Quelle che seguono (e seguiranno, nel senso che questo articolo è solo la prima parte) sono un po’ di considerazioni in risposta ad alcune domande ed osservazioni, vedendo nel tempo diversi “creatori di contenuti” apparire, sparire, eventualmente riapparire, alcuni così de botto senza senso, altri con preavviso, altri ancora semplicemente diventati irrilevanti perché sono cambiati loro, i loro contenuti o banalmente è cambiata “la società”, il pubblico di riferimento che ha iniziato a seguire altro. E soprattutto perché più di una persona mi ha chiesto perché non apro un canale video o un podcast dispensando buoni consigli (non potendo più dare cattivo esempio, cit.). Le riflessioni sono tantissime, anche escludendo tutti i ben noti discorsi sulla società dell’apparire, del narcisismo, della caducità della vita (intesa anche come vita lavorativa di chi lavora “nello spettacolo” e che prima o poi si trova sul viale del tramonto come vecchi divi cadenti, quando non muoiono giovani) e tanto altro, che non sarà oggetto di questa (relativamente) breve analisi che pubblicherò a rate. Prima di andare nello specifico, mi si conceda di omaggiare, nel successivo capitoletto, il mai troppo citato (forse perché difficile da scrivere) Mihaly Csikszentmihalyi, prendendo in prestito la parola per cui è diventato celebre. Tra l’altro, per uno psicologo nato in una città dal nome “Fiume”, la fantasia del concetto di “flow”, flusso; magari avrebbe scelto un nome più mistico se fosse nato nella città di “Erba”, ma torniamo coi piedi per terra, anzi, nel fiume, immergiamoci nel flusso.
Il Flow
Il flow, quello bello, ha abdicato in favore di un altro tipo di flusso, quello continuo dello streaming, dell’infinite scrolling, dell’autoplay dal catalogo infinito delle piattaforme (“infinito” strictu sensu, giacché si continuano a caricare ogni minuto più contenuti di quanti diverse persone possono consumarne in diverse vite), affiancando/rimpiazzando il rumore di fondo della radio o della TV che “fa compagnia”, non importa il contenuto, ma il personaggio, il presentatore o opinionista che spesso farebbe molto meglio a tacere. Quanto c’è di “deliberato e intenzionale” nel “vediamo cosa c’è ora in TV”? Su Internet, si è solo moltiplicato il numero di canali. McLuhan e Postman evidenzierebbero come il canale in realtà influenza la fruizione dell’informazione, ma non commettiamo l’errore di pensare che un formato sia intrinsecamente sempre e comunque migliore di un altro: Piergiorgio Odifreddi notò che alcuni oggetti di carta (chiama così alcuni libri, suggerendo che, visti i best seller, spesso ci si dovrebbe chiedere se non sia un bene che in Italia si legga pochissimo) sono considerati come “più cultura” rispetto ad esempio a CD musicali, essendo soggetti ad una aliquota IVA inferiore, ma qualcuno potrebbe sollevare il dubbio che una raccolta di brani di Johann Sebastian Bach possa trasportare forse “più cultura” rispetto al libro insulso che un cantante o influencer del momento fa scrivere ad un ghost writer. Lo stesso accade per un bel video-documentario fatto bene rispetto ad una rivista stampata sulla moda frivola.
