa causazione, framing realizzati ad arte… insomma, si può arrivare anche ad isteria collettiva, sono tutti temi che invito ad approfondire (suggerimenti nella sezione finale di questo articolo).
Purtroppo il “foro interno” è insindacabile: se una persona riferisce di sentirsi a disagio ed essere terrorizzata nel momento in cui incontra qualcuno che la fissa mentre va a correre, non posso dire “non è vero” o cercare di portare calma con un renziano “stai tranquillo”, ma a questo punto come si fa? Se uno percepisce che “le colline hanno gli occhi” (cit.), che dietro le finestre ci siano persone pronte a giudicarci o addirittura ad uscire sul balcone a urlarci qualcosa (o dal finestrino di un’auto, causando traumi), va compreso quanto il pericolo sia percepito e quanto reale; se una persona riferisce di sentirsi meno al sicuro quando va a fare la spesa perché ci sono stranieri di una certa etnia all’uscita del supermercato che chiedono soldi in maniera anche insistente, basta questo per attivare pattuglie di polizia all’uscita dei supermercati? E anche se i dati dimostrano che quel gruppo di persone effettivamente è più propenso a commettere reati persino dieci volte rispetto alla popolazione di altre etnie, è sufficiente? E se una persona è particolarmente introversa, complessata, dismorfofobica, affetta da fobia sociale, come possiamo fare per evitare che si senta osservata e giudicata? Dobbiamo starne alla larga e cambiare strada se viene verso di noi? Oppure è il caso di cercare di far capire alla persona che un certo grado di disagio si può anche tollerare e tirare dritto, nel momento in cui non c’è pericolo (ricordo: effettivo, non potenziale come “quelle persone per strada hanno delle mani, potrebbero strangolarmi”) e nel momento in cui non ci sono reati effettivi? Nel caso, anche suggerendo percorsi di terapia. Altrimenti, l’unico modo per sopravvivere diventa rinchiudersi in casa con un telefono in mano, pronti a chiamare la polizia che a questo punto non correrà più per fare jogging a caccia di possibili molestatori, ma per recarsi presso le persone paranoiche terrorizzate.
Ma c’è ben altro
Avevo promesso di essere breve, quindi vado in chiusura con un ultimo pensiero: non ne faccio un discorso di “benaltrismo”, del tipo “ci son ben altri problemi di cui le forze dell’ordine dovrebbero occuparsi”, perché in un mondo ideale dovrebbe essere perseguito ogni trasgressore, con certezza di un veloce e giusto processo che porti eventualmente alla certa applicazione di una pena proporzionale. Viviamo però in un mondo reale, dove in una certa misura si dovrebbe applicare un buonsenso paretiano (in riferimento al noto principio di Pareto), data la scarsità di risorse nella vita reale: impiegare guardiani (pagati coi soldi dei contribuenti) a sorvegliare un carretto di frutta perché qualcuno potrebbe rubare una mela ha un impatto economico e pratico, giacché quelle stesse risorse potrebbero essere utilmente impiegate contro criminalità più pesante (cerchiamo di non pensare a gag tristemente realistiche come quella nel film comico ““FF.SS.” – Cioè: “…che mi hai portato a fare sopra a Posillipo se non mi vuoi più bene?”“, in cui un personaggio nella parte di un politico casualmente simile a Giulio Andreotti fa arrestare la cameriera perché “in Italia chi ruba una mela va in galera”. Quanti contribuenti sarebbero felici di sapere che le loro tasse vengano spese in quel modo? Quanti sarebbero lieti di apprendere che politici, amministratori e agenti impiegano risorse limitate (tempo in primis) per occuparsi di queste faccende al posto di cercare di fronteggiarne meglio altre? La domanda non è retorica: purtroppo, a partire dal livello politico, a scendere fino alla singola operazione del braccio armato della legge (che ricordiamo essere l’unico legittimato a fare deterrenza, persuasione e repressione – non i Brumotti e i Cicalone di turno nelle loro incursioni/ronde e nella loro spettacolarizzazione mediatica, tema complesso che meriterebbe un lungo articolo a se stante), ci si muove alla ricerca del consenso, del becero populismo in base al “sentiment” dei possibili elettori. Ed è proprio in quest’ottica che pochi giorni fa (sempre spinti dalla percezione di cui al capitolo precedente) il senato italiano ha votato all’unanimità per una legge schifosamente sessista (e quindi, per definizione, anticostituzionale) in cui il sesso di una vittima è la più grande discriminante (e si parla di omicidio, non di qualcosa di leggero), con tanto di vergognoso applauso dei signori senatori, significando che, come nella Fattoria degli Animali, si dice a parole di desiderare che tutti i cittadini italiani siano uguali, ma nei fatti alcuni più uguali di altri – evidentemente, si sta tornando verso gli oscuri periodi in cui se la pelle di un cadavere era nera o bianca (e non parlo dell’effetto di morte per ustioni) faceva differenza.
Non mi aspetto che tutti abbiano il mio punto di vista (spero vivamente di no!), ma sogno un mondo in cui le persone accendano il cervello e sappiano argomentare, almeno con loro stesse. Buon ragionamento a tutti.

Riferimenti e approfondimenti
Libri
Per chi ancora si ostina a volerne consultare.
- Eight O’Clock in the Morning, Ray Nelson
- The minority report, Philip K. Dick
- The death of expertise, Tom Nichols
- The Demon-Haunted world: science as a candle in the dark, Carl Sagan
- Understanding media, Marshall McLuhan
- Amusing ourselves to death, Neil Postman
- Culture of Complaint, Robert Hughes
- The identity trap, Yascha Mounk
- The Art of Thinking Clearly, Rolf Dobelli
- Predictably Irrational, Dan Ariely
- The Elephant in the Brain, Kevin Simler e Robin Hanson
- Weapons of Math Destruction, Cathy O’Neil
- Industrial Society and Its Future (Unabomber manifesto), Ted Kaczynski
- Animal Farm, George Orwell
Studi
- Şahinoğlu, M. (2024). Effects of crime media coverage on public trust, psychological well-being, and social support: Exploring framing and bias. Journal of Media Psychology, 36(2), 112-127. https://www.nature.com/articles/s41599-024-02848-2
- Andersson, E., Nilsson, A., & Svensson, R. (2025). News media consumption and perceptions of violent crime: A longitudinal panel study in Sweden. Crime & Delinquency, 71(1), 45-68. https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC12011023/
- Mesch, G. S. (2023). Media, risk perception, and fear of crime: A conceptual model. Journal of Crime and Public Policy, 22(3), 246-268.
https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/29598752/ - Lorenc, T., Clayton, S., Neary, D., Whitehead, M., & Petticrew, M. (2014). Fear of crime and the role of the media: Systematic review of theories and evidence. BMC Public Health, 14, 356. https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/23705936/
- Quillian, L. (2010). Local television news and fear of crime experimental evidence. American Journal of Sociology, 115(6), 1701-1743.
https://scholar.harvard.edu/files/pager/files/quillianpager_spq2010.pdf - Shi, L. (2021). A neglected population: Media consumption, perceived risk, and fear of crime among international students. Journal of Interpersonal Violence, 36(5-6), NP2482-NP2505. https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/29598752/
- Shin, S., & Hampton, J. O. (2024). Navigating the social media landscape: Unraveling the intricacies of social media engagement and safety perceptions. Humanities and Social Sciences Communications, 11(1). https://www.nature.com/articles/s41599-024-03836-2
Altro
- “Futures thinking” specialization, Institute for the Future, Coursera
- The cognitive bias codex