Perché il formato lungo e pensato, a parità di temi trattati, è quasi sempre da preferire? La risposta a questa domanda è oggetto libri e lunghe discussioni, ma potrei anche solo evidenziare un motivo: perché sia il creatore del contenuto sia chi ne fruisce crescono, imparando di più e meglio sull’argomento e sviluppando anche altre capacità non prettamente legate alla materia, come quella di ricercare, strutturare ed esporre (per chi produce), ma anche di ascoltare pazientemente e riflettere (per chi consuma). Mi sono accorto, ad esempio, che la lettura e la scrittura di commenti (per forza di cosa, brevi) sotto articoli o video è un po’ quello che accade quando alcuni “politici” (tra virgolette perché per mandato dovrebbe essere impegnato a gestire la cosa pubblica, non apparizioni su media tradizionali e nuovi, in perenne campagna elettorale) partecipando a “dibattiti” (o meglio, battibecchi) televisivi: non è un confronto costruttivo e ragionato, ma uno scambio serrato di brevi slogan e pensieri polarizzati e compressi per “asfaltare/distruggere” in pochi caratteri chi non la pensa come, noi liquidandolo come idiota (ed è divertente quando in realtà due sono dalla stessa parte ma non si capiscono), oppure per dare completa ragione a qualcuno che la pensa esattamente come noi (o ancora peggio solo perchè è della nostra squadra, a prescindere da quello che dice). Non importa che ci si trovi su giornale, radio, TV, Internet, che ci si trovi davanti ad un microfono o scrivendo un commento, l’importante è dare al mondo, frequentemente, la nostra sicuramente utilissima e sicuramente valorizzata opinione; del resto, chi siamo noi per giudicare o censurare, siamo tutti liberi di esprimerci: tücc i cáa i fa ‘ndà la cua, tücc i aśen ai dis la sua (come dicono dalle parti di Enna o Reggio Calabria, mi pare).
E, in questo caso, si celebrano incessantismo e personaggismo, due tra le piaghe in aumento negli ultimi decenni e acerrimi nemici del flow, che distruggono a colpi di brevi “riflessioni”, poco riflettute, ma molto frammentate e improvvisate.
Incessantismo
Non stiamo qui a riportare trattazioni sull’importanza della misura, su “qualità > quantità” e tutto il resto, cerco di essere meno “filosofico” e più “pratico”, riportando un po’ di storia più o meno recente, benché dell’epoca in cui i ventenni di oggi non erano ancora nati.
Io me li ricordo i tempi in cui alcuni episodi di telefilm (non le chiamavamo serie, al massimo se erano brevi erano “film a puntate”) venivano trasmessi a cadenza settimanale. E si attendevano con la stessa gioia con cui un cane attende il ritorno del proprio padrone la sera. Addirittura non si usciva e non si prendevano impegni perché quel giorno a quell’ora trasmettevano ciò che seguivamo, tanto era importante, persino se si trattava di qualcosa di registrato, non della diretta della finale dei mondiali di calcio, delle olimpiadi o di avvenimenti “epocali” (proclamazione di un nuovo papa o altro) – ovviamente intendo anche durante il periodo in cui videoregistratori (VHS ma non solo) erano largamente accessibili.
Anche nel caso in cui le puntate fossero autoconclusive, senza un cliffhanger, si attendeva impazienti la successiva, si apprezzava ogni singolo minuto (al punto di sorbirsi anche lunghe pubblicità “non skippabili”, per paura che un cambio momentaneo di canale potesse costare la perdita di secondi preziosi in caso di risintonizzazione leggermente successiva alla fine prevista degli sponsor), da vedere senza distrazioni nè smartphone in mano, anche perché questi dispositivi mobili non esistevano – e quando hanno introdotto i primi telefoni cellulari comunque dovevi pagare un bel po’… AnkeSlXScrv1Msg:( … (clicca mi piace, iscriviti e condividi se anche tu ricordi noi degli anni che… ah no, scusate). Si guardava e seguiva con attenzione: se qualcuno nel frattempo leggeva un Topolino o giocava sul Gameboy (o su videogiochi portatili più economici come i Gig Tiger e simili), si capiva che quello che davano in TV non gli interessava oppure si prendeva quel ragazzino per strano, mentre ora pare essere la norma, fino ad arrivare agli “split-screen” di adesso, in cui viene trasmesso contenuto totalmente a caso (come un gameplay) accanto al contenuto vero e proprio oppure mentre si riproduce un messaggio audio. Sempre dalla playlist (creata “staticamente” da qualcuno o elaborata da un algoritmo più o meno deterministico) in riproduzione automatica continua, come scritto prima.
“Neanche un minuto di “non contenuto””, avrebbero detto oggi Mogol/Battisti (ed in seguito Elio e le Storie Tese).
Salvo alcuni nostalgici, ammiratori, collezionisti, documentaristi o “ricercatori” (per uno studio o curiosità personale), difficilmente immagino qualcuno cercare e salvare copie dei vecchi “Cioè” o di spezzoni di trasmissioni di “contenitori pomeridiani per bambini” (per intenderci: “Bim Bum Bam”, “Solletico”, “Go-Cart” e così via). Sicuramente c’è qualcuno a cui scenderà una furtiva lagrima (cit.) guardando “La posta di Sonia”, come anche non mi stupirebbe qualche vegliardo che si commuove vedendo carrellate in bianco e nero di presentazioni di “signorine buonasera” (non entro nel merito, non sparatemi urlando “patriarcatoh”, “se ne consiglia la visione ad un pubblico (mentalmente) adulto”); qualcuno sorriderà ritrovando in cantina delle vecchie copie polverose di “Cioè” (o sogghignando davanti ad alcuni numeri umidicci del Postalmarket), ma mi sorprenderebbe che qualcuno acquisti in blocco, con l’intenzione di trarne tanto contributo informativo (se non appunto “storico/sociologico” dell’epoca), decine di videocassette o riviste della suddetta tipologia di contenuto. Sarebbe quasi l’equivalente di ascoltare decine di ore di registrazioni ambientali presso il bar di un paesino, nella speranza di cogliere qualche discussione interessante da un punto di vista di “istruzione/apprendimento”, in un fiume (non la città) di chiacchiere intrise di banalità quotidiana e qualunquismo.
Quello che mi chiedo, quando consumo (decisamente troppe) ore di video “scriptati” o live estemporanee è: ma questo è un “Cioè” o una riflessione concentrata di Marco Aurelio? E mi chiedo se gli stessi creatori di contenuti non si pongano la stessa domanda: voglio solo produrre un altro “Cioè” per mungere soldi da copie vendute e da sponsor? Chiaro che non sono pubblicazioni mutuamente esclusive, ma faccio molta fatica a immaginare il prof. Noam Chomsky iniziare, mentre continua la produzione dei suoi “soliti” contenuti (non cliccate il link precedente se vi considerate “creatori di contenuti” e non volete ammaccarvi l’autostima), un podcast di “commentiamo come si vestono i politici nelle loro apparizioni pubbliche” o live di “reaction all’affermazione appena detta dal capo di un’organizzazione di cui non conosco contesto e retroscena”.
Vero che la pubblicità (e purtroppo anche le campagne elettorali, che sono solo un’altra forma di pubblicità, spesso altrettanto portata alla deriva di essere ingannevole) insegna che “bene o male purché se ne parli”, che anche solo “esserci” crea un senso di affezione, appartenenza e parasocialità, ma è davvero auspicabile/desiderabile questo senso di vicinanza dato anche da una costante presenza? Il creatore di contenuti vuole davvero essere meno come lo stereotipo dello scrittore (che alterna deep work a passeggiate in solitaria) e più come un qualunque presentatore televisivo che una anziana adora perché “è bravo, mi tiene tanta compagnia”?
Chi pubblica molto spesso, avendo poco tempo per pensare al contenuto (diciamo: essendo scarico, con poca pressione, per dirla come MoreToThat), ma anche solo per pensare in generale, oltre che per informarsi come si dovrebbe, teme davvero di diventare velocemente irrilevante e dimenticato dalla parte del suo pubblico che per lui forse davvero conta? Le riviste per ragazzini puntavano al numero di copie (moltiplicate per il numero di numeri annuali, mi si perdoni il bisticcio di parole), si sentiva questa pressione aumentata poi dai contratti con gli sponsor di cui erano zeppe, in maniera più meno chiara al lettore, ma Carl Sagan (con Ann Druyan) sarà stato mosso da simili sentimenti e preoccupazioni quando ha scritto “The Demon-Haunted World”? Chi è il pubblico di riferimento che legge quelle riviste, chi legge quel libro? E cosa resta dalle relative letture? Che tipo di persona è (e come/se evolve) chi le scrive?
